mercoledì 24 dicembre 2014

auguri

Misha era un orsacchiotto di peluche. Aveva le piante dei piedi in velluto rosso, due bottoncini da stivaletto per occhi e un naso di fiocchi di lana.
Apparteneva ad una bambina capricciosa, che a volte lo colmava di coccole e a volte lo sbatteva di malagrazia sul pavimento prendendolo per le delicate orecchie di stoffa.
Così, un bel giorno, Misha prese la più grande decisione della sua vita: scappare. Approfittò della confusione dei giorni che precedevano il Natale, infilò la porta e si riprese la libertà.
Se ne andò nella neve battendo i tacchi, felice come non era mai stato. In ogni angolo faceva scoperte meravigliose: gli alberi, gli insetti, gli uccelli, le stelle. Misha sgranava gli occhi: era tutto così incredibilmente bello.
Venne la sera di Natale, quella in cui tutte le creature sono invitate a fare una buona azione. Misha sentì i sonagli di una slitta. Era una Renna che correva tirando una slitta carica di pacchetti avvolti in carta colorata.
La Renna vide l'orsacchiotto, si fermò e gli spiegò, con molta cortesia che sostituiva Babbo Natale, il quale era troppo vecchio e malandato e con tutta quella neve non poteva andare in giro a piedi.
La Renna invitò Misha a salire.
E così Misha cominciò a girare città e paesi sulla slitta magica di Babbo Natale. Era proprio lui che deponeva in ogni camino un giocattolo o un regalino confezionato apposta. Si divertiva, era pieno di gioia. Se fosse rimasto il piccolo saggio giocattolo, avrebbe mai conosciuto una simile notte?
Ed ecco che si arrivò all'ultima casa: una povera capanna ai margini del bosco. Misha cacciò la mano nel gran sacco, cercò, frugò: non c'era più niente!
"Renna, o Renna! Non c'è più niente nel tuo sacco!".
"Oh!" gemette la Renna.
Nella capanna viveva un ragazzino ammalato. L'indomani, svegliandosi, avrebbe visto le sue scarpe vuote davanti al camino? La Renna guardò Misha coi suoi begli occhi profondi.
Allora Misha sospirò, abbracciò con un colpo d'occhio la campagna dove gli piaceva tanto gironzolare tutto solo e, alzando le spalle, mettendo avanti una zampa dopo l'altra, uno due, uno due, per fare la sua buona azione di Natale, entrò nella capanna, si rannicchiò in una scarpa e aspettò il mattino.

venerdì 5 dicembre 2014

Esiste davvero

Stava per cominciare a pensare a quello, e all’infossatura inondata di amarezza che aveva nel cuore, quando quella donna straniera lo stupì aprendo il libro e porgendoglielo.
Lo aveva aperto in corrispondenza di una pagina che mostrava lo schizzo di una figura dalle sembianze umane che si stringeva il petto. Se per il dolore o per la passione, Taban non riuscì a stabilirlo. Era un disegno semplice, ma fu come cibo per gli affamati. Lui avrebbe voluto fissarlo, studiarne ogni linea, vedere come era stato realizzato.
Ma, troppo rapidamente, lei ritrasse il volume e lo aprì su un’altra pagina e cominciò a leggere, con la mano posata sul collo. E mentre il ragazzo la osservava, seguendo l’andamento della sua voce, cominciò a capire che per lei i libri significavano quello che i suoi disegni significavano per lui.
Erano (si sforzò di tradurlo in parole nella sua mente) un’evasione - no, di più – un’espressione del bisogno di staccarsi dalla propria limitatezza per unirsi all’Essere-dalle-cento-gambe, ai raggi del sole.


LA BIBLIOTECA SUL CAMMELLO
Masha Hamilton

venerdì 7 novembre 2014

conoscendo Pavel Aleksandrvic Florenskij

Uno dei primi frutti della perestrojka della fine degli anni ottanta è stato la riabilitazione di alcuni importanti esponenti del mondo politico, culturale, scientifico ed ecclesiale russo, precedentemente condannati a scomparire a causa della loro incompatibilità con l’ufficiale ideologia marxista del governo sovietico. Tra essi occupa un posto del tutto particolare Pavel Aleksandrvic Florenskij, oggi riscoperto come uno dei massimi pensatori cristiani del Novecento.
Quelli che lo hanno conosciuto personalmente parlano di lui come di un uomo dotato di un misterioso fascino con cui s’imponeva quasi naturalmente, senza volerlo, a chi gli stava accanto. Molti dei suoi contemporanei provavano l’impressione di avere a che fare con una persona dalle eccezionali qualità umane, intellettuali e spirituali. Tuttavia aveva un aspetto esteriore e un comportamento che sembravano voler produrre un effetto del tutto contrario: l’aria di una segreta ombrosità, leggermente curvo, timido, con gli occhi sempre abbassati, parlava silenziosamente con flebile voce.
Ciò che affascina della sua persona è senz’altro il genio. Un genio straordinario, determinato dalle sue particolari qualità intellettuali, dai suoi vasti interessi e dall’alta competenza interdisciplinare che gli permetteva di lavorare con molta audacia come matematico, fisico, chimico, teologo, filologo, filosofo, storico delle religioni, poeta, conoscitore e teologo dell’arte. Non a caso si parlava di lui, tra i suoi amici ed estimatori, come di un Leonardo da Vinci, di un Platone o di un Pascal russo.
Florenskij, comunque, affascina anche per la sua singolare esperienza di vita, caratterizzata da un’inquieta e tenace ricerca del senso dell’esistenza. Fin da bambino sente - in una maniera del tutto insolita – un’irresistibile attrazione per la natura, percependo dietro ogni fenomeno la maestosa presenza dell’Infinito e intravedendo un’unità mistica del tutto. E anche se nel periodo dell’adolescenza viene invaso da un bruciante desiderio, accompagnato dalla frenetica attività dello studio, di conoscere e spiegare scientificamente il funzionamento del «meccanismo» interno della natura, egli non si chiude nel guscio di chi pensa di aver già capito il «mistero» della vita: ha il coraggio di riconoscere di essersi accostato solo al punto di partenza di una lunga stradadi ricerca non tanto intellettuale quanto, prima di tutto, spirituale, verso la conoscenza della Verità e del Senso.
Gli anni di studio all’Università di Mosca ne sono testimonianza. Rifiutando il positivismo e le idee nichiliste del materialismo e soggettivismo razionalista, Florenskij va in cerca di maestri di «ampio respiro».
[…]
Un’importante svolta si verifica quando, non appagato dalla sua convinzione, puramente intellettuale e filosofica, relativa all’esistenza di Dio, decide di testimoniare la fede come membro della Chiesa ortodossa russa. Una scelta che suscita stupore nei suoi amici e compagni d’università, per niente attratti dal formalismo religioso e dalla sterilità sociale, culturale e intellettuale della Chiesa del tempo.
Florenskij s’innamora della tradizione antica e dei Padri della Chiesa e dei tesori sapienziali della Sacra Scrittura, si lascia catturare dall’intenso clima spirituale delle lunghe celebrazioni della liturgia bizantina, studia con fervore la teologia ortodossa, divenendo sempre più sicuro dell’amore paterno  e misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, sempre più persuaso che il cristianesimo non è altro che la chiamata a diventare fratelli in Cristo, figli di un unico Padre.
La scoperta della Chiesa, concretizzata nella decisione di mettersi al suo servizio come sacerdote, cambia la vita del giovane Pavel, così come la cambia radicalmente il matrimonio con Anna e la nascita di cinque figli. Florenskij si dedica con particolare affetto alla famiglia, scoprendo che la vita familiare è fatta di momenti e gioie semplici che costituiscono i luoghi rivelatori della presenza di Dio.
Gli ultimi anni di vita di Florenskij sono una continua testimonianza della sua fedeltà alla strada intrapresa. Una strada certo non comoda, ma piena di difficoltà, soprattutto quando nel 1917, con la rivoluzione di ottobre, inizia in Russia la persecuzione dei cristiani […].
1937 – Viene fucilato, assieme agli altri cinquecento detenuti del lager di Solovki


PAVEL A. FLORENSKIJ
INVITO ALLA LETTURA DI LUBOMIR ZAK


lunedì 27 ottobre 2014

giochiamo!!!

Questo libro  è scritto per coloro che hanno interessi intellettuali ma non sono matematici; è scritto per letterati, artisti, cultori  di scienze umanistiche. Ho ricevuto moltissimo da loro e ora vorrei ricambiare, offrendogli a mia volta una presentazione della matematica perché comprendano che non ci muoviamo in ambiti troppo lontani. Amo la matematica non solo per le sue applicazioni tecniche, ma soprattutto perché è bella, perché l'uomo vi ha infuso il suo senso del gioco e perché essa lo ha messo nelle condizioni di affrontare il suo gioco più raffinato e impegnativo: la comprensione dell'infinito.

GIOCANDO CON L'INFINITO
Rozsa Péter
 
 
 


martedì 21 ottobre 2014

Adolescenza a settembre

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Settembre è mese di svolte e cambiamento. È mese di passaggio e malinconia sì, ma anche di luce. Luce forte ed accecante seppur quasi autunnale. Aria frizzante e luce che fa tremolare la marina (vedi alla voce D’Annunzio). Mese di mare che da azzurro diviene verde. Mare: l’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti, sempre dannunziana memoria.
Per me l’anno nuovo è sempre iniziato in settembre e non invece a gennaio. Come la fine dell’anno è per me a giugno e non a dicembre.
Settembre era la fine dell’estate che creava angoscia, ma anche eccitazione per l’inizio della scuola, per il ritrovare i compagni di classe e i professori dopo tre mesi di vacanza.
[…]
In questo periodo il tragitto per accompagnare  e andare a prendere mia figlia da scuola è un continuo vai e vieni di gruppi di adolescenti che fanno lo slalom fra i marciapiedi e le automobili, che sembrano indossare alla perfezione le parole di Erri De Luca «l’adolescenza è una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze». Sembra un periodo che non finisce mai l’adolescenza. È un periodo che non vedi l’ora che passi, che i tuoi genitori non vedevano l’ora che ti passasse… e invece? Ti ritrovi poi, madre di tre figli, ad averne nostalgia (Ah perché non sono io co’ miei pastori?...)
Ruberò un espressione Nick Luxmoore – psicologo e autore di testi sull’adolescenza – per scrivere di Alessandro D’Avenia: «adolescente col cuore a mille».

segue in :  
                        Alessandro D’Avenia: un cuore a forma di orecchio
                       Ilenia Beatrice Protopapa
                      ROCCA, n°19, anno 73°


martedì 14 ottobre 2014

sguardo infinito

Mentre giacevo sulla roccia, ascoltando il sommesso sciabordare delle onde e abbandonandomi a quei pensieri tristi e strani, erano comparse sempre più stelle, cancellando l’individualità della Via Lattea e riempiendo tutta la volta celeste. E lontano, lontano, in quell’oceano d’oro, le stelle cadevano silenziose, andavano incontro al loro destino, fra quei miliardi di miliardi di luci dorate che sembravano fondersi alla mia vista. E al levarsi silenzioso di innumerevoli velari, ho visto stelle dietro stelle dietro stelle, come nei magici cinema della mia infanzia. E ho tuffato lo sguardo nel centro immenso e sfumato dell’universo che si stava lentamente rivoltando come un guanto. Mi sono addormentato e nel sonno ho avuto l’impressione di udire un canto.
 
IRIS MURDOCH
Il mare, il mare

domenica 13 luglio 2014

condotti

«Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
anche se ha vie ripide e dure.
E quando vi parla , credete in lui,
anche se la sua voce
può disperdere i vostri sogni.
L’amore non dà nulla fuorché se stesso
E non raccoglie nulla se non da se stesso.
L’amore basta all’amore.
Quando amate non dovreste dire:
“Ho Dio nel cuore”.
Dite piuttosto:
“Sono nel cuore di Dio”.
E non crediate di condurre l’amore,
perché se vi scopre degni di sé
è lui che vi conduce».

Gibran, Il Profeta

mercoledì 11 giugno 2014

sognando un viaggio all'Avana ho incontrato questa storia

Questa non è un'opera di fantasia.
Ma l'autore vorrebbe che lo fosse.
Noi miglioriamo quando diventiamo letteratura,
tutti, senza eccezione,
e quando il passato si fa romanzo
i nostri ricordi si acuiscono.

Il ricordo è la verità più potente.
Mostrami una storia che non è tinta dai ricordi
e non vedrò che bugie.
Mostrami bugie non basate sui ricordi
e vedrò le bugie peggiori di tutte.

Se tutti i personaggi di questo libro sono immaginari,
loro non lo sanno ancora.

Ogni somiglianza con persone reali
fu preordinata prima della creazione del mondo.
Poco importa che non sempre i nomi coincidano.

Tutti  gli eventi e i dialoghi
vengono direttamente dall'immaginazione di Dio.
Così come l'autore stesso.
E il lettore.

Ciononostante, tutti noi siamo responsabili
delle nostre azioni.
Neppure Fidel sfugge a tutto questo.
Né il Che, né i suoi autisti, né la sua casa.
Né i tanti cubani che se la fecero addosso
prima di essere giustiziati.
Né i quattordicimila figli
che abbandonarono i loro genitori.
Né l'amore e la disperazione che li spinsero a fuggire.

ASPETTANDO LA NEVE ALL'AVANA

Carlos Eire




martedì 27 maggio 2014

nascere

Nel gennaio del 1998 il "Midwives Journal" pubblicò un articolo di Terri Coates intitolato "La figura della levatrice in letteratura". Dopo accurate ricerche Terri fu costretta a concludere che le levatrici non venivano praticamente mai menzionate in letteratura.
In nome del cielo, perché? I medici fanno bella mostra di sé tra le pagine di innumerevoli romanzi, dispensando perle di saggezza. Le infermiere, buone o cattive, non mancano di certo. Ma le levatrici? Si è mai sentito parlare di un romanzo che avesse come protagonista una levatrice?
Eppure il mestiere della levatrice è il materiale stesso del dramma e del melodramma. I bambini vengono concepiti nell'amore o nella lussuria, nascono nel dolore e nella sofferenza, sono causa di immensa gioia o atroci tormenti. Una levatrice assiste a tutte le nascite, si trova nel cuore della storia, vede e sente tutto. Perché allora continua a rimanere una figura in ombra, nascosta dietro la porta della sala parto?
Terri Coates termina il suo articolo con le parole "Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria".
Dopo aver letto quelle parole ho accettato la sfida.




CHIAMATE LA LEVATRICE
Jennifer Worth
Sellerio



venerdì 11 aprile 2014

il viaggio, la ricerca

Pensai a Danilo, le sue rughe di desolazione ai lati della bocca.
Solo, depresso, sotto psicofarmaci, disoccupato e sull'orlo dell'indigenza, disposto a spendere i suoi ultimi risparmi per avventurarsi in cerca di un guaritore, sperando che servisse ad avere indietro la sua vita. La stessa che lo aveva fatto ammalare. Pensai a questo, a quanto poco mi sentivo in grado di aiutarlo. Pensai e Kareen, alle notti in cui mordeva il cuscino per nascondere l'ennesima crisi di pianto, senza sapere che ero sveglio e la sentivo. Pensai a quello che le avevo fatto. "Non sono riuscito ad amare abbastanza una donna."
"Si tratta di questo?"
"Non mi sento in grado di aiutare nessuno."
"Spiegati meglio."
"Vedo il dolore degli altri e non so cosa fare. Forse neppure me ne importa."
"Meglio", insistette.
"Vivo in un mondo in cui nessuno riesce più ad amare nessuno... Nessuno può comprendere nessuno, nessuno può credere in nessuno. Un mondo senza possibile amore", gemetti mentre l'acqua ci scendeva addosso, tiepida e ritmata.
Il cuore mi pulsava penosamente in gola.
"Non lo pensi davvero. Ami tuo fratello, ami il tuo amico. Amavi quella donna."
"Non basta."
"Cosa sarà successo di così tremendo, mi chiedo." Brother Lucius prese un respiro. Nell'aria c'erano sempre gli odori di incenso, di terra umida, ai quali si era aggiunto un aroma di resina, proveniente da qualche albero, così intenso da farmi bruciare gli occhi. "E siccome là fuori il mondo ti sembra troppo arido, pressoché finito," riprese con voce gentile, "hai deciso di stare rifugiato quaggiù."
"Non so dove altro andare," confessai. Ero sconvolto dal mio stesso flusso di sincerità.
"Se sul serio non hai più nulla da perdere, perché non metterti in gioco, mi chiedo. Perché non accettare di partire."
A mia volta presi un respiro. Ammisi: "è quello che dice Danilo."
"Allora vedi," disse Brother Lucius. "Sembra che il viaggio in fondo non sia tanto diverso, il tuo e quello del tuo amico. Potrebbe essere lo stesso viaggio."
[...] "E poi," sussurrò, "il deserto è un luogo interessante. C'è tanto spazio. Ti si amplia la vista. Nel deserto," sembrò una promessa "si vedono più cose."


[...]
GLI AMICI DEL DESERTO
Marco Mancassola




mercoledì 26 marzo 2014

il romanzo e la realtà quotidiana

Un bel mattino di luglio papà, suo malgrado, era uscito da un pezzo per andare alla Ghiacciaia mentre mamma, come al solito, in prefettura. Mi ritrovai solo, libero come Médor, il mio gatto. Nonostante fossi passato a pelo in seconda ginnasio, avevo acquisito il diritto di restare a letto il mercoledì che, diciamocelo, non era un buon giorno per il mercato. Dovevano essere le nove e mezza, quel mercoledì, Médor faceva le fusa ai piedi di un lenzuolo che copriva i miei piedi quando una delle sue orecchie si mise a fremere al suono stridente del campanello. DRRRRiiiiiiiiiinnnnnn DRRRiiiiiiiiiinnnnnn, squillo che avrebbe fatto sbraitare Sofinco fino alla morte. Leggevo una biografia di Cehov. Amavo le biografie. erano come manuali di istruzioni per l'uso per diventare ciò che si definisce un artista o, più volgarmente, un grand'uomo. Il genere biografico permette di fare sogni accessibili poiché sono già stati realizzati. Questo mi rassicurava. Immaginavo dunque di essere l'utore de La Signora col cagnolino quando il campanello risuonò facendo schizzare Médor tra le tende. Scesi in mutande e con una vecchia maglietta con su scritto 'Nucleare no grazie'.
"Buongiorno giovanotto: Yves Jégoult, ufficiale giudiziario o se preferisce funzionario del Ministero della Giustizia". Inutile dire che non preferivo nessuno dei due.
[...]
Vivemmo nella casa vuota per qualche settimana. Médor sembrava disorientato. Un vicino ci prestò la televisione. Sentii mio padre diventare un candidato al suicidio.Ebbe di quelle crisi addominali comunemente chiamate coliche. L'angoscia del pignoramento gli torceva le budella e lo spaventava a morte, Non aveva tanto fegato. Camminava di sghimbescio. Ah, torrpenn: rompiscatole (o rompicapo). Talvolta, la sera, sfinito, si addormentava tra una cucchiaiata e l'altra di minestra. Aveva lo sguardo vuoto del cocchiere.

FRUTTA & VERDURA
 
Anthony Palou


martedì 25 marzo 2014

le pieghe nei libri

Non si arrabbia. Non è terrorizzato.
Tutto cambia e nulla cambia, gli pare sia un detto di qualche saggio. Un saggio orientale, forse tibetano. Per una sciocca associazione di idee gli viene in mente Mo Yan, i suoi bellissimi romanzi, poi Tzu alle prese con Hemingway (chissà se gli piace), infine si ferma a pensare alle pighe nei libri. Anche quel vizio scomparirà, finiranno le barricate tra chi non ammette le "orecchie" e chi invece ne ha fatto una regola. Annusare il libro appena preso, infilarci il naso dentro. Sentire frusciare le pagine fra le dita. Scagliarlo contro qualcuno.
"Non puoi lanciarmi Kafka! E' immortale"
Schiacciare un insetto fastidioso con un libro. Appoggiarci una birra sopra.
"Be', almeno come sottobicchiere è utile!"
Scrivere una dedica impiegandoci un'ora. Appuntarsi un numero di telefono. Una frase. Un nome.
Trovare libri vecchi con sottolineature di chhissà chi. Aprirne uno e veder scivolare via, a terra, una pagina che non ha retto allo scorrere del tempo. Leggere solo quella pagina. Rimetterla al suo posto, posizionare il libro con delicatezza tra altri due, magari robusti, così che gli stiano vicino e lo sorreggano. Addormentarsi con un libro sul petto. Infilarne uno nella buca delle lettere di un amico.
Leggere un libro al bar, non curandosi troppo del vino che gli è caduto sopra. Si asciugherà.
Ettore tocca la spalla del libraio.
"C'è un cliente."

LA LIBRERIA DELL'ARMADILLO
 
Alberto Schiavone


mercoledì 26 febbraio 2014

ORRORE: “colpevoli solo di studiare”

Abuja, 25. Nuova strage in Nigeria e ancora una volta a essere colpiti sono stati degli indifesi, colpevoli solo – come in questo caso – di studiare. Non è la prima volta che la violenza fondamentalista colpisce le scuole, evidentemente ritenute pericolose perché capaci di creare spazi di libertà e di interrompere la spirale della violenza. Forse per questo i miliziani islamisti di Boko Haram hanno attaccato un collegio del nord-est della Nigeria, uccidendo almeno 29 studenti. La notizia è stata diffusa da fonti della polizia. Molte delle vittime sono morte tra le fiamme appiccate all’edificio, che è stato completamente raso al suolo […]

L’OSSERVATORE ROMANO
Anno CLIV n. 46, mercoledì 26 febbraio 2014

venerdì 21 febbraio 2014

La meravigliosa pratica della LETTURA

L’amore per il libro e per la lettura l’ho appreso a scuola. Più tardi avrei trovato espresso in Giovanni Gentile il criterio pedagogico che giustifica quel che è capitato a me e a chissà quanti altri. «Ogni maestro – dice Gentile – deve avere un sano ed esatto concetto della lettura, che è il focolare maggiore della cultura scolastica che il maestro possa accendere». E io ebbi la fortuna di trovare in terza elementare, dopo l’ottima maestra che avevo avuto in prima e seconda, la signorina Maria Conte, un educatore di pari valore, il maestro (allora a Napoli tutte le maestre erano «signorine» e tutti i maestri erano «professori») Luigi Sala.
[…]
Sala fin dai primi giorni di scuola dedicava almeno un’ora alla lettura dei libri che riteneva più interessanti per noi, ricordo che ci lesse fra gli altri il libro Cuore, Pinocchio, più di uno dei romanzi di Salgari. Era un lettore formidabile. Dava espressione vibrante e delicata, ammiccante o ingenua, a seconda dei casi, a ogni pagina, per non dire a ogni parola. Ancora nell’orecchio mi risuona la sua voce, che non era di napoletano, ma ugualmente familiarissima[…].
Noi tra la piccola vedetta lombarda e il piccolo scrivano fiorentino, gli Appennini e le Ande, Sandokan e il Corsaro Nero, mastro Geppetto e Pinocchio, lo seguivamo con un’attenzione totale. Era, in effetti, la lettura, uno dei pochi casi in cui non aveva corso l’indomabile e indisciplinata irrequietezza napoletana di quella masnada di scugnizzi che eravamo noi alunni.
[…]
Non so se ora, finita alle elementari l’epoca dell’unico insegnante, o se già prima quando ancora c’era l’unico insegnante, o se con l’avvento di computer e tablet e altri ordigni del genere, vi sia ancora la pratica di lettura in classe come quelle che a noi faceva il maestro Sala. Tendo a credere di no, ricordando che già Umberto Saba, con quel suo stile così colloquiale e poeticamente efficace, notava in una sua lirica: «Un giorno / fu che tornavo di scuola. Il maestro / ci aveva fatta, e ad alta voce, come / allora usava le lettura». «Allora usava»: quindi non più alquanto dopo la guerra, quando Saba scriveva. Vero è che ora, coi nuovi strumenti informatici e informavi a disposizione, non è cambiato solo l’ordine delle strumentazioni e delle cose. È cambiato il quadro delle necessità, delle possibilità, dell’immaginario, dei desideri e delle speranze. È cambiato il contesto, e sarebbe addirittura sciocco istituire confronti a metro e a senso unico. Tuttavia, se si potesse spezzare una lancia in favore della lettura, bisognerebbe farlo. Anche la lettura è una istituzione della civiltà, e non è solo un fiore che fiorisce facilmente o del tutto spontaneamente. Vorrei citare ancora un poeta. «La lettura, il più difficile degli studi ed esercizi mentali – dice Carducci – voi conquistate col sudore della vostra fronte virile». Non badate a quel «virile». Non è un’affermazione maschilista e significa qui semplicemente «umana».
[…]
Leggere e conversare: due regole che in Italia  sono tutt’ora alquanto poco osservate.
[…]


Giuseppe Galasso
in Nuova Antologia, anno 148, ottobre-dicembre 2013, n. 2268

martedì 11 febbraio 2014

Cent’anni di nascita e rinascita : Etty Hillesum

Esther (meglio conosciuta come Etty) Hillesum, di cui ricorre il centenario dalla nascita (Middelburg, 15 gennaio 1914), ha progressivamente ottenuto considerazione nello spazio pubblico a motivo della sua vicenda personale. Il ricordo di questa donna ebreo olandese, morta probabilmente il 30 novembre 1943 nel campo di concentramento  di Auschwitz, viene tramandato da lei stessa, attraverso il racconto degli ultimi due anni della sua vita, contenuto in un Diario, composto da 11 quaderni (di cui uno smarrito), 79 Lettere sinora ritrovate, da lei inviate a persone di sua conoscenza e altre 6 a lei indirizzate da familiari e amici. Si tratta di quasi mille pagine di testi.
[…]
Gli inizi della sua vicenda umana non furono contraddistinti da nessuna attenzione particolare. Se Marguerite Yourcenar, a cui Etty può essere accostata  per la comune sensibilità nel guardare la realtà con occhio limpido e profondo, auspicava che ogni nascita dovesse essere «quella di un bambino atteso con amore e rispetto, che porta in sé la speranza del mondo», quella della Hillesum fu un origine segnata  da un contesto familiare oggettivamente compromesso e faticoso. «In questa famiglia è come se qualcosa rosicchiasse senza sosta la mia vitalità, e a lungo andare qui io diventerei una zia acida, dimenticando completamente di essere in realtà una creatura tanto gioiosa e comunicativa» (D 146).
[…]
Il padre Levie (Louis), professore di lingue classiche e poi preside di ginnasio, era un ebreo non praticante, fortemente integrato nel contesto olandese. Ebbe molti problemi di relazione con gli studenti, e anche nello svolgere il suo ruolo paterno all’interno della famiglia.
La moglie di Louis Hillesum, Rebecca (Riva) Bernstein, era nata in Russia ed emigrata ad Amsterdam a motivo del pogrom del 18 febbraio 1907, assieme alla famiglia di origine. Riva morì col marito ad Auschwitz nel 1943, poco prima della figlia.
Dalla madre, Etty ereditò con decisa consapevolezza il sentimento di essere radicata  nel popolo e nella cultura russi. Riva era una donna molto estroversa, impegnata, caotica nell’organizzazione della vita familiare, dominava la scena domestica. Della madre, Etty scrive: «Non è una donna qualunque». E prosegue: «Il tragico è questo: qui giace un capitale di talento e valore umano, sia nella mamma che in papà, ma inutilizzato, o perlomeno non investito al meglio; qui si va sempre a sbattere contro problemi irrisolti e  repentini cambiamenti di umore; è una situazione caotica e triste che si rispecchia nell’andamento disordinato della casa» (D 136). Con il padre, e soprattutto con la madre, Etty  ebbe un rapporto conflittuale, che trovò pacificazione più per il cambiamento interiore della figlia durante gli ultimi due anni di vita che per quello dei genitori.
[…]
Il contesto familiare compromesso, in cui e contro cui Etty si trovò a crescere, fu lo sfondo su cui si stagliò una vicenda personale appassionante, che la portò a diventare «una ragazza straordinaria», con una storia gustosa e affascinante. «Continuiamo a crescere, viviamo di nuovo tutte le sorgenti e non solo di quelle della passione e la vita è buona e bella, anche se fredda» (D 405).
[…]

UN RITRATTO DI ETTY HILLESUM
A CENT’ANNI DALLA NASCITA
di Gabriele Semino
in La civiltà cattolica, n° 3626, 2014

lunedì 27 gennaio 2014

testimone di chiarezza e perseveranza

Sono sempre stato sicuro che ce l’avrei fatta, anche se questa convinzione si basava sul niente. Ho sempre avuto tanta gente che mi ha voluto bene. E c’è sempre stato un amico che mi incoraggiava: «Ma dai, insisti, fallo, fallo!».
Per il corso autori di Mediaset – dove ho conosciuto il capo-autore de Le Iene Davide Parenti, che mi ha cambiato la vita – compilavo la domanda su internet, saltava il collegamento e pensavo: «Va beh, non è destino!» E allora c’era qualcun altro che mi spronava: «Ma no, riprova!», quasi come se facessi un favore a lui.
Cito di continuo questo aneddoto di zia Gabriella. Ero seduto sul divano di velluto e guardavo Sipario. Mi ha chiamato zia Gabriella, titolare di un’agenzia di assicurazioni a Frosinone, preoccupata perché la mia fama di quello che era un disastro in famiglia si stava diffondendo. E mi ha chiesto: «Perché non vieni ad aiutarmi in estate?». Io ho pensato: «Ma sì, guadagno un po’…». Poi mi ha proposto di rimanere. Forse oggi sarei titolare dell’agenzia, perché mia zia è in pensione. Ma allora, tra fare l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Piuttosto preferivo realizzare video di matrimoni, perché avevo a che fare con la telecamera. In Italia non è come in America, dove passi da un lavoro all’altro: se io avessi fatto l’assicuratore e avessi guadagnato, con quale coraggio avrei mollato tutto per fare il cinema o la televisione? Allora, piuttosto, preferivo rimanere nel campo, a lato.
In realtà volevo fare il regista cinematografico. Solo che fare cinema è difficilissimo. Poi da Palermo. Avevo avuto qualche esperienza come assistente nei film Un tè con Mussolini e I cento passi, dove però, in pratica, facevo il dog sitter… Appunto, volevo fare il regista. Poi ho fatto l’autore televisivo. Ed è arrivato Il Testimone.
Quando ho proposto a Mtv questo programma, ricordo che c’era una schiera di persone… A Mtv è tutto in inglese e c’è la tendenza a curare i dettagli, l’estetica. La sigla iniziale di Very Victoria era girata in pellicola. Io venivo da Le Iene che non aveva la sigla per timore che la gente cambiasse canale. Giravano in pellicola e stavano un giorno a girare un promo: qualcosa di impensabile per me. Facendo televisione in quel modo, mi dicevano: «Usiamo solo una tele camerina? Forse ci vorrebbe un fonico». Invece, la sensazione deve essere che io arrivo e dopo un po’ la gente si dimentica che c’è la televisione. Ricreo una situazione come se non fossi là per fare televisione, perché in realtà io sono là anche per levarmi delle curiosità. Sono convinto che questa sia la miglior televisione. E mi stupisco, ma mi fa piacere, che la gente non lo faccia; altrimenti saremmo in troppi.
[…]

Pif, il Testimone che indaga la realtà
Pierfrancesco Diliberto

Vita e Pensiero, n°6, 2013

venerdì 17 gennaio 2014

Dalla creatività di Silvia… al piccolo Francesco Maria che sta aspettando di venire al mondo

Talenti
Alessandro D’Avenia
Qualche giorno fa un ragazzo di 17 anni mi ha chiesto come fare a scovare il suo talento. Sono molti a scrivermi al riguardo, dato che ne parlo molto sul blog, nei libri, articoli e incontri.
Dopo cinque anni di scuola con i miei ragazzi che, per continuità didattica, ho la fortuna (mia, non loro) di seguire dal primo anno alla maturità, posso dire con discreta certezza quale sia il loro talento: il loro modo di stare al mondo.
Il talento è la forza di gravità che porta un uomo e una donna ad occupare il proprio posto nel mondo, perché è il suo modo unico e irripetibile di relazionarsi con il mondo (il creato, gli altri, Dio).
Un mio amico architetto mi ha spiegato qualche giorno fa che il suo “talento” è nato dal fatto che, avendo perso il padre da bambino ed essendo il maggiore dei fratelli, ha dovuto risolvere mansioni spesso paterne in famiglia. Che c’entra con l’architettura? Una delle prime cose che gli capitò di dover risolvere ancora dodicenne fu un trasloco e toccò a lui ricostruire in pianta la nuova casa e collocare i mobili della vecchia, così da capire cosa portare, dove collocare ogni pezzo. Una mancanza lo ha reso creativo.
Il talento è un insieme complesso di caratteristiche maturate durante l’infanzia (soprattutto) e l’adolescenza (il loro emergere), frutto di predisposizione naturale e di fattori ambientali, che non si ripetono mai due volte, neanche in due gemelli.
Il mio amico architetto mi spiegava che il suo non è altro che un modo di rapportarsi al mondo, di guardare le cose, maturato da quando era bambino e che lui non fa altro che applicare a tutto lo spazio circostante, con l’idea di metterlo in ordine e di renderlo funzionale per gli altri.
L’esempio del mio amico mostra che la privazione genera creatività. Si sa che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento, un bastone che diventa una spada. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai, sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane bloccato.
“Lasciate che i bambini vengano a me”, indica la necessità di essere bambini per accedere a Dio. Solo il bambino che è in noi può accedere, perché suo è il regno dei cieli, cioè il luogo in cui la chiamata di Dio, con i talenti ricevuti, è evidente.
Mi fa sorridere quando qualche ragazzo mi dice che Dio non parla, non dice niente. Io rispondo: parla anche troppo, nel quotidiano. Attraverso un libro, le parole di un amico o di un passante, ma soprattutto attraverso i nostri desideri, le nostre idee, i nostri limiti, i nostri talenti.
A volte chiedo ai miei ragazzi di stilare una lista di “10 cose che amano fare” e di “10 cose che sanno fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide ecco emergere il talento. Si può amare ballare ma essere scoordinati: non si ha talento. Si può saper ballare ma non amare farlo: non si ha talento. La scrittrice Flannery O’Connor a chi le chiedeva perché scriveva racconti rispondeva: “Perché mi riesce bene”. E amava farlo più di ogni altra cosa. I risultati sono capolavori.


Oggi mi sono guardata allo specchio e mi sono fermata a riflettere. Una volta chiedevo a Dio quattro o cinque centimetri di altezza in più, ma in cambio lui mi ha resa alta come il cielo, talmente alta che non sono più in grado di misurarmi. Così ho deciso di offrirgli le cento rakat nafl che gli avevo promesso se mi avesse fatto crescere. Io amo Dio. Ringrazio il mio Allah. Gli parlo tutto il giorno. Lui è il più grande. Donandomi questa diversa altezza da cui parlare alla gente, Lui mi ha conferito anche grandi responsabilità. La pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione – questo è il mio sogno. L’istruzione per ogni bambino e bambina del mondo. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio.
Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato, ma io no.

Quando frequentavo l’oratorio non mi rassegnavo all’idea di essere brevilineo: ero convinto che prima o poi risvegliandomi, un mattino, avrei faticato a entrare nei miei pantaloni…ma non accadeva niente.
Verso gli 11-12 anni, alle medie, chiedevo a Dio di farmi diventare alto, glielo chiedevo con tutto il cuore. Fammi diventare altro! Fammi diventare alto! Era insopportabile una vita sotto il metro e cinquanta: i compagni mi deridevano, le compagne mi ignoravano. Fammi diventare alto, ti prego! Non mi ha ascoltato. Apparentemente. In quegli anni non avevo un’ottima opinione di Lui: non mi ascoltava mai, e la lista delle richieste inesaudite era diventata lunghissima. Ma poi, da grande, forse ho capito. Ho compreso che quello che chiedevo a Lui, non solo era possibile, ma era già realizzato. Il Signore ci ascolta sempre, bisogna solo stare attenti a cosa gli si chiede. A proposito, Giacomo, cos’hai chiesto? Alto o grande?
Dal libro Alto come un vaso di gerani  di Giacomo (del trio Aldo, Giovanni e Giacomo).

giovedì 16 gennaio 2014

La bibliotecaria e il bandito

"Ma circa tre settimane dopo questi drammatici avvenimenti, ci fu un altro incidente con i briganti!
In pieno giorno piombò in biblioteca il Capo dei Briganti in persona.
- Mi salvi! - gridò -. Ho un poliziotto alle calcagna!
La signorina Gentilucci gli lanciò uno sguardo glaciale.
- Mi dica piuttosto come si chiama, e faccia in fretta!
Il Capo dei Briganti fece un salto indietro. Si leggeva un'espressione di orrore attraverso la sua folta barba nera.
- No, no! - gridò -. Tutto, ma questo no!
- Presto! - ripetè la signorina Gentilucci -. Altrimenti non avrò più il tempo di aiutarla.
Il Capo dei Briganti si sporse oltre il bancone e le bisbigliò il proprio nome: - Salvatore Benvenuto...
La Signorina Gentilucci non riuscì a trattenere un sorriso. Il nome, effettivamente, sembrava strano per un tale personaggio...
- A scuola mi avevano soprannominato Malfattore Malvenuto! -, gridò lo sventurato brigante. E' questo soprannome che mi ha portato sulla strada del crimine! Mi nasconda, cara signorina Gentilucci, se no quelli mi prendono!
La signorina Gentilucci gli incollò un'etichetta con un numero, come se fosse stato un libro della biblioteca, e lo collocò su uno scaffale, tra gli autori il cui nome cominciava con la lettera B.
Il brigante era classificato in ordine alfabetico. Mettere in ordine alfabetico è una delle abitudini dei bibliotecari.
Il poliziotto che stava dando la caccia al Capo dei Briganti arrivò trafelato in biblioteca. Era un tipo molto veloce, ma aveva fatto tardi perché era caduto addosso a un bambino che guidava un triciclo.
- Signorina Gentilucci - disse il poliziotto - ho rincorso un famoso capo di briganti fino alla Sua biblioteca. Ma..., sbaglio o è là, su uno scaffale alla lettera B?! Posso portarlo via, per favore?
- Certo - rispose amabilmente la signorina Gentilucci - ha la tessera del prestito?
Il poliziotto rimase di stucco.
- Eh, la tessera?... Temo di averla dimenticata a casa; la uso come segnalibro della mia Guida pratica per catturare i briganti.
La signorina Gentilucci gli rivolse un cortese sorriso. - Mi dispiace, ma senza la tessera di prestito non si può portar via niente dalla biblioteca.
Il poliziotto fece lentamente di sì con la testa. Sapeva che era vero: non si poteva portar via niente dalla biblioteca senza la tessera personale di prestito. C'era tanto di regolamento scritto.
- Corro subito a casa a prenderla - disse. - Non abito molto lontano di qui.
- Vada, allora - disse amabilmente la signorina Gentilucci.
Il poliziotto uscì in tutta fretta dalla biblioteca, facendo scricchiolare i suoi grossi scarponi.
La signorina Gentilucci andò verso lo scaffale della lettera B e tirò giù il Capo dei Briganti.
- Ed ora, mi dica, che cosa è venuto a fare qui? - gli domandò in tono un po' burbero.
Il Capo dei Briganti non si lasciò però trarre in inganno. In realtà, lei era molto contenta di vederlo.
- Signorina Costanza - rispose, - i miei uomini sono irrequieti. Da quando lei ha raccontato loro quelle storie, la sera si annoiano. Prima avevamo l'abitudine di sederci intorno a un falò a cantare delle canzoni un po' sguaiate e a raccontarci storielle piuttosto pesanti. ma adesso i miei uomini hanno perso ogni interesse per queste cose. Vogliono ascoltare ancora Pinocchio, L'isola del tesoro ed altre storie di re e buffoni. Oggi sono venuto ad iscrivermi alla biblioteca e a prendere dei libri per loro. Che devo fare? Non ho il coraggio di andarmene di qui a mani vuote, ma il poliziotto può tornare da un momento all'altro. Si arrabbierà molto con Lei se non mi troverà più qui?
- Con lui me la vedo io - rispose sorridente la signorina Gentilucci.
- Qual è il suo numero? Ah, sì. Beh, quando il poliziotto tornerà, gli dirò che qualcuno L'ha presa in prestito, e sarà la verità perché adesso La prendo in prestito io.
Il capo dei Briganti lanciò a Costanza Gentilucci uno sguardo eloquente.
- Ed ora - disse allegramente la signorina Gentilucci - si iscriva alla biblioteca e prenda qualche libro per i suoi poveri briganti.
- Ma se io mi iscrivo, posso portarLa via? - domandò il Capo dei Briganti con la sfrontatezza tipica dei briganti.
La signorina Gentilucci diventò tutta rossa e cambiò subito discorso. Consegnò al brigante dei meravigliosi libri d'avventure e in tutta fretta lo sospinse verso l'uscita.
Appena in tempo, perché subito dopo ecco ricomparire il poliziotto.
- Ed ora - disse il poliziotto estraendo la sua tessera personale di prestito - col Suo permesso vorrei portar via il Capo dei Briganti.
Aveva un'aria così fiduciosa che era proprio un peccato deluderlo.
Costanza Gentilucci lanciò un'occhiata verso lo scaffale della lettera B. - Oh - esclamò - sono desolata, ma qualcuno se l'è già portato via. Avrebbe dovuto prenotarlo.
Il poliziotto fissò prima lo scaffale poi la signorina Gentilucci. - Allora, posso prenotarlo? - domandò dopo un attimo di riflessione.
- Ma certo - rispose la signorina Gentilucci - devo però avvertirLa che l'attesa potrà essere lunga. Ci sono moltissime prenotazioni.
Dopo questi fatti, il Capo dei briganti veniva regolarmente in città, in gran segreto, a cambiare i libri. Era rischioso, ma pensava che ne valesse la pena.
I briganti leggevano sempre di più arricchendo la loro cultura e crescendo in saggezza. E fu così che diventarono i briganti più colti e più saggi che si potessero incontrare.
[...]
 
 
LA BIBLIOTECARIA RAPITA
Margareth Mahy
Quentin Blake (ill.)
 
 
 
 


giovedì 9 gennaio 2014

...coraggio!!!


È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.


PAOLO BORSELLINO


martedì 7 gennaio 2014

"Il bibliotecario, questo sconosciuto"

Il bibliotecario è ancora sconosciuto?

Il bibliotecario, questo sconosciuto è il titolo di una fortunata conversazione di Francesco Barberi pubblicata in “Accademie e biblioteche d’Italia” (1959, p. 26-37) e ripresentata più tardi nella sua raccolta Biblioteca e bibliotecario (Bologna, Cappelli, 1967, p. 255-277). […]
Riporto una frase di Barbieri:

Il fatto è che chi non frequenta le biblioteche – cioè in Italia la stragrande maggioranza della popolazione – non può avere un idea, neanche approssimativa, di quel che è, di quel che fa un bibliotecario. Ma siamo sicuri che coloro che le frequentano abbiano di quella professione un concetto esatto?

Posso ricordare che più o meno in quegli anni incontrai un lontano compagno
delle scuole elementari e alla sua domanda che cosa io facessi,
seguita dalla mia risposta “sono bibliotecario”, vidi una faccia che si interrogava disperatamente,
dalla quale uscì una domanda ulteriore: “Ah, vendi libri?”.
“Beh, non proprio: sarebbe un po’ grave se lo facessi”, fu la mia risposta finale.

In tempi attuali e in ambiente diverso un esame degli articoli della stampa inglese nell’arco di dieci anni ha fatto riscontrare, confermandole, incertezze sulla conoscenza e sulla definizione della biblioteca e del bibliotecario, derivante dall’ignoranza da parte del pubblico potenziale, ma sovente anche di quello reale, di quanto la biblioteca fosse in grado di offrire, dove in ogni caso affiorava il sospetto di a de professionalizzazione. Solo in pochissimi articoli infatti i bibliotecari erano riconosciuti espressamente come utili, mentre con maggiore frequenza si avvertiva l’utilità delle biblioteche […].


CARLO REVELLI
in BIBLIOTECHE OGGI, settembre 2013
vol. XXXI – n. 7