giovedì 9 luglio 2015

NOSTALGIA LUSITANA

Gran parte di Lisbona conserva l’aspetto del passato, poiché la trasformazione moderna l’ha fatta estendere fuori dalla cinta antica, e la città in essa racchiusa è rimasta quasi immutata dal tempo in cui, per la volontà dispotica del marchese di Pombal, risorse dalle sue rovine, dopo lo spaventoso terremoto del 1755, che, dopo averla abbattuta, l’aveva lasciata in preda alle fiamme dell’incendio. Non tutto distrusse e cancellò a Lisbona il cataclisma tremendo; molte delle sue pietre parlano ancora del glorioso passato, ed anche là dove le pietre scomparvero, rimangono gli stessi luoghi che di tanti eventi furono testimoni, e su cui posarono gli occhi di tanti uomini, la vita dei quali interessa tutt’ora il nostro pensiero.
[…]
Durante gli anni del mio soggiorno a Lisbona, uno dei più intensi godimenti del mio spirito fu quello d’intrattenermi talvolta nelle notti calme e serene, sui moli del Tago, là ove il flutto dell’ampio estuario, risospinto dalla marea dell’oceano, viene a rinnovare le sue perpetue carezze sulle pietre che segnano i punti di sbarco. Seduto sopra uno dei pilastri che recano scolpita la sfera armillare, scelta dai Lusiadi a simbolo delle loro conquiste ultramarine, la mia fantasia rievoca le scene grandiose che si erano svolte in quel piccolo angolo della terra, dal giorno in cui i navigli dei Crociati si ancorarono lì presso, in quel lontano 1147, per espugnare, insieme alle truppe  di Alfonso Enrico, la futura capitale del Portogallo, cacciandone i Saraceni, via via sino alle innumerevoli flotte che di là partirono, recando sui pennoni la Croce di Cristo.
Volgevano, le prime, le loro prore verso una mèta di fascino e terrore: l’ignoto. Eppure non poche tornarono, e, dopo di esse, ne partirono altre molte, recarono alla metropoli, non più delusioni, bensì inaudite ricchezze, dominazioni di contrade meravigliose, sfolgorio di glorie, racconti di audacie temerarie, spesso crudeli.
L’ora suggestiva mi faceva intravedere lo spettacolo di quel turbine di umanità che aveva calpestato lo stesso suolo su cui posavano i miei piedi. Moltitudine di venturi eri, di eroi, di uomini di preda e di battaglia, di desperados lanciati all’arrembaggio della fortuna, di dominatori superbi e spietati, di cavalieri, di monaci apportatori del Vangelo in terre remote. Moltitudine dileguata nel nulla.
Non tutti però sono morti nella memoria di quelli che aprirono più tardi gli occhi alla luce. Si parla ancora nel mondo di un umile frate che per quei luoghi passò, un giorno d’estate dell’anno 1220. un frate del nuovo Ordine di Francesco d’Assisi, chiamato dei Minori. Smagrito dalle penitenze, piccolo di statura, se ne andava curvo sotto un fardello. Ma non doveva certamente trattarsi di un fardello molto grave, pur contenendo tutto quello che il suo portatore possedeva sulla terra. Scendeva il fraticello nella radiosa giornata di autunno per una strada cui è rimasto il suo nome, Valle de Santo Antonio, per recarsi sul molo, al bastimento che doveva, insieme ad un compagno, sbarcarli nella prossima terra del Marocco, ove ambedue speravano, predicando la fede di Cristo, d’incontrare il martirio.
Durante alcuni anni sono passato quasi ogni giorno dinnanzi alla casa ove si dice nascesse quel fraticello. Una delle stanze è stata trasformata in una bassa cappella, e lì si affollano assiduamente i fedeli. Narra la leggenda che, or sono settecentotrentasei anni, ivi sarebbe nato ed avrebbe vissuto sino all’età di sedici quel Fernando, divenuto poi Antonio da Lisbona, che riempì il mondo della sua santità e che un singolare destino fece passare alla posterità sotto il nome di Antonio di Padova, sostituendo al luogo della nascita quello della morte.



ANTONIO DA LISBONA IL SANTO DI PADOVA, 1195-1231

Giuliano Marchetti Ferrante

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