mercoledì 15 luglio 2015

veduta maremmana


Dalla Maremma con cavalli, giorno

e notte, li accompagnavano nuvole

da quando partirono lasciandosi

dietro una pianura

e dietro la pianura il mare e l’orizzonte

in un fermo pallore d’alba estiva.

I cavalli erano svelti come nuvole

a rompere le gole, ad affacciarsi

alle valli. Ma ogni volta

che l’umido dei prati, il fragore

lontano d’un torrente, il soleggiato

ondulare d’una proda o altro segno

favorevole li tenne alti su un passo,

non tardò molto che l’occhio scoprì,

prima confuso all’azzurro dell’aria,

un fumo uscito lento dal mistero

d’un bosco di castagni e presto perso

alla vista già stanca,

già volta altrove, in cerca

d’un cammino più dolce per le bestie,

sospinte in là, dopo la sosta inutile,

e una così breve pastura. Le nuvole

non s’erano fermate, bisognava

andare avanti, era sempre Appennino

profondo anche se altri

mandriani più miti già vi avevano

cresciuto agnelli e figli: non poteva

quell’infinito ondulare di valli

celesti nel silenzioso mezzogiorno

deluderli in eterno, mentre

il vento si placava, declinando

il giorno sui crinali in un calore

cui conveniva accucciarsi, cavando

pane e formaggio per la cena. Poi

venne un’ora limpidissima, l’ora

del pastore

che passa su ogni cima uno smeriglio

di luce solitaria; ma le valli

questa volta non echeggiarono del suono

cristiano che aiuta ad affrontare

la notte. Tante volte li aveva

rassicurati e respinti quel fioco

bronzo ad altre anime volto

che, il silenzio accrescendosi col buio,

 un brivido li colse. O era la guazza

malefica alle ossa, che tra i faggi

li cacciò alla ricerca d’un tetto

di rami bassi, d’un letto di foglie,

per un sonno venuto tardi e andato

 presto, nell’inquieta speranza?

I cavalli s’erano allontanati, il fratello

più giovane li trovò, abbeverati

e sazi, nella frescura d’un botro;

risalendo incontrò gli altri attorno

a un bel fuoco, dove a mezza costa

una radura pianeggiava, ardente

d’un mattino già caldo e d’una fiamma

domestica: un sito riparato

dai venti, ricco d’erba legna e acqua,

esposto al sole in modo conveniente.

Qui era tempo di fermarsi,

una terra per viverci, cavalli

e uomini, a lungo: forse l’arduo passo

che la sera li colse in dubbio, pena

e inconfessata speranza, aveva volto

altrove meno duri pastori

di questi che una piana aperta e molle

ma insidiata da febbre barattavano

con l’ignoto dell’alpe più scoscesa,

confabulando in pace attorno a un fuoco

spegnentesi, a due pietre annerite

e tiepide, a una cenere propizia.

Il sonno pomeridiano che li colse,

ma il più giovane preparava lacci

allegramente sveglio nella macchia,

in quel giorno di giugno imprecisato, dopo

tanto vagare lontano,

segnò il principio di un destino misto

di gioie e di miserie, se più miserie

o più gioie non è facile distinguere,

mentre l’una succede all’altra come

nel cielo estivo dell’alto Appennino

nuvole e sole in vittoria alterna.

Si svegliarono prima i più vecchi e scrutavano

con occhio riposato il punto dove

alzare una capanna, a una capanna

far seguire una casa in pietra altre nascendo

più giù nel lento declivo, secondo la mappa

disegnatasi in sogno. Poi una torre

campanaria e una chiesa appartate

nel più ridente pianoro, vicino

all’acqua dove i cavalli s’erano spinti

vagolando la notte, e destinata

a una mola per frumento,

castagne e mele, per farine e sidro,

di cui nutrirsi ogni giorno e ubriacarsi

la domenica e i giorni consacrati.

 

LA CAMERA DA LETTO

Attilio Bertolucci


 
Garzanti, 1984

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