giovedì 26 settembre 2013

IL BENE secondo Grossman

"Buona parte dei viventi non si cura di definire il BENE. In che cosa consiste, il bene? A chi lo si fa? Chi lo fa? Esiste un bene comune, applicabile e ogni uomo, a ogni razza, a ogni circostanza? Oppure il mio bene è il tuo male, e il bene del mio popolo il male del tuo? E' eterno, il bene, immutabile, o forse quello che ieri era bene oggi diventa vizio, e il male di ieri è il bene di oggi?
Il giorno del giudizio si avvicina e la riflessione sul bene e sul male non impegna soltanto filosofi e predicatori, ma gli uomini tutti, istruiti e ignoranti.
Nei millenni passati l'idea del bene ha fatto qualche passo avanti? E' o non è un concetto valido per ogni uomo, -E non c'è greco e non c'è giudeo-, come dicevano gli apostoli? E non ci sono classi nè nazioni nè Stati? O forse il concetto è ancora più amplio e si estende anche agli animali, agli alberi e al muschio, è amplio quanto lo volevano il Buddha e i suoi discepoli? Quel Buddha che per cogliere la vita tramite il bene e l'amore arrivò a negarla.
Nel corso dei millenni le teorie dei maestri dell'etica e della filosofia hanno portato a una limitazione del concetto di bene.
L'idea cristiana, lontana cinque secoli dalla buddhista, restrinse il mondo dei viventi a cui applicare il concetto di bene.
Che non riguardava tutti gli esseri, ma soltanto gli umani.
Il bene dei primi cristiani, il bene degli uomini tutti venne sostituito dal bene dei soli cristiani, a cui si affiancava il bene di musulmani e il bene degli ebrei.
Passarono i scoli, e il bene dei cristiani si scisse nel bene dei cattolici e dei protestanti, e nel bene degli ortodossi. E dal bene degli ortodossi nacque il bene dei vecchi e dei nuovi credenti.
Poi è toccato al bene dei ricchi e a quello dei poveri, e infine al bene dei gialli, dei neri, dei bianchi.
E così, scissione dopo scissione, sono nati il bene di una setta, di una razza o di una classe; e quanti si trovavano oltre la linea chiusa del cerchio non ne erano parte.
E gli uomini si avvidero che molto sangue era stato versato per quel bene piccolo piccolo che buono non era, e in nome della sua battaglia contro ciò che riteneva male.
[...]
E allora, forse, è la vita il male?
Ho visto la forza incrollabile dell'idea del bene sociale, che è nata nel mio paese. L'ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata e nel Trentasette. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano. Ho visto le campagne morire di fame, e i figli dei contadini che morivano tra le nevi della siberia; ho visto le tradotte che da Mosca, Leningrado e altre città della Russia portavano in Siberia centinaia di migliaia di uomini e donne, i nemici della grande, luminosa idea del bene sociale. Era un'idea bella e grande, e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dai padri.
Ora sul mondo incombe il grande orrore del nazismo tedesco. L'aria è impregnata delle grida e dei lamenti dei giustiziati. Nero è il cielo, e il sole si è spento nel fumo dei forni crematori.
Ma anche questi crimini - inauditi non solo per l'Universo, ma anche per gli uomini di questa terra - sono compiuti in nome del bene.
Quando vivevo nelle foreste del Nord credevo che il bene non albergasse nell'uomo né nel mondo rapace degli animali e degli insetti, ma in quello silenzioso degli alberi. Invece no! L'ho vista muoversi, la foresta, l'ho vista contendere senza pietà un palmo di terra all'erba e agli arbusti. Miliardi di semi volanti, crescono, uccidono l'erba e soffocano un cespuglio amico, e milioni di germogli combattono gli uni contro gli altri. Solo chi sopravvive va a formare, in un'adunanza di forti, la coltre del giovane bosco bramoso di luce. E abeti e faggi vegetano nella penombra della reclusione sotto la coltre delle piante eliofile.
Anche per loro, tuttavia, verrà il momento di avvizzire, e allora gli abeti massicci si apriranno un varco verso la luce e metteranno a morte l’ontano e la betulla.
Così vive il bosco, nell’eterna lotta di tutti contro tutti. Solo un cieco può pensare che ci sia pace nel regno degli alberi e delle erbe.

 

Che la vita sia davvero il male?

 

Il bene non è nella natura, non è nelle prediche di apostoli e profeti né nelle teorie di grandi sociologi o capi di Stato, né nell’etica dei filosofi… la gente comune ha nel cuore l’amore per gli esseri viventi, ama la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo, è felice del calore della propria casa dopo una giornata di lavoro e no accende rovi e falò sulle piazze.
E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri – non ai loro soldati, questo no – le lettere dei prigionieri.
È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale.
A ben pensarci, però, ci si accorge che la bontà illogica, fortuita e del singolo uomo, è eterna. Che si estende a tutto quanto è vivo, a un topo o al ramo che un passante si ferma a sistemare perché possa attecchire meglio al tronco.
In quest’epoca tremenda, un epoca di follie commesse nel nome della gloria di Stati e nazioni o del bene universale, e in cui gli uomini non sembrano più uomini ma fremono come rami d’albero e sono come la pietra che frana e trascina con se le altre pietre riempiendo fosse e burroni, in quest’epoca di terrore e di follia insensata, la bontà spicciola, granello radioattivo sbriciolato nella vita, non è scomparsa.


VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

lunedì 23 settembre 2013

Se superiamo i contorni su cui si posano gli occhi…

Le date parlano da sole: due esistenze brevi, in ogni caso incompiute, interrotte da una morte brutale, più o meno volontaria per l’una, accidentale per l’altro. Ma un’opera lunga, che si prolunga ben al di là della vita. Simone Weil e Albert Camus non si sono mai incrociati. Non si sono conosciuti. Lei non l’ha letto. Anche supponendo che si fossero incrociati, Camus, sensibile alle donne, innamorato dei corpi, portato a glorificarli, avrebbe anche solo notato quel corpo femminile così emaciato che «mai anima è parsa meno incarnata», secondo le parole della sua amica e biografa, Simone Pétrement? E supponendo che  l’avesse notato, sarebbe stato attratto da quel corpo? C’è da dubitarne, come confermerebbe nei suoi Taccuini questa nota su Simone Weil: «Io, che da molto tempo vivevo, gemendo, nel mondo dei corpi, ammiravo quelli che, come S. W., sembravano sfuggirgli. Da parte mia, non potevo immaginare un amore senza possesso e, perciò, senza l’umiliante sofferenza che è lo scotto di coloro che vivono secondo il corpo». Ma se i corpi si ostacolano perché separano (benché per Camus, generalmente, essi si attraggano), accade che le anime non si ostacolino perché, trasparenti, esse si uniscono.
[...]

Guy Samama in
Camus e Simone Weil, ipotesi su un dialogo d’anime,
Vita e pensiero, 4, 2013








venerdì 20 settembre 2013

"qual'è il mio nome?"

Andare in giro per pagode, o semplicemente esplorare Phnom Penh e dintorni: era la mia aspirazione per il fine settimana e per ogni brandello di tempo che restasse libero dagli impegni in università. Bisognava che l’amico Franco, il quale conosce bene la città, parla un po’ di khmer e ha una moto, fosse libero anche lui. Altrimenti l’impresa diventava quasi impraticabile: gli unici mezzi pubblici erano i motodop, motorette di ogni tipo, condotte da chiunque si segnalasse con un berrettino dalla visiera un po’ vistosa, il quale ti caricava per qualunque direzione tu gli indicassi. Ma non eri affatto sicuro di giungere a destinazione, perché il tuo taxista – si fa per dire – non sempre era capace di orientarsi in una città di oltre un milione di abitanti, con le strade molto simili fra di loro e spesso prive di un nome.
Phnom Penh, diventa capitale del Regno di Cambogia sotto il protettorato francese nel 1865, a metà degli anni ’90 era ancora, tra squallori, rovine e decadenza diffusa, capace di svelare la bellezza del suo impianto urbanistico, finemente articolato all’inizio del ‘900 da architetti francesi. La città si distende lungo il Tonle Sap e il Bassac, nel punto in cui i due fiumi entrano nell’immenso alveo del Mekong. Entrano o escono? Non è così semlice dirlo,  perché il Bassac è un defluente del Mekong, che ne inaugura proprio in quel punto, volgendosi verso il Sud, l’immenso delta; ma il Tonle Sap, quando il gran fiume padre è in piena, ne scarica le acque a un centinaio di chilometri più a Nord, nel lago dello stesso nome, mentre nella stagione secca, inverte il suo corso e scarica le acque dal lago al Mekong. Bisogna venire in Cambogia per vedere un fiume che ora scorre in una direzione ora in un’altra. Non per nulla all’inizio di novembre, quando avviene la svolta, le grandi acque dei fiumi di Phnom Penh si colorano delle variopinte canoe dei diversi villaggi, custodite nelle pagode in attesa del loro gran giorno, quando scendono in città a gareggiare per festeggiare l’evento.
Girovagando per la città e nella campagna circostante, avevo un pensiero fisso che mi inseguiva: poter tornare indietro nel tempo e incontrare, nella sua terra, Tho, il narratore di questo libro scritto a due mani, Tho per gli amici, dottor Bovannrith Nguon nelle ufficialità. Giunto in Italia, dopo aver visto morire papà, mamma e fratelli nello sfacelo della rivoluzione dei Khmer Rossi (1975-1979), accadde che la sua nuova famiglia pisana, dalla quale era stato generosamente accolto, subisse un grave lutto e si trovasse in grandi difficoltà. In quel momento di emergenza Tho si rifugiò – diciamo così – in casa mia. Quel momento fu in realtà l’inizio di una vita insieme, durata felicemente dodici anni: lui all’università a studiare medicina, poi alla scuola di specializzazione in microbiologia, poi ai primi passi nella professione; io parroco di un piccolo paese di campagna, Caprona, a un salto da Pisa, e insieme docente di teologia a Firenze. Era un rapporto quasi da padre a figlio: è così che la sua vicenda e la sua terra mi sono entrate nel cuore.
[…]

Da Prefazione di don Severino Dianich
in Cercate l'Angkar : il terrore dei Khmer rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano Diego Siragusa, Bovannrith Tho Nguon



venerdì 13 settembre 2013

“In un mondo di opinioni, riconoscere la verità”

Non c’è mai stata probabilmente epoca in cui si sia parlato tanto di privacy (sino a tutelarla con leggi apposite), e mai la si è vista così violata.
Non c’è mai stata epoca in cui si sia tanto creduto nella potenza della parla e della comunicazione, e mai si è tanto svilito il loro significato (sino a poter dire il giorno dopo l’esatto contrario di quello che si era detto il giorno prima).
Non si è mai tanto esaltata la freddezza della ragione, come adesso che su tutto domina il sentimento (fino all’oscenità dei giornalisti che invece di riferire i contorni reali di un avvenimento tragico continuano a chiedere ai protagonisti che magari hanno appena perso una persona cara: «Come si sente?»).
Non si è mai affermato con tanta insistenza il valore assoluto della ragione, come adesso che si è disposti a credere alle fantasie più assurde.
Non si è mai negato tanto Dio nel proprio modo di vivere, come adesso che la vita quotidiana si riempie di divi: e la creazione di miti è tanto più ricca quanto più rapida è la loro distruzione.
È un operazione di fuga e di distruzione della realtà che diventa tanto più facile quanto più lo sforzo per attuarla è reso leggero dall’irresponsabilità che la domina. L’arbitrio, il gioco verbale, il sentimento, la credulità, la magia dell’apparire non temono contestazione e promettono un dominio che è tanto grande quanto la delusione e la tragedia che lo attendono alla fine del percorso; in un mondo in cui domina il sentimento, il soggetto, che sente la realtà in un modo che nessuno gli può contestare e non ha quindi nulla e nessuno a cui debba rispondere, si trova investito di un potere immenso: chi gli può contestare, infatti, come sente le cose? Ma, al culmine di questo potere, quando crede di avere il mondo a disposizione, si trova in balia delle opinioni e dei sentimenti altrui, la cui validità è ugualmente incontestabile se su tutto regna la soggettività del sentimento.
Così, sforniamo programmi perfetti di riforma e dominio della realtà, abbiamo norme di tutela dei diritti dell’uomo, della natura e di quant’altro, come mai ci saremmo neppure sognati, ma tutto ci sfugge dalle mani […]

Editoriale
La nuova Europa, 3, 2013

giovedì 12 settembre 2013

LA RECENSIONE DI UN UOMO LIBERO

 

Don Giussani, prima la fede
poi la politica

Un’immagine degli anni ’60 di Don Giussani
 

In una monumentale biografia curata da Alberto Savorana l’epopea del prete che nel ’68 sfidò la sinistra e i vertici della Chiesa milanese
GIANNI  RIOTTA
I più aspri critici dell’esperienza di Comunione e Liberazione, e i più fedeli militanti del movimento, dovrebbero leggere questa straordinaria Vita di don Giussani (Rizzoli), redatta in anni di monumentale lavoro da Alberto Savorana, come se trattasse di un personaggio storico di cui mai abbiano sentito parlare prima. Evitando cioè che i pregiudizi, positivi o negativi che il fondatore di Cl ha attratto a lungo su di sé, impediscano loro di riscoprire un «don Gius», così lo chiamavano i suoi studenti affezionati, inedito, come documentato da Savorana, che è stato vicino ieri a Giussani, oggi al suo successore Julian Carrón.

Un don Giussani che considera il regista Pier Paolo Pasolini «unico intellettuale cattolico italiano», che trova momenti di solidarietà con don Milani, il parroco che si scontra con la gerarchia cattolica per la «scuola di Barbiana». E di scontri con i vertici, quando a Milano la Diocesi è retta dal cardinal Colombo, Giussani ne ha molti, anche rivendicando con orgoglio in punto di morte «Ho sempre obbedito». La sua prima creatura tra gli studenti – è stato professore al Liceo «bene» Berchet, poi all’Università Cattolica – si chiama Gioventù Studentesca, e «don Gius» ammonisce: la centralità non è il lavoro sociale, politico o culturale, ma la radicalità «dell’annuncio» cristiano, la figura di Cristo. Uno studente spagnolo, che per essere vicino a Cl finirà in galera nella Spagna del dittatore Franco, propone di vivere «per Cristo e per i poveri», Giussani con irruenza spiega che Cristo viene prima, «o diventiamo solo marxisti», come obietta a un collega comunista del liceo.

Negli Anni 50 della Guerra Fredda, nel 1968 che spazza le università e svuota in un giorno i quadri di Gs, nel 1977 estremista che incendia le sedi di Cl e ne disperde le assemblee con i pestaggi (Paolo Mieli, ex direttore del Corriere, dirà che la sinistra deve delle scuse a Cl per il clima di intimidazione di allora e farà con coraggio le sue personali), come nella stagione in cui Cl e il Movimento Popolare assumono potere nella Chiesa, nella politica italiana, nell’economia e nei media, Giussani tiene un solo orientamento. È la critica, che Giovanni Paolo II porterà al vertice della Chiesa, al «marxismo e del materialismo» del secondo ‘900. Secondo il vescovo Camisasca, don Giussani «Non è stato ossessionato dal problema della modernità. […] Ha sentito l’epoca moderna come un tempo che stava finendo, su cui non era necessario soffermarsi. Occorreva invece ripensare in termini nuovi le questioni di sempre, che la modernità aveva a suo modo reso impensabili… ricominciare da capo, riscoprire le parole fondamentali, riguardare l’uomo in azione per coglierlo nei suoi dinamismi più profondi, nelle sue attese più radicali».

Quando Cl diventa fenomeno di massa, le grandi firme accorrono a intervistare Giussani, Giorgio Bocca, Massimo Fini, Giovannino Russo, provando a farlo cadere in contraddizione, gli parlano del suo voto alla Dc, della pillola anticoncezionale, dell’industria, ma il fondatore di Cl li spiazza – e Bocca in una ironica chiusa lo riconosce – insistendo che il suo discorso è altrove, in una fede che la politica non coglie. Il filosofo Althusser critica i comunisti e li vota? Io faccio lo stesso con la Dc, scherza Giussani. È impressionante in una pagina di Savorana, il malumore di Giussani dopo un’assemblea riuscitissima al Palalido di Milano, intorno al 1975. Mettendo in guardia i suoi dalle sirene della «politica», rimandandoli da «pretaccio», come una futura madre badessa di clausura, Monica Della Volpe, lo giudicherà al primo incontro da studentessa, Giussani sembra prevedere la deriva di «materialismo» che toccherà una generazione dopo leader vicini a Cl, e contro cui il suo successore Carron predicherà con energia. La futura badessa Monica Della Volpe ricorda come Giussani trattava i giovani che si avvicinavano a lui spinti anche da ambizione: si infiltra a «un pranzo di capetti con il Gius, al ristorante. Io li vedo tutti lì: piccini, ansiosi di carpirsi una parola, uno sguardo del capo. Insopportabili. Poi vedo Giussani che si fa portare un carciofo crudo, con una salsina. Comincia a staccare le foglie una a una, le mangia ed esclama: “Ah, come è buono questo carciofo! Come è buono questo carciofo!”»…Intanto Giussani «guarda quegli altri, gli lancia battute, zampate fra l’ironico e l’affettuoso, li prende in giro…».

Alberto Savorana, in oltre 1300 pagine, racconta non solo la vita di don Giussani, ma decenni di storia. Anni in cui al Berchet, Giussani «prof» di religione e i colleghi marxisti, dibattono di «fede e ragione» in corridoio, mentre gli studenti ascoltano. Al Circolo Peguy di Milano, un giovanissimo Gian Enrico Rusconi ragiona con Giussani di fede e politica, nasce la casa editrice Jaca Book (dal nome di una specie di albero del pane) che sarà la prima a tradurre il capolavoro di Grossman Vita e destino. Su Rinascita, settimanale del Pci, il futuro parlamentare Fabio Mussi denuncia Cl come misto di integralismo e marketing. La Stampa e il Manifesto accusano – la notizia sarà smentita – Cl di essere finanziata dalla Cia. Padre Davide Maria Turoldo, sul Corriere della Sera, polemizza in un articolo molto duro con l’«integrismo» di Giussani, chiedendosi poi perché Giussani non attacchi il terrorismo di destra, gli scandali, la corruzione. Perfino il mite frate Nazareno Fabbretti, a colloquio con Giussani, gli chiederà come mai quelli di Cl siano così detestati nella Chiesa, non nascondendo di condividere l’antipatia.

Più lontano vedono il cardinal Montini, poi papa Paolo VI e Aldo Moro. Montini, quando gli universitari cattolici della Fuci di Fabrizio Onida, che pure aveva diretto a suo tempo, si scontrano con Giussani per un libro sulla Spagna fascista, prende a sorpresa le parti di Gs, persuaso che la fede venga avanti alla politica. E Moro, all’apice del potere, andrà taccuino in mano, nascosto tra gli studenti, ad ascoltare «don Gius» e i suoi. Immaginate l’aneddoto, ricordato dal nostro – giovanissimo – Luigi La Spina, con protagonista un leader di oggi? Savorana non nasconde le critiche radicali rivolte a Giussani, gli abbandoni, le sconfitte, i momenti di depressione, per la precaria salute, o quando il cardinal Colombo lo manda in una specie di esilio on the road in America. Preoccupato di trovare mele cotte per il fegato e la cistifellea che ha a pezzi, Giussani vagabonda da Los Angeles a New York, ma appena i dolori gli regalano un certificato medico ad hoc, si precipita a riorganizzare Gs a Milano.

Ratzinger ne celebrerà i funerali, condividevano la denuncia di totalitarismo, materialismo e relativismo, la fede nella parola. Agli studenti del ’68 Giussani spiega che se i cristiani non predicano il Vangelo, allora il messaggio più rivoluzionario è Marx. Divertente a tratti, dal padre di Giussani vecchio socialista vicino ad Anna Kuliscioff, a «Gius» che si lagna di «essere brutto» perché i giovani si distraggono in classe, La vita di don Giussani è un capitolo del dopoguerra che tocca tutti noi. L’incontro in Spagna con don Carrón meriterebbe un saggio a sé. Perché con Vita di don Giussani, Savorana compie il lavoro di storico, attingendo ad archivi e documenti inediti. Ma il suo è anche un libro «politico», che parlando del fondatore di Cl ne indica la strada futura, contro le possibili «deviazioni», come i Fioretti di San Francesco nel dibattito medievale.

Contro il timore di Emilia Cesana, carissima a don Giussani sugli altri leader del movimento, «Speremm desfen no quel che don Giussani el fa», speriamo non distruggano quel che ha fatto don Giussani, una citazione spesso ripetuta dal cardinale di Milano Angelo Scola. Un pericolo contro cui lavora Carròn e che ha così esorcizzato il giorno dei funerali di Giussani: «L’unità tra di noi è il dono più prezioso che nasce dall’accogliere questa iniziativa. Chiedo la grazia, per la responsabilità affidatami da don Giussani, di poter servire questo dono dell’unità». Un libro da leggere per capire una figura chiave del nostro Paese, un manifesto di guida politica per chi in Cl militerà.

Twitter @riotta

http://www.lastampa.it/2013/09/11/cultura/don-giussani-prima-la-fede-poi-la-politica-dCQ0nKyumkgIcLbM907G7M/pagina.html


La goccia d'acqua e il chicco di riso


Siamo ben coscienti che quanto stiamo facendo è una goccia d'acqua nell'oceano. Ma credo che, se quella goccia non fosse nell'oceano, questo sarebbe più piccolo e ne sentirebbe la mancanza. Non sono d'accordo con i metodi grandiosi di fare le cose. Quel che a noi importa è l'indivi­duo. Per poter amare una persona, dob­biamo entrare in stretto contatto con lei. Se aspettiamo finché ne potremo contat­tare molte, finiremo per perderci nei nu­meri, né saremo mai in grado di mostra­re quell'amore e quel rispetto per la per­sona. Io credo nel contatto da persona a persona; per me ogni persona è Cristo, e siccome c’è un solo Gesù, quella persona in quel dato momento è l'unica perso­na al mondo.

 

 Alcune settimane fa venni a sapere che una famiglia - una famiglia indù - non mangiava da alcuni giorni, così presi un po' di riso e andai a trovarla. Non avevo ancora fatto in tempo a rendermi conto di dove ero, che la madre di quella fami­glia aveva già diviso il riso in due parti e ne aveva portato una metà alla fami­glia accanto, che era musulmana. Allora le domandai: «Quanto ne avrete a testa? Siete in dieci a dividere quel poco di ri­so!...». Ma ella mi rispose: «Neppure lo­ro hanno da mangiare». Questa è vera grandezza.


SORRIDERE A DIO
Madre Teresa di Calcutta
Edizioni Paoline
1977

mercoledì 11 settembre 2013

L'ANIMA............

«Non me ne vergogno, nossignore!» si infuriò Cepyzin. «A me l’amore non serve per riempire il piatto! La scienza ha valore se rende felici gli uomini. I nostri prodi baroni, invece, convengono con chi dice che la scienza è serva della pratica, che obbedisce alla famosa legge di Scedrin: “Il signore comanda?”, e che perciò viene tollerata! Nossignori! Le scoperte scientifiche hanno valore di per se stesse! E da Noè ai giorni nostri hanno contribuito a perfezionare l’uomo più del vapore, delle turbine, dell’aviazione e della metallurgia. L’anima ci vuole, l’anima!»

Vita e destino
Vasilij Grossman
ADELPHI, c2008

..........MA CHE COS'E' ???????

Appena nacque nostro figlio, venne a trovarci in ospedale un carissimo amico, mio e di mia moglie, un vecchio sacerdote che qualche anno prima ci aveva sposati: padre Bruno. Non seppe resistere alla tentazione, e come tutti gli anziani che si trovano davanti a un neonato, cominciò a sorridergli e a scherzare con la voce, prima in falsetto, poi con un timbro baritonale, infine, imitando una papera, cercò di attirare l’attenzione di quell’esserino che aveva solo qualche ora di vita. Tentò anche di improvvisare il balletto dell’orso Baloo, ma dopo un accenno di tip-tap deve essersi detto che per un anziano sacerdote di 82 anni, che solitamente impiegava la sua voce per tenere le omelie, per condurre cineforum, moderare conferenze e dirigere un centro culturale (quella era la sua molteplice attività), forse il tip-tap in una stanza di ospedale era un poco eccessivo. Ci guardò, guardò nostro figlio, poi disse: «Bene, avete fatto un corpo, ora dovrete farne un’anima!». Salutandoci sorrise e uscì dalla stanza. Guardandolo andare via mi sembrava che ballasse il tip-tap e che nemmeno Gene Kelly avesse la sua leggerezza.

Che cosa voleva dire «farne un’anima»? Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo interrogativo. I nove meravigliosi mesi di laboriosa gravidanza, e tutte quelle ore faticose del parto, l’avevano sfinita: umanamente non le si poteva chiedere nessuno sforzo in più in quel momento, anche perché quei 3 kg e 750 gr di esserino ai nostri occhi erano bellissimi e, benché le dimensioni prefigurassero un avvenire da brevilineo, eravamo convinti che non mancassero di nulla. Mi turbava l’idea dell’anima, mi ripromisi di dare un’occhiata su Wikipedia per saperne di più; in quel momento entrò il medico per accertarsi delle condizioni di mamma e figlio, e mentre annotava qualche dato sulla cartella clinica gli chiesi dopo quanti giorni si sarebbe manifestata l’anima, se prima o dopo i denti da latte, e se ce ne saremmo accorti da qualche prodromo tipo febbre o colichette. Lui prima mi fece sedere, mi auscultò il polso, mi obbligò a inghiottire una pastiglia e infine disse: «Deve essere stata un’esperienza un po’ scioccante per lei assistere al parto, chissà da quante ore non riposa, e poi tenere fra le braccia il proprio figlio! Lo mandiamo a casa a dormire, questo papà?».

In effetti prendere fra le braccia il proprio figlio era stata un’esperienza terrorizzante, come salire dietro ad Alonso sulla sua Ferrari mentre sta disputando il Gp del Nürburgring. Mi era sembrato di avere avuto in braccio la cosa più fragile dell’universo, più fragile di una flûte di cristallo, di quelle che si rompono sempre quando le metti in lavastoviglie; altro che un figlio, mi sembrava che stessi cullando una bomba atomica: non mi muovevo, non respiravo, non contraevo un muscolo. In genere si riesce a resistere in quelle condizioni non più di un minuto e quaranta secondi, e quando l’infermiera te lo toglie dalle mani facendolo roteare come un giocoliere tu speri di riabbracciare tuo figlio il giorno in cui si laureerà.

Farne un’anima? Dopo la prima ecografia che ci rivelò essere un maschietto, ricordo che fantasticai di farne un’avvocato, un architetto, un laureato in scienze economiche; un vincitore del Pallone d’oro con la maglia dell’Inter, tutt’al più un campione di tennis, uno skipper, un produttore di vini nel Salento, uno chef da 3 stelle Michelin! Farne un anima!? Avrà senso nell’era della potenza tecnologica più dispiegata ? Cosa te ne fai di un’anima quando tra non molto potrai prenotare via Internet un drone telecomandato che te lo mandano a casa e ti stira le camicie e ti svuota la lavastoviglie? Poi torni a casa la sera e trovi il drone ridotto a ferraglia perché la tua colf lo aveva scambiato per un ladro e preso a bastonate.

Me lo immagino il confronto con gli altri genitori: «Mio figlio ha conseguito la maturità con il massimo dei voti al Liceo San Carlo, ha il diploma di miglior centrocampista offensivo conseguito quest’estate in uno stage a Rio de Janeiro, parla inglese fluently grazie alla permanenza bimestrale nel college Nathaniel Winkle di Brixton nella contea di Hampstead, e come hobby progetta applicazioni per iPad. E suo figlio?». «Stiamo cercando di fargli conseguire un’anima...». «...ma cos’è? Un liceo sperimentale, o frequenta una comunità di recupero per tossicodipendenti?».

E poi, un’anima come la si crea? Quanto incide una corretta alimentazione nel contribuire al progetto? E nel caso, sarebbe meglio una dieta iperproteica o senza glutine, oppure povera di sodio? E gli amminoacidi ramificati, la carnetina, oltre ad aumentare la massa muscolare, potrebbero far lievitare l’anima? L’anima è più sviluppata nei vegetariani o negli obesi? E quale attività sportiva predilige un’anima? Una disciplina aerobica o anaerobica? Mi spiego: è più adatta per un’anima la maratona o il curling? oppure sarebbe meglio lo sci da discesa con attrezzi curving o lo snorkeling con pinne lunghe? E poi che giochi si regalano a un bambino per agevolare il processo: pistole, frecce, Gameboy o il puzzle del Libro tibetano dei morti? Ma soprattutto, a cosa serve un’anima? Nessuno più te la chiede; quando ti fermano i carabinieri si accontentano di patente e libretto; se acquisti su Internet, bastano carta di credito e mail e il resto del mondo pretende e desidera solo account e password! A pensarci bene, un’anima sembra la cosa più antimoderna che possa esistere, più antica del treno a vapore, più vecchia del televisore a tubo catodico, più démodé delle pattine da mettere in un salotto con la cera al pavimento; lontana come una foto in bianco e nero, bizzarra come un ventaglio, eccentrica come uno smoking e inutile come un papillon.

Telefonai a padre Bruno e chiesi: «Ma come si fa a fare un’anima?». E lui rispose: «Cominci con il ringraziare». «Chi?», domandai. «Il Padreterno che le ha donato un figlio e questa cose meravigliose che sono il mondo e la vita». «E se non ci credessi, se fosse tutto un caso?». «E lei ringrazi il caso, che non ha faticato meno del Padreterno, benedica la circostanza, ma non si dimentichi mai di ringraziare». E poi aggiunse: «La seconda qualità dell’anima è la gentilezza, sia sempre gentile con tutti». «Anche con quelli sgarbati? Anche con quelli che ti fanno domande importune?». «Sì, sia sempre gentile e chieda: perché vuole saper proprio questa cosa? Vedrà che cambierà domanda o starà in silenzio».

Padre Bruno mi congedò perché era affaticato, mentre io avrei avuto altre cento domande da fargli a proposito dell’anima. «Le prometto che verrò a visitarla in sogno». Sorrisi della sua affermazione e dissi: «Ma non si disturbi, vengo io a trovarla in sagrestia». La notte stessa ci lasciò perché, come lui amava dire, era arrivato il giorno dell’appuntamento con la Persona più importante.

Un giorno ero assorto nei miei pensieri, quando un tizio in maniera assolutamente sgarbata mi rivolse la seguente domanda: «Perché ha parcheggiato la macchina in seconda fila?». Io misi in pratica il consiglio di padre Bruno e gentilmente chiesi: «Perché vuole farmi proprio questa domanda?».

E lui: «Perché sono un vigile e questa è la sua bella contravvenzione, e mi ringrazi che oggi sono di buon umore, altrimenti gliela facevo rimuovere la sua bella macchinetta, ha capito?».

Ho ringraziato gentilmente. Ma poi guardando meglio mi accorsi che il vigile rideva, ma non solo era padre Bruno travestito. Lo stavo sognando! Mi abbracciò e chiese: «Allora come se la sta cavando con l’anima?». «Mi applico ma non ci capisco niente. Ma, padre Bruno, l’anima è una cosa che esiste solo nelle canzoni, quasi sempre in inglese...». «Si ricordi un’altra cosa: l’uomo supera infinitamente se stesso». E svanì come nella nebbia, anzi comein un sogno.

Al risveglio mi accolse il sorriso di mia moglie, e dopo essermi stiracchiato come un gatto le dissi: «Lo sai, amore, oggi sento che posso infinitamente superare me stesso». E lei rispose: «Come te la tiri!». Mi sa che ci vuole pratica per fare un’anima!

Quando spunta l'anima di un bambino. Viaggio tra dubbi ed emozioni
di un papà che vuole
aiutare i figli a crescere
Giacomo Poretti

martedì 10 settembre 2013

in cammino

Una volta usciti dall’infanzia, occorre soffrire
molto a lungo per rientrarvi, così come proprio in
fondo alla notte si ritrova un’altra aurora.

GEORGES BERNANOS




giovedì 5 settembre 2013

donarsi

Lascio la mia amata casa
e la carissima terra natia,
vado nel soffocante Bengala
un luogo distante e fuori mano.

Mi lascio alle spalle gli amici,
rinuncio ai familiari e alla mia casa,
ma il cuore mi sta attirando
dove potrò servire Cristo.

Madre amata, addio,
e addio anche a voi tutti:
una forza più grande mi sta spingendo
verso la torrida India.

La nave sta lentamente navigando
Fendendo le onde del mare,
e l’occhio fissa per l’ultima volta
le rive della cara Europa.

Sopra la nave c’è coraggiosamente,
con un volto coraggioso e sereno,
la felice e piccola
nuova sposa di Cristo.

Nella sua mano una croce di metallo,
sulla quale è appeso il Salvatore,
e la sua anima offre prontamente
il pesante sacrificio di questo momento:

«Ricevi, o Dio, questo sacrificio
come un segno del mio amore,
aiuta ora la tua creatura
per glorificare il tuo nome!

In cambio ti chiedo solamente,
o Padre nostro pieno di bontà,
donami uno spirito, almeno uno,
quello spirito che tu già conosci ».

E minuscole e calde lacrime,
pure come rugiada estiva,
cominciano silenziosamente a sgorgare
per confermare e consacrare
il pesante sacrificio appena offerto.




Beata Teresa di Calcutta

Il segreto di madre Teresa
Saverio Gaeta
Piemme 2002

l'armonia della diversità che si unisce

Ci vuole una donna per riportare la vita là dove gli uomini l’hanno cancellata. Ci vuole una grande donna per fare quello, che la natura fa ogni giorno, da milioni di anni, piantare un seme, vederlo crescere, ieri filo d’erba, oggi albero dalle radici profonde.
Questa donna-natura, questa donna madre di figlie e di sogni si chiama Lélia Wanik Salgado, ed è lei, architetto e pianista, abituata a costruire e a comporre, l’occhio che da trent’anni sceglie e ordina musicalmente, nel ritmo e nel racconto di libri e mostre straordinari, ciò che suo marito, fotografo celebratissimo, Sebastiao Salgado,  vede negli angoli più lontani ed estremi del mondo. Insieme formano una coppia “pianeta”, cielo e terra. Insieme hanno dato vita a uno dei progetti più emozionanti di questo inizio di terzo millennio. «Genesi. Fotografie di Sebastiao Salgado» - la mostra aperta fino al 15 settembre all’Ara Pacis di Roma […] – è una lunghissima e romantica ricerca sugli ultimi angoli rimasti di natura incontaminata, ma è soprattutto l’invito imperioso a difendere questi magnifici scenari […]

Laura Leonelli
La Domenica de Il Sole24ore, 18 agosto 2013, pag. 36