lunedì 20 maggio 2013

...quello vero

Personalmente non credo affatto che gli amici veri si vedono nel momento del bisogno. Quelli che si vedono nel momento del bisogno, sono le persone giuste al momento giusto.
Gli amici veri, come l’amore vero, è quello che c’è. Punto.
È quello che non smette mai di tenere le braccia tese ad abbraccio, anche quando non ci sei al momento giusto, quando sbagli, ti dimentichi del compleanno, dell’anniversario e soprattutto degli appuntamenti importanti.
L’amico vero e/o l’amore vero, è quello che ha il coraggio di dirti le cose più dure in faccia, rischiando di perderti, ma volendoti più bene del piacere che prova a stare in tua compagnia.
È anche quello che ha il coraggio di dirti “no, non posso venire” perché sa che l’amicizia è più grande di un appuntamento perso.
È quello con cui puoi condividere la vita, senza vederti per anni.
È quello con cui hai riso, pianto, corso, litigato, mangiato un sacco di schifezze, scambiato vestiti e…
L’amico vero è.
È bello così com’è. Che sia o non sia accanto a te quando pare a te.
L’amore vero è.
Lo hai amato e lo ami così com’è, che si ricordi o si dimentichi di tutto quello che vorresti te.

giovedì 9 maggio 2013

il destino

Ballata per la figlia del macellaio
Peter Manseau

«Bashert?», chiesi io. Non avevo mai sentito quel termine.
«Bashert» spiegò mio padre, «è il destino e, quindi, può significare tante cose. In questo caso bashert è la persona con cui sei destinato a trascorrere la vita. Quella che Dio ha pensato per te, quando arriverà il tuo momento di mettere su famiglia. Lei c’è sempre stata, sin dall’inizio, sempre più vicina di quanto potesse sembrare, e sta solo aspettando di essere trovata».
Ero confuso da quei discorsi sugli inizi. Dalle storie raccontatemi dai miei genitori sapevo che tutti i presenti al mio inizio, alla mia nascita, erano familiari. Eccetto una.
«Allora la mia bashert è Sasha Bimko?», chiesi.
Mio padre e mia madre si scambiarono un’occhiata che era allo stesso tempo sconcertata, preoccupata e stupita.
«Perché tiri fuori Sasha Bimko?», chiese mia madre.
«Lei era presente all’inizio», risposi.

fazi editore, 2009

martedì 25 dicembre 2012

buon NATALE (grazie Silvia)

Lo zampognaro

Se comandasse lo zampognaro
che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?
“Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d’oro e d’argento”.

Se comandasse il passero
che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso”.


Se comandasse il pastore
del presepe di cartone
sai che legge farebbe
firmandola col lungo bastone?
“ Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino”.

Sapete che cosa vi dico
io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
accadranno facilmente;
se ci diamo la mano
i miracoli si faranno
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno.

Gianni Rodari

giovedì 15 novembre 2012

proposta di lettura


[…]
Dopo tanti anni, però, non ho dimenticato. Ancora oggi per me le grandi cupole della basilica sono come navi possenti, e veleggiano maestose da Occidente a Oriente, seguendo la profezia, posate come in bilico sulla città tanto più piccola. Ancora mi commuove, ogni volta che entro dal grande portone, l’odore di incenso, il canto delle litanie lauretane (o il loro ricordo), l’eco presente dello scalpiccio dei milioni e milioni di passi dei pellegrini che, come un mare, vengono e vanno, e dell’anima di ognuno si prende cura il grande Santo, di cui porto il nome.
Dopo tanti anni, è nell’odoroso interno brulicante di gente che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario. So soltanto che da qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore ancora batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce, con la mano nella mano del mio amico Antonio il portoghese, detto Antonio di Padova, il santo col fiore di giglio in mano.
[…]
               
    La masseria delle allodole
  Antonia Arslan 

domenica 7 ottobre 2012

viaggio in Portogallo con Saramago - Mafra -



Il viaggiatore, poi, è tornato di nuovo al mare, alla spiaggia di Santa Rita dove, in cima a una falesia, si erge un albergo orrendo. Se questo fosse il Capo della Tormenta, Vasco da Gama non riuscirebbe a passare, tale sarebbe lo spavento che gli provocherebbe  quell’Adamastor di cemento, ed è un peccato, è tanto bello il paesaggio da Vimeiro fino a qui, con la strada che segue il piccolo fiume Alcabrichel, giocandoci a rimpiattino fra gli alberi. Il viaggiatore ha preso una bibita in una malinconica rosticceria: era tiepida. Il mare, invece, resisteva al grande insulto, e le acque dovevano essere fredde, se il viaggiatore non avesse avuto tanta fretta, forse si sarebbe avventurato a bagnarsi i piedi.
[…]

Il viaggiatore, poi, si ricorda dov’è diretto e tira un sospiro di sollievo, ma anche di rassegnazione. C’è ancora Ericeira in mezzo, vedrà con piacere il soffitto a cassettoni  dipinti della chiesa madre, ma poco più avanti, così immenso da vedersi distintamente a questa distanza, se ne possono quasi contare le aperture della facciata, c’è il convento di Mafra. Il viaggiatore non può deviare. Procede come ipnotizzato, ha smesso di pensare. E quando finalmente mette piede a terra, si accorge di quanta distanza debba ancora percorrere fino al vestibolo della chiesa, la scalinata, il sagrato, e quasi sviene. Ma si ricorda Fernao Mendes Pinto, che attraversò terre lontanissime, spesse volte a piedi e per cammini pessimi, e con questo buon esempio in mente si accomoda la sacca in spalla e avanza, eroico.

Il convento di Mafra è grande. Grande è il convento di Mafra. Di Mafra è grande il convento. Sono tre maniere di dirlo, potrebbero essercene altre ancora e tutti si possono riassumere in questa semplice maniera: il convento di Mafra è grande. Sembra che il viaggiatore stia scherzando, ma invece non sa proprio come avvicinarsi a questa facciata di più di duecento metri di lunghezza, a quest’area occupata di quarantamila metri quadrati, a queste quattromila e cinquecento fra porte e finestre, a queste ottocento e ottanta sale, a queste torri di sessantadue metri di altezza, a questi torrioni, a questa lanterna. Il viaggiatore cerca ansiosamente una guida. Le si affida come un naufrago al punto di colare a picco. Queste guide devono esserci molto abituate. Sono pazienti, non alzano la voce, accompagnano i visitatori con mille cautele, sanno a quali violenti traumi saranno esposti. Sminuiscono le sale, tagliano su porte e finestre, abbandonano al silenzio intere ali, e quanto all’informazione si limitano a dare l’ovvia, che non sovraccarichi il cervello né smussi il filo della sensibilità. Il viaggiatore ha visto la loggia con le statue provenienti dall’Italia: forse sono dei capolavori, chi è lui per metterlo in dubbio, ma lo lasciano freddo, freddo. E la chiesa, vasta ma sproporzionata, non riesce a riscaldarlo.
In questo viaggio i santi non sono mancati, però, tutti insieme, forse non raggiungono il numero di quelli che si trovano qui. Nelle  chiese di paese, o in altre più grandi, una mezza dozzina di santini fanno festa e molti di loro il viaggiatore li ha festeggiati, li ha lodati, ed è perfino arrivato a credere ai decantati miracoli. Ha visto, soprattutto, che erano opere di amore. Si è commosso spesso davanti a rozze immagini, mentre tante altre di un’arte perfetta l’hanno impressionato fino a farlo rabbrividire, ma questo San Bartolomeo di pietra che mostra la pelle scuoiata gli provoca un’indefinibile ripugnanza. La religione che le statue della chiesa di Mafra esibiscono è una religione di devoti, non di credenti.




VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999


viaggio in Portogallo con Saramago -Sintra-

Tutte le strade portano a Sintra. Il viaggiatore ha già scelto la sua. Farà il giro per Azenhas do Mar e Praia das Macas, darà prima uno sguardo alle case che scendono giù fino alla riva a cascata, poi all’arenile battuto dalle onde del mare aperto, ma confessa di aver guardato tutto un po’ disattento, come se avvertisse la presenza della serra dietro di sé e la sentisse domandargli: «Allora, come mai questo ritardo?» La stessa domanda dovrà averla fatta l’altro paradiso mentre il Creatore si intratteneva a mettere insieme l’argilla per fare Adamo.
Da questa parte della serra incontrerà prima Monserrate.
Ma, quale Monserrate? Il palazzo orientaleggiante, di ispirazione mogol, adesso mezzo diroccato, o il parco che si stende dalla strada fino al fondovalle? La fragilità dello stucco, o l’esuberanza delle linfe? Il viaggiatore prende quello che viene prima, scende i gradini irregolari che si inoltrano nella macchia, i viali profondi, ed entra nel regno del silenzio. È vero che cantano gli uccelli, che ci sono rapidi rumori di bestie striscianti, che una foglia cade o un’ape ronza, ma questi suoni sono, essi stessi, silenzio. Altissimi alberi si innalzano su questo o su quel lato del versante, le felci hanno dei grossi tronchi e nella parte più profonda della valle, dove scorrono le acque, ci sono piante dalle foglie enormi e spinose, sotto le quali un adulto potrebbe ripararsi dal sole. Nei piccoli laghi si dischiudono le ninfee, e di tanto in tanto un sordo scoppiettio nella foresta fa sussultare il viaggiatore: è una pigna che, secca, si è staccata dal ramo.

Quello lassù è il palazzo. Visto da lontano, possiede una certa grandiosità. I torrioni circolari, dalla caratteristica piattabanda, seducono gli occhi, e la bordura degli archi si smaterializza nella distanza. Avvicinandosi, il viaggiatore si rattrista: questo capriccio inglese, sostenuto dal denaro del commercio di tessuti, e di ispirazione vittoriana, dimostra la fugacità dei revivals. Il palazzo è in restauro, e meno male: di rovine ne abbiamo già fin troppe. Ma anche quando sarà totalmente restaurato, aperto alla curiosità, continuerà a essere quello che è sempre stato: il capriccio di un’ epoca che aveva tutti i gusti perché non ne aveva nessuno ben definito. Queste architetture ottocentesche sono generalmente di importazione, eclettiche fino all’allucinazione. La grande penetrazione economica degli imperi assumeva per proprio divertimento le culture altrui. E questo è sempre stato, anche, il primo segnale della decadenza.

La strada, sinuosa, strettissima, procede contornando la serra come un abbraccio, volte di verzura la proteggono dal sole, separano gelosamente il viaggiatore dal paesaggio circostante, non si reclamino orizzonti ampi quando l’orizzonte prossimo è una cortina scintillante di tronchi e fogliame, un gioco infinito di verdi e luci. E Seteais, stranamente, con il suo grande spiazzo erboso, in definitiva è poco più che un belvedere sulla pianura e uno scenografico punto di osservazione del Palacio da Pena, lassù in cima.

Spiegare il Palacio da Pena è un’avventura nella quale il viaggiatore non si imbarcherà. Già non è impresa da poco vederlo, sostenere il colpo di questa confusione di stili, passare in dieci passi dal gotico al manuelino, dal mudéjar al neoclassico, e da tutto questo a invenzioni che hanno ben pochi piedi e nessun capo. Ma quello che non si può negare è che, visto da lontano, il palazzo presenta un’apparente unità architettonica poco comune, che probabilmente gli deriverà dalla sua perfetta integrazione nel paesaggio piuttosto che dal rapporto dei volumi fra loro.
[…]


Quasi altrettanto eterogeneo di stili del Palacio da Pena è il Palacio Nacional da Vila o Paco Real. Ma questo è come una lunga siaggia dove le maree del tempo hanno lasciato lentamente i loro relitti, pin piano costruendo, pian piano mettendo una cosa al posto di un’altra, e perciò lasciando di quest’ultima più che il semplice ricordo […]. Poche cose possono essere più belle e riposanti dei patii interni del Palacio da Vila, poche di più serena esaltazione della cappella gotica. Quando lo spirito cristiano si incontrò con lo spirito arabo, una nuova arte volle nascere. Le tarparono le ali perché non volasse. Fra gli uccelli del paradiso serebbe uno dei più belli. Non poté volare, non poté vivere.

VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999

venerdì 5 ottobre 2012

viaggio in Portogallo con Saramago - da Lisbona a ... -

Forse perché sta attraversando il fiume, il viaggiatore si ricorda di quell’attraversamento del Douro, ormai tanto tempo fa, quando ha parlato ai pesci all’inizio del viaggio. Allora ha incontrato il Gesù Bambino della Cartolinha, quel delizioso infante che entrò in battaglia a fianco degli abitanti di Miranda e che, se non la vinse da solo, diede comunque un grande aiuto.
Lassù, sul colle, c’è il Cristo Re, gigantesco come si addice alla regalità, ma privo di bellezza. Considera il viaggiatore quante terre e genti abbia già visto, è stupefatto delle distanze che ha percorso, e come sia altrettanto lungo il cammino […].
Da queste parti tutto è grande. Grande è la città, e bellissima, grandi sono i pilastri che sostengono il ponte, grandi i cavi che lo tengono sospeso. E grandi sono anche i comignoli lungo la riva che si stende da Almada ad Alcochete, con i loro aerei torrenti di fumo bianco, giallo e ocra, o grigio, o nero. Con il vento, le lunghe nubi ricoprono i campi stendendosi verso sud e verso ponente. È una zona di cantieri e fabbriche, Alfeite, Seixal, Barreiro, Moita, Montijo, terra convulsa dove il metallo stride, ruggisce e picchia, dove sibilano gas e vapori, dove infinite tubature orientano il flusso dei carburanti. Tutto è più grande degli uomini, niente è grande quanto loro.
VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999

viaggio in Portogallo con Saramago -Lisbona dell' Alfama-


Adesso, finalmente, il viaggiatore va ad Alfama, pronto a perdersi dietro il secondo angolo della via e deciso a non domandare la strada. È la maniera migliore di conoscere il quartiere. C’è il rischio di mancare qualcuno dei luoghi selezionati […], ma, camminando a lungo, finirà per passarci e, nel frattempo, avrà avuto il guadagno di imbattersi mille e una volta nell’inatteso.




Il viaggiatore procede per i vicoli tortuosi, questo qui, dove le case da un lato e dall’altro quasi si toccano, e lassù, dove il cielo è una fessura tra le gronde separate a stento da un palmo, o per queste piazzette inclinate dove due o tre scalini aiutano a vincere il dislivello,


















                                                e vede che alle finestre non mancano i fiori,né le gabbie con i canarini,
                                                  ma il cattivo odore delle fognature
che si sente nelle vie deve sentirsi anche di più dentro le case,
 in alcune delle quali il sole non è mai entrato,
 e anche in queste qui,
 a livello della strada,
 la cui unica finestra è lo sportellino aperto nella porta.








Il viaggiatore ha visto tante cose del mondo
e della vita e non gli è mai piaciuto ritrovarsi nella pelle del turista
che gira, guarda, fa finta di capire,
scatta fotografie e se ne torna nel proprio paese affermando di conoscere Alfama.
Questo viaggiatore dev’essere onesto.
È stato nel quartiere di Alfama, ma Alfama non sa che cosa sia.








Eppure continua a girare, a salire e scendere, e quando finalmente si trova nel Largo do Chafariz de Dentro, dopo essersi perduto varie volte come aveva deciso, gli viene voglia di rifilarsi nelle cupe traverse, nei vicoli inquietanti, nelle scale mozzafiato, e trattenercisi finché non avrà imparato perlomeno le prime parole di questo immenso discorso di case, di persone, di storie, di risate e inevitabili pianti. Animale mitologico per conto altrui, Alfama vive il proprio difficile conto. Ci sono ore in cui è un animale sano, altre in cui si accuccia in un angolo a leccarsi le ferite che secoli di povertà gli hanno provocato sulla carne e che non trova il modo di curare. Eppure queste case hanno un tetto. In questa zona, gli occhi del viaggiatore non si sono chiusi davanti a luoghi di abitazioni cui non serve un tetto perché non sono all’altezza di essere delle case.

giovedì 4 ottobre 2012

viaggio in Portogallo con Saramago -Belém-

Il Monastero dos Jeronimos è una meraviglia di architettura, non una necropoli.


Produssero molto gli architetti del manuelino. Mai nulla di più perfetto di questa volta della navata né di tanto ardito come quella del transetto. Tantissime volte il viaggiatore ha fatto professione di fede in una certa rudezza naturale della pietra, ma adesso si deve arrendere davanti alla decorazione raffinatissima, che sembra un merletto imponderabile, dei pilastri, incredibilmente sottili per il carico che sopportano […].

Dove però il viaggiatore cede armi, bagagli e bandiere è sotto la volta del transetto. Sono venticinque metri di altezza, in un vano di ventinove metri per diciannove. Qui non c’è pilastro o colonna a reggere l’enorme massa della volta, lanciata in un sol volo. Come un enorme scafo di imbarcazione rovesciato, questo vertiginoso ventre mostra l’armatura, sovrasta con le sue opere vive lo stupore del viaggiatore, che è lì lì per inginocchiarsi e rendere lodi a chi tale meraviglia ha concepito e costruito. Corre di nuovo alla navata, di nuovo l’avvincono i fusti slanciati dei pilastri che, in cima, accolgono o danno origine alle fitte nervature della volta come palmeti.


Passeggia qua e là, fra turisti che parlano metà delle lingue del mondo, e nel frattempo si svolge un matrimonio, pronuncia il prete le solite parole, tutti sono contenti, speriamo siano felici e abbiano tutti i figli che desiderano, ma non dimentichino di insegnar loro ad amare queste volte che i genitori a stento hanno notato.

Il chiostro è bellissimo, ma non soggioga il viaggiatore che, in materia di chiostri, ha idee ben precise. Ne riconosce la bellezza, ma lo trova eccessivamente ornato, sovraccarico, benché creda di saper ritrovare, sotto questa cappa, l’armonia della struttura, l’equilibrio delle grandi masse, insieme rinforzate e leggere. Non è questa, tuttavia, la passione del viaggiatore […].

Disse un poeta, in un momento di rima facile e patriottico disincanto, che solo questo facciamo bene noi portoghesi, le torri di Belém. Il viaggiatore non è della stessa opinione. Ha viaggiato un bel po’ per sapere che tante altre cose abbiamo fatto bene, e giusto appunto ha appena visto le volte del Monastero dos Jeronimos. […]. In ogni caso, il viaggiatore non vede quale utilità militare avrebbe potuto avere quest’opera di gioielleria, con quel meraviglioso terrazzo sul Tago, luogo di massima eccellenza per assistere a sfilate di navi piuttosto che per orientare l’alzo dei cannoni. Che risulti, la torre non è mai entrata in formale battaglia. Meno male.

VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999

viaggio in Portogallo con Saramago -Lisbona, Castello e Cattedrale-

Quanto alla Cattedrale, poco le è mancato che non sopravvivesse ai rammendi del XVII e XVIII secolo, successivi al terremoto alcuni, ma tutti senza giudizio ne gusto. Fortunatamente si è riabilitata la facciata principale, adesso di grande dignità in quello stile militare che ricorda un castello.






Finora il viaggiatore non ha parlato del castello, detto di Sao Jorge. Visto da quaggiù è quasi nascosto dalla vegetazione. Fortezza di tante e tante remote lotte fin dai tempi di Romani, Visigoti e Mori, oggi sembra piuttosto un parco. Il viaggiatore non sa se lo preferisce così. Ha nel ricordo la grandezza di Marialva e di Monsanto, straordinarie rovine, mentre qui, malgrado i restauri che avrebbero dovuto restituire alla fortezza il proprio ricordo castrense, finisce per avere maggiore significato il pavone bianco che passeggia qua e là, il cigno che nuota nel fossato.



VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999