lunedì 28 ottobre 2013

Il sapere “inutile”

«Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?». Il senso di questa storiella raccontata ai suoi studenti nel 2005 dallo scrittore americano David Forster Wallace è che le cose più importanti, onnipresenti e che dovrebbero essere ovvie si ignorano o si fraintendono.
L’ignoranza più diffusa e deleteria  è proprio quella che considera inutile non solo la ricerca e il sapere disinteressato, sia in campo umanistico che scientifico, ma le istituzioni che lo incarnano (come le biblioteche, gli archivi o i musei). Al pari dei due giovani pesci, commenta Nuccio Ordine, siamo spesso scarsamente coscienti del fatto che «la letteratura e i saperi umanistici, che la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare un vigoroso sviluppo».
Del resto, anche sul piano della crescita individuale, «utile è ciò che ci aiuta a diventare migliori».
[…]


di REMO BODEI
recensione a L’UTILITA’ DELL’INUTILE, Nuccio Ordine
in DOMENICA de IL SOLE24ORE, 20 ottobre 2013, pag. 35.

giovedì 24 ottobre 2013

nuovo inizio

L’unico albero del cortile di Francie non era né un pino né un abete. Aveva foglie acuminate che crescevano lungo i rami verdi che si irradiavano dal tronco, e appariva come formato da grandi ombrelli verdi aperti, sovrapposti. Alcuni lo chiamavano “l’Albero del Paradiso”. Ovunque cadessero i suoi semi, ne nascevano alberi che cercavano di toccare il cielo. Cresceva sui terreni chiusi da palizzate e su quelli abbandonati ed era l’unico albero che germogliasse sul cemento. Cresceva rigoglioso, ma soltanto nei quartieri popolari.
Facendo una passeggiata, la domenica pomeriggio, si poteva arrivare in una zona graziosa, molto curata. Attraverso il cancello di ferro che conduceva a un qualsiasi cortile si vedeva uno di quei piccoli alberi e si capiva allora che, presto, quella parte di Brooklyn si sarebbe trasformata in un quartiere di abitazioni popolari. L’albero lo sapeva ed era giunto per primo sul posto. Poi arrivavano gli stranieri poveri e le vecchie e tranquille case di pietra rossa venivano divise in appartamenti, i materassi di piuma facevano la loro comparsa sui davanzali delle finestre e l’Albero del Paradiso cresceva. Ecco che genere di albero era: amava la povera gente.

UN ALBERO CRESCE A BROOKLYN
Betty Smith


martedì 22 ottobre 2013

ciò che ERO e ciò che SARA'

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi,
perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore
affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

KAHLIL GIBRAN

venerdì 18 ottobre 2013

parola per Florenskij

“La parola è energia umana: sia quella del genere umano, sia quella della singola persona, è l’energia dell’umanità che si rivela attraverso la persona. Ma, in senso proprio, non possiamo considerare questa energia come oggetto della parola, o come suo contenuto: nella sua attività conoscitiva la parola guida lo spirito al di là dei confini della soggettività e lo mette in contatto con il mondo che si trova oltre i nostri stati psichici. Grazie alla natura psico-fisiologica la parola nel mondo non svanisce come fumo, ma piuttosto ci mette faccia a faccia con la realtà e può pertanto, toccando il suo oggetto, essere riferita allo stesso modo sia alla rivelazione dell’oggetto in noi, sia alla nostra rivelazione in lui e di fronte a lui. […]”


Pochi personaggi della cultura del Novecento possono vantare
un così ampio spettro di interessi come quello che ha caratterizzato
la ricerca del matematico e filosofo russo Pavel A. Florenskij.
Nonostante ciò la diffusione delle sue opere e del suo pensiero
 si è per molti anni bloccata a causa del velo di silenzio che è sceso
su di lui dopo la condanna a morte comminata
 dal regime sovietico nel dicembre 1937.
Da questo silenzio, che ha privato la cultura mondiale di
importanti intuizioni nei campi più disparati del sapere,
si sta oggi uscendo con fatica anche perché ancora molta parte
dell’opera di Florenskij giace manoscritta nell’archivio conservato
 con cura dai suoi familiari nel piccolo centro di Sergej Posad nei pressi di Mosca.
[…]


PAVEL FLORENSKIJ
IL VALORE MAGICO DELLA PAROLA
Medusa, c2001

giovedì 17 ottobre 2013

UN LIBRO DA LEGGERE

Anche se i personaggi di questo libro sono fittizi, la Palestina non lo è, né lo sono gli eventi storici e i dati riportati in questa storia. Per rendere con precisione luoghi ed eventi, mi sono basata su diverse fonti scritte, che ho riportato come riferimenti e, in certi casi, citato nel testo. Ringrazio gli storici che hanno detto e continuano a dire le cose come stanno, spesso a un alto prezzo personale e professionale.
Susan Abulhawa
Ogni mattina a Jenin
Universale economica Feltrinelli, 2013

lunedì 7 ottobre 2013

giornalista, donna, moglie, madre, LIBERA

Bisogna essere disposti a sopportare molto,
anche in termini di difficoltà economica
per amore della libertà


Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare.
L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.


Ho visto centinaia di persone che hanno subito torture.
Alcune sono state seviziate in modo così perverso che mi riesce difficile credere che
i torturatori siano persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuola e letto i miei stessi libri.



ANNA STEPANOVNA POLITKOVSKAJA
New York -30 agosto 1958 * 7 ottobre 2006- Mosca
Secondo le fonti dell’inelligence la giornalista era su una lista di persone scomode
da eliminare assieme ad Alexander Litvinenko e Boris Berezovski,
effettivamente poi eliminati in circostanze mai chiarite e altri attualmente
sotto protezione in Europa
(Wikipedia)


Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo.
Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile.

giovedì 3 ottobre 2013

di Antonio Tabucchi

Comincerei col citare un poeta con una poesia che si intitola Consiglio. E dice, più o meno (cito a memoria): «circonda di grandi muri colui che sogni di essere» (non “che sei”, sottolineo, ma “che pensi di essere” o “che sogni di essere”). E mi pare che continui così (naturalmente sto facendo una parafrasi): «Poi laddove il giardino è visibile attraverso il portone inferriato, metti per quanto puoi dei fiori allegri così che gli altri ti conoscano soltanto in questo modo. Ma dove nessuno può arrivare a vedere, non mettere niente, fai delle aiuole come le hanno gli atri dove gli sguardi altrui possono guardare il tuo giardino come glielo mostri. Ma dove stai tu e dove non arriva lo sguardo di nessuno lascia che i fiori crescano spontaneamente  insieme alle erbe selvatiche. Fai di te stesso un doppio essere guardato, e che nessuno che guardi possa sapere più al di là di un giardino chi tu sei se non un giardino ostensivo e riservato dal quale spunta il fiore della terra e un’erba così povera che neanche tu  riesci a vederla».
Bene, con un discorso sul filosofico e piuttosto complicato, Fernando Pessoa (era una sua poesia), consiglia una cosa semplicissima: di non far entrare la nostra vita nella nostra scrittura o, perlomeno, di metterla o immetterla in modo tale che essa non possa immediatamente essere decifrata. Egli suggerisce di dare una scenografia, che non necessariamente è falsa, ma è coltivata. Perché i fiori delle aiuole non sono falsi, sono dei fiori veri quelli che egli consiglia di mettere in mostra. Insisto: non sono fiori posticci, dunque, ma fiori coltivati. Ciò che si deve mostrare agli altri, dice insomma Pessoa, è una cosa coltivata, di serra; la nostra natura più vera, che spunta dalla terra come le erbe selvatiche, quella deve essere nascosta.


Antonio Tabucchi
Storie che non sono la mia
Da DOMENICA de IL SOLE24ORE
22 settembre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

coscienza di sè

Se volessi rispondere alla domanda “perché scrivi?” direi, con un certo fondamento di verità, che scrivo perché non dipingo: ossia perché mi illudo di saper tener in mano la penna meglio del pennello. In effetti nella mia prima giovinezza… la mia inclinazione per l’arte era equamente divisa tra poesia e pittura… sono portato a scrivere… perche mi pare l’unica mia possibilità di essere migliore di quel che sono e anche perché non saprei fare altro se non scrivessi. Penso che se mi proibissero di scrivere parlerei ad alta voce, anche in solitudine, tanto è il mio bisogno di confessione e di riflessione in ciò che passa rasente o attraverso la mia vita.
O scrivere o dipingere: per me non c’è scampo.

Libero Bigiaretti
IL COLORE DEL NOVECENTO
Libreria editrice Gorizia, 2007