KARL RAHNER
AI GIOVANI RISPNDO COSI' ... : SCAMBIO DI LETTERE SU PROBLEMI SCOTTANTI
Caro Padre Rahner,
desidero scrivere qualcosa sulla felicità, sul vivere felici, per quanto io forse sia la persona meno adatta a dire qualcosa proprio su questo argomento.
Vivo in una buona situazione borghese: ho fratelli, ho genitori non separati, casa ed auto; dunque esternamente è una «famiglia buona e felice». In questa famiglia, composta di cinque persone intelligenti, uno dei membri ora è cambiato radicalmente. Persegue altri obbiettivi, conduce un tipo di vita che si svolge prevalentemente di notte, beve, fuma; prima ha cambiato scuola, ora è stato costretto addirittura ad abbandonarla. Se per caso non lo sapesse, questa è la mia silhouette.
I pensieri di mio padre e di mia madre, glieli espongo ora in fila: in collegio? «No», meglio proibizioni. Via da casa, in un ambiente tutto nuovo? «No, assolutamente no!»: meglio più proibizioni. Questa edificante girandola si è ripetuta spesso ormai nel giro di due anni.
A scuola questo wurstel - è il nome che tutti mi appioppano - fino alla terza era un alunno eccellente; poi i voti si fecero brutti, i vestiti trasandati, i capelli scompigliati. «Un segno tipico di decadenza», mi si diceva sempre. Due anni dopo, questo wurstel cambiò scuola, ma per un anno solo: poi lasciò, questa volta per sempre. Motivo: «Discorsi non opportuni per il clima scolastico» e «Irresponsabile permanenza al davanzale della finestra» è detto nel rapporto del preside.
Ora questo wurstel non va a scuola, non ha nulla da fare e scrive una lettera sulla felicità. Magica parola, che si cerca, che si adora, cui si anela; magica parola che fa morire più che mostrare loro la vita. Anche i miei amici cercano la felicità. «Amici» è una parola benevola: se mi trovo nei guai, nessunomi aiuta, perchè nessuno può farlo. Sono troppo inseriti in questo mondo «felice»: ma la felicità non la cercano più disperatamente. Si sdraiano a terra, si fanno una fumata o sniffano [...] a aspettano. «Sto veramente bene solo quando riesco a non pensare» dice uno [...].
Se si guardano in viso e si incontrano i loro sguardi, è possibile comprenderli con molta semplicità, questi falliti all'apparenza, il cui errore è stato quello di non tollerare più tutte le proprie cognizioni. La loro condanna a morte è comprendere che per essi - e per me - non vi è più, da tempo, la possibilità di imboccare una direzione diversa, la direzione completamente diversa.
Felicità, essere felici: una calamità demoniaca che attira e trascina, e che poi distrugge con la sua forza terrificante.
Amo questa mia gente, perchè parlano senza pensare ai possibili significati. Perchè reagiscono con semplicità e spontaneità, e non sopportano più nulla. Perchè hanno finito di seguire i loro pensieri, non per il fatto di essere giunti a una soluzione, ma per il fatto che non la sopportano più. Così la pensano e così vivono: si autodistruggono con il grande obbittivo: la felicità.
Per questo obbiettivo, anch'io come loro ho preso la fuga: la fuga davanti a me stesso, perchè il mio ambiente si è allontanato. A quindici anni ho rotto con la famiglia, e ho avuto rapporti cin tutti i miei sentimenti. Ho cercato rifugio nell'amore e ho sfruttato l'amore per troppa debolezza, senza neppure accorgemene. Mi sono gettato nella religione, per riconoscere che non la voglio. Mi sono gettato nell'alcool, per piangere senza vergogna di me stesso. Mi sono gettato nella droga, per poter vivere senza dover pensare, e me ne sono di nuovo tirato fuori, per poter cercare ancora.
Caro padre Rahner, su tutto ciò ho solo una domanda da fare; sa darmi una risposta? Dov'è quaggiù la felicità?
Norbert
Caro Norbert,
ciò che nella tua lettera - pur con tutto lo sgomento con cui l'ho letta - mi ha maggiormente colpito ad un primo sguardo, è stata la schiettezza, anzi la durezza con cui dipingi te stesso. Quante cose ha sperimentato e sofferto, già a 17 anni! In un primo momento avrei avuto la tentazionedi lodarti in modo particolare per la schiettezza della tua amara autocritica. Poi ho esitato e mi sono chiesto: Ma cosa c'è dietro tutto questo? com'è possibile trattarsi così, prendersi, in un certo senso, per il colletto e scuotersi, anzi oltraggiare se stessi? Non è anche questo - chi può dirlo? - uno stratagemma per raggiungere nella vita ancora un pezzetto di quella felicità che tu brami e di cui vai a caccia?
Lo sai: non sono uno psicologo del profondo, anzi, nemmeno un semplice psicologo, perciò questa domanda vorrei piuttosto porla a te, senza tentare di darne io una risposta. Ma se tu insulti te stesso - lodando espressamente o segretamente le altre persone della tua famiglia - è chiaro che lo fai perché in qualche modo riconosci ancora un metro, uno scopo, che è quello giusto per te, e allontanandoti dal quale tu metti in questione te stesso.
Perché non ammetti dunque con più schiettezza e coraggio che tu, in fondo, vorresti essere diverso da come sei? Che desideri poter vivere, e vivere effettivamente, in modo diverso da come fai? Che però non ti sforzi di superare questo divario e ti ostini invece, caparbio e quasi superbo, nel tuo stile di vita e - ammettilo! - quasi te ne vanti? E' dovuto forse al fatto che tu, semplicemente, non saresti capace di vivere in modo diverso da come effettivamente vivi? Che tu come uno che vorrebbe camminare, ma porta le stampelle per una frattura - non puoi proprio far altro e perciò, in fondo, non ne hai colpa?
Non lo credo proprio, e spero che non sia così.
Invece - insisto nella mia domanda - il fatto non è che la felicità di una vita normale - nella quale saresti certo all'altezza delle pretese che in fondo hai su te stesso - si presenta tanto povera e misera, che non riesci a convincerti come si possa condurre una vita così «normale», così «ragionegole»? Non ti chiedi se quel poco di felicità che sgorga da una vita normale, quella dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli, non appaghi più di quella «felicità» ingannevole che ora ricavi dalla tua vita, senza sapervi rinunciare e rimanendone tuttavia sempre deluso? Non so se con questa domanda mi sono realmente accostato al vero problema della tua vita; ma voglio almeno tentarlo. [...] Ciò a cui tu aspiri, non lo troverai mai in una normale vita borghese; perciò tenti altre vie e ne resti deluso. Che cosa avverrebbe se tu rinunciassi a questa esagerata pretesa di felicità? Naturalmente, potresti chiedermi subito: «Perché devo rinunciarvi? chi mi obbliga a non pretendere tanto dalla vita?».
Sono convinto che dietro questa pretesa alla felicità si nasconde, anche se non ne sei cosciente, una segreta ma effettiva mancanza di fede. Per sé, tu asserisci di credere in Dio; ma è poi vero? Se Dio è realmente la felicità ultima e ineffabile, la felicità che tutto riempie, davanti alla quale si ha da rinunciare alla vita, si ha da dimenticare se stessi per raggiungerla, perché vuoi comprimerla nel breve attimo, nel «qui» e nell'«adesso» in cui ora vivi? Perché non sai aspettare che giunga il compimento della tua vita con la morte? Perché non sai farti carico, con forza d'animo, del dovere quotidiano, del quotidiano servizio agli altri, anche se ciò non ti rende «high» come la droga o altre cose con le quali si cerca di raggiungere forzatamente un'ebbrezza di felicità, sia essa amore, sia il potere o qualche altro stato ingannevole?
Perché vuoi esigere ora dalla vita che essa sia o uno splendore irradiante, oppure l'oscurità stessa della notte?
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