Le date parlano da sole: due esistenze brevi, in ogni caso incompiute, interrotte da una morte brutale, più o meno volontaria per l’una, accidentale per l’altro. Ma un’opera lunga, che si prolunga ben al di là della vita. Simone Weil e Albert Camus non si sono mai incrociati. Non si sono conosciuti. Lei non l’ha letto. Anche supponendo che si fossero incrociati, Camus, sensibile alle donne, innamorato dei corpi, portato a glorificarli, avrebbe anche solo notato quel corpo femminile così emaciato che «mai anima è parsa meno incarnata», secondo le parole della sua amica e biografa, Simone Pétrement? E supponendo che l’avesse notato, sarebbe stato attratto da quel corpo? C’è da dubitarne, come confermerebbe nei suoi Taccuini questa nota su Simone Weil: «Io, che da molto tempo vivevo, gemendo, nel mondo dei corpi, ammiravo quelli che, come S. W., sembravano sfuggirgli. Da parte mia, non potevo immaginare un amore senza possesso e, perciò, senza l’umiliante sofferenza che è lo scotto di coloro che vivono secondo il corpo». Ma se i corpi si ostacolano perché separano (benché per Camus, generalmente, essi si attraggano), accade che le anime non si ostacolino perché, trasparenti, esse si uniscono.
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Guy Samama in
Camus e Simone Weil, ipotesi su un dialogo d’anime,
Vita e pensiero, 4, 2013


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