Maurice e Jeanne
Michaud camminavano l’uno dietro l’altro sulla strada spaziosa
costeggiata da un
filare di pioppi,
ed erano circondati,
preceduti, seguiti da una moltitudine di fuggiaschi.
[…]
Malgrado la stanchezza, la fame, la preoccupazione, Maurice
Michaud non si sentiva troppo infelice. Aveva una struttura mentale
particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era, ai
suoi occhi, quella creatura rara e insostituibile che ogni uomo vede quando
pensa a se stesso. Per quei compagni di sventura provava pietà, ma una pietà
lucida e fredda. Dopo tutto, pensava, queste grandi migrazioni umane sembrano
governate da leggi naturali.
Certi periodici spostamenti di massa probabilmente sono
necessari alle popolazioni come la transumanza lo è per le greggi. E trovava in
questo uno strano conforto. Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si
accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui
ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti
uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo)
piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme,
stringendosi al petto i figli …
Eppure nessuno aveva mai pensato a tutti quei morti con
partecipazione affettuosa: per i loro discendenti non contavano più di polli
sgozzati. Immaginò le loro ombre dolenti materializzarsi davanti a lui sulla
strada e mormorargli all’orecchio:
«Abbiamo conosciuto tutto questo prima di te. Perché
dovresti essere più fortunato di noi?»
Vicino a lui, una grossa comare gemeva:
«Non si è mai visto un orrore simile!».
«Si è visto, signora, si è visto» rispose lui con dolcezza.
Ancora non erano stati
presi di mira dalle mitragliatrici.
Quando accade, sulle
prime non capirono niente. Sentirono il fragore di un’esplosione,
poi di un’altra, e delle grida: «Si salvi chi
può! A terra! Giù, mettetevi giù!». Si buttarono all’istante faccia a terra, e
Jeanne pensava confusamente: «Come dobbiamo essere grotteschi!».
Non aveva paura, ma il
cuore le batteva così forte che se lo premeva, ansimante, con tutte e due le
mani e lo teneva appoggiato contro una pietra.
Sentiva un filo d’erba
con in cima una campanula rosa sfiorarle la bocca, e in seguito si ricordò che
mentre stavano distesi lì una farfalla bianca volava senza fretta da un fiore
all’altro.
Finalmente sentì una
voce che le diceva all’orecchio: «è
finita, se ne sono andati». Si rialzò e si rassettò meccanicamente la gonna
impolverata. Nessuno, così almeno le parve, era stato colpito.
Ma ripreso il cammino
videro i primi morti: due uomini e una donna.
I loro corpi erano
dilaniati, ma stranamente i volti erano rimasti intatti, volti così scialbi,
così banali, con un’espressione meravigliata, compunta e stupida come se
cercassero invano di capire cosa gli stava succedendo – così poco all’altezza
di una morte guerriera, mio Dio, così poco all’altezza della morte. La donna,
in tutta la sua vita, doveva aver pronunciato solo frasi del tipo: «I porri
sono ancora aumentati di prezzo», oppure: «Chi è quel sudicione che ha sporcato
i miei vetri?».
Ma che ne posso sapere,
disse Jeanne tra sé, forse dietro quella fronte bassa, sotto quei capelli
spenti e scarmigliati c’erano tesori di intelligenza e di tenerezza. E cos’altro
siamo noi, io e Maurice, agli occhi della gente se non una coppia di poveri
impiegatucci?
In un senso è vero, ma in un altro siamo
esseri preziosi e rari.
So anche questo. «Che
scialo immondo» pensò ancora.
Si appoggiò alla spalla
di Maurice, tremante e con le guancie bagnate di lacrime.
SUITE
FRANCESE
Irène
Némirovsky
ADELPHI VINTAGE 2011

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