venerdì 20 settembre 2013

"qual'è il mio nome?"

Andare in giro per pagode, o semplicemente esplorare Phnom Penh e dintorni: era la mia aspirazione per il fine settimana e per ogni brandello di tempo che restasse libero dagli impegni in università. Bisognava che l’amico Franco, il quale conosce bene la città, parla un po’ di khmer e ha una moto, fosse libero anche lui. Altrimenti l’impresa diventava quasi impraticabile: gli unici mezzi pubblici erano i motodop, motorette di ogni tipo, condotte da chiunque si segnalasse con un berrettino dalla visiera un po’ vistosa, il quale ti caricava per qualunque direzione tu gli indicassi. Ma non eri affatto sicuro di giungere a destinazione, perché il tuo taxista – si fa per dire – non sempre era capace di orientarsi in una città di oltre un milione di abitanti, con le strade molto simili fra di loro e spesso prive di un nome.
Phnom Penh, diventa capitale del Regno di Cambogia sotto il protettorato francese nel 1865, a metà degli anni ’90 era ancora, tra squallori, rovine e decadenza diffusa, capace di svelare la bellezza del suo impianto urbanistico, finemente articolato all’inizio del ‘900 da architetti francesi. La città si distende lungo il Tonle Sap e il Bassac, nel punto in cui i due fiumi entrano nell’immenso alveo del Mekong. Entrano o escono? Non è così semlice dirlo,  perché il Bassac è un defluente del Mekong, che ne inaugura proprio in quel punto, volgendosi verso il Sud, l’immenso delta; ma il Tonle Sap, quando il gran fiume padre è in piena, ne scarica le acque a un centinaio di chilometri più a Nord, nel lago dello stesso nome, mentre nella stagione secca, inverte il suo corso e scarica le acque dal lago al Mekong. Bisogna venire in Cambogia per vedere un fiume che ora scorre in una direzione ora in un’altra. Non per nulla all’inizio di novembre, quando avviene la svolta, le grandi acque dei fiumi di Phnom Penh si colorano delle variopinte canoe dei diversi villaggi, custodite nelle pagode in attesa del loro gran giorno, quando scendono in città a gareggiare per festeggiare l’evento.
Girovagando per la città e nella campagna circostante, avevo un pensiero fisso che mi inseguiva: poter tornare indietro nel tempo e incontrare, nella sua terra, Tho, il narratore di questo libro scritto a due mani, Tho per gli amici, dottor Bovannrith Nguon nelle ufficialità. Giunto in Italia, dopo aver visto morire papà, mamma e fratelli nello sfacelo della rivoluzione dei Khmer Rossi (1975-1979), accadde che la sua nuova famiglia pisana, dalla quale era stato generosamente accolto, subisse un grave lutto e si trovasse in grandi difficoltà. In quel momento di emergenza Tho si rifugiò – diciamo così – in casa mia. Quel momento fu in realtà l’inizio di una vita insieme, durata felicemente dodici anni: lui all’università a studiare medicina, poi alla scuola di specializzazione in microbiologia, poi ai primi passi nella professione; io parroco di un piccolo paese di campagna, Caprona, a un salto da Pisa, e insieme docente di teologia a Firenze. Era un rapporto quasi da padre a figlio: è così che la sua vicenda e la sua terra mi sono entrate nel cuore.
[…]

Da Prefazione di don Severino Dianich
in Cercate l'Angkar : il terrore dei Khmer rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano Diego Siragusa, Bovannrith Tho Nguon



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