giovedì 3 ottobre 2013

di Antonio Tabucchi

Comincerei col citare un poeta con una poesia che si intitola Consiglio. E dice, più o meno (cito a memoria): «circonda di grandi muri colui che sogni di essere» (non “che sei”, sottolineo, ma “che pensi di essere” o “che sogni di essere”). E mi pare che continui così (naturalmente sto facendo una parafrasi): «Poi laddove il giardino è visibile attraverso il portone inferriato, metti per quanto puoi dei fiori allegri così che gli altri ti conoscano soltanto in questo modo. Ma dove nessuno può arrivare a vedere, non mettere niente, fai delle aiuole come le hanno gli atri dove gli sguardi altrui possono guardare il tuo giardino come glielo mostri. Ma dove stai tu e dove non arriva lo sguardo di nessuno lascia che i fiori crescano spontaneamente  insieme alle erbe selvatiche. Fai di te stesso un doppio essere guardato, e che nessuno che guardi possa sapere più al di là di un giardino chi tu sei se non un giardino ostensivo e riservato dal quale spunta il fiore della terra e un’erba così povera che neanche tu  riesci a vederla».
Bene, con un discorso sul filosofico e piuttosto complicato, Fernando Pessoa (era una sua poesia), consiglia una cosa semplicissima: di non far entrare la nostra vita nella nostra scrittura o, perlomeno, di metterla o immetterla in modo tale che essa non possa immediatamente essere decifrata. Egli suggerisce di dare una scenografia, che non necessariamente è falsa, ma è coltivata. Perché i fiori delle aiuole non sono falsi, sono dei fiori veri quelli che egli consiglia di mettere in mostra. Insisto: non sono fiori posticci, dunque, ma fiori coltivati. Ciò che si deve mostrare agli altri, dice insomma Pessoa, è una cosa coltivata, di serra; la nostra natura più vera, che spunta dalla terra come le erbe selvatiche, quella deve essere nascosta.


Antonio Tabucchi
Storie che non sono la mia
Da DOMENICA de IL SOLE24ORE
22 settembre 2013

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