A casa mia ci mandavano a lavorare subito, a tredici anni, durante l’estate. Poi si doveva andare a scuola: io ho frequentato l’Istituto per geometri. In realtà, dentro di me ero convinto che avrei scritto libri, però mi sottraevo. E mi sono sottratto per lungo tempo, ho condotto molte lotte, mi sono immerso nella politica e nell’impegno con il sindacato. Soprattutto, per trent’anni ho fatto l’operaio in fabbrica, alla Fulgorcavi di Latina: cavi elettrici e telefonici. Sono stato operaio fino al 1999 e ancora adesso, la notte, di quando in quando sogno che mi richiamano in reparto. Certe volte mi viene anche l’ansia, perché nel sogno devo superare di nuovo il periodo di prova. Altre volte, invece, provo nostalgia pura: sto insieme ai mie compagni, è un bellissimo ricordo.
A quarant’anni, però, durante la cassa integrazione, ho deciso di iscrivermi all’Università e mi sono laureato in lettere. Per questo affermo con decisione di riconoscermi nella tradizione letteraria, ma, per dir così, standoci dentro “con i calli sulla mani”. Quando mi avvicino a un libro, mi interessa capire se dice il vero o meno; se le verità che raccontano, per esempio, Petrarca o Dante coincidono con le verità concrete, che si incarnano nella vita quotidiana delle persone. Perché – ne sono sempre più certo – non sono intelligenti solo quelli che hanno studiato, anzi. Penso a tanti miei compagni di fabbrica con vis polemica e capacità di ragionamento tali da dare parecchi punti a non pochi professori…
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VITA E PENSIERO 2011,
n. 3, anno XCIV

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