Certamente esiste la difficoltà, o la “fatica”, dello scrivere (che in ogni caso è sempre meglio dello scaricare casse ai Mercati generali); però l’essenziale è pensare le cose. C’è una bellissima frase, che Leonardo Sciascia rivolse a un suo amico piuttosto irruente: «’Nto, senti, ma picché non rifletti prima di pensare?». Questa frase mi ha assai colpito: perciò cerco di riflettere molto su quello che devo scrivere. Prima di mettere i romanzi sulla carta me li porto dietro un anno o più, dentro di me.
Fu così da sempre. Ricordo che nel 1967 mio padre venne ricoverato al Policlinico Gemelli. Si trattò di una lunga degenza; la notte, l’assistevo con mia mamma, essendo io figlio unico. C’erano stati anni di distanza fra me e mio padre, in tutti i sensi. Quello stare assieme la sera, tuttavia, ci riunì di nuovo, Papà mi chiedeva di raccontargli qualche cosa e io gli spiegavo quello che facevo; era abbastanza interessante, perché ero regista, incontravo attori e attrici. Una sera gli dissi: «Papà, mi sta passando per la testa un romanzo». «Che bello - rispose - raccontamelo!». Ma io replicai che potevo farlo “a puntate”, via via che lo andavo sviluppando. Accade pertanto che il mio primo romanzo, Il corso delle cose, lo elaborai in una stanza del Gemelli, per tre mesi. Poi, una volta usciti, me lo sono rimuginato dentro ancora un po’ e il 3 gennaio del 1968 ho cominciato a scriverlo.
Il mio primo romanzo, dunque, nacque al Gemelli. Mio padre, però, non lo vide pubblicato. Non per colpa sua (se ne morì per i fatti suoi); piuttosto perché quel libro per dieci anni mi venne sistematicamente rifiutato da tutti gli editori. Dopo di che fu come quando si stappa una bottiglia di champagne, l’esigenza di scrivere divenne incontenibile. Immagino che molto abbia contato la mia precedente esperienza nella poesia, di cui fui una giovane promessa: Giuseppe Ungaretti mi premiò a Saint Vincent e mi inserì in una sua antologia. Poi, mi trasferii a Roma nel 1949 e cominciai a seguire i corsi di regia di Orazio Costa, un autentico maestro, e il mio cervello fu dirottato dalla letteratura al teatro. Forse, nel 1967, a forza di raccontare storie di altri - perché il regista spesso fa questo - mi venne voglia di raccontare una storia mia con parole mie. Importante, d’altra parte, fu anche il mio lavoro in RAI. Per esempio, quando ero il produttore degli sceneggiati del commissario Maigret, con Gino Cervi, lo sceneggiatore era Diego Fabbri, un commediografo non indifferente, il quale destrutturava il racconto di Simenon e lo ristrutturava materialmente: comprava cinque copie del libro, strappava le pagine e le risistemava in un altro modo. Era come andare a bottega da un orologiaio: vedevo smontare il racconto poliziesco dall’interno e poi rimontarlo. Così ho cercato di imparare l’arte e l’ho messa da parte: quando mi è toccato di scrivere Montalbano mi sono perfettamente ricordato della tecnica simenoniana del giallo.
Un’altra questione fondamentale è stata l’elaborazione del registro linguistico: uso una sorta di siculo-italiano, non un gergo ne un dialetto, piuttosto il frutto di una ricerca, a volte non facile: tambasiare, babbiare, tanticchia, taliare… Alcune parole non le capiscono neanche i miei conterranei e dicono che me le sono inventate. È vero, qualcuna me la invento […].
Confesso che molto me lo sono rubato da Luigi Pirandello. Una volta lui tradusse dal greco Il Ciclope di Euripide in dialetto siciliano, con una commistione di varie parlate. Il Ciclope è un grosso massaro, un contadinaccio, e parla proprio come un contadino dell’agrigentino. Ulisse, che ha girato il mondo, ha fatto “il militare a Cuneo” parla un siciliano italianizzato. Il capo dei pastori, invece, è mafioso e quindi parla il linguaggio dei mafiosi. Il tutto raccolto in un unico dramma satiresco. Quando lo scoprii, divenne la mia chiave di scrittura, nel raccontare la Sicilia della mia memoria. D’altra parte, la lettura è alla base di tutto. E prima di tutto bisogna imparare a leggere, per scoprire il meccanismo magico della scrittura: non si tratta di usare parole, ma di usare cose quotidiane attraverso le parole.
[…]
Nel mio personale rapporto con la scrittura, seguo una precisa routine. Ogni mattina mi metto in perfetto ordine davanti al computer, perché non so lavorare vestito alla meno peggio, o senza essere ben rasato; credo sia per una sorta di rispetto nei confronti della scrittura stessa. Mi alzo presto la mattina e lavoro ininterrottamente fino alle 10-10,30, l’ora in cui cominciano le telefonate. In tutto questo, fumo molto, purtroppo - anche se, per quel che posso, sono un dissuasore convinto. Per me, conta il rituale. Un giorno, erano le 7 meno un quarto, stavo seduto alla scrivania con le mie sigarette. Vado avanti fino alle 9,30, quando arriva mia moglie. Guarda il portacenere, poi mi chiede: «Perché hai rotto tutte queste sigarette?». Do un ‘occhiata e vedo che non ce n’è una accesa. Non mi funzionava l’accendino e non me ne accorgevo: mi mettevo la sigaretta in bocca, davo quei cinque-sei tiri, dopo di che le schiacciavo. Quindi, quanto c’è di vero vizio e quanto di rituale? Davvero misterioso: ero stato addirittura tre ore senza fumare – illudendomi di fumare.
Comunque, quelle tre ore mattutine per me rappresentano un capitale. Infatti, io non scrivo in realtà, bensì trascrivo ciò che ininterrottamente registro nel corso delle mie giornate. Quando mi metto al computer, poi, riorganizzo quello che ho già a lungo pensato. In tre pomeriggi alla settimana rivedo tutto quello che ho annotato. Anche il sabato e la domenica lavoro, perché per me non esiste tanto l’ispirazione, quanto il “fatto” fisico per cui ce la si sente, o meno, di scrivere. Anche quando non ho voglia di impegnarmi troppo, mi mantengo comunque in esercizio. È come per un pianista, o un chirurgo.
Una parola, adesso, vorrei spenderla per Salvo Montalbano. Quanto al nome, l’ho scelto per due motivi: Montalbano è tra quelli più diffusi in Sicilia, ero indeciso all’inizio se chiamarlo così o Collura. Poi mi capitò un fatto: avevo scritto Il birraio di Preston e l’avevo organizzato come un romanzo tradizionale. Lo riesaminavo e mi dicevo «Madonna! È illeggibile questo libro, è di una noia mortale». Non riuscivo a trovare la soluzione. Poi ebbi modo di leggere un romanzo di Manolo Vasquez Montalban, Il pianista, dove il tempo narrativo non seguiva una logica di successione temporale, andava avanti e indietro. Così ho pensato di adoperare quella stessa struttura. Dunque, in omaggio a Montalban, e per il fatto che ci sono tanti Montalbano in Sicilia, ho chiamato così il mio protagonista. Il quale, con il suo ruvido carattere, un po’ pigro e goloso, devoto alla giustizia, non è però un autoritratto dell’autore, contrariamente a quanto a volte si creda. Naturalmente, un personaggio così definito non poteva neppure essere totalmente di fantasia. Capitò al quinto romanzo che mia moglie - non siciliana, bensì napoletana, ma di educazione tutta milanese - a un certo punto mi illuminò: «Ti rendi conto che con Montalbano stai facendo un lungo ritratto di tuo padre?». Ne ebbi una folgorazione, perché aveva centrato in pieno. Mi resi conto che scrivevo di mio padre, anche se non me ne ero accorto mentre lo facevo.
Un ultimo pensiero mi sia concesso rivolgere, infine, a tutti i malati. Vengono chiamati “pazienti”, e già questo termine indica che per definizione devono portare pazienza. Personalmente, sono convinto che bisogna avere la capacità di adeguarsi al ticket: e mi spiego. Alcuni miei amici, verso i sessant’anni, cominciavano a perdere colpi: allora via con la depressione, con i dolori. Certo, se fosse una novità, se ciascuno fosse l’unico uomo al mondo a invecchiare, capirei la preoccupazione. Ma siccome si tratta di un fenomeno comune, dov’è la sorpresa, la meraviglia? Il ticket che riceviamo all’atto della nascita non l’abbiamo voluto, però ce lo hanno dato. In questo ticket, assieme alla nascita c’è la giovinezza, la maturità, l’anzianità, le malattie; tutto, anche la morte. È tutto compreso nel prezzo del biglietto iniziale. Per questo motivo bisogna portare pazienza! D’altra parte, il male, la malattia, fanno parte della vita dell’uomo. Grandi filosofi, come Pascal, hanno insegnato come si può convivere con il dolore. Perché si può convivere con il dolore. In tarda età, si fa una scoperta eccezionale: quanto è bello, quanto è forte l’essere umano! È capace della sopportazione massima; di fronte a un elemento imprevisto è capace di essere molte volte migliore di quello che è quotidianamente. Dentro di sé ha risorse impreviste e incredibili, che può manifestare in qualsiasi momento.
ANDREA CAMILLERI
VITA E PENSIERO, 2011, n 1, anno XCIV

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