Efratia, mia madre, come le donne della sua generazione nate in terra di Israele, non è più una donna della diaspora.
Non è neppure una israeliana. Israele ancora non esiste. È una donna ebrea, che significa qualcosa di arcaico.
La sua generazione cerca i propri riferimenti di appartenenza.
Efratia è nata nel 1909. sulle foto di Haifa di quell’epoca, si vedono poche costruzioni. Non c’è una sola casa sul monte Carmelo. La città si estende lungo la costa, sul Mediterraneo.
I genitori di Efratia hanno abbandonato la Russia zarista e sono venuti in Palestina per creare le condizioni di una società ebraica nuova. Per questo viaggio – dicono alcuni – hanno rotto con i duemila anni di esistenza nella diaspora. Efratia, come chi è nato nelle stesse circostanze, è uno dei primi figli di questa moderna ondata di immigrazione ebraica in Palestina.
C’è qualcosa di unico in questa generazione, nella sua ricerca di radici o riferimenti. È chiaro che la Bibbia, che è l’elemento di unificazione dell’esistenza ebraica nella diaspora nel corso delle generazioni, è il testo comune: come un territorio dello spirito. Questa coscienza nomade di un appartenenza legata a un testo è uno dei loro principali riferimenti.
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La generazione di Efratia porta nomi che non sono i nomi tradizionali della diaspora. Al posto di Abraham, Isaac, Jacob, Joseph, i nomi tradizionali della Torah, iniziano ad apparire Avner e Yoav, i due generali del re Davide, i Amos, il profeta noto per la sua critica feroce della società.
In questo contesto, Efratia, dopo un soggiorno a Vienna alla fine degli anni venti, e malgrado il suo interesse per la psicoanalisi, cerca lavoro. All’età di ventitré o ventiquattro, diventa maestra in una scuola elementare di Haifa, dove insegna la letteratura e la Bibbia. Cosa che le dà l’opportunità di mettere in pratica la sua interpretazione laica; non bisogna dimenticare che è una donna, quando la Bibbia, nella scuola tradizionale ebraica, lo heder, era insegnata solo da uomini. Si interessa alla questione dell’identità femminile e realizza molti spettacoli con i suoi alunni, aiutata all’epoca da Munio, mio padre, architetto e vecchio allievo del Bauhaus, per la costruzione delle scene.
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di AMOS GITAI

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