martedì 3 dicembre 2013

lo sguardo di chi fugge


Maurice e Jeanne Michaud camminavano l’uno dietro l’altro sulla strada spaziosa

costeggiata da un filare di pioppi,

ed erano circondati, preceduti, seguiti da una moltitudine di fuggiaschi.

 
[…]

 
Malgrado la stanchezza, la fame, la preoccupazione, Maurice Michaud non si sentiva troppo infelice. Aveva una struttura mentale particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era, ai suoi occhi, quella creatura rara e insostituibile che ogni uomo vede quando pensa a se stesso. Per quei compagni di sventura provava pietà, ma una pietà lucida e fredda. Dopo tutto, pensava, queste grandi migrazioni umane sembrano governate da leggi naturali.

Certi periodici spostamenti di massa probabilmente sono necessari alle popolazioni come la transumanza lo è per le greggi. E trovava in questo uno strano conforto. Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme, stringendosi al petto i figli …

Eppure nessuno aveva mai pensato a tutti quei morti con partecipazione affettuosa: per i loro discendenti non contavano più di polli sgozzati. Immaginò le loro ombre dolenti materializzarsi davanti a lui sulla strada e mormorargli all’orecchio:

«Abbiamo conosciuto tutto questo prima di te. Perché dovresti essere più fortunato di noi?»

Vicino a lui, una grossa comare gemeva:

«Non si è mai visto un orrore simile!».

«Si è visto, signora, si è visto» rispose lui con dolcezza.

 

 

Ancora non erano stati presi di mira dalle mitragliatrici.

Quando accade, sulle prime non capirono niente. Sentirono il fragore di un’esplosione,

 poi di un’altra, e delle grida: «Si salvi chi può! A terra! Giù, mettetevi giù!». Si buttarono all’istante faccia a terra, e Jeanne pensava confusamente: «Come dobbiamo essere grotteschi!».

Non aveva paura, ma il cuore le batteva così forte che se lo premeva, ansimante, con tutte e due le mani e lo teneva appoggiato contro una pietra.

Sentiva un filo d’erba con in cima una campanula rosa sfiorarle la bocca, e in seguito si ricordò che mentre stavano distesi lì una farfalla bianca volava senza fretta da un fiore all’altro.

Finalmente sentì una voce che le diceva all’orecchio:  «è finita, se ne sono andati». Si rialzò e si rassettò meccanicamente la gonna impolverata. Nessuno, così almeno le parve, era stato colpito.

Ma ripreso il cammino videro i primi morti: due uomini e una donna.

I loro corpi erano dilaniati, ma stranamente i volti erano rimasti intatti, volti così scialbi, così banali, con un’espressione meravigliata, compunta e stupida come se cercassero invano di capire cosa gli stava succedendo – così poco all’altezza di una morte guerriera, mio Dio, così poco all’altezza della morte. La donna, in tutta la sua vita, doveva aver pronunciato solo frasi del tipo: «I porri sono ancora aumentati di prezzo», oppure: «Chi è quel sudicione che ha sporcato i miei vetri?».

Ma che ne posso sapere, disse Jeanne tra sé, forse dietro quella fronte bassa, sotto quei capelli spenti e scarmigliati c’erano tesori di intelligenza e di tenerezza. E cos’altro siamo noi, io e Maurice, agli occhi della gente se non una coppia di poveri impiegatucci?

 In un senso è vero, ma in un altro siamo esseri preziosi e rari.

So anche questo. «Che scialo immondo» pensò ancora.

Si appoggiò alla spalla di Maurice, tremante e con le guancie bagnate di lacrime.

 

SUITE FRANCESE

Irène Némirovsky

ADELPHI VINTAGE 2011

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