giovedì 29 settembre 2011

a proposito dei giorni d'oggi...che sono, poi, anche quelli di ieri...la felicità!!!

KARL RAHNER

AI GIOVANI RISPNDO COSI' ... : SCAMBIO DI LETTERE SU PROBLEMI SCOTTANTI

Caro Padre Rahner,

desidero scrivere qualcosa sulla felicità, sul vivere felici, per quanto io forse sia la persona meno adatta a dire qualcosa proprio su questo argomento.
Vivo in una buona situazione borghese: ho fratelli, ho genitori non separati, casa ed auto; dunque esternamente è una «famiglia buona e felice». In questa famiglia, composta di cinque persone intelligenti, uno dei membri ora è cambiato radicalmente. Persegue altri obbiettivi, conduce un tipo di vita che si svolge prevalentemente di notte, beve, fuma; prima ha cambiato scuola, ora è stato costretto addirittura ad abbandonarla. Se per caso non lo sapesse, questa è la mia silhouette.
I pensieri di mio padre e di mia madre, glieli espongo ora in fila: in collegio? «No», meglio proibizioni. Via da casa, in un ambiente tutto nuovo? «No, assolutamente no!»: meglio più proibizioni. Questa edificante girandola si è ripetuta spesso ormai nel giro di due anni.
A scuola questo wurstel - è il nome che tutti mi appioppano - fino alla terza era un alunno eccellente; poi i voti si fecero brutti, i vestiti trasandati, i capelli scompigliati. «Un segno tipico di decadenza», mi si diceva sempre. Due anni dopo, questo wurstel cambiò scuola, ma per un anno solo: poi lasciò, questa volta per sempre. Motivo: «Discorsi non opportuni per il clima scolastico» e «Irresponsabile permanenza al davanzale della finestra» è detto nel rapporto del preside.
Ora questo wurstel non va a scuola, non ha nulla da fare e scrive una lettera sulla felicità. Magica parola, che si cerca, che si adora, cui si anela; magica parola che fa morire più che mostrare loro la vita. Anche i miei amici cercano la felicità. «Amici» è una parola benevola: se mi trovo nei guai, nessunomi aiuta, perchè nessuno può farlo. Sono troppo inseriti in questo mondo «felice»: ma la felicità non la cercano più disperatamente. Si sdraiano a terra, si fanno una fumata o sniffano [...] a aspettano. «Sto veramente bene solo quando riesco a non pensare» dice uno [...].
Se si guardano in viso e si incontrano i loro sguardi, è possibile comprenderli con molta semplicità, questi falliti all'apparenza, il cui errore è stato quello di non tollerare più tutte le proprie cognizioni. La loro condanna a morte è comprendere che per essi - e per me - non vi è più, da tempo, la possibilità di imboccare una direzione diversa, la direzione completamente diversa.
Felicità, essere felici: una calamità demoniaca che attira e trascina, e che poi distrugge con la sua forza terrificante.
Amo questa mia gente, perchè parlano senza pensare ai possibili significati. Perchè reagiscono con semplicità e spontaneità, e non sopportano più nulla. Perchè hanno finito di seguire i loro pensieri, non per il fatto di essere giunti a una soluzione, ma per il fatto che non la sopportano più. Così la pensano e così vivono: si autodistruggono con il grande obbittivo: la felicità.
Per questo obbiettivo, anch'io come loro ho preso la fuga: la fuga davanti a me stesso, perchè il mio ambiente si è allontanato. A quindici anni ho rotto con la famiglia, e ho avuto rapporti cin tutti i miei sentimenti. Ho cercato rifugio nell'amore e ho sfruttato l'amore per troppa debolezza, senza neppure accorgemene. Mi sono gettato nella religione, per riconoscere che non la voglio. Mi sono gettato nell'alcool, per piangere senza vergogna di me stesso. Mi sono gettato nella droga, per poter vivere senza dover pensare, e me ne sono di nuovo tirato fuori, per poter cercare ancora.
Caro padre Rahner, su tutto ciò ho solo una domanda da fare; sa darmi una risposta? Dov'è quaggiù la felicità?
                                                                             Norbert

Caro Norbert,
ciò che nella tua lettera - pur con tutto lo sgomento con cui l'ho letta - mi ha maggiormente colpito ad un primo sguardo, è stata la schiettezza, anzi la durezza con cui dipingi te stesso. Quante cose ha sperimentato e sofferto, già a 17 anni! In un primo momento avrei avuto la tentazionedi lodarti in modo particolare per la schiettezza della tua amara autocritica. Poi ho esitato e mi sono chiesto: Ma cosa c'è dietro tutto questo? com'è possibile trattarsi così, prendersi, in un certo senso, per il colletto e scuotersi, anzi oltraggiare se stessi? Non è anche questo - chi può dirlo? - uno stratagemma per raggiungere nella vita ancora un pezzetto di quella felicità che tu brami e di cui vai a caccia?
Lo sai: non sono uno psicologo del profondo, anzi, nemmeno un semplice psicologo, perciò questa domanda vorrei piuttosto porla a te, senza tentare di darne io una risposta. Ma se tu insulti te stesso - lodando espressamente o segretamente le altre persone della tua famiglia - è chiaro che lo fai perché in qualche modo riconosci ancora un metro, uno scopo, che è quello giusto per te, e allontanandoti dal quale tu metti in questione te stesso.
Perché non ammetti dunque con più schiettezza e coraggio che tu, in fondo, vorresti essere diverso da come sei? Che desideri poter vivere, e vivere effettivamente, in modo diverso da come fai? Che però non ti sforzi di superare questo divario e ti ostini invece, caparbio e quasi superbo, nel tuo stile di vita e - ammettilo! - quasi te ne vanti? E' dovuto forse al fatto che tu, semplicemente, non saresti capace di vivere in modo diverso da come effettivamente vivi? Che tu come uno che vorrebbe camminare, ma porta le stampelle per una frattura - non puoi proprio far altro e perciò, in fondo, non ne hai colpa?
Non lo credo proprio, e spero che non sia così.
Invece - insisto nella mia domanda - il fatto non è che la felicità di una vita normale - nella quale saresti certo all'altezza delle pretese che in fondo hai su te stesso - si presenta tanto povera e misera, che non riesci a convincerti come si possa condurre una vita così «normale», così «ragionegole»? Non ti chiedi se quel poco di felicità che sgorga da una vita normale, quella dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli, non appaghi più di quella «felicità» ingannevole che ora ricavi dalla tua vita, senza sapervi rinunciare e rimanendone tuttavia sempre deluso? Non so se con questa domanda mi sono realmente accostato al vero problema della tua vita; ma voglio almeno tentarlo. [...] Ciò a cui tu aspiri, non lo troverai mai in una normale vita borghese; perciò tenti altre vie e ne resti deluso. Che cosa avverrebbe se tu rinunciassi a questa esagerata pretesa di felicità? Naturalmente, potresti chiedermi subito: «Perché devo rinunciarvi? chi mi obbliga a non pretendere tanto dalla vita?».
Sono convinto che dietro questa pretesa alla felicità si nasconde, anche se non ne sei cosciente, una segreta ma effettiva mancanza di fede. Per sé, tu asserisci di credere in Dio; ma è poi vero? Se Dio è realmente la felicità  ultima e ineffabile, la felicità che tutto riempie, davanti alla quale si ha da rinunciare alla vita, si ha da dimenticare se stessi per raggiungerla, perché vuoi comprimerla nel breve attimo, nel «qui» e nell'«adesso» in cui ora vivi? Perché non sai aspettare che giunga il compimento della tua vita con la morte? Perché non sai farti carico, con forza d'animo, del dovere quotidiano,  del quotidiano servizio agli altri, anche se ciò non ti rende «high» come la droga o altre cose con le quali si cerca di raggiungere forzatamente un'ebbrezza di felicità, sia essa amore, sia il potere o qualche altro stato ingannevole?
Perché vuoi esigere ora dalla vita che essa sia o uno splendore irradiante, oppure l'oscurità stessa della notte?

martedì 20 settembre 2011

Per Giuly, lesson number one!!!

IL COMUNISMO NELLA STORIA DEL NOVECENTO

Fare il punto degli studi sul comunismo comporta non poche difficoltà (...).
Una prima ragione di ciò è che il comunismo ha una storia antica che si collega a quella dei progetti utopici e dei movimenti sociali. Restando al comunismo moderno, compendiato nel Manifesto del partito comunista e teorizzato in tutta l'opera di Marx  ed Engels, è con Lenin, col suo pensiero e soprattutto con la sua conseguente azione, che il problema del comunismo si pone nella sua concretezza, aprendo, tra l'altro, la questione del rapporto tra il comunismo reale di Lenin e il comunismo ideale dei «padri fondatori». Ciò significa che nella sfera d'attenzione deve entrare almeno un intero secolo, il ventesimo, del quale il comunismo è stato l'epicentro.
C'è poi una peculiarità del comunismo in quanto evento centrale della storia del secolo scorso: il fatto che, nel corso del suo lungo dominio nei Paesi dove conquistò il potere e in quelli dove esercitò l'egemonia, il comunismo costruì e impose una sua propria storia e una certa immagine di sé, oltre che dello sviluppo mondiale; una storia che pur adeguandosi via via alle esigenze e alle direttive del regime, ha una sua sostanziale univocità basata sul mito positivo della Rivoluzione d'ottobre e su quello negativo del sistema capitalistico (...).

mercoledì 7 settembre 2011

dalle radici all'armonia

Il cinema di Tarkovskij e la tradizione russa
Simonetta Salvestroni

Scrive Andrej Tarkovskij nel libro Scolpire il tempo:

  In tutti i film da me girati mi è sempre stato a cuore il tema
  delle radici, dei legami con la casa paterna, con l'infanzia,
  con la patria, con la terra ... Per me rivestono un'importanza
  straordinaria le tradizioni culturali che hanno origine da
  Dostoevskij e che, nella sostanza, non si sviluppano in piena
  misura nella Russia attuale. Queste tradizioni di regola vengono
  disprezzate o del tutto abbandonate ... la crisi spirituale che
  vivono i personaggi di Dostoevskij e che ispirò la sua stessa
  opera e l'opera dei suoi seguaci, viene anch'essa guardata
  con sospetto ... L'anima è assetata di armonia, mentre
  la vita è disarmonica. In questa non rispondenza è racchiuso
  lo stimolo del movimento, la sorgente della nostra
  sofferenza e a un tempo della nostra speranza, la conferma
  della nostra profondità e delle nostre facoltà spirituali.

venerdì 2 settembre 2011

alla sprovvista

LA NUOVA EUROPA: rivista internazionale di cultura
N. 4, luglio 2011


...Un fico si ergeva lì dappresso
Senza neppure un frutto, solo rami e foglie.
E Lui gli disse «A cosa servi?
Che gioia m'offre la tua aridità?»...

Avessero avuto allora un attimo di libertà
le foglie, i rami, le radici e il tronco,
le leggi della natura sarebbero forse intervenute.
Ma un miracolo è un miracolo e il miracolo è Dio.
Quando siamo smarriti, allora, in preda alla confusione,
istantaneo ci coglie alla sprovvista.

la scrivania

JEAN GUITTON
STUDIARE E LAVORARE CON PROFITTO : UN METODO EFFICACE


2. Abbiamo generato un mostro
Credo che una delle regole di un buon artigiano sia di saper dividere le fasi.
Ho già parlato dell'utilità di non mischiare il riposo col lavoro, mescolanza che genera quella specie bastarda di semilavoro, che fa sì che, passando più ore alla scrivania, non otteniamo gli stessi risultati dei flemmatici anglo-sassoni.
Ed è bene dividere, per quanto è possibile, il lavoro intellettuale in tre tempi: quella della confezione del mostro, quello del riposo e quello della rifinitura o ricerca della perfezione.

martedì 26 luglio 2011

"Aiutiamoci ad assumere un impegno:
imparare a vedere.
Imparare a vedere ciò che vediamo."

Antonietta Potente

venerdì 15 luglio 2011

vocazione

EROS REDENTO
Jean Bastaire

"Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo all'amore.
Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore.
Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell'essere, Dio inscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione. L'amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano." Giovanni Paolo II

mercoledì 13 luglio 2011

dietro...

SIMBOLISMO CRISTIANO
John Baldock

"Il significato, l'importanza e il valore della vita sono determinati dal mistero che le sta dietro,
da un infinito che non può essere razionalizzato ma solo espresso nei miti e nei simboli"

                                                                                Nicolaj Berdiajev

mercoledì 6 luglio 2011

in fede

«La giustizia, anche se è debole di forze, vince;
invece l'ingiustizia, anche se ha molti e vigorosi sostenitori, viene sconfitta»


Origene (185-253 ca.)

martedì 24 maggio 2011

auguri

Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo

Luigi Giussani

Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa
di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa
cosa che c’è perché è tutta un dono. Il compleanno
è il giorno in cui fisicamente si sente l’amore di Dio
che ci ha fatti, potendoci non fare: «prior dilexit
nos»: ci si sente «fatti», con stupore. È il giorno in cui
si adora nostro papà e nostra mamma: lo strumento
sensibile.

mercoledì 18 maggio 2011

religionando

CAPIRE LA RELIGIONE PER CAPIRE IL MONDO
Tony Blair
Vita e pensiero, n. 2, marzo/aprile 2011
€ 8,00

Molti si chiederanno il motivo per cui sia così importante studiare religione ed esaminare i suoi legami con la globalizzazione. Molti gestiranno imprese proprie, saranno eletti come funzionari o ricopriranno cariche di comando e responsabilità. Si può essere cattolici, protestanti o semplicemente agnostici. Ma al di là del credo personale si può essere efficaci senza una comprensione adeguata della religione nella sfera pubblica? Pensiamo alle notizie che ci arrivano da tutto il mondo. Il Medio Oriente per esempio. I recenti colloqui tra i funzionari pakistani e indiani volti a riprendere i negoziati di pace in seguito agli attentati di Mumbai. La formazione di un nuovo stato in Sudan. Le uccisioni di religiosi in Indonesia, nonostante questa nazione stia facendo dei passi avanti verso la tolleranza religiosa.
(...)
Ma naturalme l'evento principale delle ultime settimane è stato quello legato alle rivolte popolari in Tunisia, Egitto e altri paesi. Che non sono scoppiate per una motivazione di natura religiosa, ma nelle quali in ogni caso i partiti legati ai Fratelli Musulmani continueranno a giocare un ruolo. A favore del cambiamento queste forze potenti, secolari e religiose, che suscitano una domanda centrale: quale cambiamento stanno mettendo in atto? Nel XX secolo la domanda avrebbe avuto risposta facendo riferimento a idee di destra contrapposte a idee di sinistra (...). Sta invece prendendo forma un nuovo tipo di dibattito che ruota intorno all'immigrazione e al protezionismo, intorno a tematiche che coinvolgono la cultura e l'integrazione, al contempo più vigoroso e (potenzialmente) più esplosivo. Nel Medio Oriente, tale dibattito è volto a capire se l'Occidente rispetti o meno la religione dell'islam; e anche la disputa israelo-palestinese ne è coinvolta. In Europa si tratta di capire se il nostro tentativo di integrare le culture abbia avuto successo o sia stato un fallimento; e nella misura in cui vi sia la percezione del fallimento, la sfida risiede nel capire se la nostra "generazione" nel permettere l'immigrazione e incoraggiare il multiculturalismo sia stata abusata.
(...)
Ma se le circostanze del Medio Oriente possono definirsi uniche, la stessa necessità di comprendere l'importanza della religione si trova ovunque. In Cina - dove ci sono più musulmani che in Europa, più cattolici praticanti che in Italia e circa 100 milioni di buddisti - La fede modella molte vite. (...)
Il mio punto di vista è molto semplice. Ovunque voi guardiate, la religione assume un significato determinante. La fede motiva.

mercoledì 11 maggio 2011

la prima pietra

Ragazze di vita : viaggio nel mondo della prostituzione
Mirta Da Pra Pocchiesa
Roma : Editori riuniti, 1996
IX, 96 p. ; 20 cm


Si chiama Giovanni, ha 46 anni e lavora in una industria automobilistica. Sposato, con figli. Va «a prostitute» da anni. Inizialmente nel giro delle italiane, quelle «classiche», per strada. Ora, qualche volta, frequenta anche i luoghi delle straniere: sono belle, costano meno e, soprattutto, acconsentono di più a quello che lui chiede. Capiscono poco l'italiano però, e per lui che con le prostitute ama parlare, raccontare cosa avviene a casa, al lavoro, descrivendo il capo che lo stressa, la moglie che non è sempre disponibile o poco incline a nuove sperimentazioni sessuali, è un elemento di disagio, compensato dal fatto che le straniere lo assecondano di più per il rapporto orale, o per le fantasie che a volte lo prendono - non tante a dire il vero. Perché ama frequentare queste donne? Perché, con loro, comanda lui, decide lui che cosa si fa, si parla o si fa all'amore, e su come farlo: lui paga e di conseguenza ha diritto di essere accontentato. Di fatto, però, Giovanni ammette che è anche una sorta di «sfida», iniziata per trasgredire non sa a cosa ma a qualcosa, cerca le donne per strada e sa di rischiare che qualcuno lo veda e lo racconti alla moglie. Forse anche questo gli piace, lo eccita. Un'abitudine, un «vizio», una passione, come il calcio, a cui, tutto sommato - dice lui - l'uomo ha diritto. La prostituzione è sempre esistita, ha una sua funzione. Se la figlia facesse la prostituta? Se scoprisse che la moglie fa marchette per noia (visto che lui la lascia spesso sola) o per comprare un abito più bello? Guai! E poi perché dovrebbe farlo? Non le fa mancare nulla. E poi lei è sua moglie, e così come le figlie non vanno mischiate con «quelle donne», che agli uomini servono ma che devono essere tenute lontano, fuori dai circuiti di vita quotidiana. Quella che appare, che si vuole far apparire, naturalmente.
(...)
Mirella ha 42 anni, è sposata e ha una bimba di quindici anni. Vive in una piccola città di provincia. E in una città vicina si prostituisce, ormai da 20 anni. All'inizio saltuariamente. Poi, per alcuni anni, quando aveva la bimba piccola, ha sospeso. Ma i continui litigi  col compagno, la mancanza di rispetto, le botte prese quando rincasava ubriaco, l'hanno fatta andare via, con la bimba, e ha ripreso e prostituirsi per mantenersi, per dare un futuro più sereno a Michela. Così non è stato, perlomeno non con lei. Una donna, sua vicina di casa, ha denunciato l'abbandono continuo della piccola lasciata, quando la madre «lavorava», con una baby sitter. I servizi sociali sono intervenuti, hanno «scoperto» il mestiere della madre e hanno disposto l'affido. Mirella ha protestato, ha pagato un legale per riavere la bambina. Nel frattempo si è sposata. La vita da sola, con tutte quelle difficoltà, era proprio difficile. Suo marito l'aveva conosciuto sulla strada. E l'ha lasciata continuare il suo «lavoro». Un contratto, di compagnia, ma anche di indipendenza. Mirella dice che le sta bene anche se sa che non può essere vero amore...ma forse, per quello che ne sa lei, non esiste, nella sua vita non l'ha mai incontrato. L'unico vero amore della sua vita è la figlia. Nel passato di Mirella un'infanzia passata negli istituti, i genitori erano separati. Per un po' stette con la nonna ma questa dopo poco morì. Ha provato, da adolescente, a vivere con i genitori, prima l'uno, poi l'altro, ma si sentiva un'ospite. Si erano ricostruiti una vita e lei non era prevista. Il compagno della madre, poi, le faceva delle avance e lei decise di andarsene, non ne voleva sapere. Cercò lavoro, in tanti posti. Per qualche mese fece la cameriera, ma sembrava che senza farsi mettere le mani addosso non fosse possibile stare in nessun posto, e per di più, per poche lire. Tanto valeva...Un'amica le parlò della facilità con cui si racimolavano soldi facendo «marchette». Tutto stava a farci il callo. Le prime volte sarebbero state difficili ma poi...Provò, pensava di non farcela, ma poi si abituò. I clienti, in fondo, erano tutti uguali: schifosi, ma pagavano. E tutto finiva in pochi minuti. E rimaneva il denaro, la possibilità di comprarsi cose, tante cose.
A distanza di anni Mirella si accontenta della casa, dei bei quadri alle pareti, inframezzati da ingrandimenti della figlia piccola, una parvenza di sicurezza con un marito scritto sui documenti e che, comunque almeno non la picchia. Per quanto riguarda la bambina, dopo anni di battaglie giudiziarie, l'ha vista una volta da lontano, coi genitori affidatari che potevano, se lei avesse acconsentito, diventare adottivi. Le parve serena, tranquilla. E decise di lasciarla dov'era, di dimostrarle così il suo amore, uscendo dalla sua vita. Tutte cose difficili da accettare. Mirella ci pensa spesso. La porta sempre nel cuore la sua Michela e spera solo che i suoi nuovi genitori sappiano spiegarle che se la sua mamma l'ha lasciate è stato  perché «le voleva proprio bene».

venerdì 6 maggio 2011

semplicemente

SOLZENICYN ALEKSANDR J. (1918)

La preghiera

Com'è facile vivere con Te, Signore!
Com'è facile credere in Te!
Quando il mio intelletto confuso
si ritira o viene meno,
quando gli uomini più intelligenti non vedono al di là di questa sera
e non sanno che fare domani,
Tu mi concedi la chiara certezza
che esisti e ti preoccupi
perché non vengano sbarrate tutte le vie che portano al bene.
Sulla cresta della gloria terrena
io mi volto indietro stupito a guardare la strada percorsa
dalla disperazione a questo punto
donde fu dato a me comunicare
all'Umanità un riflesso, dei tuoi raggi.
Dammi quanto m'è necessario
perché continui a rifletterli.
E per quello che non riesco a fare,
so che Tu hai destinato
altri a compierlo.

mercoledì 4 maggio 2011

storia di ordinaria certezza

Miloslav Vlk : da lavavetri a cardinale
Sara Regina
Cinisello Balsamo : San Paolo,  1998
136 p. ; 21 cm

Praga, gennaio 1980.
In una via del centro, sul marciapiede reso scivoloso dalla neve, un uomo sulla cinquantina, in berretto e giubbotto, è intento a pulire la vetrina di un negozio. Con movimenti sempre uguali, dall'alto verso il basso, fa scorrere sul vetro lo spazzolone, poi lo risciacqua nel secchio. I passanti infreddoliti sfiorano, quasi senza vederlo, il lavavetri intento al suo lavoro. A un certo punto, un uomo incrocia per un istante il suo sguardo, poi gira l'angolo. Poco dopo, finita la vetrina, l'operaio raccoglie i suoi arnesi e si avvia nella stessa direzione.
In fondo a un vicolo cieco, al riparo da sguardi indiscreti, i due si intrattengono per qualche minuto in quella che sembra una conversazione confidenziale. Intanto non perdono d'occhio la strada: guai se un agente della polizia segreta si accorgesse di quello che sta succedendo. Perché quel vicolo è un confessionale; il passante è un cristiano venuto in cerca del suo padre spirituale; e il lavavetri che ora si allontana, secchio e spazzolone in spalla, è un sacerdote al quale le autorità hanno proibito di esercitare pubblicamente il ministero. Nei registri della società di pulizie «Uklid» risulta come l'operaio Vlk. Miloslav Vlk, che un giorno sarà il cardinale arcivescovo di Praga.
(...)
«Privati di tutto, abbiamo scoperto che cos'era davvero importante per noi: essere comunità vera»
(...)
«Il comunismo ha sacrificato l'individuo in nome del collettivismo. L'Occidente ha distrutto la comunione in nome dell'individualismo. Né il collettivismo né l'individualismo sono la soluzione».


martedì 3 maggio 2011

perchè "CHE"

Che Guevara : utopia e rivoluzione
Cormier, Jean
Torino : Universale Electa/Gallimard, 1996

160 p. : ill. ; 18 cm

Luna di miele in Messico
La sera del 26 giugno 1954, nella baraonda di una città dilaniata, in un paese cosciente di essere di fronte a una svolta di potere e di orientamento politico, Ernesto propone a Hilda di diventare sua moglie. Non è la prima volta, ma ora Hilda sembra sul punto di lasciarsi convincere. Saranno poi gli imprevisti della vita da militanti a determinare il loro destino. Prima fermata e messa in prigione come rivoluzionaria dal nuovo potere insediatosi, poi liberata, poi di nuovo arrestata, Hilda viene infine espatriata in Messico! I due fidanzati si ritroveranno a Città del Messico, dove Ernesto si guadagna da vivere come fotografo insieme a Julio Càceres, soprannominato el Patojo, un giovane rivoluzionario guatemalteco conosciuto in treno.
A Città del Messico, Ernesto viene chiamato el Che, per la sua abitudine di iniziare e terminare le frasi che pronuncia con l'interiezione che, vezzo tipico degli argentini. Lavora anche all'ospedale come volontario tutte le mattine. A tempo perso, scrive un opuscolo, La missione del medico in America Latina. Anche se il suo destino non è ancora definitivamente segnato - spera tra le altre cose di ottenere una borsa di studio a Parigi - è verso Cuba che vanno tutti i suoi pensieri.
Come ai bei vecchi tempi di Città del Guatemala, la banda si ricostituisce, composta da Ernesto e Hilda, da rifugiati cubani, tra i quali Nico Lopez. Nell'attesa della liberazione di Fidel e di suo fratello Raul, si parla di Cuba. Si sogna di Cuba.

mercoledì 27 aprile 2011

Era simpatico!

"TRATTATO SULLA TOLLERANZA"
Voltaire
Colognola ai Colli (VR) : Demetra, 1999
4,65 €


"Vediamo ora se Gesù Cristo ha stabilito leggi sanguinarie e ha ordinato l'intolleranza; se ha istituito i carnefici degli autodafé.
Non ci sono, se non sbaglio, che pochi passi del Vangelo da cui lo spirito di persecuzione abbia potuto ricavare che sono legittime l'intolleranza, la costrizione. Uno è la parabola nella quale il regno dei cieli è paragonato ad un re che invita alle nozze del figlio; questo monarca fa dir loro dai servitori: 'Ho ucciso i miei buoi e i mie polli; tutto è pronto, venite alle nozze'.
Senza tener conto dell'invito, gli uni tornano alle loro case di campagna, gli altri ai loro affari, altri ancora oltraggiano i domestici del Re e li uccidono. Il Re fa marciare le sue truppe contro questi assassini e distrugge le loro città; manda poi sulle strade servitori a invitare alla festa tutti coloro che trovano: uno di questi, essendosi seduto a tavola senza aver indossato la veste nuziale, è messo in catene e gettato nelle tenebre.
E' chiaro che, poichè questa allegoria riguarda solo il regno dei cieli, nessuno ne deve dedurre il diritto di strangolare e di gettare in carcere il vicino che sia venuto a pranzo da lui senza aver indossato un conveniente abito nuziale: non conosco nella storia alcun principe che abbia fatto impiccare un cortigiano per un simile motivo. Non si deve neppure temere che, quando l'imperatore, dopo aver ucciso i suoi polli, manderà i paggi ai principi dell'impero per invitarli a pranzo, questi principi uccideranno i paggi. L'invito al banchetto significa la predicazione della salvezza; l'uccisione degli inviati del principe rappresenta la persecuzione contro coloro che predicano la salvezza e la virtù."

martedì 26 aprile 2011

Il primo volo, tutto d'un fiato!

"MI DIMETTO DA MADRE"
Mirella Cini
Montespertoli : M.I.R., 2000
 124 pag.
€ 8,20

Mi capita fra le mani questo libro, fra molti mi da da pensare...
no, non ci si può proprio dimettere da madre!!!
Ma di cosa parla?
Una volta aperto non sono riuscita a chiuderlo che alla fine!!!
Vorrei riportarlo qui tutto intero ... ma che dire, non è possibile!!!

"E' necessario che faccia il parto cesareo perché ho gli anticorpi; ho l'RH negativo e il prof. Alamanni dice che questo è l'unico sistema per salvare il bambino.
(...) Sono tranquilla perchè con i bambini a casa c'è mia madre; sono di otto mesi ma il bambino è molto grosso e ha molte, dice il professore, anzi, tutte le probabilità di vivere. Quando mi sveglio ho tubi dappertutto e sto malissimo, ma devo guarire in fretta. Gianni è all'ospedalino Mayer, non l'ho visto neppure per un minuto ed ho una voglia matta di stringerlo tra le mie braccia. Pesa 3 chili e 350; non è male!
Non so poi cosa succede, i medici corrono presso il mio letto, mi parlano, li sento ma non ho la forza di rispondere. Non sento più nessun dolore, anzi sono serena, non mi spaventa neppure la voce che dice: 'Ha avuto una brutta emorragia, ma abbiamo messo subito la flebo, anche se è stato diffile trovare il suo gruppo sanguigno'. (...) Non ho domandato cosa era successo e nessuno me lo ha spiegato.
Mando il mio latte a Gianni che è fuori pericolo. Sono buona come una santa, perchè voglio andare prima possibile dal mio bambino; ho chiesto di portarmi in ambulanza, ma mi hanno detto che non è possibile. Cosa darei per vedere il mio piccolo solo per un attimo; non vedo neppure i miei figli Marco e Sabrina da troppi giorni.
Esco dall'ospedale dopo 10 giorni. Riccardo non vuole portarmi subito al Mayer, perchè sono troppo debole, non riesco a fargli cambiare idea e mi prende la paura.
Vedo Gianni soltanto il 20; lo guardo dal vetro. Le infermiere dicono che i bambini sono in ritardo con il mangiare, perchè loro sono troppo poche. Riccardo è strano, mi impedisce di parlare con il medico. Gianni non apre gli occhi, vorrei prenderlo in braccio ma non è assolutamente possibile. Ho una paura terribile; è così piccolo, rerpira così piano; ha una voglia sul labbro superiore, se ne avrà voglia, quando sarà grande, la faremo levare. Il giorno dopo Riccardo non vuole portarmi all'ospedale; anche mia madre insiste perché mi riposi; sono così seri e non rispondono alle mie domande. Non hanno risposto neppure in seguito. Alle una di notte squilla il telefono; Riccardo risponde e poi mi dice  di continuare a dormire. Voglio sapere, risponde vagamente; lo presso così tanto che alla fine mi dice che Gianni ha qualche problema, ma che lui va da solo all'ospedale. Lo devo minacciare di prendere un taxi o di chiamare i carabinieri, alla fine mi porta all'ospedale. Anche qui devo insistere per prendere il mio bambino in braccio; un infermiera, dopo un attimo, fa per togliermelo; ha paura che mi insudici il mio bel soprabito verde. Basta una mia occhiata di belva ferita per farla desistere e farla allontanare.
Cullo il mio bambino; è ancora caldo; gli do in pochi attimi tutto l'amore e la disperazione che mi fa scoppiare il cuore, so che lui mi sente; lui è mio...
Mi allontano da mio marito, lo odio a morte, lui sapeva e non mi ha dato la possibilità di stare con il mio bambino in braccio quando era ancora vivo; non lo perdonerò mai. (...) Ho pianto disperatamente Gianni per 22 anni, finchè il 09-09-91 è nata Micole, la figlia di Mara, con quindici giorni di anticipo, e pesava esattamente 3 chili e trecentocinquanta...
Grazie Gianni, ora sei accanto a me con amore infinito e dolore un pò meno atroce. Per il tuo compleanno, mi basta guardare Micole per sapere che tu sei con noi.

(...)

I miei temi prendono sempre 8; quelli di Vittorio sempre 4. Lui, quando c'è la consegna, senza una parola prende il mio tema, lo legge e me lo restituisce dicendo che fa schifo; nel frattempo io ho letto il suo; ha ragione, i suoi temi sono straordinari, appunto fuori dalla norma, così splendidi che forse potrebbero essere apprezzati tra 100 anni almeno. (...) Mi vergogno dei mie temi banali e scoloriti, ma io non so fare di meglio; mi vergogno dei miei 8. A Natale, Vittorio mi porta a casa sua per studiare, poi mi accompagna in cucina da sua madre; abbiamo fatto solo una grande confusione e sarà solo di Vittorio il lavoro e il merito per l'opera dell'inferno.
Le presentazioni sono piene di imbarazzo, sono la prima ragazza con cui Vittorio fa sul serio; lui è accanto a me e mi tocca leggermente la vita per rassicurarmi.
Andiamo poi di corsa a ballare dal nostro amico Traversini; la lampade vengono svitate, Vittorio è accanto a me e mi stringe forte, forte sul suo cuore; lui è accanto a me ed io mi faccio stringere e baciare.
Il '61 è pieno di gite, quella per esempio dell'Eclisse di sole; aspetto Vittorio, quando l'autobus arriva a Padule e non lo vedo, credo che si sia nascosto, invece non c'è proprio; sua madre non gli ha dato i soldi perché va male a scuola; Vittorio continua a rifiutarsi di studiare quelle cretinate che lui chiama caz....
Il giorno prima mi ha portato all'anfiteatro romano; mi ha stretta forte forte e mi ha detto teneramente: "Domani, scugnizzo, staremo tutto il giorno insieme; ti bacerò fino a farti svenire al buio, stretta a me, non sentirai neppure freddo; con me non ti sentirai mai più sola. Lo racconteremo ai nostri figli, anche quando saremo vecchi e loro ci prenderanno in giro, perché io ti bacerò e ti toccherò tutta, sempre, anche davanti a loro. Non mi stancherò mai di toccarti; non arrossire, allora saremo sposati ed avremo il permesso del prete e del sindaco, come tu vuoi...Ricordatelo sempre, io sarò sempre accanto a te".
So che Vittorio ci è corso tutto il giorno dietro in autostop, senza riuscire a raggiungerci. La gita ha perso tutto il suo splendore ed io ricordo il freddo terribile che ho sentito quando il sole si è oscurato a Cingoli.
La stessa cosa succede per la gita a Torino, per il centenario del regno d'Italia; anche questa volta sono premiata per i miei voti e Vittorio castigato per la stessa ragione.
A Torino all'Upim gli compero una cravatta a righe; riderà come un matto dicendo che non se la metterà mai, che è orribile; invece la metterà in tutte le occasioni, come se avesse solo quella. Solo mio fratello Andrea sorride quando gli presento il mio ragazzo ad un ballo a Padule; mia madre continua a rinfacciarmi Luciano e dice che con Vittorio non avrò nessuna possibilità; nessuno crede in lui e tutti si meravigliano che questa perla che sono io, possa stare con un tipo così. Nessuno ha mai cambiato idea su di lui; io continuo a pensare che fosse nato con 100 anni di anticipo!
Un giorno, uscendo dall'hotel San Marco, andando incontro a Vittorio, non mi accorgo che dietro a me c'è mia madre; gli si avventa addosso dicendogli cose irripetibili e aggiungendo:" Che tu possa morire di cancro...".
Ho un buco nella memoria, non ricordo i momenti tra quella scena orribile ed il nostro arrivo ai giardinetti, dove, sconvolta, sono tra le braccia di Vittorio che è tutto graffiato. Non una parola all'indirizzo di mia madre, mi dice solo che quando ci fidanzeremo ufficialmente, lo faremo a casa sua, che non verrà mai a casa mia, dove c'è mia madre.
Una volta mia madre ci ha sorpreso in piazza Grande, i soliti insulti urlati e poi è corsa a chiamare mio fratello Carlo. Vittorio mi ha preso per mano e siamo scappati ai giardini pensili, vicino al palazzo ducale di Federico da Montefeltro. Il mio ragazzo mi ha tenuta abbracciata, stretta stretta finchè ho smesso di tremare; i suoi baci erano unici e irripetibili...
Una mattina, di domenica, non trovo Vittorio all'appuntamento; la mamma poi dice che lo ha visto abbracciato con due ragazze sul Corso; il babbo cerca di consolarmi; Andrea e Carlo non ci sono, Rosa lavora nel negozio di parrucchiera.
Il lunedì Vittorio non è a scuola, il Traversini mi dice che lo hanno portato all'ospedale la domenica e mi porta a trovarlo. Vittorio, con un buffo cappellino in testa, appena mi vede, si tuffa sotto le coperte, c'è anche la sua nonna che mi guarda storto. (...)
Sono tornata da Vittorio tutti i giorni, con il permesso delle suore che per fortuna non ascoltavano mia madre. Quando arrivano i medici, Vittorio mi diceva di nascondermi in bagno; non voleva che andassi mai via. Aveva avuto una colica di reni e non capivo perché lo tenessero così tanto in ospedale.
L'anno scolastico prosegue tra baci e litigate; non mi riesce in nessun modo, convincere Vittorio, che se non si convince a studiare quelle cretinate, lo bocciano un'altra volta. Arriva puntuale la bocciatura, lui strafottente come sempre e menefreghista; ma ho saputo che ha pianto con sua nonna. A me dice: "Tu dovresti vergognarti come una rubagalline, per la tua promozione!".
Il mio ragazzo diventa sempre più cattivo ed un giorno mi domanda chi è stato il primo uomo; rispondo Adamo, ma lui non è soddisfatto, intendeva il mio primo uomo ed aggiunge che neppure sua madre crede che in due anni di fidanzamento, Luciano ed io siamo stati a raccontarci barzellette.
Dopo questi complimenti, Vittorio sparisce fino all'inizio del nuovo anno scolastico; sua madre ha affittato un appartamento al mare per tutta l'estate. (...)
Vittorio torna dal mare a settembre, mi presenta suo fratello Momo; scorrazziamo per Gubbio felici, lui dice a tutti che siamo fratelli e sorella. Credo che Momo mi voglia bene proprio come una sorella, come io voglio bene a lui, ma Vittorio si mette in testa che suo fratello mi ami e che io non possa non amarlo; non riuscirò mai a convincerlo del contrario. Vittorio ha avuto da sua madre, la soffitta tutta per sè e la trasforma in sala da ballo. Non mi invita per l'inaugurazione, perchè dice che quello è un posto non adatto alle brave bambine come me che non si fanno sfiorare neppure la punta dei capezzoli. Mi invita suo fratello e salgo con lui; Vittorio ha fatto delle cose straordinarie, tutto da solo, compresa l'illuminazione da discoteca; per me è davvero un genio, sa fare di tutto, spesso accomoda anche la mia bicicletta.
Oggi fa l'idiota, sta corteggiando tutte; questo si ripeterà poi moltissime volte e Momo mi sarà sempre accanto. Ballo con il fratellino, è alto credo più di un metro e ottanta, come Vittorio, e lui mi dice che il rosso è proprio uno stupido e una carogna a trattarmi in questo modo. Ho voglia di piangere e per non farmi vedere, lo prego di portarmi fuori. Ci fermiamo sulle scale, siamo appoggiati al davanzale della finestra, quando si sente la voce di Vittorio che dice: "Ehi fratello, mi vuoi rubare la ragazza?"
Mi prende per mano, mi conduce a ballare, dondoliamo dolcemente insieme, la musica è fantastica ed il dolore scompare, mentre una voce sta cantando:"oh mio piccolo fior..." fino alla prossima crudele cattiveria.

Con Vittorio siamo litigati, sempre per la stessa ragione. (...) Aspettiamo, tutta la classe, che ci venga a prendere l'autobus, in piazza per andare a S. Ubaldo per la cena di fine anno con i professori. Arriva Vittorio e mi dice: "Vedi, Mirella, quando noi abbiamo litigato, tu mi odii e non mi rivolgi la parola, come quando hai buttato via il mio anello a serpentello, il primo che ti avevo regalato, perché eri arrabbiatissima o quando non volevi rendermi l'anello con l'ametista, anche se ci eravamo lasciati. Io, invece, ti amo sempre, anche quando non posso fare a meno di farti soffrire; ti guardo e ho voglia soltanto di toccarti e di dormire insieme a te". Sono così felice ed emozionata che rinuncio alla cena e stiamo insieme fino a mezzanotte. E' l'unica volta che passiamo tante ore di buio insieme; e sono molto felice di averlo fatto; questo almeno l'ho fatto. (...)
Ai giardinetti, per la prima volta di notte, ogni tanto passava una vecchina che scuoteva la testa scandalizzata in silenzio o biascicando qualche cosa. Vittorio a voce alta diceva: "Ehi signora, questa è mia moglie e la bacio quanto mi pare!" poi le faceva le linguacce. Mi ha tenuta tra le sue braccia per ore  raccontandomi la nostra prima notte di nozze: mi avrebbe presa in braccio, per portarmi nella nostra casa, a Firenze naturalmente, poi quando tutti avrebbero pensato pensieri lascivi saremmo scivolati via di casa, avremmo passeggiato per i Lungarni tutta la notte, dicendo a tutti quelli che incontravamo che eravamo sposati e che quindi ci potevamo baciare quanto volevamo. (...)
Un'altra giornata unica è stata quella prima di Natale, Dio com'è stato quel 1961!
Vittorio era ritornato dal collegio di Assisi senza dirmi niente, per farmi una sorpresa. Ho un abbassamento di voce e lui approfitta per parlare senza essere interrotto.
Mi guida sul monte, fino alla grotta di Sant'Agnese, non c'ero mai stata.
Mi mette seduta dentro un rientro naturale, prendendomi tra le sue braccia, mi tiene le mani, mi dice che si rende conto che è spesso crudele con me, ma non ne può fare a meno, è così geloso che vorrebbe che nessuno mi guardasse.
Asciuga le mie lacrime con i suoi baci e mi dice che mi amerà tutta la vita; ma attenzione, con lui sarò sempre tra l'incudine e il martello.
Dice, con uno sguardo strano che lui mi sarà vicino per sempre, ma che se dovesse morire, io dovrò fare per lui tutte le cose che abbiamo progettato insieme all'uomo che lui mi manderà. Vorrei farlo tacere ma non è possibile. Mi da 10 lire e mi dice di metterle in una fessura alla mia sinistra, mi fa giurare di tornare a prenderle anche senza di lui. Non capisco la sua crudeltà, ma faccio quello che mi chiede. Tornerò alla grotta solo dopo 24 anni, con Sansone, il mio cano, e le ritroverò.

Sono a Gubbio (1985) sul Colle del beato Ubaldo.
Mi sono messa seduta come quel giorno di dicembre di tanti anni fa, quando Vittorio era con me ed io non pensavo che la sua malattia lo potesse portare alla morte; no, non avevo mai creduto che avrei vissuto senza di lui, senza quegli occhi verde unico, senza quei riccioli rossi, senza quelle braccia che mi racchiudevano nel suo paradiso... Ecco, senza guardare allungo la mano sinistra e stringo le 10 lire...
Non aveva ancora 20 anni Vittorio... aveva scritto su di un libriccino, che io avevo letto di nascosto, spazzolando la sua giacca all'ospedale: "Morirò in una bellissima mattina di sole...".
Sua madre mi aveva consolato quando era morto il mio ragazzo; lei aveva consolato me, parlandomi del grande amore che suo figlio aveva per me. L'ho ammirata ed ho provato anche una grande rabbia verso di lei, verso la sua religione che la portava ad accettare, senza riserve il volere di Dio.
Oggi ancora io mi ribello al volere di Dio, che mi ha tolto il mio ragazzo; non urlo e non impreco più come allora, ma sento la grandezza della sua ingiustizia e della sua crudeltà. Vengo via dalla grotta, con un pensiero nuovo; là ho trovato un altro Vittorio e me lo porto con me, lo porterò sempre vicino a me con amore a con dolcezza.
Per un attimo sento la sua voce beffarda che dice