
Dalla Maremma con cavalli, giorno
e notte, li accompagnavano nuvole
da quando partirono lasciandosi
dietro una pianura
e dietro la pianura il mare e l’orizzonte
in un fermo pallore d’alba estiva.
I cavalli erano svelti come nuvole
a rompere le gole, ad affacciarsi
alle valli. Ma ogni volta
che l’umido dei prati, il fragore
lontano d’un torrente, il soleggiato
ondulare d’una proda o altro segno
favorevole li tenne alti su un passo,
non tardò molto che l’occhio scoprì,
prima confuso all’azzurro dell’aria,
un fumo uscito lento dal mistero
d’un bosco di castagni e presto perso
alla vista già stanca,
già volta altrove, in cerca
d’un cammino più dolce per le bestie,
sospinte in là, dopo la sosta inutile,
e una così breve pastura. Le nuvole
non s’erano fermate, bisognava
andare avanti, era sempre Appennino
profondo anche se altri
mandriani più miti già vi avevano
cresciuto agnelli e figli: non poteva
quell’infinito
ondulare di valli
celesti nel
silenzioso mezzogiorno
deluderli in eterno, mentre
il vento si placava, declinando
il giorno sui crinali in un calore
cui conveniva accucciarsi, cavando
pane e formaggio per la cena. Poi
venne un’ora limpidissima, l’ora
del pastore
che passa su ogni cima uno smeriglio
di luce solitaria; ma le valli
questa volta non echeggiarono del suono
cristiano che aiuta ad affrontare
la notte. Tante volte li aveva
rassicurati e respinti quel fioco
bronzo ad altre anime volto
che, il silenzio accrescendosi col buio,
un brivido li colse.
O era la guazza
malefica alle ossa, che tra i faggi
li cacciò alla ricerca d’un tetto
di rami bassi, d’un letto di foglie,
per un sonno venuto tardi e andato
presto, nell’inquieta
speranza?
I cavalli s’erano allontanati, il fratello
più giovane li trovò, abbeverati
e sazi, nella frescura d’un botro;
risalendo incontrò gli altri attorno
a un bel fuoco, dove a mezza costa
una radura pianeggiava, ardente
d’un mattino già caldo e d’una fiamma
domestica: un sito riparato
dai venti, ricco d’erba legna e acqua,
esposto al sole in modo conveniente.
Qui era tempo di fermarsi,
una terra per viverci, cavalli
e uomini, a lungo: forse l’arduo passo
che la sera li colse in dubbio, pena
e inconfessata speranza, aveva volto
altrove meno duri pastori
di questi che una piana aperta e molle
ma insidiata da febbre barattavano
con l’ignoto dell’alpe più scoscesa,
confabulando in pace attorno a un fuoco
spegnentesi, a due pietre annerite
e tiepide, a una cenere propizia.
Il sonno pomeridiano che li colse,
ma il più giovane preparava lacci
allegramente sveglio nella macchia,
in quel giorno di giugno imprecisato, dopo
tanto vagare lontano,
segnò il principio di un destino misto
di gioie e di miserie, se più miserie
o più gioie non è facile distinguere,
mentre l’una succede all’altra come
nel cielo estivo dell’alto Appennino
nuvole e sole in vittoria alterna.
Si svegliarono prima i più vecchi e scrutavano
con occhio riposato il punto dove
alzare una capanna, a una capanna
far seguire una casa in pietra altre nascendo
disegnatasi in sogno. Poi una torre
campanaria e una chiesa appartate
nel più ridente pianoro, vicino
all’acqua dove i cavalli s’erano spinti
vagolando la notte, e destinata
a una mola per frumento,
castagne e mele, per farine e sidro,
di cui nutrirsi ogni giorno e ubriacarsi
la domenica e i giorni consacrati.
Attilio Bertolucci
Garzanti, 1984

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