A Maurizio le feste parrocchiali piacevano perché si mangiavano cose proibite nel resto dell’anno – la vista del rubinetto del gelato espresso bigusto e l’odore dello zucchero filato gli annegava la lingua nell’acquolina – ma soprattutto perché arrivavano decine di bancarelle piene di nuovi modelli di fucili spara-acqua, indispensabile status symbol nei combattimenti tra ragazzi lungo lo stagno. Amava nascondersi tra i carri dei giostrai per spiarli mentre montavano le attrazioni più affascinanti: gli apparecchietti, l’autoscontro, la casa degli orrori, e il tagadà.
Nonno Giacomo il sabato della festa era convinto di costruire solidarietà tra maschi regalandogli dieci gettoni per salire sui giochi e invitarci gli amici, ma a Maurizio quel numero esiguo pareva il minimo sindacale; poi nonna Cristina si lasciava cogliere da indulgenza femminile e in segreto gli dava i soldi per comprarsene altri dieci. Così, alla fine, il fatto di essere nipote di due che si credevano uno più furbo dell’altro gli fruttava il doppio dei gettoni, aumentando parecchio le possibilità di essere accolto dai compagni di giochi.
Non ci voleva molto, in effetti. Bastava adattarsi a quella cosa del «noi», una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo.
A Maurizio non veniva così facile dire «noi», perché non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sé stesso. A Crabas col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare.
«Mi raccomando Maurì, comportiamoci bene e stiamo attenti», gli intimava nonno Giacomo quando lo vedeva ai bordi dello stagno con gli altri ragazzi a mettere le trappole per gli uccelli. Maurizio aveva capito da tempo che quel plurale non implicava che suo nonno sarebbe venuto con lui a invischiare le canne sulla riva.
Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni.
«Non ci diamo proprio per vinti, eh?» gli aveva detto una volta Giulio, il figlio del vigile urbano, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesima volta la mira sulla lattina vuota poggiata in piedi sull’argine dello stagno, proprio dietro alla chiesa di Santa Maria.
Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e aveva fissato il ragazzo più grande per qualche istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo:
«Non siamo mica gente che si arrende, noi».
Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi io sasso lanciato dalla fionda era andato diritto sulla lattina, facendola cadere giù dal costone dell’argine con un suono acuto e pieno di riverberi. Il ragazzo più grande aveva mormorato un’imprecazione passandosi una mano nei capelli scuri con un gesto incredulo, poi lo aveva applaudito forte.
Era stato in quel momento che Maurizio aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire «noi» a Crabas.
Non era un pronome come negli altri posti, ma la cittadinanza di una patria tacita dove tutto il tempo condiviso si declinava così, al presente plurale.
“L’INCONTRO”

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