venerdì 17 aprile 2015

...e Dio come Bellezza

“Gaudì realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti:
superare la scissione tra coscienza umana  e coscienza cristiana,
tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna,
tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza.
Antoni Gaudì non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee superfici e vertici”


Benedetto XVI, 7 novembre 2010

giovedì 9 aprile 2015

strada per Dostoevskij, strada di bellezza

«La cultura non è consumare prodotti di cultura. Consumiamo i quadri delle mostre, leggiamo libri, ascoltiamo musica… è vera cultura consumarne il più possibile? La cultura non è un oggetto, ma uno spazio, che unisce l’uomo a sé stesso e agli altri uomini. Non vorrei fare l’ennesimo tentativo di ‘consumare’ Dostoevskij, anche perché è un amico e gli amici non si consumano, con gli amici si parla. Per molti Dostoevskij è l’autore di cui… ‘a pagina 10 non si ricordano i personaggi di pagina 3’: appunto un autore difficile da ‘consumare’ e questo già tradisce la sua grandezza. Chiunque abbia provato a leggerne un romanzo è rimasto disorientato: è come muoversi in una foresta.
[…]
Senza la bellezza non c’è nulla da fare al mondo, perché la bellezza serve a entusiasmare al lavoro e il lavoro a risorgere. Di che bellezza sta parlando Dostoevskij? Se penetriamo questo mistero, avremo giornate meno grigie. Quando suona la sveglia: che cosa abbiamo da fare nel mondo, per il mondo, con il mondo oggi?»

Alessandro D’Avenia
SE E’ VERO CHE LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO
in STUDI CATTOLICI, 649, marzo 2015

 

sabato 14 febbraio 2015

ti ho incontrato stamattina

Per alcuni la letteratura è un ponte che unisce l’infanzia alla morte. Mentre questa genera angoscia, quella evoca nostalgia. Più la nostalgia è profonda e la paura totale, e più la parola e l’immagine guadagnano in purezza e in ricchezza.
Ma per me lo scrivere è piuttosto una matzevà, un invisibile pietra tombale, eretta alla memoria dei morti senza sepoltura. Ogni parola corrisponde a un volto, a una preghiera, avendo l’uno bisogno dell’altra per non cadere nell’oblio.

L’EBREO ERRANTE
Elie Wiesel

mercoledì 11 febbraio 2015

cittadini d'ISRAELE


Cinque anni dopo, quando ero in quarta, il maestro di ebraico entrò in classe con Ajnabi, uno straniero biondo, alto e bello, mica come noi. Il maestro ci traduceva l’ebraico di quello sconosciuto, diceva che era uno dei Nitzane Shalom e che avremmo conosciuto altri ebrei. Loro sarebbero venuti da noi e noi saremmo andati da loro.

Eravamo contenti. Ebrei significava vacanza da scuola e gli insegnanti si comportavano diversamente: non menavano e sorridevano tutto il tempo. Gli ebrei avevano più insegnanti, e anche più giovani. Gli ebrei venivano da Kafr Saba.

Il maestro di ebraico disse a ciascuno di noi chi sarebbe stato il suo amico ebreo. La nostra classe era più grande di quella degli ebrei e così capitò che due di noi dovessero dividersi un solo amico ebreo. A me toccò Nadav Epstein. Dovevamo portarli a casa nostra.

Tutto il villaggio sapeva che arrivavano gli ebrei. Una settimana prima della visita, i ragazzi della scuola ricevettero una lettera in cui si chiedeva ai genitori di prepararsi, di non fare brutta figura e di lasciare una buona impressione. Mia mamma si prese un giorno di permesso, così da avere il tempo per cucinare e mettere in ordine la casa. Comunque avrebbe avuto solo due ore di lezione quel giorno, e quindi fece in modo che qualcuno la sostituisse. Le donne e i bambini che non andavano ancora a scuola uscirono la mattina presto per andare ad aspettare gli ebrei. Mia mamma preparò la siniah di carne con la salsa di sesamo, pollo e insalata e baklava. Apparecchiò la tavola, comprò una pianta con dei fiori di plastica e si vestì elegante.

Nadav era un tipo a posto. Io non sapevo granché l’ebraico, ma lui era a posto, simpatico. Quel che non capivo  era come mai lui chiamasse pitah le nostre pagnotte. A Tirah, per pitha si intende la pagnottina. Il pane che gli ebrei chiamano pitah noi lo chiamiamo semplicemente pane.

Due settimane dopo andammo da loro a Kafr Saba. La scuola degli ebrei era completamente diversa dalla nostra. In cortile c’erano degli altoparlanti che durante intervallo diffondevano musica. Vidi un ragazzo girare abbracciato a una ragazza; mi aspettavo che qualcuno gliele desse. Cercai Nadav e capii presto che c’era stato un errore: si erano confusi e avevano di nuovo mandato a Tirah la classe che era già stata da noi.

Ci misero a coppie, un ebreo e un arabo. Alcuni ebrei ebbero due arabi. Mi accoppiarono con uno nuovo. Non gli chiesi nemmeno come si chiamava. Capimmo quasi subito che gli ebrei non ci avrebbero portati a casa loro. Ci avevano preparato il pranzo a scuola; avevano apparecchiato i tavoli e ci avevano messo sopra del pane Yahud, un po’ di tavolette di cioccolato e della marmellata.

Non mangiai nulla. Ero offeso. Come avevano osato darci un nuovo amico? Con tutto il temo che ci aveva messo mio padre a insegnarmi a dire Epstein nel modo giusto! Gli arabi si radunarono tutti da una parte, gli ebrei dall’altra, e io ero lì lì  per piangere, ma decisi di trattenermi. Ce l’avevo con me stesso. Che cosa me ne fregava dell’ebreo che mi avevano dato? Come se fra l’altro ci capissi qualcosa di ciò che diceva quel  Nadav… Comunque a nessuno gliene importava un fico secco della faccenda. E magari Nadav non si era nemmeno accorto che gli avevano cambiato la classe. I nostri insegnanti continuavano a confabulare sul cibo. Avevano creduto che gli ebrei ci avrebbero portati a casa loro e si lamentavano perché si erano messi eleganti per niente.

Quand’ecco arrivare di corsa il nostro direttore, tutto affannato e sudato, impegnato a sistemarsi i quattro capelli che aveva ancora in testa. Puntò dritto verso di me. «Vieni» mi disse. «Hanno scambiato le classi. Ti porto via con me». Era nervoso, ma non mi picchiò. Era venuto apposta dal villaggio, a prendermi. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei salito sulla macchina del direttore! Mi raccontò che Nadav continuava a piangere perché avevano confuso le classi. Non voleva saperne di andare con nessun altro, voleva stare solo con me. Il direttore mi disse che strillava come un neonato; secondo lui aveva un problema serio quel bambino lì. Mi pregò di provare a calmarlo. Voleva riportarlo a casa, ma il vicedirettore  aveva detto che non era bello riportare a casa un bambino ebreo in lacrime.

Ero felicissimo. Nadav si era sentito come me. Quell’ebreo mi voleva davvero bene.

 

ARABI DANZANTI

 
Sayed Kashua

giovedì 29 gennaio 2015

prepararsi all'EXPO Milano 2015



'...abbiamo appreso a considerare il nutrimento come uno dei luoghi dell'etica,
come uno dei simboli della religione,
come uno degli spazi sacri di ogni persona.'
 
 
RELIGIONE COME CIBO E CIBO COME RELIGIONE
a cura di Oscar Marchisio

martedì 27 gennaio 2015

memoria

Nei primi quindici mesi di esistenza di questo luogo terribile eravamo – noi detenuti polacchi – abbandonati a noi stessi. Il mondo libero non si interessava alla nostra sofferenza e alla nostra morte, nonostante ripetuti tentativi della organizzazione segreta della resistenza, attiva all’interno del campo, di garantire informazioni all’esterno. Nella tarda estate del 1941 arrivarono ad Auschwitz alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra facenti parte dell’esercito sovietico, e su di essi – come pure su detenuti politici polacchi ammalati – venne sperimentato, nel settembre 1941, l’effetto del gas tossico Zyklon B. nessuno dei detenuti poteva allora immaginarsi che si trattava ‘semplicemente’ di un tentativo assassino per predisporre un genocidio di massa con metodi industriali. E però questa era la realtà negli anni 1942, 1943 e 1944. La costruzione di camere a gas e di forni crematori, la loro terrificante capacità operativa è soltanto il lato tecnico di un’impresa diabolica.

Wladyslaw Bartoszewski  in
'DOVE ERA DIO?'
Benedetto XVI
 
 
 

mercoledì 21 gennaio 2015

il pronome da riscoprire

A Maurizio le feste parrocchiali piacevano perché si mangiavano cose proibite nel resto dell’anno – la vista del rubinetto del gelato espresso  bigusto e l’odore dello zucchero filato gli annegava la lingua nell’acquolina – ma soprattutto perché arrivavano decine di bancarelle piene di nuovi modelli di fucili spara-acqua, indispensabile status symbol nei combattimenti tra ragazzi lungo lo stagno. Amava nascondersi tra i carri dei giostrai per spiarli mentre montavano le attrazioni più affascinanti: gli apparecchietti, l’autoscontro, la casa degli orrori, e il tagadà.
Nonno Giacomo il sabato della festa era convinto di costruire solidarietà tra maschi regalandogli dieci gettoni per salire sui giochi e invitarci gli amici, ma a Maurizio quel numero esiguo pareva il minimo sindacale; poi nonna Cristina si lasciava cogliere da indulgenza femminile e in segreto gli dava i soldi per comprarsene altri dieci. Così, alla fine, il fatto di essere nipote di due che si credevano uno più furbo dell’altro gli fruttava il doppio dei gettoni, aumentando parecchio le possibilità di essere accolto dai compagni di giochi.
Non ci voleva molto, in effetti. Bastava adattarsi a quella cosa del «noi», una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo.
A Maurizio non veniva così facile dire «noi», perché non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sé stesso. A Crabas col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare.
«Mi raccomando Maurì, comportiamoci bene e stiamo attenti», gli intimava nonno Giacomo quando lo vedeva ai bordi dello stagno con gli altri ragazzi a mettere le trappole per gli uccelli. Maurizio aveva capito da tempo che quel plurale non implicava che suo nonno sarebbe venuto con lui a invischiare le canne sulla riva.
Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni.
«Non ci diamo proprio per vinti, eh?» gli aveva detto una volta Giulio, il figlio del vigile urbano, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesima volta la mira sulla lattina vuota poggiata in piedi sull’argine dello stagno, proprio dietro alla chiesa di Santa Maria.
Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e aveva fissato il ragazzo più grande per qualche istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo:
«Non siamo mica gente che si arrende, noi».
Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi io sasso lanciato dalla fionda era andato diritto sulla lattina, facendola cadere giù dal costone dell’argine con un suono acuto e pieno di riverberi. Il ragazzo più grande aveva mormorato un’imprecazione passandosi  una mano nei capelli scuri con un gesto incredulo, poi lo aveva applaudito forte.
Era stato in quel momento che Maurizio aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire «noi» a Crabas.
Non era un pronome come negli altri posti, ma la cittadinanza di una patria tacita dove tutto il tempo condiviso si declinava così, al presente plurale.


“L’INCONTRO”
Michela Murgia

venerdì 9 gennaio 2015

amore per Israele

Alla mia terra

Non ti ho cantata, terra mia
Non ho glorificato il tuo nome
con poemi eroici
e molteplici battaglie.
Solo un albero le mie mani hanno piantato,-
Quiete sono le sponde del Giordano-
Solo un sentiero i miei piedi hanno battuto
Sulla superficie dei campi.

È  davvero misera,
lo sapevo madre,
è davvero misera
l’offerta di tua figlia.
Solo un trillo di gioia
Il giorno in cui splenderà la luce,
solo un pianto nascosto
per la tua angustia.

Rachel Bluwstein (1890-1931)

Nata in Russia, undicesima figlia di una famiglia tradizionalista e nipote del rabbino di Kiev. All’età di 15 anni comincia a scrivere poesie e a 17 si sposa a Kiev. Nel 1909 sbarca a Giaffa e anziché procedere verso l’Italia per conseguire  gli studi in storia dell’arte rimane a Tel Aviv. Nel 1911 si stabilisce nella fattoria del gruppo comunitario Kinneret (futuro kibbutz) dove lavora nell’orto gestito dalle donne. Nel 1913 parte per studiare agricoltura a Tolosa. Torna in Eretz Israel e si stabilisce nel kibbutz Degania, ma a causa della tubercolosi si trasferisce a Tel Aviv. Muore sola e senza figli. Rachel è diventata un simbolo per la cultura israeliana.

LA TERRA DI ISRAELE NELLA LETTERATURA ISRAELIANA CONTEMPORANEA
Sarah Kaminski
In VITA MONASTICA, 257, luglio-settembre 2014

mercoledì 24 dicembre 2014

auguri

Misha era un orsacchiotto di peluche. Aveva le piante dei piedi in velluto rosso, due bottoncini da stivaletto per occhi e un naso di fiocchi di lana.
Apparteneva ad una bambina capricciosa, che a volte lo colmava di coccole e a volte lo sbatteva di malagrazia sul pavimento prendendolo per le delicate orecchie di stoffa.
Così, un bel giorno, Misha prese la più grande decisione della sua vita: scappare. Approfittò della confusione dei giorni che precedevano il Natale, infilò la porta e si riprese la libertà.
Se ne andò nella neve battendo i tacchi, felice come non era mai stato. In ogni angolo faceva scoperte meravigliose: gli alberi, gli insetti, gli uccelli, le stelle. Misha sgranava gli occhi: era tutto così incredibilmente bello.
Venne la sera di Natale, quella in cui tutte le creature sono invitate a fare una buona azione. Misha sentì i sonagli di una slitta. Era una Renna che correva tirando una slitta carica di pacchetti avvolti in carta colorata.
La Renna vide l'orsacchiotto, si fermò e gli spiegò, con molta cortesia che sostituiva Babbo Natale, il quale era troppo vecchio e malandato e con tutta quella neve non poteva andare in giro a piedi.
La Renna invitò Misha a salire.
E così Misha cominciò a girare città e paesi sulla slitta magica di Babbo Natale. Era proprio lui che deponeva in ogni camino un giocattolo o un regalino confezionato apposta. Si divertiva, era pieno di gioia. Se fosse rimasto il piccolo saggio giocattolo, avrebbe mai conosciuto una simile notte?
Ed ecco che si arrivò all'ultima casa: una povera capanna ai margini del bosco. Misha cacciò la mano nel gran sacco, cercò, frugò: non c'era più niente!
"Renna, o Renna! Non c'è più niente nel tuo sacco!".
"Oh!" gemette la Renna.
Nella capanna viveva un ragazzino ammalato. L'indomani, svegliandosi, avrebbe visto le sue scarpe vuote davanti al camino? La Renna guardò Misha coi suoi begli occhi profondi.
Allora Misha sospirò, abbracciò con un colpo d'occhio la campagna dove gli piaceva tanto gironzolare tutto solo e, alzando le spalle, mettendo avanti una zampa dopo l'altra, uno due, uno due, per fare la sua buona azione di Natale, entrò nella capanna, si rannicchiò in una scarpa e aspettò il mattino.

venerdì 5 dicembre 2014

Esiste davvero

Stava per cominciare a pensare a quello, e all’infossatura inondata di amarezza che aveva nel cuore, quando quella donna straniera lo stupì aprendo il libro e porgendoglielo.
Lo aveva aperto in corrispondenza di una pagina che mostrava lo schizzo di una figura dalle sembianze umane che si stringeva il petto. Se per il dolore o per la passione, Taban non riuscì a stabilirlo. Era un disegno semplice, ma fu come cibo per gli affamati. Lui avrebbe voluto fissarlo, studiarne ogni linea, vedere come era stato realizzato.
Ma, troppo rapidamente, lei ritrasse il volume e lo aprì su un’altra pagina e cominciò a leggere, con la mano posata sul collo. E mentre il ragazzo la osservava, seguendo l’andamento della sua voce, cominciò a capire che per lei i libri significavano quello che i suoi disegni significavano per lui.
Erano (si sforzò di tradurlo in parole nella sua mente) un’evasione - no, di più – un’espressione del bisogno di staccarsi dalla propria limitatezza per unirsi all’Essere-dalle-cento-gambe, ai raggi del sole.


LA BIBLIOTECA SUL CAMMELLO
Masha Hamilton