Il giorno del giudizio si avvicina e la riflessione sul bene e sul male non impegna soltanto filosofi e predicatori, ma gli uomini tutti, istruiti e ignoranti.
Nei millenni passati l'idea del bene ha fatto qualche passo avanti? E' o non è un concetto valido per ogni uomo, -E non c'è greco e non c'è giudeo-, come dicevano gli apostoli? E non ci sono classi nè nazioni nè Stati? O forse il concetto è ancora più amplio e si estende anche agli animali, agli alberi e al muschio, è amplio quanto lo volevano il Buddha e i suoi discepoli? Quel Buddha che per cogliere la vita tramite il bene e l'amore arrivò a negarla.
Nel corso dei millenni le teorie dei maestri dell'etica e della filosofia hanno portato a una limitazione del concetto di bene.
L'idea cristiana, lontana cinque secoli dalla buddhista, restrinse il mondo dei viventi a cui applicare il concetto di bene.
Che non riguardava tutti gli esseri, ma soltanto gli umani.
Il bene dei primi cristiani, il bene degli uomini tutti venne sostituito dal bene dei soli cristiani, a cui si affiancava il bene di musulmani e il bene degli ebrei.
Passarono i scoli, e il bene dei cristiani si scisse nel bene dei cattolici e dei protestanti, e nel bene degli ortodossi. E dal bene degli ortodossi nacque il bene dei vecchi e dei nuovi credenti.
Poi è toccato al bene dei ricchi e a quello dei poveri, e infine al bene dei gialli, dei neri, dei bianchi.
E così, scissione dopo scissione, sono nati il bene di una setta, di una razza o di una classe; e quanti si trovavano oltre la linea chiusa del cerchio non ne erano parte.
E gli uomini si avvidero che molto sangue era stato versato per quel bene piccolo piccolo che buono non era, e in nome della sua battaglia contro ciò che riteneva male.
[...]
E allora, forse, è la vita il male?
Ho visto la forza incrollabile dell'idea del bene sociale, che è nata nel mio paese. L'ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata e nel Trentasette. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano. Ho visto le campagne morire di fame, e i figli dei contadini che morivano tra le nevi della siberia; ho visto le tradotte che da Mosca, Leningrado e altre città della Russia portavano in Siberia centinaia di migliaia di uomini e donne, i nemici della grande, luminosa idea del bene sociale. Era un'idea bella e grande, e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dai padri.
Ora sul mondo incombe il grande orrore del nazismo tedesco. L'aria è impregnata delle grida e dei lamenti dei giustiziati. Nero è il cielo, e il sole si è spento nel fumo dei forni crematori.
Ma anche questi crimini - inauditi non solo per l'Universo, ma anche per gli uomini di questa terra - sono compiuti in nome del bene.
Quando vivevo nelle foreste del Nord credevo che il bene non albergasse nell'uomo né nel mondo rapace degli animali e degli insetti, ma in quello silenzioso degli alberi. Invece no! L'ho vista muoversi, la foresta, l'ho vista contendere senza pietà un palmo di terra all'erba e agli arbusti. Miliardi di semi volanti, crescono, uccidono l'erba e soffocano un cespuglio amico, e milioni di germogli combattono gli uni contro gli altri. Solo chi sopravvive va a formare, in un'adunanza di forti, la coltre del giovane bosco bramoso di luce. E abeti e faggi vegetano nella penombra della reclusione sotto la coltre delle piante eliofile.
Anche per loro, tuttavia, verrà il momento di avvizzire, e allora gli abeti massicci si apriranno un varco verso la luce e metteranno a morte l’ontano e la betulla.
Così vive il bosco, nell’eterna lotta di tutti contro tutti. Solo un cieco può pensare che ci sia pace nel regno degli alberi e delle erbe.
Che la vita sia
davvero il male?
Il bene non è nella natura, non è nelle prediche di apostoli
e profeti né nelle teorie di grandi sociologi o capi di Stato, né nell’etica
dei filosofi… la gente comune ha nel cuore l’amore per gli esseri viventi, ama
la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo, è felice del calore della
propria casa dopo una giornata di lavoro e no accende rovi e falò sulle piazze.
E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà
di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un
prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico
ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del
contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie
che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri – non ai loro
soldati, questo no – le lettere dei prigionieri.È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale.
A ben pensarci, però, ci si accorge che la bontà illogica, fortuita e del singolo uomo, è eterna. Che si estende a tutto quanto è vivo, a un topo o al ramo che un passante si ferma a sistemare perché possa attecchire meglio al tronco.
In quest’epoca tremenda, un epoca di follie commesse nel nome della gloria di Stati e nazioni o del bene universale, e in cui gli uomini non sembrano più uomini ma fremono come rami d’albero e sono come la pietra che frana e trascina con se le altre pietre riempiendo fosse e burroni, in quest’epoca di terrore e di follia insensata, la bontà spicciola, granello radioattivo sbriciolato nella vita, non è scomparsa.
VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013














