martedì 24 dicembre 2013

lo spirito del NATALE

Sì! e quella colonna di letto era la sua. Suo il letto, sua la camera. Meglio ancora, meglio d'ogni cosa, era suo il tempo che aveva davanti, suo, per emendarsi!
- Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro! - ripeté Scrooge, sgusciando fuori del letto. - I tre Spiriti mi parleranno dentro. O Jacob Marley! Benedetto sia il cielo e il giorno di Natale! Lo dico in ginocchio, mio vecchio Jacob; in ginocchio! -
[…]
- Non so che fare adesso; - esclamò ridendo e piangendo insieme, e avvolgendosi nelle calze come un Laocoonte. - Mi sento leggiero come una piuma, felice come un angelo, allegro come uno scolare. Sono balordo come un ubriaco. Un allegro Natale a tutti! un allegro capo d'anno al mondo intero! Olà! eh! olà! -
Era entrato saltellando nel salotto e se ne stava lì, ritto, ansante.
- Ecco qua la casseruola con la farina d'orzo! - esclamò riscuotendosi e girando davanti al caminetto. - Questa è la porta di dove è entrato lo spirito di Jacob Marley! Qui si è messo a sedere lo Spirito del Natale presente! Da questa finestra ho visto gli Spiriti vaganti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è accaduto. Ah, ah, ah! -
Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa era una splendida risata, una risata coi fiocchi: il ceppo di tutta una lunga famiglia di franche risate!
- Io non so che giorno del mese sia! - disse Scrooge. - Quanto tempo sono stato tra gli Spiriti? Non lo so. Non so niente. Sono come un bambino. Non fa nulla!. Non me n'importa. Così lo fossi, bambino! Olà! eh! olà! -
Scrooge interruppe quelle manifestazioni di gioia quando udì il più allegro e vivace scampanio che sia possibile immaginare: din, don, dan! Din, don, dan! Din, don, dan! Fantastico! Splendido!
Corse alla finestra, l'aprì, mise fuori il capo. Niente nebbia: un'aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente; un sole d'oro; un cielo di zaffiro; freschetto, non freddo; e quelle campane, così allegre, così allegre! Oh, bello, magnifico!
- Che giorno è oggi? - gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s'era fermato per guardarlo.
- Eh? - fece il ragazzo spalancando la bocca dalla meraviglia.
- Che giorno è oggi, bambino mio? - ripeté Scrooge.
- Oggi! - rispose il ragazzo. - È Natale, oggi.
- È Natale! - disse Scrooge a sé stesso. - Bravo, sono in tempo. Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte. Possono fare quel che vogliono. Si sa. È naturale. Ohe, bambino!
- Ohe! - fece il ragazzo.
- Sai dov'è il pollivendolo giù all’angolo?
- Certo che lo conosco - rispose il ragazzo.
- Che ragazzo di talento! - esclamò Scrooge. - Un ragazzo non comune, perbacco! Sai se ha già venduto quel tacchinaccio che teneva ieri in mostra sospeso pel collo? non quello piccolo, no; il tacchino grosso.
- Quale? quello grosso come me? - domandò il ragazzo.
- Oh, che amore di un ragazzo - esclamò Scrooge. - È un piacere a discorrerci. Sì, proprio quello, piccino mio.
- È sempre appeso com'era.
- Sì? davvero? Ebbene, corri subito a comprarlo.
- Fossi grullo! - ribatté il ragazzo.
- No, no, - disse Scrooge, - parlo sul serio. Corri a comprarlo, e dì che lo voglio, che gli darò io l'indirizzo dove l'hanno da portare. Torna con l'uomo tu, che ti darò uno scellino. Torna in meno di cinque minuti, che ti darò mezza corona! -
Il ragazzo partì come una freccia. Ci voleva una mano ben gagliarda per scoccare una freccia a quel modo.
- Lo manderò a Bob Cratchit! - borbottò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando dal ridere. - Non ha da sapere chi glielo manda. È due volte Tiny Tim. Uno scherzo magnifico, oh, magnifico! -
Gli tremava la mano nello scrivere l'indirizzo, ma bene o male lo scrisse, e andò giù ad aprir la porta, e per esser pronto all'arrivo del tacchino. [...] Ecco il tacchino. Olà! ehi! Come state? Buon Natale! -
Quello, sì, che era un tacchino! Non si poteva reggere sulle gambe, un uccellaccio come quello lì; le avrebbe spezzate in un minuto come bastoncelli di ceralacca.
- Perdinci! è impossibile portare questa roba fino a Camden Town, - disse Scrooge. - Dovete prendere una carrozzella. -
Il riso con cui disse questo, e il riso con cui pagò il tacchino, e il riso con cui pagò la carrozzella, e il riso con cui diede la mancia al ragazzo, furono soltanto sorpassati dal riso che lo prese tutto mentre si lasciava andare senza fiato sul suo seggiolone, e rise, e rise fino a che scoppiò a piangere.
Non era agevole il radersi, perché la mano gli tremava sempre; e il radersi richiede un po' di attenzione, anche quando non ballate, facendovi la barba. Ma se pure si fosse mozzato la punta del naso, vi avrebbe appiccicato un pezzo di taffettà e sarebbe stato contento come una pasqua.
Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la strada. La gente si riversava fuori, com'egli l'aveva vista con lo Spirito del Natale presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava tutti con un sorriso di soddisfazione. La sua era un’espressione tanto cordiale che due o tre tipi allegri lo salutarono dicendo: "Buon giorno, signore! Buon Natale!" E Scrooge affermò spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i più giocondi, senz'altro, erano stati quelli.
Non era andato lontano, quando si vide venire incontro quel signore dignitoso che era entrato il giorno prima al banco, domandando: "Scrooge e Marley, se non erro?" Si sentì una fitta al cuore, pensando all'occhiata che quel signore gli avrebbe rivolto; ma subito vide quel che aveva da fare, e lo fece.
- Mio caro signore, - disse, affrettando il passo e prendendolo per le mani. - Come state? Spero che abbiate avuto una buona giornata ieri. Molto gentile da parte vostra. Tanti auguri di Natale, signore!
- Il signor Scrooge?
- Sì. È il mio nome. Temo che vi suoni ingrato. Permettete che vi domandi scusa. E vorreste aver la bontà...
E gli bisbigliò qualche parola all'orecchio.
- Dio misericordioso! - esclamò il signore soffocato dallo stupore. - Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?
- Ma sì, ma sì. Non un soldo di meno. Ci metto dentro molti arretrati, capite. Mi farete questo favore?
- Mio caro signore, - rispose l'altro stringendogli forte la mano, - io non trovo parole per una tale muni...
- Basta, basta, prego! - interruppe Scrooge. - Venite da me: Volete?
- Certamente! - esclamò il vecchio signore con grande effusione!
- Grazie, - disse Scrooge. - Vi sono obbligato davvero. Mille e mille grazie. Arrivederci! -
Andò in chiesa, passeggiò per le vie, guardò le persone andava su e giù, carezzò i bambini sul capo, interrogò i mendicanti, spiò nelle cucine, alzò gli occhi alle finestre, e trovò che ogni cosa gli poteva far piacere. Non immaginava che una passeggiata o altra cosa qualunque gli potesse dare tanta felicità. Verso sera, si avviò alla casa del nipote.
Passò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di sentirsi il coraggio di salire e bussare. Ma si fece animo e bussò.
- È in casa il padrone, cara? - domandò alla ragazza. Una bella ragazza, parola d'onore.
- Signor sì.
- Dov'è, carina?
- È in sala da pranzo, signore, con la signora. Accomodatevi nel salottino.
- Grazie. Mi conosce, - disse Scrooge mettendo la mano sulla maniglia del tinello. - Entrerò qui, bambina mia. -
Spinse leggermente e s'insinuò col viso per l'uscio socchiuso. Marito e moglie osservavano la tavola sfarzosamente imbandita, perché cotesti giovani sposi sono meticolosi in certe materie e vogliono che tutto vada a capello.
- Fred! - disse Scrooge.
O Signore Iddio, come trasalì la nipote! Scrooge aveva dimenticato per il momento di averla vista a sedere in un cantuccio coi piedi sullo sgabello, altrimenti per nulla al mondo l'avrebbe spaventata a quel modo.
- Oh povero me! - esclamò Fred, - chi è mai?
- Io, son io. Tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Posso entrare, Fred? -
Se Fred lo fece entrare?! Fu addirittura un miracolo che non gli strappasse il braccio a forza di stringergli la mano. Dopo cinque minuti, Scrooge si sentì come a casa propria. Niente di più cordiale. E lo stesso la nipote. E lo stesso per Topper, quando arrivò. E lo stesso per la sorella pienotta, quando fece la sua entrata. E lo stesso tutti. Che amore d'una brigata, che giuochi, che accordo, che piacere!
Ma il giorno appresso si recò di buon mattino al banco, oh di buon mattino! Se gli riusciva di arrivarci prima di Bob e di rinfacciare a Bob il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva.
E lo fece, sicuro che lo fece! L'orologio suonò le nove. Niente Bob. Le nove e un quarto. Niente Bob. Era in ritardo di diciotto minuti e mezzo. Scrooge se ne stava a sedere, con la porta spalancata, per vederlo a insinuarsi nel suo sgabuzzino.
Prima d'aprire la porta, Bob si era tolto il cappello e il famoso fazzoletto. In un baleno, si trovò sullo sgabello, e si mise a scribacchiare in fretta e furia come per riafferrare le nove che erano passate.
- Ohe! - grugnì Scrooge, imitando come meglio poté la sua voce abituale. - Che vuol dir ciò? a quest'ora si viene in ufficio?
- Mi dispiace molto, signore, - rispose Bob. - Sono in ritardo.
- Siete in ritardo? - ripeté Scrooge. - Lo vedo che siete in ritardo. Favorite di qua, vi prego.
- È una volta all'anno, signore, - si scusava Bob, uscendo dal suo sgabuzzino. - Non accadrà più. Abbiamo fatto una piccola festa ieri, signore.
- Bravo, adesso ve la do io l'allegria, disse Scrooge. - Non son più disposto a tollerare, capite. Però - e così dicendo balzava giù dal suo sgabello e dava a Bob una manata così forte nel panciotto da farlo indietreggiare barcollando, - però io vi aumento il salario! -
Bob tremò e si accostò furtivamente al righello. Ebbe un'idea momentanea di darlo in testa a Scrooge; tenerlo saldo; chiamar gente; fargli mettere la camicia di forza.
- Buon Natale, Bob! - disse Scrooge battendogli sulla spalla con una cordialità che non poteva essere che sincera. - Un Natale, Bob, molto più allegro di quanti non ve n'ho augurati per tanti anni, ragazzo mio. Vi cresco il salario e farò di tutto per assistere la vostra famiglia laboriosa, e oggi stesso, Bob, oggi stesso discuteremo i vostri affari davanti a un bel ponce fumante. Accendete i fuochi e andate subito, mio caro Bob, a comprare un'altra scatola di carbone, prima di mettere un altro solo punto sopra una i.
Scrooge fu anche più largo della sua parola. Fece quanto aveva detto, e infinitamente di più; e in quanto a Tiny Tim, che non morì, gli fece da secondo padre. Divenne così un buon amico, un buon padrone, un buon uomo, come se ne vedevano un tempo nella buona vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o borgata nel buon mondo di una volta. Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. Sapendo inoltre che costoro sono irrimediabilmente ciechi, meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità, anzi che essere attaccati da qualche male meno attraente. Anch'egli, in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva altro.
Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c'era uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno! E così, come Tiny Tim diceva: "il Signore ci benedica tutti quanti, dal primo fino all’ultimo".

Canto di Natale
Charles Dickens

venerdì 20 dicembre 2013

l'eterno

 E Lucile pensava: «Individuo o collettività?... Dio mio, questa non è una cosa nuova, non hanno inventato niente. I nostri due milioni di morti, durante l'altra guerra, sono stati sacrificati anche loro allo "spirito dell'alveare"! Loro sono morti... e venticinque anni dopo... Che inganno! Che illusione! Ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! L'anima stessa del popolo, probabilmente, è governata da leggi che ci sfuggono, o da misteriosi capricci, povero mondo, così bello e così assurdo... Ma quel che è certo è che fra cinque, dieci o vent'anni questo problema, che secondo lui è il problema del nostro tempo, non esisterà più, sarà sostituito da altri... Mentre questa musica, questo rumore della pioggia sui vetri, questo lugubre scricchiolio del cedro nel giardino di fronte, questo momento così dolce, così strano in mezzo alla guerra, questo non muterà... E' eterno...»
All'improvviso lui smise di suonare.
«Ma lei piange...» disse guardandola.


SUITE FRANCESE
Irène Némirovsky
Adelphi 2011

lunedì 16 dicembre 2013

santo e peccatore

La maggior parte dei cristiani, inclusi religiosi e religiose, si accontentano di mettere “rattoppi” nella propria vita spirituale. Qualcosa non va bene? Un “rattoppo” di esercizi o un ritiro, un tempo di riflessione o un maggior ascetismo… Le cose migliorano, ma, come ruote rattoppate, torniamo a perdere aria… Non sarebbe più sicuro cambiare con ruote nuove? Non potremmo lasciarci “cambiare il cuore di pietra con uno nuovo” (Ez 11, 19)? Siccome ci fanno paura le operazioni “a cuore aperto”, scegliamo di continuare con “rattoppi”. E così non siamo mai completamente cattivi, né arriviamo ad essere totalmente buoni, santi.
[…]
Non si scandalizzi il lettore di queste sfumature […]. I passi di un santo non sono né più lunghi né più corti di quelli di un peccatore. Il santo e il peccatore camminano per sentieri di fango, non di oro puro. Il peccatore e il santo fanno fronte a problemi che a volte il peccatore risolve, al contrario, il santo non trova la soluzione. La differenza tra l’uno e l’altro è questa: i passi del santo nascono dall’amore, si muovono per amore e lasciano impronte di amore.

PELLEGRINA DELL’AMORE
ANTONIETTA FARANI (1906-1963)
Roma, Suore Passioniste di S. Paolo della Croce
1994

mercoledì 11 dicembre 2013

tempo dell'Utile

Che rapporto ha con i libri?

La mia casa, come la mia biblioteca, sono un arenile dove si stratificano i relitti dei viaggi e i residui della vita. I libri sono quelli che più faticano a ordinarsi. Si perdono, riaffiorano come pesci per poi di nuovo inabissarsi. Per me l’unico modo per entrare profondamente in un libro è averlo come compagno di viaggio. Trascorrerci a letto le ore, come una voluttà, un’interruzione del compatto tempo dell’Utile. È il mistero che i libri, come i sogni, sanno regalarci.


L’ODISSEA DI VINICIO CAPOSSELA
di Stefano Brusadelli
La Domenica de Il Sole 24 Ore
Domenica 1° dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

è bene il "fin di bene"???

Affrontai l’avventura come un asino bendato. Vi assicuro che non è un paragone esagerato. Volete sapere quale fosse la mia maggiore preoccupazione nei giorni dell’accettazione? La mia ignoranza liturgica. Come me la caverò, mi chiedevo, nelle grandi funzioni pontificali delle basiliche romane? Quale stoltezza. Sì, anche quella, s’intende, era una difficoltà, tuttavia una inezia di fronte alle altre. (Pausa) Per le questioni serie, credetti di fare il furbo. Non c’è nulla di più ridicolo d’un sempliciotto che crede di poter fare il furbo. Così pensai di servirmi del re “a fin di bene”. Il maledetto “a fin di bene”. Figli miei, non lo dimenticate: c’è solo il bene, puro e semplice; non c’è “a fin di bene”. (Pausa) Ora mi vergogno di tutto quello che feci a fin di bene, ad esempio, le astuzie per impadronirmi del monastero benedettino di Cassino. E di altre cose, di molte altre cose del genere. Ero veramente stupido. (Pausa) Servirsi del potere? Che perniciosa illusione. È il potere che si serve di noi. Il potere è un cavallo difficile a guidare; va dove deve andare, o meglio, va dove può andare o dov’è naturale che vada. Non puoi chiedere al cavallo di volare: se non vola, non gliene puoi far torto. Tu devi contentarti della soddisfazione di stare in alto.
L’avventura di un povero cristiano
Ignazio Silone

martedì 3 dicembre 2013

lo sguardo di chi fugge


Maurice e Jeanne Michaud camminavano l’uno dietro l’altro sulla strada spaziosa

costeggiata da un filare di pioppi,

ed erano circondati, preceduti, seguiti da una moltitudine di fuggiaschi.

 
[…]

 
Malgrado la stanchezza, la fame, la preoccupazione, Maurice Michaud non si sentiva troppo infelice. Aveva una struttura mentale particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era, ai suoi occhi, quella creatura rara e insostituibile che ogni uomo vede quando pensa a se stesso. Per quei compagni di sventura provava pietà, ma una pietà lucida e fredda. Dopo tutto, pensava, queste grandi migrazioni umane sembrano governate da leggi naturali.

Certi periodici spostamenti di massa probabilmente sono necessari alle popolazioni come la transumanza lo è per le greggi. E trovava in questo uno strano conforto. Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme, stringendosi al petto i figli …

Eppure nessuno aveva mai pensato a tutti quei morti con partecipazione affettuosa: per i loro discendenti non contavano più di polli sgozzati. Immaginò le loro ombre dolenti materializzarsi davanti a lui sulla strada e mormorargli all’orecchio:

«Abbiamo conosciuto tutto questo prima di te. Perché dovresti essere più fortunato di noi?»

Vicino a lui, una grossa comare gemeva:

«Non si è mai visto un orrore simile!».

«Si è visto, signora, si è visto» rispose lui con dolcezza.

 

 

Ancora non erano stati presi di mira dalle mitragliatrici.

Quando accade, sulle prime non capirono niente. Sentirono il fragore di un’esplosione,

 poi di un’altra, e delle grida: «Si salvi chi può! A terra! Giù, mettetevi giù!». Si buttarono all’istante faccia a terra, e Jeanne pensava confusamente: «Come dobbiamo essere grotteschi!».

Non aveva paura, ma il cuore le batteva così forte che se lo premeva, ansimante, con tutte e due le mani e lo teneva appoggiato contro una pietra.

Sentiva un filo d’erba con in cima una campanula rosa sfiorarle la bocca, e in seguito si ricordò che mentre stavano distesi lì una farfalla bianca volava senza fretta da un fiore all’altro.

Finalmente sentì una voce che le diceva all’orecchio:  «è finita, se ne sono andati». Si rialzò e si rassettò meccanicamente la gonna impolverata. Nessuno, così almeno le parve, era stato colpito.

Ma ripreso il cammino videro i primi morti: due uomini e una donna.

I loro corpi erano dilaniati, ma stranamente i volti erano rimasti intatti, volti così scialbi, così banali, con un’espressione meravigliata, compunta e stupida come se cercassero invano di capire cosa gli stava succedendo – così poco all’altezza di una morte guerriera, mio Dio, così poco all’altezza della morte. La donna, in tutta la sua vita, doveva aver pronunciato solo frasi del tipo: «I porri sono ancora aumentati di prezzo», oppure: «Chi è quel sudicione che ha sporcato i miei vetri?».

Ma che ne posso sapere, disse Jeanne tra sé, forse dietro quella fronte bassa, sotto quei capelli spenti e scarmigliati c’erano tesori di intelligenza e di tenerezza. E cos’altro siamo noi, io e Maurice, agli occhi della gente se non una coppia di poveri impiegatucci?

 In un senso è vero, ma in un altro siamo esseri preziosi e rari.

So anche questo. «Che scialo immondo» pensò ancora.

Si appoggiò alla spalla di Maurice, tremante e con le guancie bagnate di lacrime.

 

SUITE FRANCESE

Irène Némirovsky

ADELPHI VINTAGE 2011

martedì 19 novembre 2013

chi sono i Nobel della letteratura? Il 1°

“Penso ai miei colleghi giovani che non hanno i mezzi per fare stampare le loro prime poesie. Ho intenzione di riservare una somma [quella ricevuta per il premio Nobel] che permetterà di far stampare i loro primi quaderni di poesie. Ho già ricevuto una grande quantità di richieste il cui soddisfacimento assorbirebbe l’intero premio.”
Sully Prudhomme

lunedì 28 ottobre 2013

Il sapere “inutile”

«Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?». Il senso di questa storiella raccontata ai suoi studenti nel 2005 dallo scrittore americano David Forster Wallace è che le cose più importanti, onnipresenti e che dovrebbero essere ovvie si ignorano o si fraintendono.
L’ignoranza più diffusa e deleteria  è proprio quella che considera inutile non solo la ricerca e il sapere disinteressato, sia in campo umanistico che scientifico, ma le istituzioni che lo incarnano (come le biblioteche, gli archivi o i musei). Al pari dei due giovani pesci, commenta Nuccio Ordine, siamo spesso scarsamente coscienti del fatto che «la letteratura e i saperi umanistici, che la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare un vigoroso sviluppo».
Del resto, anche sul piano della crescita individuale, «utile è ciò che ci aiuta a diventare migliori».
[…]


di REMO BODEI
recensione a L’UTILITA’ DELL’INUTILE, Nuccio Ordine
in DOMENICA de IL SOLE24ORE, 20 ottobre 2013, pag. 35.

giovedì 24 ottobre 2013

nuovo inizio

L’unico albero del cortile di Francie non era né un pino né un abete. Aveva foglie acuminate che crescevano lungo i rami verdi che si irradiavano dal tronco, e appariva come formato da grandi ombrelli verdi aperti, sovrapposti. Alcuni lo chiamavano “l’Albero del Paradiso”. Ovunque cadessero i suoi semi, ne nascevano alberi che cercavano di toccare il cielo. Cresceva sui terreni chiusi da palizzate e su quelli abbandonati ed era l’unico albero che germogliasse sul cemento. Cresceva rigoglioso, ma soltanto nei quartieri popolari.
Facendo una passeggiata, la domenica pomeriggio, si poteva arrivare in una zona graziosa, molto curata. Attraverso il cancello di ferro che conduceva a un qualsiasi cortile si vedeva uno di quei piccoli alberi e si capiva allora che, presto, quella parte di Brooklyn si sarebbe trasformata in un quartiere di abitazioni popolari. L’albero lo sapeva ed era giunto per primo sul posto. Poi arrivavano gli stranieri poveri e le vecchie e tranquille case di pietra rossa venivano divise in appartamenti, i materassi di piuma facevano la loro comparsa sui davanzali delle finestre e l’Albero del Paradiso cresceva. Ecco che genere di albero era: amava la povera gente.

UN ALBERO CRESCE A BROOKLYN
Betty Smith


martedì 22 ottobre 2013

ciò che ERO e ciò che SARA'

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi,
perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore
affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

KAHLIL GIBRAN

venerdì 18 ottobre 2013

parola per Florenskij

“La parola è energia umana: sia quella del genere umano, sia quella della singola persona, è l’energia dell’umanità che si rivela attraverso la persona. Ma, in senso proprio, non possiamo considerare questa energia come oggetto della parola, o come suo contenuto: nella sua attività conoscitiva la parola guida lo spirito al di là dei confini della soggettività e lo mette in contatto con il mondo che si trova oltre i nostri stati psichici. Grazie alla natura psico-fisiologica la parola nel mondo non svanisce come fumo, ma piuttosto ci mette faccia a faccia con la realtà e può pertanto, toccando il suo oggetto, essere riferita allo stesso modo sia alla rivelazione dell’oggetto in noi, sia alla nostra rivelazione in lui e di fronte a lui. […]”


Pochi personaggi della cultura del Novecento possono vantare
un così ampio spettro di interessi come quello che ha caratterizzato
la ricerca del matematico e filosofo russo Pavel A. Florenskij.
Nonostante ciò la diffusione delle sue opere e del suo pensiero
 si è per molti anni bloccata a causa del velo di silenzio che è sceso
su di lui dopo la condanna a morte comminata
 dal regime sovietico nel dicembre 1937.
Da questo silenzio, che ha privato la cultura mondiale di
importanti intuizioni nei campi più disparati del sapere,
si sta oggi uscendo con fatica anche perché ancora molta parte
dell’opera di Florenskij giace manoscritta nell’archivio conservato
 con cura dai suoi familiari nel piccolo centro di Sergej Posad nei pressi di Mosca.
[…]


PAVEL FLORENSKIJ
IL VALORE MAGICO DELLA PAROLA
Medusa, c2001

giovedì 17 ottobre 2013

UN LIBRO DA LEGGERE

Anche se i personaggi di questo libro sono fittizi, la Palestina non lo è, né lo sono gli eventi storici e i dati riportati in questa storia. Per rendere con precisione luoghi ed eventi, mi sono basata su diverse fonti scritte, che ho riportato come riferimenti e, in certi casi, citato nel testo. Ringrazio gli storici che hanno detto e continuano a dire le cose come stanno, spesso a un alto prezzo personale e professionale.
Susan Abulhawa
Ogni mattina a Jenin
Universale economica Feltrinelli, 2013

lunedì 7 ottobre 2013

giornalista, donna, moglie, madre, LIBERA

Bisogna essere disposti a sopportare molto,
anche in termini di difficoltà economica
per amore della libertà


Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare.
L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.


Ho visto centinaia di persone che hanno subito torture.
Alcune sono state seviziate in modo così perverso che mi riesce difficile credere che
i torturatori siano persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuola e letto i miei stessi libri.



ANNA STEPANOVNA POLITKOVSKAJA
New York -30 agosto 1958 * 7 ottobre 2006- Mosca
Secondo le fonti dell’inelligence la giornalista era su una lista di persone scomode
da eliminare assieme ad Alexander Litvinenko e Boris Berezovski,
effettivamente poi eliminati in circostanze mai chiarite e altri attualmente
sotto protezione in Europa
(Wikipedia)


Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo.
Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile.

giovedì 3 ottobre 2013

di Antonio Tabucchi

Comincerei col citare un poeta con una poesia che si intitola Consiglio. E dice, più o meno (cito a memoria): «circonda di grandi muri colui che sogni di essere» (non “che sei”, sottolineo, ma “che pensi di essere” o “che sogni di essere”). E mi pare che continui così (naturalmente sto facendo una parafrasi): «Poi laddove il giardino è visibile attraverso il portone inferriato, metti per quanto puoi dei fiori allegri così che gli altri ti conoscano soltanto in questo modo. Ma dove nessuno può arrivare a vedere, non mettere niente, fai delle aiuole come le hanno gli atri dove gli sguardi altrui possono guardare il tuo giardino come glielo mostri. Ma dove stai tu e dove non arriva lo sguardo di nessuno lascia che i fiori crescano spontaneamente  insieme alle erbe selvatiche. Fai di te stesso un doppio essere guardato, e che nessuno che guardi possa sapere più al di là di un giardino chi tu sei se non un giardino ostensivo e riservato dal quale spunta il fiore della terra e un’erba così povera che neanche tu  riesci a vederla».
Bene, con un discorso sul filosofico e piuttosto complicato, Fernando Pessoa (era una sua poesia), consiglia una cosa semplicissima: di non far entrare la nostra vita nella nostra scrittura o, perlomeno, di metterla o immetterla in modo tale che essa non possa immediatamente essere decifrata. Egli suggerisce di dare una scenografia, che non necessariamente è falsa, ma è coltivata. Perché i fiori delle aiuole non sono falsi, sono dei fiori veri quelli che egli consiglia di mettere in mostra. Insisto: non sono fiori posticci, dunque, ma fiori coltivati. Ciò che si deve mostrare agli altri, dice insomma Pessoa, è una cosa coltivata, di serra; la nostra natura più vera, che spunta dalla terra come le erbe selvatiche, quella deve essere nascosta.


Antonio Tabucchi
Storie che non sono la mia
Da DOMENICA de IL SOLE24ORE
22 settembre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

coscienza di sè

Se volessi rispondere alla domanda “perché scrivi?” direi, con un certo fondamento di verità, che scrivo perché non dipingo: ossia perché mi illudo di saper tener in mano la penna meglio del pennello. In effetti nella mia prima giovinezza… la mia inclinazione per l’arte era equamente divisa tra poesia e pittura… sono portato a scrivere… perche mi pare l’unica mia possibilità di essere migliore di quel che sono e anche perché non saprei fare altro se non scrivessi. Penso che se mi proibissero di scrivere parlerei ad alta voce, anche in solitudine, tanto è il mio bisogno di confessione e di riflessione in ciò che passa rasente o attraverso la mia vita.
O scrivere o dipingere: per me non c’è scampo.

Libero Bigiaretti
IL COLORE DEL NOVECENTO
Libreria editrice Gorizia, 2007

giovedì 26 settembre 2013

IL BENE secondo Grossman

"Buona parte dei viventi non si cura di definire il BENE. In che cosa consiste, il bene? A chi lo si fa? Chi lo fa? Esiste un bene comune, applicabile e ogni uomo, a ogni razza, a ogni circostanza? Oppure il mio bene è il tuo male, e il bene del mio popolo il male del tuo? E' eterno, il bene, immutabile, o forse quello che ieri era bene oggi diventa vizio, e il male di ieri è il bene di oggi?
Il giorno del giudizio si avvicina e la riflessione sul bene e sul male non impegna soltanto filosofi e predicatori, ma gli uomini tutti, istruiti e ignoranti.
Nei millenni passati l'idea del bene ha fatto qualche passo avanti? E' o non è un concetto valido per ogni uomo, -E non c'è greco e non c'è giudeo-, come dicevano gli apostoli? E non ci sono classi nè nazioni nè Stati? O forse il concetto è ancora più amplio e si estende anche agli animali, agli alberi e al muschio, è amplio quanto lo volevano il Buddha e i suoi discepoli? Quel Buddha che per cogliere la vita tramite il bene e l'amore arrivò a negarla.
Nel corso dei millenni le teorie dei maestri dell'etica e della filosofia hanno portato a una limitazione del concetto di bene.
L'idea cristiana, lontana cinque secoli dalla buddhista, restrinse il mondo dei viventi a cui applicare il concetto di bene.
Che non riguardava tutti gli esseri, ma soltanto gli umani.
Il bene dei primi cristiani, il bene degli uomini tutti venne sostituito dal bene dei soli cristiani, a cui si affiancava il bene di musulmani e il bene degli ebrei.
Passarono i scoli, e il bene dei cristiani si scisse nel bene dei cattolici e dei protestanti, e nel bene degli ortodossi. E dal bene degli ortodossi nacque il bene dei vecchi e dei nuovi credenti.
Poi è toccato al bene dei ricchi e a quello dei poveri, e infine al bene dei gialli, dei neri, dei bianchi.
E così, scissione dopo scissione, sono nati il bene di una setta, di una razza o di una classe; e quanti si trovavano oltre la linea chiusa del cerchio non ne erano parte.
E gli uomini si avvidero che molto sangue era stato versato per quel bene piccolo piccolo che buono non era, e in nome della sua battaglia contro ciò che riteneva male.
[...]
E allora, forse, è la vita il male?
Ho visto la forza incrollabile dell'idea del bene sociale, che è nata nel mio paese. L'ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata e nel Trentasette. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano. Ho visto le campagne morire di fame, e i figli dei contadini che morivano tra le nevi della siberia; ho visto le tradotte che da Mosca, Leningrado e altre città della Russia portavano in Siberia centinaia di migliaia di uomini e donne, i nemici della grande, luminosa idea del bene sociale. Era un'idea bella e grande, e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dai padri.
Ora sul mondo incombe il grande orrore del nazismo tedesco. L'aria è impregnata delle grida e dei lamenti dei giustiziati. Nero è il cielo, e il sole si è spento nel fumo dei forni crematori.
Ma anche questi crimini - inauditi non solo per l'Universo, ma anche per gli uomini di questa terra - sono compiuti in nome del bene.
Quando vivevo nelle foreste del Nord credevo che il bene non albergasse nell'uomo né nel mondo rapace degli animali e degli insetti, ma in quello silenzioso degli alberi. Invece no! L'ho vista muoversi, la foresta, l'ho vista contendere senza pietà un palmo di terra all'erba e agli arbusti. Miliardi di semi volanti, crescono, uccidono l'erba e soffocano un cespuglio amico, e milioni di germogli combattono gli uni contro gli altri. Solo chi sopravvive va a formare, in un'adunanza di forti, la coltre del giovane bosco bramoso di luce. E abeti e faggi vegetano nella penombra della reclusione sotto la coltre delle piante eliofile.
Anche per loro, tuttavia, verrà il momento di avvizzire, e allora gli abeti massicci si apriranno un varco verso la luce e metteranno a morte l’ontano e la betulla.
Così vive il bosco, nell’eterna lotta di tutti contro tutti. Solo un cieco può pensare che ci sia pace nel regno degli alberi e delle erbe.

 

Che la vita sia davvero il male?

 

Il bene non è nella natura, non è nelle prediche di apostoli e profeti né nelle teorie di grandi sociologi o capi di Stato, né nell’etica dei filosofi… la gente comune ha nel cuore l’amore per gli esseri viventi, ama la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo, è felice del calore della propria casa dopo una giornata di lavoro e no accende rovi e falò sulle piazze.
E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri – non ai loro soldati, questo no – le lettere dei prigionieri.
È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale.
A ben pensarci, però, ci si accorge che la bontà illogica, fortuita e del singolo uomo, è eterna. Che si estende a tutto quanto è vivo, a un topo o al ramo che un passante si ferma a sistemare perché possa attecchire meglio al tronco.
In quest’epoca tremenda, un epoca di follie commesse nel nome della gloria di Stati e nazioni o del bene universale, e in cui gli uomini non sembrano più uomini ma fremono come rami d’albero e sono come la pietra che frana e trascina con se le altre pietre riempiendo fosse e burroni, in quest’epoca di terrore e di follia insensata, la bontà spicciola, granello radioattivo sbriciolato nella vita, non è scomparsa.


VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

lunedì 23 settembre 2013

Se superiamo i contorni su cui si posano gli occhi…

Le date parlano da sole: due esistenze brevi, in ogni caso incompiute, interrotte da una morte brutale, più o meno volontaria per l’una, accidentale per l’altro. Ma un’opera lunga, che si prolunga ben al di là della vita. Simone Weil e Albert Camus non si sono mai incrociati. Non si sono conosciuti. Lei non l’ha letto. Anche supponendo che si fossero incrociati, Camus, sensibile alle donne, innamorato dei corpi, portato a glorificarli, avrebbe anche solo notato quel corpo femminile così emaciato che «mai anima è parsa meno incarnata», secondo le parole della sua amica e biografa, Simone Pétrement? E supponendo che  l’avesse notato, sarebbe stato attratto da quel corpo? C’è da dubitarne, come confermerebbe nei suoi Taccuini questa nota su Simone Weil: «Io, che da molto tempo vivevo, gemendo, nel mondo dei corpi, ammiravo quelli che, come S. W., sembravano sfuggirgli. Da parte mia, non potevo immaginare un amore senza possesso e, perciò, senza l’umiliante sofferenza che è lo scotto di coloro che vivono secondo il corpo». Ma se i corpi si ostacolano perché separano (benché per Camus, generalmente, essi si attraggano), accade che le anime non si ostacolino perché, trasparenti, esse si uniscono.
[...]

Guy Samama in
Camus e Simone Weil, ipotesi su un dialogo d’anime,
Vita e pensiero, 4, 2013








venerdì 20 settembre 2013

"qual'è il mio nome?"

Andare in giro per pagode, o semplicemente esplorare Phnom Penh e dintorni: era la mia aspirazione per il fine settimana e per ogni brandello di tempo che restasse libero dagli impegni in università. Bisognava che l’amico Franco, il quale conosce bene la città, parla un po’ di khmer e ha una moto, fosse libero anche lui. Altrimenti l’impresa diventava quasi impraticabile: gli unici mezzi pubblici erano i motodop, motorette di ogni tipo, condotte da chiunque si segnalasse con un berrettino dalla visiera un po’ vistosa, il quale ti caricava per qualunque direzione tu gli indicassi. Ma non eri affatto sicuro di giungere a destinazione, perché il tuo taxista – si fa per dire – non sempre era capace di orientarsi in una città di oltre un milione di abitanti, con le strade molto simili fra di loro e spesso prive di un nome.
Phnom Penh, diventa capitale del Regno di Cambogia sotto il protettorato francese nel 1865, a metà degli anni ’90 era ancora, tra squallori, rovine e decadenza diffusa, capace di svelare la bellezza del suo impianto urbanistico, finemente articolato all’inizio del ‘900 da architetti francesi. La città si distende lungo il Tonle Sap e il Bassac, nel punto in cui i due fiumi entrano nell’immenso alveo del Mekong. Entrano o escono? Non è così semlice dirlo,  perché il Bassac è un defluente del Mekong, che ne inaugura proprio in quel punto, volgendosi verso il Sud, l’immenso delta; ma il Tonle Sap, quando il gran fiume padre è in piena, ne scarica le acque a un centinaio di chilometri più a Nord, nel lago dello stesso nome, mentre nella stagione secca, inverte il suo corso e scarica le acque dal lago al Mekong. Bisogna venire in Cambogia per vedere un fiume che ora scorre in una direzione ora in un’altra. Non per nulla all’inizio di novembre, quando avviene la svolta, le grandi acque dei fiumi di Phnom Penh si colorano delle variopinte canoe dei diversi villaggi, custodite nelle pagode in attesa del loro gran giorno, quando scendono in città a gareggiare per festeggiare l’evento.
Girovagando per la città e nella campagna circostante, avevo un pensiero fisso che mi inseguiva: poter tornare indietro nel tempo e incontrare, nella sua terra, Tho, il narratore di questo libro scritto a due mani, Tho per gli amici, dottor Bovannrith Nguon nelle ufficialità. Giunto in Italia, dopo aver visto morire papà, mamma e fratelli nello sfacelo della rivoluzione dei Khmer Rossi (1975-1979), accadde che la sua nuova famiglia pisana, dalla quale era stato generosamente accolto, subisse un grave lutto e si trovasse in grandi difficoltà. In quel momento di emergenza Tho si rifugiò – diciamo così – in casa mia. Quel momento fu in realtà l’inizio di una vita insieme, durata felicemente dodici anni: lui all’università a studiare medicina, poi alla scuola di specializzazione in microbiologia, poi ai primi passi nella professione; io parroco di un piccolo paese di campagna, Caprona, a un salto da Pisa, e insieme docente di teologia a Firenze. Era un rapporto quasi da padre a figlio: è così che la sua vicenda e la sua terra mi sono entrate nel cuore.
[…]

Da Prefazione di don Severino Dianich
in Cercate l'Angkar : il terrore dei Khmer rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano Diego Siragusa, Bovannrith Tho Nguon



venerdì 13 settembre 2013

“In un mondo di opinioni, riconoscere la verità”

Non c’è mai stata probabilmente epoca in cui si sia parlato tanto di privacy (sino a tutelarla con leggi apposite), e mai la si è vista così violata.
Non c’è mai stata epoca in cui si sia tanto creduto nella potenza della parla e della comunicazione, e mai si è tanto svilito il loro significato (sino a poter dire il giorno dopo l’esatto contrario di quello che si era detto il giorno prima).
Non si è mai tanto esaltata la freddezza della ragione, come adesso che su tutto domina il sentimento (fino all’oscenità dei giornalisti che invece di riferire i contorni reali di un avvenimento tragico continuano a chiedere ai protagonisti che magari hanno appena perso una persona cara: «Come si sente?»).
Non si è mai affermato con tanta insistenza il valore assoluto della ragione, come adesso che si è disposti a credere alle fantasie più assurde.
Non si è mai negato tanto Dio nel proprio modo di vivere, come adesso che la vita quotidiana si riempie di divi: e la creazione di miti è tanto più ricca quanto più rapida è la loro distruzione.
È un operazione di fuga e di distruzione della realtà che diventa tanto più facile quanto più lo sforzo per attuarla è reso leggero dall’irresponsabilità che la domina. L’arbitrio, il gioco verbale, il sentimento, la credulità, la magia dell’apparire non temono contestazione e promettono un dominio che è tanto grande quanto la delusione e la tragedia che lo attendono alla fine del percorso; in un mondo in cui domina il sentimento, il soggetto, che sente la realtà in un modo che nessuno gli può contestare e non ha quindi nulla e nessuno a cui debba rispondere, si trova investito di un potere immenso: chi gli può contestare, infatti, come sente le cose? Ma, al culmine di questo potere, quando crede di avere il mondo a disposizione, si trova in balia delle opinioni e dei sentimenti altrui, la cui validità è ugualmente incontestabile se su tutto regna la soggettività del sentimento.
Così, sforniamo programmi perfetti di riforma e dominio della realtà, abbiamo norme di tutela dei diritti dell’uomo, della natura e di quant’altro, come mai ci saremmo neppure sognati, ma tutto ci sfugge dalle mani […]

Editoriale
La nuova Europa, 3, 2013

giovedì 12 settembre 2013

LA RECENSIONE DI UN UOMO LIBERO

 

Don Giussani, prima la fede
poi la politica

Un’immagine degli anni ’60 di Don Giussani
 

In una monumentale biografia curata da Alberto Savorana l’epopea del prete che nel ’68 sfidò la sinistra e i vertici della Chiesa milanese
GIANNI  RIOTTA
I più aspri critici dell’esperienza di Comunione e Liberazione, e i più fedeli militanti del movimento, dovrebbero leggere questa straordinaria Vita di don Giussani (Rizzoli), redatta in anni di monumentale lavoro da Alberto Savorana, come se trattasse di un personaggio storico di cui mai abbiano sentito parlare prima. Evitando cioè che i pregiudizi, positivi o negativi che il fondatore di Cl ha attratto a lungo su di sé, impediscano loro di riscoprire un «don Gius», così lo chiamavano i suoi studenti affezionati, inedito, come documentato da Savorana, che è stato vicino ieri a Giussani, oggi al suo successore Julian Carrón.

Un don Giussani che considera il regista Pier Paolo Pasolini «unico intellettuale cattolico italiano», che trova momenti di solidarietà con don Milani, il parroco che si scontra con la gerarchia cattolica per la «scuola di Barbiana». E di scontri con i vertici, quando a Milano la Diocesi è retta dal cardinal Colombo, Giussani ne ha molti, anche rivendicando con orgoglio in punto di morte «Ho sempre obbedito». La sua prima creatura tra gli studenti – è stato professore al Liceo «bene» Berchet, poi all’Università Cattolica – si chiama Gioventù Studentesca, e «don Gius» ammonisce: la centralità non è il lavoro sociale, politico o culturale, ma la radicalità «dell’annuncio» cristiano, la figura di Cristo. Uno studente spagnolo, che per essere vicino a Cl finirà in galera nella Spagna del dittatore Franco, propone di vivere «per Cristo e per i poveri», Giussani con irruenza spiega che Cristo viene prima, «o diventiamo solo marxisti», come obietta a un collega comunista del liceo.

Negli Anni 50 della Guerra Fredda, nel 1968 che spazza le università e svuota in un giorno i quadri di Gs, nel 1977 estremista che incendia le sedi di Cl e ne disperde le assemblee con i pestaggi (Paolo Mieli, ex direttore del Corriere, dirà che la sinistra deve delle scuse a Cl per il clima di intimidazione di allora e farà con coraggio le sue personali), come nella stagione in cui Cl e il Movimento Popolare assumono potere nella Chiesa, nella politica italiana, nell’economia e nei media, Giussani tiene un solo orientamento. È la critica, che Giovanni Paolo II porterà al vertice della Chiesa, al «marxismo e del materialismo» del secondo ‘900. Secondo il vescovo Camisasca, don Giussani «Non è stato ossessionato dal problema della modernità. […] Ha sentito l’epoca moderna come un tempo che stava finendo, su cui non era necessario soffermarsi. Occorreva invece ripensare in termini nuovi le questioni di sempre, che la modernità aveva a suo modo reso impensabili… ricominciare da capo, riscoprire le parole fondamentali, riguardare l’uomo in azione per coglierlo nei suoi dinamismi più profondi, nelle sue attese più radicali».

Quando Cl diventa fenomeno di massa, le grandi firme accorrono a intervistare Giussani, Giorgio Bocca, Massimo Fini, Giovannino Russo, provando a farlo cadere in contraddizione, gli parlano del suo voto alla Dc, della pillola anticoncezionale, dell’industria, ma il fondatore di Cl li spiazza – e Bocca in una ironica chiusa lo riconosce – insistendo che il suo discorso è altrove, in una fede che la politica non coglie. Il filosofo Althusser critica i comunisti e li vota? Io faccio lo stesso con la Dc, scherza Giussani. È impressionante in una pagina di Savorana, il malumore di Giussani dopo un’assemblea riuscitissima al Palalido di Milano, intorno al 1975. Mettendo in guardia i suoi dalle sirene della «politica», rimandandoli da «pretaccio», come una futura madre badessa di clausura, Monica Della Volpe, lo giudicherà al primo incontro da studentessa, Giussani sembra prevedere la deriva di «materialismo» che toccherà una generazione dopo leader vicini a Cl, e contro cui il suo successore Carron predicherà con energia. La futura badessa Monica Della Volpe ricorda come Giussani trattava i giovani che si avvicinavano a lui spinti anche da ambizione: si infiltra a «un pranzo di capetti con il Gius, al ristorante. Io li vedo tutti lì: piccini, ansiosi di carpirsi una parola, uno sguardo del capo. Insopportabili. Poi vedo Giussani che si fa portare un carciofo crudo, con una salsina. Comincia a staccare le foglie una a una, le mangia ed esclama: “Ah, come è buono questo carciofo! Come è buono questo carciofo!”»…Intanto Giussani «guarda quegli altri, gli lancia battute, zampate fra l’ironico e l’affettuoso, li prende in giro…».

Alberto Savorana, in oltre 1300 pagine, racconta non solo la vita di don Giussani, ma decenni di storia. Anni in cui al Berchet, Giussani «prof» di religione e i colleghi marxisti, dibattono di «fede e ragione» in corridoio, mentre gli studenti ascoltano. Al Circolo Peguy di Milano, un giovanissimo Gian Enrico Rusconi ragiona con Giussani di fede e politica, nasce la casa editrice Jaca Book (dal nome di una specie di albero del pane) che sarà la prima a tradurre il capolavoro di Grossman Vita e destino. Su Rinascita, settimanale del Pci, il futuro parlamentare Fabio Mussi denuncia Cl come misto di integralismo e marketing. La Stampa e il Manifesto accusano – la notizia sarà smentita – Cl di essere finanziata dalla Cia. Padre Davide Maria Turoldo, sul Corriere della Sera, polemizza in un articolo molto duro con l’«integrismo» di Giussani, chiedendosi poi perché Giussani non attacchi il terrorismo di destra, gli scandali, la corruzione. Perfino il mite frate Nazareno Fabbretti, a colloquio con Giussani, gli chiederà come mai quelli di Cl siano così detestati nella Chiesa, non nascondendo di condividere l’antipatia.

Più lontano vedono il cardinal Montini, poi papa Paolo VI e Aldo Moro. Montini, quando gli universitari cattolici della Fuci di Fabrizio Onida, che pure aveva diretto a suo tempo, si scontrano con Giussani per un libro sulla Spagna fascista, prende a sorpresa le parti di Gs, persuaso che la fede venga avanti alla politica. E Moro, all’apice del potere, andrà taccuino in mano, nascosto tra gli studenti, ad ascoltare «don Gius» e i suoi. Immaginate l’aneddoto, ricordato dal nostro – giovanissimo – Luigi La Spina, con protagonista un leader di oggi? Savorana non nasconde le critiche radicali rivolte a Giussani, gli abbandoni, le sconfitte, i momenti di depressione, per la precaria salute, o quando il cardinal Colombo lo manda in una specie di esilio on the road in America. Preoccupato di trovare mele cotte per il fegato e la cistifellea che ha a pezzi, Giussani vagabonda da Los Angeles a New York, ma appena i dolori gli regalano un certificato medico ad hoc, si precipita a riorganizzare Gs a Milano.

Ratzinger ne celebrerà i funerali, condividevano la denuncia di totalitarismo, materialismo e relativismo, la fede nella parola. Agli studenti del ’68 Giussani spiega che se i cristiani non predicano il Vangelo, allora il messaggio più rivoluzionario è Marx. Divertente a tratti, dal padre di Giussani vecchio socialista vicino ad Anna Kuliscioff, a «Gius» che si lagna di «essere brutto» perché i giovani si distraggono in classe, La vita di don Giussani è un capitolo del dopoguerra che tocca tutti noi. L’incontro in Spagna con don Carrón meriterebbe un saggio a sé. Perché con Vita di don Giussani, Savorana compie il lavoro di storico, attingendo ad archivi e documenti inediti. Ma il suo è anche un libro «politico», che parlando del fondatore di Cl ne indica la strada futura, contro le possibili «deviazioni», come i Fioretti di San Francesco nel dibattito medievale.

Contro il timore di Emilia Cesana, carissima a don Giussani sugli altri leader del movimento, «Speremm desfen no quel che don Giussani el fa», speriamo non distruggano quel che ha fatto don Giussani, una citazione spesso ripetuta dal cardinale di Milano Angelo Scola. Un pericolo contro cui lavora Carròn e che ha così esorcizzato il giorno dei funerali di Giussani: «L’unità tra di noi è il dono più prezioso che nasce dall’accogliere questa iniziativa. Chiedo la grazia, per la responsabilità affidatami da don Giussani, di poter servire questo dono dell’unità». Un libro da leggere per capire una figura chiave del nostro Paese, un manifesto di guida politica per chi in Cl militerà.

Twitter @riotta

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