venerdì 26 luglio 2013

LA VITA, sempre

GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
Domenica, 17 luglio 1994
 Carissimi Fratelli e Sorelle!
Oggi desidero attirare la vostra attenzione su un altro aspetto fondamentale dell'amore coniugale: la sua intrinseca apertura alla vita. Lo sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica quando rileva che l'amore dei coniugi "tende per sua natura ad essere fecondo. Il figlio non viene ad aggiungersi dall'esterno al reciproco amore degli sposi; sboccia al cuore stesso del loro mutuo dono, di cui è frutto e compimento"
E’ di fondamentale importanza cogliere la grandezza misteriosa di questo evento. Come ho scritto nella Lettera alle famiglie, "nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente. [ . . .] Infatti soltanto da Dio può provenire quell' immagine e somiglianza che è propria dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la continuazione della creazione" (Giovanni Paolo II, Gratissimam Sane, n. 9).
Certo, questo discorso ha una particolare risonanza per i credenti. Ma il suo valore è riconoscibile anche dalla semplice ragione che, nel miracolo della vita umana nascente, è spinta a riconoscere qualcosa che va molto al di là di un puro fatto biologico. Nella generazione della vita umana, la biologia postula il suo stesso superamento. E ciò non può non avere implicazioni anche sul piano etico: non si può trattare ciò che attiene alla generazione della vita umana, come se si trattasse di un puro evento biologico, suscettibile di qualunque manipolazione.

www.giannajessen.com

www.vatican.va

http://www.youtube.com/watch?v=AKztjBZ6bm0

giovedì 25 luglio 2013

GRAZIE al 25 luglio 1943

Sul finire dell’estate del 1942 le truppe dell’armata del Caucaso comandata da Kleis conquistarono il primo centro petrolifero sovietico, vicino a Majkop. C’erano soldati tedeschi a Capo Nord e a Creta, nel Nord della Finlandia e sulle rive della Manica. Il maresciallo Erwin Rommel, soldato di terre assolate, era a ottanta chilometri da Alessandria. La svastica garriva sulla vetta dell’El’brus. Manstein aveva avuto disposizione di muovere cannoni e lanciarazzi, la nuova artiglieria, contro la roccaforte dei bolscevichi: Leningrado. Scettico, Mussolini stava elaborando un piano di attacco contro Il Cairo e si allenava a montare uno stallone arabo. Dietl, soldato di terre innevate, aveva raggiunto latitudini, al Nord, che mai un conquistatore europeo aveva calpestato. Parigi, Vienna, Praga e Bruxelles erano diventate capoluoghi di provincia tedeschi.
Era il momento di attuare i punti più atroci del programma nazionalsocialista, quelli che colpivano l’uomo, la sua vita e la sua libertà. I leader fascisti mentono, quando dicono che la loro crudeltà si deve alla tensione della battaglia. Al contrario, il pericolo rende più saggi e la scarsa convinzione nelle proprie forze induce alla moderazione.
Il giorno in cui il nazifascismo si convincerà del proprio definitivo trionfo, il mondo annegherà nel sangue. Se non troveranno più avversari in armi sulla terra, i boia che ammazzano donne, vecchi e bambini non avranno più freni. Perché è l’uomo il primo nemico del fascismo.
Nell’autunno del 1942 il Reich adottò una serie di leggi barbare e disumane.
Il 12 settembre del 1942, all’apice del successo militare nazionalsocialista, gli ebrei europei vennero sottratti alla giustizia ordinaria e consegnati alla Gestapo.
La direzione del partito, a Adolf Hitler in testa, aveva deciso che il popolo ebraico andava annientato.


VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

martedì 23 luglio 2013

le FEDI per l'orefice

Le fedi non rimasero in vetrina.
L’orefice ci guardò a lungo negli occhi.
Saggiando per l’ultima volta il prezioso metallo
Diceva cose profonde. In modo sorprendente
Si fissavano nella mia memoria.

Il peso di queste fedi d’oro
- così disse - non è il peso del metallo.
Questo è il peso specifico dell’essere umano,
di ognuno di voi
e di voi due insieme.
Ah, il peso proprio dell’uomo!
Potrebbe essere ancora più gravoso
E insieme – più inafferrabile?
È questo il peso della gravità costante
Legata al nostro breve volo.
Il volo prende forma di spirale, di ellisse – la forma del cuore…

Ah, il peso specifico dell’uomo!
Questa incrinatura, questo groviglio, questo fondo,
questo appigliarsi, quando diviene tanto difficile
distogliere il cuore, il pensiero.
E in mezzo a tutto questo – la libertà,
una libertà, talvolta follia,
la follia di libertà che si impiglia nel groviglio.
E in mezzo a tutto questo – l’amore
che sgorga dalla libertà
come una sorgente dal suolo.
Ecce homo! Non è limpido
né solenne
né semplice
semmai – misero.
Questo, un uomo solo – e due?
E quattro, e cento, e un milione?
Moltiplica tutto questo
(moltiplica la grandezza per la debolezza)
- e avrai il risultato dell’umanità,
il risultato della vita umana.

Così parlò quello strano orefice
Misurando le nostre fede.
Poi le pulì con la pelle di camoscio,
le ripose nell’astuccio
che prima stava in vetrina,
infine cominciò ad avvolgerle in carta velina.
Ci guardava sempre negli occhi,
voleva forse sondare i nostri cuori.
Aveva ragione nel dire tutte queste cose?
Sono stati forse anche i nostri stessi pensieri?
Forse nessuno di noi due poteva
Trarre le conclusioni da così vicino –
L’amore è più entusiasmo che riflessione.



La bottega dell'orefice : (meditazioni sul sacramento del matrimonio che di tanto in tanto si trasformano in dramma) / Andrzej Jawien, Karol Wojtyla
Città del Vaticano : Libreria editrice vaticana, 1979

venerdì 19 luglio 2013

il TEMPO di fiorire

A casa mia ci mandavano a lavorare subito, a tredici anni, durante l’estate. Poi si doveva andare a scuola: io ho frequentato l’Istituto per geometri. In realtà, dentro di me ero convinto che avrei scritto libri, però mi sottraevo. E mi sono sottratto per lungo tempo, ho condotto molte lotte, mi sono immerso nella politica e nell’impegno con il sindacato. Soprattutto, per trent’anni ho fatto l’operaio in fabbrica, alla Fulgorcavi di Latina: cavi elettrici e telefonici. Sono stato operaio fino al 1999 e ancora adesso, la notte, di quando in quando sogno che mi richiamano in reparto. Certe volte mi viene anche l’ansia, perché nel sogno devo superare di nuovo il periodo di prova. Altre volte, invece, provo nostalgia pura: sto insieme ai mie compagni, è un bellissimo ricordo.
A quarant’anni, però, durante la cassa integrazione, ho deciso di iscrivermi all’Università e mi sono laureato in lettere. Per questo affermo con decisione di riconoscermi nella tradizione letteraria, ma, per dir così, standoci dentro “con i calli sulla mani”. Quando mi avvicino a un libro, mi interessa capire se dice il vero o meno; se le verità che raccontano, per esempio, Petrarca o Dante coincidono con le verità concrete, che si incarnano nella vita quotidiana delle persone. Perché – ne sono sempre più certo – non sono intelligenti solo quelli che hanno studiato, anzi. Penso a tanti miei compagni di fabbrica con vis polemica e capacità di ragionamento tali da dare parecchi punti a non pochi professori…
[...]
 

Antonio Pennacchi
VITA E PENSIERO 2011,
 n. 3, anno XCIV


http://www.antoniopennacchi.it/

ora e sempre

Voi che vivete sicuri
nelle vostre case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via
coricandovi e alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il loro viso da voi.

Primo Levi, 1946

martedì 16 luglio 2013

Lezioni di speranza

Certamente esiste la difficoltà, o la “fatica”, dello scrivere (che in ogni caso è sempre meglio dello scaricare casse ai Mercati generali); però l’essenziale è pensare le cose. C’è  una bellissima frase, che Leonardo Sciascia rivolse a un suo amico piuttosto irruente: «’Nto, senti, ma picché non rifletti prima di pensare?». Questa frase mi ha assai colpito: perciò cerco di riflettere molto su quello che devo scrivere. Prima di mettere i romanzi sulla carta me li porto dietro un anno o più, dentro di me.
Fu così da sempre. Ricordo che nel 1967 mio padre venne ricoverato al Policlinico Gemelli. Si trattò di una lunga degenza; la notte, l’assistevo con mia mamma, essendo io figlio unico. C’erano stati anni di distanza fra me e mio padre, in tutti i sensi. Quello stare assieme la sera, tuttavia, ci riunì di nuovo, Papà mi chiedeva di raccontargli qualche cosa e io gli spiegavo quello che facevo; era abbastanza interessante, perché ero regista, incontravo attori e attrici. Una sera gli dissi: «Papà, mi sta passando per la testa un romanzo». «Che bello - rispose - raccontamelo!». Ma io replicai che potevo farlo “a puntate”, via via che lo andavo sviluppando. Accade pertanto che il mio primo romanzo, Il corso delle cose, lo elaborai in una stanza del Gemelli, per tre mesi. Poi, una volta usciti, me lo sono rimuginato dentro ancora un po’ e il 3 gennaio del 1968 ho cominciato a scriverlo.
Il mio primo romanzo, dunque, nacque al Gemelli. Mio padre, però, non lo vide pubblicato. Non per colpa sua (se ne morì per i fatti suoi); piuttosto perché quel libro per dieci anni mi venne  sistematicamente rifiutato da tutti gli editori. Dopo di che fu come quando si stappa una bottiglia di champagne, l’esigenza di scrivere divenne incontenibile. Immagino che molto abbia contato la mia precedente esperienza nella poesia, di cui fui una giovane promessa: Giuseppe Ungaretti mi premiò a Saint Vincent e mi inserì in una sua antologia. Poi, mi trasferii a Roma nel 1949 e cominciai a seguire i corsi di regia di Orazio Costa, un autentico maestro, e il mio cervello fu dirottato dalla letteratura al teatro. Forse, nel 1967, a forza di raccontare storie di altri - perché il regista spesso fa questo - mi venne voglia di raccontare una storia mia con parole mie. Importante, d’altra parte, fu anche il mio lavoro in RAI. Per esempio, quando ero il produttore degli sceneggiati del commissario Maigret, con Gino Cervi, lo sceneggiatore era Diego Fabbri, un commediografo non indifferente, il quale destrutturava il racconto di Simenon e lo ristrutturava materialmente: comprava cinque copie del libro, strappava le pagine e le risistemava in un altro modo. Era come andare a bottega da un orologiaio: vedevo smontare il racconto poliziesco dall’interno e poi rimontarlo. Così ho cercato di imparare l’arte e l’ho messa da parte: quando mi è toccato di scrivere Montalbano mi sono perfettamente ricordato della tecnica simenoniana del giallo.
Un’altra questione fondamentale è stata l’elaborazione del registro linguistico: uso una sorta di siculo-italiano, non un gergo ne un dialetto, piuttosto il frutto di una ricerca, a volte non facile: tambasiare, babbiare, tanticchia, taliare… Alcune parole non le capiscono neanche i miei conterranei e dicono che me le sono inventate. È vero, qualcuna me la invento […].
Confesso che molto me lo sono rubato da Luigi Pirandello. Una volta lui tradusse dal greco Il Ciclope di Euripide in dialetto siciliano, con una commistione di varie parlate. Il Ciclope è un grosso massaro, un contadinaccio, e parla proprio come un contadino dell’agrigentino. Ulisse, che ha girato il mondo, ha fatto “il militare a Cuneo” parla un siciliano italianizzato. Il capo dei pastori, invece, è mafioso e quindi parla il linguaggio dei mafiosi. Il tutto raccolto in un unico dramma satiresco. Quando lo scoprii, divenne la mia chiave di scrittura, nel raccontare la Sicilia della mia memoria. D’altra parte, la lettura è alla base di tutto. E prima di tutto bisogna imparare a leggere, per scoprire il meccanismo magico della scrittura: non si tratta di usare parole, ma di usare cose quotidiane attraverso le parole.
[…]
Nel mio personale rapporto con la scrittura, seguo una precisa routine. Ogni mattina mi metto in perfetto ordine davanti al computer, perché non so lavorare vestito alla meno peggio, o senza essere ben rasato; credo sia per una sorta di rispetto nei confronti della scrittura stessa. Mi alzo presto la mattina e lavoro ininterrottamente fino alle 10-10,30, l’ora in cui cominciano le telefonate. In tutto questo, fumo molto, purtroppo - anche se, per quel che posso, sono un dissuasore convinto. Per me, conta il rituale. Un giorno, erano le 7 meno un quarto, stavo seduto alla scrivania con le mie sigarette. Vado avanti fino alle 9,30, quando arriva mia moglie. Guarda il portacenere, poi mi chiede: «Perché hai rotto tutte queste sigarette?». Do un ‘occhiata e vedo che non ce n’è una accesa. Non mi funzionava l’accendino e non me ne accorgevo: mi mettevo la sigaretta in bocca, davo quei cinque-sei tiri, dopo di che le schiacciavo. Quindi, quanto c’è di vero vizio e quanto di rituale? Davvero misterioso: ero stato addirittura tre ore senza fumare – illudendomi di fumare.
Comunque, quelle tre ore mattutine per me rappresentano un capitale. Infatti, io non scrivo in realtà, bensì trascrivo ciò che ininterrottamente registro nel corso delle mie giornate. Quando mi metto al computer, poi, riorganizzo quello che ho già a lungo pensato. In tre pomeriggi alla settimana rivedo tutto quello che ho annotato. Anche il sabato e la domenica lavoro, perché per me non esiste tanto l’ispirazione, quanto il “fatto” fisico per cui ce la si sente, o meno, di scrivere. Anche quando non ho voglia di impegnarmi troppo, mi mantengo comunque in esercizio. È come per un pianista, o un chirurgo.
Una parola, adesso, vorrei spenderla per Salvo Montalbano. Quanto al nome, l’ho scelto per due motivi: Montalbano è tra quelli più diffusi in Sicilia, ero indeciso all’inizio se chiamarlo così o Collura. Poi mi capitò un fatto: avevo scritto Il birraio di Preston e l’avevo organizzato come un romanzo tradizionale. Lo riesaminavo e mi dicevo «Madonna! È illeggibile questo libro, è di una noia mortale». Non riuscivo a trovare la soluzione. Poi ebbi modo di leggere un romanzo di Manolo Vasquez Montalban, Il pianista, dove il tempo narrativo non seguiva una logica di successione temporale, andava avanti e indietro. Così ho pensato di adoperare quella stessa struttura. Dunque, in omaggio a Montalban, e per il fatto che ci sono tanti Montalbano in Sicilia, ho chiamato così il mio protagonista. Il quale, con il suo ruvido carattere, un po’ pigro e goloso, devoto alla giustizia, non è però un autoritratto dell’autore, contrariamente a quanto a volte si creda. Naturalmente, un personaggio così definito non poteva neppure essere totalmente di fantasia. Capitò al quinto romanzo  che mia moglie - non siciliana, bensì napoletana, ma di educazione tutta milanese - a un certo punto mi illuminò: «Ti rendi conto che con Montalbano stai facendo un lungo ritratto di tuo padre?». Ne ebbi una folgorazione, perché aveva centrato in pieno. Mi resi conto che scrivevo di mio padre, anche se non me ne ero accorto mentre lo facevo.
Un ultimo pensiero mi sia concesso rivolgere, infine, a tutti i malati. Vengono chiamati “pazienti”, e già questo termine indica che per definizione devono portare pazienza. Personalmente, sono convinto che bisogna avere la capacità di adeguarsi al ticket: e mi spiego. Alcuni miei amici, verso i sessant’anni, cominciavano a perdere colpi: allora via con la depressione, con i dolori. Certo, se fosse una novità, se ciascuno fosse l’unico uomo al mondo a invecchiare, capirei la preoccupazione. Ma siccome si tratta di un fenomeno comune, dov’è la sorpresa, la meraviglia? Il ticket che riceviamo all’atto della nascita non l’abbiamo voluto, però ce lo hanno dato. In questo ticket, assieme alla nascita c’è la giovinezza, la maturità, l’anzianità, le malattie; tutto, anche la morte. È tutto compreso nel prezzo del biglietto iniziale. Per questo motivo bisogna portare pazienza! D’altra parte, il male, la malattia, fanno parte della vita dell’uomo. Grandi filosofi, come Pascal, hanno insegnato come si può convivere con il dolore. Perché si può convivere con il dolore. In tarda età, si fa una scoperta eccezionale: quanto è bello, quanto è forte l’essere umano! È capace della sopportazione massima; di fronte a un elemento imprevisto è capace di essere molte volte migliore di quello che è quotidianamente. Dentro di sé ha risorse impreviste e incredibili, che può manifestare in qualsiasi momento.

ANDREA CAMILLERI
VITA E PENSIERO, 2011, n 1, anno XCIV

giovedì 27 giugno 2013

persecuzioni

Matteo Duni
Un manuale inedito per cacciatori di streghe: il Formularium pro exequendo Inquisitionis officio di Modesto Scrofeo (c. 1523)
da ARCHIVIO STORICO ITALIANO, n° 636, anno CLXXI

La caccia alle streghe ha avuto un protagonista di primo piano oggi quasi dimenticato: il frate domenicano Modesto Scrofeo (o della Scrofa) da Vicenza, inquisitore di Como negli anni ’20 del ‘500, ossia nel momento in cui essa toccò il suo apice in diverse parti del versante meridionale dell’arco alpino. La vasta diocesi di Como fu il cuore della persecuzione di streghe e stregoni in terra italiana anche per opera di Scrofeo, il quale, forte del sostegno che papa Adriano VI gli aveva manifestato il 20 luglio del 1523 con il breve Dudum, uti nobis, processò per stregoneria nel corso di quell’anno diverse decine di persone in Valtellina, mandandone al rogo almeno sette. Tanto sapevamo di lui finora sulla base di fonti scarse, disperse e in parte contraddittorie, recentemente raccolte e ricomposte con la cura consueta da John Tedeschi in un ritratto che rimane comunque appena abbozzato. È ora possibile ricostruire più compiutamente la figura di fra modesto grazie ad un’opera segnalata dallo stesso Tedeschi : un Formularium pro exequendo Inquisitionis officio inedito e – che io sappia – mai studiato, noto in un solo esemplare manoscritto che è contenuto, insieme con altri scritti notevoli del domenicano, in un volume conservato alla Biblioteca Casanatense di Roma. Da questo piccolo corpus emerge con nettezza il profilo di un uomo determinato fino all’ossessione a sterminare le streghe e capace di dispiegare al servizio del suo obbiettivo una notevole conoscenza giuridica: tratto, quest’ultimo, non comune a quel tempo tra gli inquisitore italiani, che di solito avevano una formazione teologica più che giuridica. Il Formularium e un altro testo nel volume  della Casanatense, l’Apologia fratris Modesti Scrophei de Vincentia, sono anche una testimonianza preziosa dell’intensa caccia alle streghe che insanguinò la Valtellina tra l’estate e l’autunno del 1523 e suscitò aperte proteste contro l’operato  del tribunale della fede, ma è conosciuta molto frammentariamente a causa della perdita di gran parte degli atti processuali. Gli ultimi due testi del manoscritto, infine, la prediche Pro Societate Sancte Crucis e De maleficis puniendis, offrono uno scorcio piuttosto raro  del versante omiletico del lavoro dell’inquisitore e ne mostrano l’integrazione piena con quello giudiziario. Nell’insieme, anche un esame cursorio di tutti questi scritti  come quello che ho potuto compiere fino ad ora (e che prelude a uno studio complessivo) permette di collocare Modesto Scrofeo  in quella pattuglia di agguerriti  inquisitori domenicani che, ai primi del ‘500, unirono all’attivismo nella persecuzione della stregoneria la volontà di analizzare a tavolino quel che a loro appariva come il crimine nefando per antonomasia, e di approntare una strumentazione teologica e legale che sostenesse la crociata allora in corso per eliminarlo.
[…]

mercoledì 19 giugno 2013

il dono del dispiacere

 
Nella comunità c’è una suora che ha il dono di farmi dispiacere in
ogni cosa; i suoi modi, le parole, il carattere mi sembrano molto
spiacevoli. Eppure, è una santa religiosa che deve essere tanto cara al
buon Dio; anche per non cedere alla naturale antipatia che provavo, mi sono
detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere.
Allora mi sono impegnata a fare per questa suora quanto avrei fatto per la
persona a cui voglio più bene. Ogni volta che l’incontravo, pregavo il
buon Dio per lei, offrendogli le sue virtù ed i suoi meriti. Sentivo che
ciò piaceva a Gesù, poiché non c’è artista che non ami ricevere lodi
per le sue opere, e Gesù, artista delle anime, è felice quando non ci si
ferma all’esteriorità, ma, entrando nel santuario intimo che si è
scelto come dimora, ne ammiriamo la bellezza. Non mi accontentavo di
pregare molto per la suora che mi procurava tanta difficoltà, ma cercavo
anche di fargli tutti i servizi possibili e, quando avevo la tentazione di
risponderle in modo spiacevole, mi mettevo a farle il sorriso più amabile
e cercavo di cambiare discorso. … Spesso anche …, se avevo qualche
impegno comune con questa suora, quando era troppo difficile per me,
scappavo come un disertore. Siccome lei non sapeva assolutamente quanto
provavo per lei, non ha mai sospettato i motivi del mio comportamento e
resta persuasa che il suo carattere mi piaccia. Un giorno alla ricreazione
mi ha detto con aria molto contenta circa queste parole: “Vorreste dirmi,
suor Teresa del Bambin Gesù, cos’è che vi attira tanto verso di me,
ogni volta che mi guardate, vi vedo sorridere?” Ah, ciò che mi attirava
era Gesù nascosto in fondo alla sua anima. Gesù che rende dolce ciò che
c’è di più amaro.

Teresa di Lisieux
Manuscritti autobiografici C, 13 v°- 14 r°






martedì 18 giugno 2013

La vieja máquina de José Saramago - nel salutarti, ti ringraziamo



«C'è una parola per designare ogni oggetto, e il viaggiatore scopre, stupefatto, che la storia degli uomini è in definitiva la storia di quegli oggetti e delle parole che li indicano, e dei nessi esistenti fra gli uni e le altre, più i loro usi e disusi, il come, il fine per cui, il dove e il chi li ha prodotti. La storia così narrata non si ingombra di nomi, è la storia degli atti materiali, del pensiero che li determina, degli atti che determinano il pensiero. Sarebbe bello fermarsi qui a interrogare questa capra di bronzo o questa placca antropomorfica, questo fregio o questa quadriga [...]. A dimostrazione che è possibile ed è necessario avvicinare tutte le cose per capirle singolarmente»

VIAGGIO IN PORTOGALLO
José Saramago


Sarebbe bello, caro José, avvicinarsi
a questa macchina da scrivere per ascoltare,
ascoltare e ascoltare
sul ritmo del battere di ogni logorato tasto
tutto il grandioso viaggio della tua esistenza.

lunedì 17 giugno 2013

al cineforum con Jean Giono

Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.


Questa regione è delimitata a sud-est e a sud dal corso medio della Durance, tra Sisteron e Mirabeau; a nord dal corso superiore della Drome, dalla sorgente sino a Die; a ovest dalle pianure del Comtat Venaissin e i contrafforti del Monte Ventoux. Essa comprende tutta la parte settentrionale del dipartimento delle Basse Alpi, il sud della Drome e una piccola enclave della Valchiusa.
Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata in quel deserto, di lande nude e monotone, tra i milledue e i milletrecento metri di altitudine. L’unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica.
Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di marcia, mi ritrovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato. Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne. Quell’agglomerato di case, benché in rovina, simile a un vecchio alveare, mi fece pensare che dovevano esserci stati, una volta, una fonte o un pozzo. C’era difatti una fonte, ma secca. Le cinque o sei case, senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, e la piccola cappella col campanile crollato erano disposte come le case e le cappelle dei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa.
Era una bella giornata di giugno, molto assolata ma, su quelle terre senza riparo e alte nel cielo, il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano quelli d’una belva molestata durante il pasto.
Dovetti riprendere la marcia. Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. Dappertutto la stessa aridità, le stesse erbacce legnose. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco d’un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui.
Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.
L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di tutto. Non abitava in una capanna ma in una vera casa di pietra, ed era evidente come il suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sulle tegole il rumore del mare sulla spiaggia.
La casa era in ordine, i piatti lavati, il pavimento di legno spazzato, il fucile ingrassato; la minestra bolliva sul fuoco. Notai che l’uomo era rasato di fresco, che tutti i suoi bottoni erano solidamente cuciti, che i suoi vestiti erano rammendati con la cura minuziosa che rende i rammendi invisibili.
Divise con me la minestra e, quando gli offrii la borsa del tabacco, mi rispose che non fumava. Il suo cane, silenzioso come lui, era affettuoso senza bassezza.
Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui; il villaggio più vicino era a più di un giorno e mezzo di cammino. E, oltretutto, conoscevo perfettamente il carattere dei rari villaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili.
Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi.
Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano. Le più solide qualità scricchiolano sotto questa perpetua doccia scozzese. Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco di chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio dei vizi e delle virtù, senza posa. Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.
Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti, vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.
La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai l’indomani il permesso di riposarmi per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate.
Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Il pascolo delle bestie era in un avallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura.

Dopo il pranzo di mezzogiorno ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose. Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.
Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita.
Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose.
Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la giovane età, una vita solitaria, sapevo toccare con delicatezza l’anima dei solitari. Tuttavia, commisi un errore. La mia giovane età, appunto, mi portava a immaginare l’avvenire in funzione di me stesso e di una qual certa ricerca di felicità. Dissi che nel giro di trent’anni quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse prestato la vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare.
Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I soggetti, che aveva protetto dalle pecore con una barriera di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.
Ci separammo il giorno dopo.

L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi. A dir la verità, la cosa non mi era nemmeno rimasta impressa; l’avevo considerata come un passatempo, una collezione di francobolli, e dimenticata.
Finita la guerra mi trovai con un’indennità di congedo minuscola ma con il grande desiderio di respirare un poco d’aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella, ripresi la strada di quelle contrade deserte.
Il paese era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia m’ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio.
Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto da morire. Non era morto. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché, mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare.
Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.
Aveva seguito la sua idea, e i faggi che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano passato l’età in cui potevano essere alla mercé dei roditori; quanto ai disegni della Provvidenza stessa per distruggere l’opera creata, avrebbe dovuto ormai ricorrere ai cicloni. Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a cinque anni prima, cioè al 1915, l’epoca in cui io combattevo a Verdun. Le aveva piantate in tutti i terreni dove sospettava, a ragione, che ci fosse umidità quasi a fior di terra. Erano tenere come delle adolescenti e molto decise.
Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di funzionare a catena. Lui non se ne curava; perseguiva ostinatamente il proprio compito, molto semplice. Ma, ridiscendendo al villaggio, vidi scorrere dell’acqua in ruscelli che, a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi. Era la più straordinaria forma di reazione che abbia mai avuto modo di vedere. Quei ruscelli avevano già portato dell’acqua, in tempi molto antichi.
Alcuni dei tristi villaggi di cui ho parlato all’inizio del mio racconto sorgevano su siti di antichi villaggi gallo-romani di cui restavano ancora vestigia nelle quali gli archeologi avevano scavato trovando ami in posti dove nel ventesimo secolo si doveva far ricorso alle cisterne per avere un po’ d’acqua.

Anche il vento disperdeva certi semi. Con l’acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i giardini i fiori e una certa ragione di vivere.
Ma la trasformazione avveniva così lentamente che entrava nell’abitudine senza provocare stupore. I cacciatori che salivano in quelle solitudini seguendo le lepri o i cinghiali s’erano accorti del rigoglio di alberelli, ma l’avevano messo in conto alle malizie naturali della terra. Perciò nessuno disturbava l’opera di quell’uomo. Se l’avessero sospettato, l’avrebbero ostacolato. Era insospettabile. Chi avrebbe potuto immaginare, nei villaggi e nelle amministrazioni, una tale ostinazione nella più magnifica generosità?
A partire dal 1920 non ho mai passato più d’un anno senza andare trovare Elzéard Bouffier. Non l’ho mai visto cedere né dubitare. Eppure, Dio solo sa di averlo messo alla prova! Non ho fatto il conto delle sue delusioni. E’ facile immaginarsi tuttavia che, per una simile riuscita, sia stato necessario vincere le avversità; che, per assicurare la vittoria di tanta passione, sia stato necessario lottare contro lo sconforto. Bouffier aveva piantato, un anno, più di diecimila aceri. Morirono tutti. L’anno dopo abbandonò gli aceri per riprendere i faggi che riuscirono ancora meglio delle querce.

Per farsi un’idea più precisa di quell’eccezionale carattere, non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale; al punto che, verso la fine della vita, aveva perso del tutto l’abitudine a parlare. O, forse, non ne vedeva la necessità.
Nel 1933 ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò l’ordine di non accendere fuochi all’aperto, per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta, gli spiegò quell’uomo ingenuo, che si vedeva una foresta spuntare da sola. A quell’epoca Bouffier andava a piantare faggi a dodici chilometri da casa. Per evitare il viaggio di andata e ritorno, poiché aveva ormai settantacinque anni, stava considerando la possibilità di costruirsi una casupola di pietra sul luogo stesso dove piantava. Ciò che fece l’anno seguente.
Nel 1935 una vera e propria delegazione governativa venne a esaminare la foresta naturale. C’erano un pezzo grosso delle Acque e Foreste, un deputato, dei tecnici. Fu deciso di fare qualcosa e, fortunatamente , non si fece nulla, tranne l’unica cosa utile: mettere la foresta sotto la tutela dello Stato e proibire che si venisse a farne carbone. Perché era impossibile non restare soggiogati dalla bellezza di quei giovani alberi in piena salute. Esercitò il proprio potere di seduzione persino sul deputato.
Un capitano forestale mio amico faceva parte della delegazione. Gli spiegai il mistero. Un giorno della settimana seguente andammo insieme a cercare Elzéard Bouffier. Lo trovammo in pieno lavoro, a venti chilometri da dove aveva avuto luogo l’ispezione.
Quel capitano forestale non era mio amico per nulla. Conosceva il valore delle cose. Seppe restare in silenzio. Offrii le uova che avevo portato in regalo. Dividemmo il nostro spuntino in tre e restammo qualche ora nella muta contemplazione del paesaggio.
La costa che avevamo percorso era coperta d’alberi che andavano da sei a otto metri di altezza. Mi ricordavo l’aspetto di quelle terre nel 1913, il deserto… Il lavoro calmo e regolare, l’aria viva d’altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio. Mi domandavo quanti altri ettari avrebbe coperto di alberi.
Prima di partire il mio amico azzardò soltanto qualche suggerimento a proposito di certe essenze alle quali il terreno sembrava adattarsi. Non insistette. “Per la semplice ragione”, mi spiegò poi, “che quel signore ne sa più di me”. Dopo un’ora di cammino, dopo che l’idea aveva progredito in lui, aggiunse: “Ne sa più di tutti. Ha trovato un bel modo di essere felice!”.
E’ grazie a quel capitano che, non solo la foresta, ma anche la felicità di quell’uomo, furono protette. Fece nominare tre guardie forestali per quella protezione e le terrorizzò a tal punto che rimasero insensibili alle mazzette offerte dai boscaioli.
L’opera corse un grave rischio solo durante la guerra del 1939. Perché le automobili andavano allora col gasogeno, non c’era mai abbastanza legna. Cominciarono a tagliare le querce del 1910, ma l’area era talmente lontana da tutte le reti stradali che l’impresa si rivelò fallimentare dal punto di vista finanziario. Fu abbandonata. Il pastore non aveva visto nulla. Era a trenta chilometri di distanza, e continuava pacificamente il proprio lavoro, ignorando la guerra del ’39 come aveva ignorato quella del ’14.

Ho visto Elzéard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945. Aveva ottantasette anni. Avevo ripreso la strada del deserto ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c’era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Misi sul conto di quel mezzo di trasporto relativamente rapido il fatto che non riconoscessi più i luoghi delle mie prime passeggiate. Mi parve anche che l’itinerario mi facesse passare in posti nuovi. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata. La corriera mi portò a Vergons.
Nel 1913 quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, vivevano di caccia con le trappole; più o meno erano nello stato fisico e morale degli uomini preistorici. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate.
La loro condizione era senza speranza. Non avevano altro da fare che attendere la morte: situazione che non dispone alla virtù.

Ora tutto era cambiato. L’aria stessa. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalla cima delle montagne: era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione.
In generale Vergons portava i segni di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. La speranza era dunque tornata. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati e ricostruito cinque case. La frazione contava ormai diciotto abitanti, tra cui quattro giovani famiglie. Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare.
Da lì proseguii a piedi. La guerra da cui eravamo appena usciti non aveva consentito il rifiorire completo della vita, ma Lazzaro era ormai uscito dalla tomba. Sulle pendici più basse della montagna, vedevo i campicelli di orzo e segale in erba; in fondo alle strette vallate, qualche prateria verdeggiava.
Sono bastati gli otto anni che ci separano da quell’epoca perché tutta la zona risplenda di salute e felicità. Dove nel 1913 avevo visto solo rovine sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti a poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura. S’incontrano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sanno ridere e hanno ripreso il gusto per le feste campestri.
Se si conta la vecchia popolazione, irriconoscibile da quando vive nell’armonia, e i nuovi venuti, più di diecimila persone devono la loro felicità a Elzéard Bouffier.
Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto i costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.
Elzéard Bouffier è morto serenamente nel 1947, all’ospizio di Banon.


Jean Giono