Sul finire dell’estate del 1942 le truppe dell’armata del Caucaso comandata da Kleis conquistarono il primo centro petrolifero sovietico, vicino a Majkop. C’erano soldati tedeschi a Capo Nord e a Creta, nel Nord della Finlandia e sulle rive della Manica. Il maresciallo Erwin Rommel, soldato di terre assolate, era a ottanta chilometri da Alessandria. La svastica garriva sulla vetta dell’El’brus. Manstein aveva avuto disposizione di muovere cannoni e lanciarazzi, la nuova artiglieria, contro la roccaforte dei bolscevichi: Leningrado. Scettico, Mussolini stava elaborando un piano di attacco contro Il Cairo e si allenava a montare uno stallone arabo. Dietl, soldato di terre innevate, aveva raggiunto latitudini, al Nord, che mai un conquistatore europeo aveva calpestato. Parigi, Vienna, Praga e Bruxelles erano diventate capoluoghi di provincia tedeschi.
Era il momento di attuare i punti più atroci del programma nazionalsocialista, quelli che colpivano l’uomo, la sua vita e la sua libertà. I leader fascisti mentono, quando dicono che la loro crudeltà si deve alla tensione della battaglia. Al contrario, il pericolo rende più saggi e la scarsa convinzione nelle proprie forze induce alla moderazione.
Il giorno in cui il nazifascismo si convincerà del proprio definitivo trionfo, il mondo annegherà nel sangue. Se non troveranno più avversari in armi sulla terra, i boia che ammazzano donne, vecchi e bambini non avranno più freni. Perché è l’uomo il primo nemico del fascismo.
Nell’autunno del 1942 il Reich adottò una serie di leggi barbare e disumane.
Il 12 settembre del 1942, all’apice del successo militare nazionalsocialista, gli ebrei europei vennero sottratti alla giustizia ordinaria e consegnati alla Gestapo.
La direzione del partito, a Adolf Hitler in testa, aveva deciso che il popolo ebraico andava annientato.
VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

Nessun commento:
Posta un commento