mercoledì 22 luglio 2015

a proposito dell'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole

Cosa guardano i bambini? Penso ai bambini che vivono nel nostro paese, partecipi fin dalla nascita di tutto il bene e di tutto il male che offre la civiltà occidentale. Cosa passa attraverso i loro occhi e modella giorno dopo giorno la loro immagine del mondo?
Splendori. Come la grazia opulenta del corpo materno. Come l’erba che solletica i piedi, come i sassolini multicolori e sonori in un secchiello, come il pelo lucido di un gatto.
Immensità di spazi, cieli stellati con misteriose lune variabili nelle fasi
Forme rassicuranti: casa, letto, scatola dei giochi, matite colorate, peluche del cuore.
Vorremmo selezionare a priori quello che vedono: tutta e sola la bellezza del mondo. Ma sappiamo di non avere filtri per la bruttezza: quella delle nostre città degradate dove anche il cielo è lottizzato dalla speculazione, dalle strade percorse da motori sbuffanti vapori velenosi, dai giardinetti asfittici e sporchi. «Non toccare! Non mettere la bocca!».
Vorremo proteggerli almeno in casa, ma anche qui siamo assediati. Immagini in movimento, colorate, ipnotizzanti, dentro una scatola magica. Immagini costruite per un facile diletto, manipolate per indurre precoci bisogni. […] Giocattoli cattivi, con musi gaglioffi, violenti, e giocattoli banali, sdolcinati, effimeri.
«Ogni anima è e diventa ciò che guarda» (Plotino, III secolo dopo Cristo).
Con trepidazione ci chiediamo quale anima si stanno formando i nostri bambini. Come far prevalere la bellezza? Perché la bellezza?
Platone avrebbe detto perché il bello è manifestazione evidente delle Idee, cioè dei valori e perciò la più facile via d’accesso a tali valori. Un teologo del medioevo avrebbe osservato che la bellezza terrena è un riflesso del Creatore.
[…]
Eppure oggi più che mai è necessaria la bellezza. Immensi sono i costi sociali del brutto che minaccia il nostro benessere fisico e psichico.
Ma cosa intendere per bellezza?
Hilmann, superando la disputa tra soggettivisti e oggettivisti, propone: «Proviamo a immaginare che la bellezza sia data permanentemente, inerente al mondo, sempre lì in mostra, un’esposizione che evoca una risposta estetica. Questo splendore intrinseco si accende con maggiore luminosità e maggiore intensità in certi eventi, particolarmente in quegli eventi che lo splendore cercano di coglierlo e di rifletterlo, come le opere d’are».
Se nei nostri contesti ambientali non è sempre facile godere di quegli eventi naturali in cui si manifesta la bellezza del mondo, potremmo rivolgerci, per soccorso, alle opere d’arte. Diffuse ovunque nel nostro straordinario Paese, attendono solo di essere riconosciute e additate amorosamente ai bambini.
Un tabernacolo lungo la via, un altare in chiesa, la finestra di un palazzo, le statue di una fontana, un quadro di un museo, possono essere un antidoto non solo al brutto ma anche a quell’universo di cose che affollano la nostra vita, che amiamo definire come carine, divertenti, simpatiche, e sono, in una parola, stupide.
La scuola non dovrebbe ignorare la risorsa eccezionale che secoli di produzione artistica e di altissimo artigianato hanno messo a loro disposizione.


Noi facciamo tante belle cose
opere d'arte ed esperienze educative nella scuola dell'infanzia

 Giuseppina Agostini
 Maria Cristina Masdea

Polistampa, 2005

martedì 21 luglio 2015

nate in terra di Israele

Efratia, mia madre, come le donne della sua generazione nate in terra di Israele, non è più una donna della diaspora.
Non è neppure una israeliana. Israele ancora non esiste. È una donna ebrea, che significa qualcosa di arcaico.
La sua generazione cerca i propri riferimenti di appartenenza.
Efratia è nata nel 1909. sulle foto di Haifa di quell’epoca, si vedono poche costruzioni. Non c’è una sola casa sul monte Carmelo. La città si estende lungo la costa, sul Mediterraneo.
I genitori di Efratia hanno abbandonato la Russia zarista e sono venuti in Palestina per creare le condizioni di una società ebraica nuova. Per questo viaggio – dicono alcuni – hanno rotto con i duemila anni di esistenza nella diaspora. Efratia, come chi è nato nelle stesse circostanze, è uno dei primi figli di questa moderna ondata di immigrazione ebraica in Palestina.
C’è qualcosa di unico in questa generazione, nella sua ricerca di radici o riferimenti. È chiaro che la Bibbia, che è l’elemento di unificazione dell’esistenza ebraica nella diaspora nel corso delle generazioni, è il testo comune: come un territorio dello spirito. Questa coscienza nomade di un appartenenza legata a un testo è uno dei loro principali riferimenti.
[…]
La generazione di Efratia porta nomi che non sono i nomi tradizionali della diaspora. Al posto di Abraham, Isaac, Jacob, Joseph, i nomi tradizionali della Torah, iniziano ad apparire Avner e Yoav, i due generali del re Davide, i Amos, il profeta noto per la sua critica feroce della società.
In questo contesto, Efratia, dopo un soggiorno a Vienna alla fine degli anni venti, e malgrado il suo interesse per la psicoanalisi, cerca lavoro. All’età di ventitré o ventiquattro, diventa maestra in una scuola elementare di Haifa, dove insegna la letteratura e la Bibbia. Cosa che le dà l’opportunità di mettere in pratica la sua interpretazione laica; non bisogna dimenticare che è una donna, quando la Bibbia, nella scuola tradizionale ebraica, lo heder, era insegnata solo da uomini. Si interessa alla questione dell’identità femminile e realizza molti spettacoli con i suoi alunni, aiutata all’epoca da Munio, mio padre, architetto e vecchio allievo del Bauhaus, per la costruzione delle scene.
[…]

di AMOS GITAI
in la Domenica de Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2013

mercoledì 15 luglio 2015

veduta maremmana


Dalla Maremma con cavalli, giorno

e notte, li accompagnavano nuvole

da quando partirono lasciandosi

dietro una pianura

e dietro la pianura il mare e l’orizzonte

in un fermo pallore d’alba estiva.

I cavalli erano svelti come nuvole

a rompere le gole, ad affacciarsi

alle valli. Ma ogni volta

che l’umido dei prati, il fragore

lontano d’un torrente, il soleggiato

ondulare d’una proda o altro segno

favorevole li tenne alti su un passo,

non tardò molto che l’occhio scoprì,

prima confuso all’azzurro dell’aria,

un fumo uscito lento dal mistero

d’un bosco di castagni e presto perso

alla vista già stanca,

già volta altrove, in cerca

d’un cammino più dolce per le bestie,

sospinte in là, dopo la sosta inutile,

e una così breve pastura. Le nuvole

non s’erano fermate, bisognava

andare avanti, era sempre Appennino

profondo anche se altri

mandriani più miti già vi avevano

cresciuto agnelli e figli: non poteva

quell’infinito ondulare di valli

celesti nel silenzioso mezzogiorno

deluderli in eterno, mentre

il vento si placava, declinando

il giorno sui crinali in un calore

cui conveniva accucciarsi, cavando

pane e formaggio per la cena. Poi

venne un’ora limpidissima, l’ora

del pastore

che passa su ogni cima uno smeriglio

di luce solitaria; ma le valli

questa volta non echeggiarono del suono

cristiano che aiuta ad affrontare

la notte. Tante volte li aveva

rassicurati e respinti quel fioco

bronzo ad altre anime volto

che, il silenzio accrescendosi col buio,

 un brivido li colse. O era la guazza

malefica alle ossa, che tra i faggi

li cacciò alla ricerca d’un tetto

di rami bassi, d’un letto di foglie,

per un sonno venuto tardi e andato

 presto, nell’inquieta speranza?

I cavalli s’erano allontanati, il fratello

più giovane li trovò, abbeverati

e sazi, nella frescura d’un botro;

risalendo incontrò gli altri attorno

a un bel fuoco, dove a mezza costa

una radura pianeggiava, ardente

d’un mattino già caldo e d’una fiamma

domestica: un sito riparato

dai venti, ricco d’erba legna e acqua,

esposto al sole in modo conveniente.

Qui era tempo di fermarsi,

una terra per viverci, cavalli

e uomini, a lungo: forse l’arduo passo

che la sera li colse in dubbio, pena

e inconfessata speranza, aveva volto

altrove meno duri pastori

di questi che una piana aperta e molle

ma insidiata da febbre barattavano

con l’ignoto dell’alpe più scoscesa,

confabulando in pace attorno a un fuoco

spegnentesi, a due pietre annerite

e tiepide, a una cenere propizia.

Il sonno pomeridiano che li colse,

ma il più giovane preparava lacci

allegramente sveglio nella macchia,

in quel giorno di giugno imprecisato, dopo

tanto vagare lontano,

segnò il principio di un destino misto

di gioie e di miserie, se più miserie

o più gioie non è facile distinguere,

mentre l’una succede all’altra come

nel cielo estivo dell’alto Appennino

nuvole e sole in vittoria alterna.

Si svegliarono prima i più vecchi e scrutavano

con occhio riposato il punto dove

alzare una capanna, a una capanna

far seguire una casa in pietra altre nascendo

più giù nel lento declivo, secondo la mappa

disegnatasi in sogno. Poi una torre

campanaria e una chiesa appartate

nel più ridente pianoro, vicino

all’acqua dove i cavalli s’erano spinti

vagolando la notte, e destinata

a una mola per frumento,

castagne e mele, per farine e sidro,

di cui nutrirsi ogni giorno e ubriacarsi

la domenica e i giorni consacrati.

 

LA CAMERA DA LETTO

Attilio Bertolucci


 
Garzanti, 1984

giovedì 9 luglio 2015

NOSTALGIA LUSITANA

Gran parte di Lisbona conserva l’aspetto del passato, poiché la trasformazione moderna l’ha fatta estendere fuori dalla cinta antica, e la città in essa racchiusa è rimasta quasi immutata dal tempo in cui, per la volontà dispotica del marchese di Pombal, risorse dalle sue rovine, dopo lo spaventoso terremoto del 1755, che, dopo averla abbattuta, l’aveva lasciata in preda alle fiamme dell’incendio. Non tutto distrusse e cancellò a Lisbona il cataclisma tremendo; molte delle sue pietre parlano ancora del glorioso passato, ed anche là dove le pietre scomparvero, rimangono gli stessi luoghi che di tanti eventi furono testimoni, e su cui posarono gli occhi di tanti uomini, la vita dei quali interessa tutt’ora il nostro pensiero.
[…]
Durante gli anni del mio soggiorno a Lisbona, uno dei più intensi godimenti del mio spirito fu quello d’intrattenermi talvolta nelle notti calme e serene, sui moli del Tago, là ove il flutto dell’ampio estuario, risospinto dalla marea dell’oceano, viene a rinnovare le sue perpetue carezze sulle pietre che segnano i punti di sbarco. Seduto sopra uno dei pilastri che recano scolpita la sfera armillare, scelta dai Lusiadi a simbolo delle loro conquiste ultramarine, la mia fantasia rievoca le scene grandiose che si erano svolte in quel piccolo angolo della terra, dal giorno in cui i navigli dei Crociati si ancorarono lì presso, in quel lontano 1147, per espugnare, insieme alle truppe  di Alfonso Enrico, la futura capitale del Portogallo, cacciandone i Saraceni, via via sino alle innumerevoli flotte che di là partirono, recando sui pennoni la Croce di Cristo.
Volgevano, le prime, le loro prore verso una mèta di fascino e terrore: l’ignoto. Eppure non poche tornarono, e, dopo di esse, ne partirono altre molte, recarono alla metropoli, non più delusioni, bensì inaudite ricchezze, dominazioni di contrade meravigliose, sfolgorio di glorie, racconti di audacie temerarie, spesso crudeli.
L’ora suggestiva mi faceva intravedere lo spettacolo di quel turbine di umanità che aveva calpestato lo stesso suolo su cui posavano i miei piedi. Moltitudine di venturi eri, di eroi, di uomini di preda e di battaglia, di desperados lanciati all’arrembaggio della fortuna, di dominatori superbi e spietati, di cavalieri, di monaci apportatori del Vangelo in terre remote. Moltitudine dileguata nel nulla.
Non tutti però sono morti nella memoria di quelli che aprirono più tardi gli occhi alla luce. Si parla ancora nel mondo di un umile frate che per quei luoghi passò, un giorno d’estate dell’anno 1220. un frate del nuovo Ordine di Francesco d’Assisi, chiamato dei Minori. Smagrito dalle penitenze, piccolo di statura, se ne andava curvo sotto un fardello. Ma non doveva certamente trattarsi di un fardello molto grave, pur contenendo tutto quello che il suo portatore possedeva sulla terra. Scendeva il fraticello nella radiosa giornata di autunno per una strada cui è rimasto il suo nome, Valle de Santo Antonio, per recarsi sul molo, al bastimento che doveva, insieme ad un compagno, sbarcarli nella prossima terra del Marocco, ove ambedue speravano, predicando la fede di Cristo, d’incontrare il martirio.
Durante alcuni anni sono passato quasi ogni giorno dinnanzi alla casa ove si dice nascesse quel fraticello. Una delle stanze è stata trasformata in una bassa cappella, e lì si affollano assiduamente i fedeli. Narra la leggenda che, or sono settecentotrentasei anni, ivi sarebbe nato ed avrebbe vissuto sino all’età di sedici quel Fernando, divenuto poi Antonio da Lisbona, che riempì il mondo della sua santità e che un singolare destino fece passare alla posterità sotto il nome di Antonio di Padova, sostituendo al luogo della nascita quello della morte.



ANTONIO DA LISBONA IL SANTO DI PADOVA, 1195-1231

Giuliano Marchetti Ferrante

martedì 7 luglio 2015

IL SENSO DEL TEMPO

“In principio”

La sua Parola ha tracciato sull’informe abisso il segno della gratuità grandiosa di un cominciamento che ancora ci conduce. Con quel gesto dell’”aleggiare sulle acque” (Gen 1,2), l’eterno è entrato nel tempo, ha dato avvio alla storia, ha giocato con la nostra durata.  […]
Ha scelto il tempo per portarvi dentro una scintilla di eternità.     […]
Dio ha scelto dall’eternità il tempo affinché fosse l’alveo del nostro scorrere, la cornice del nostro agire, la misura del nostro esserci. Dio ha scelto il tempo, creando “il cielo e la terra”. E tuttavia, “egli rimane in eterno” (Sal 117,2).
Anzi, egli è l’Eterno, la durata che supera ogni misura umana.
Dio ha obbedito al tempo. La sua sapienza dispiega la creazione sui ritmi della nostra fatica e sulla gioia del riposo, sul comando della trasformazione del mondo e sulla festa di un cammino con lui in Eden, insegnandoci la saggezza della gradualità e la salute dell’alternanza. Così ci rivela anche un segreto del suo cuore: l’amore paziente per l’uomo di cui in qualche modo condivide i tempi con le sue ferie e le sue feste. La prima alleanza.
Dio ha benedetto il tempo. Con parola feconda lo ha riempito di cose, rendendolo intenso.


Cesare Massa
IL TEMPO DEL VIVERE
Qiqajon


 

sabato 4 luglio 2015

don Benzi OGGI!

L’essere più forti non fa diventare giusti

la parola di Dio

Gesù vedendo le folle ne sentì compassione,
perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.
«La messe è molta, ma gli operai sono pochi!
Pregate…
Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Mt 9,36-38 ; 10,7-8

Una parola per te

È necessario interrogarsi con il coraggio della verità per vedere quante persone sono stanche ed abbattute per la tua prepotenza, per il tuo farla da padrone, per l’uso del denaro… In base a quale criterio dici giusto lo stipendio che ricevi, quando questo è 30 volte superiore a quello di altri? La concorrenza è vinta sempre dai più forti, ma l’essere più forte non fa diventare giusto ciò che è ingiusto. Quante persone si sentono «stanche e abbattute», perché trattate male, a distanza, dall’alto in basso. Quanta violenza verbale e non verbale riversi sui tuoi «sudditi»?


Una parola per tutti

Moltitudini «stanche e abbattute», gente avvilita perché senza lavoro, lavoro sottratto da stipendi assurdi elargiti ai «dirigenti»… quanti operai devono lavorare per loro e quanti disoccupati non troveranno lavoro per causa loro!
Gente stanca e abbattuta perché dorme all’aperto, mentre c’è gente che ha la prima, la seconda, la terza casa; gente stanca ed abbattuta perché deve mantenere alle persone «importanti» la prima, la seconda, la terza donna.
Gente stanca e avvilita per le parole, e quel Gesù che cercano viene reso sempre più evanescente dalle parole di coloro che lo predicano, ma non lo vivono. La gente chiede ai pastori che vivano quello che insegnano. Il mondo ha bisogno di cristiani che evangelizzino per trapianto vitale.
La via è la condivisione, che rende inutili gli istituti per bambini, i ricoveri per i vecchi, le strutture emarginanti per handicappati. Una giovane donna mi ha detto: «Don Oreste, i miei ragazzi che assisto in istituto mi mettono spesso in crisi. Quando finisco il mio turno di servizio mi dicono: Perché non mi porti a casa tua?».


don Oreste Benzi
100 patole per cambiare vita
ANCORA

mercoledì 1 luglio 2015

sulla spiaggia con Palomar

“Palomar sulla spiaggia”

Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un‘onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un onda e la guarda.
[…]
Uomo nervoso che vive in un mondo frenetico e congestionato, il signor Palomar tende a ridurre le proprie relazioni col mondo esterno e per difendersi dalla nevrastenia generale cerca quanto più può di tenere le sue sensazioni sotto controllo.
[…]
Comunque il signor Palomar non si perde d’animo e a ogni momento crede d’esser riuscito a vedere tutto quel che poteva vedere dal suo punto d’osservazione, ma poi salta fuori sempre qualcosa di cui non aveva tenuto conto. Se non fosse per questa sua impazienza di raggiungere un risultato completo e definitivo della sua operazione visiva, il guardare le onde sarebbe per lui un esercizio molto riposante  e potrebbe salvarlo dalla nevrastenia, dall’infarto e dall’ulcera gastrica.




Il seno nudo


Il signor Palomar cammina lungo una spiaggia solitaria. Incontra rari bagnanti. Una giovane donna è distesa sull’arena prendendo il sole a seno nudo. Palomar, uomo discreto, volge lo sguardo all’orizzonte marino. Sa che in simili circostanze, all’avvicinarsi di uno sconosciuto, spesso le donne s’affrettano a coprirsi, e questo gli pare non bello: perché è molesto per la bagnante che prendeva il sole tranquilla; perché l’uomo che passa si sente un disturbatore; perché il tabù della nudità viene implicitamente confermato; perché le convenzioni rispettate a metà propagano insicurezza e incoerenza nel comportamento anziché libertà e franchezza.
[…]
Però, - pensa andando avanti e, non appena l’orizzonte è sgombro, riprendendo il libero movimento del bulbo oculare – io, così facendo, ostento un rifiuto a vedere, cioè anch’io finisco per rafforzare la convenzione che ritiene illecita la vista del seno, ossia istituisco una specie di reggipetto  mentale sospeso tra i miei occhi e quel petto che, dal barbaglio che me ne è giunto sui confini del mio campo visivo, m’è parso fresco e piacevole alla vista.
[…]
Ritornando dalla sua passeggiata, Palomar ripassa davanti a quella bagnante, e questa volta tiene lo sguardo fisso davanti a sé, in modo che esso sfiori con equanime uniformità la schiuma delle onde che si ritraggono, gli scafi delle barche tirate in secco, il lenzuolo di spugna steso sull’arena, la ricolma luna di pelle più chiara con l’alone bruno del capezzolo, il profilo della costa nella foschia, grigia contro il cielo.
Ecco, - riflette, soddisfatto di se stesso, proseguendo il cammino, - sono riuscito a far sì che il seno fosse assorbito completamente dal paesaggio, e che anche il mio sguardo non pesasse più che lo sguardo d’un gabbiano o d’un nasello.
Ma sarà proprio giusto, fare così? – riflette ancora, - o non è un appiattire la persona umana al livello delle cose, considerarla un oggetto, e quel che è peggio, considerare oggetto ciò che  nella persona è specifico del sesso femminile?
[…]
Si volta e ritorna sui suoi passi. Ora, nel far scorrere il suo sguardo sulla spiaggia con oggettività imparziale, fa in modo che, appena il petto della donna entra nel suo campo visivo, si noti una discontinuità, uno scarto, quasi un guizzo. Lo sguardo avanza fino e sfiora la pelle tesa, si ritrae, come apprezzando con un lieve trasalimento la diversa consistenza della visione e lo speciale valore che essa acquista […]
Così credo che la mia posizione risulti ben chiara, - pensa Palomar, - senza malintesi possibili. Però questo sorvolare dello sguardo non potrebbe in fin dei conti essere inteso come un atteggiamento di superiorità, una sottovalutazione di ciò che un seno è e significa, un tenerlo in qualche modo in disparte, in margine o tra parentesi? Ecco che ancora sto tornando a relegare  il seno nella penombra in cui l’hanno tenuto secoli di pudibonderia sessuomaniaca e di concupiscenza come peccato…
Una tale interpretazione va contro alle migliori intenzioni di Palomar, che  pur appartenendo a una generazione matura, per cui la nudità del petto femminile s’associava all’idea d’un’intimità amorosa, tuttavia saluta con favore questo cambiamento nei costumi, sia per ciò che esso significa come riflesso d’una mentalità più aperta nella società, sia in quanto una tale vista in particolare gli riesca gradita. È quest’incoraggiamento disinteressato che egli vorrebbe riuscire  a esprimere nel suo sguardo.
Fa dietro-front. A passi decisi  muove ancora verso la donna sdraiata al sole. Ora il suo sguardo, lambendo volubilmente il paesaggio, si soffermerà sul seno con uno speciale riguardo, ma s’affretterà  a coinvolgerlo in uno slancio di benevolenza e gratitudine per il tutto, per il sole e il cielo, per i pini ricurvi e la duna e l’arena e gli scogli e le nuvole e le alghe, per il cosmo che ruota intorno a quelle cuspidi aureolate.
Questo dovrebbe bastare a tranquillizzare definitivamente la bagnante solitaria e a sgombrare il campo da illazioni fuorvianti. Ma appena lui torna ad avvicinarsi, ecco che lei s’alza di scatto, si ricopre, sbuffa, s’allontana con scrollate infastidite dalle spalle come sfuggisse  alle insistenze moleste d’un satiro.
Il peso morto d’una tradizione  di malcostume impedisce d’apprezzare nel loro giusto merito le intenzioni più illuminate, conclude amaramente Palomar.


Palomar
Italo Calvino