Il viaggiatore, poi, è tornato di nuovo al mare, alla spiaggia di Santa Rita dove, in cima a una falesia, si erge un albergo orrendo. Se questo fosse il Capo della Tormenta, Vasco da Gama non riuscirebbe a passare, tale sarebbe lo spavento che gli provocherebbe quell’Adamastor di cemento, ed è un peccato, è tanto bello il paesaggio da Vimeiro fino a qui, con la strada che segue il piccolo fiume Alcabrichel, giocandoci a rimpiattino fra gli alberi. Il viaggiatore ha preso una bibita in una malinconica rosticceria: era tiepida. Il mare, invece, resisteva al grande insulto, e le acque dovevano essere fredde, se il viaggiatore non avesse avuto tanta fretta, forse si sarebbe avventurato a bagnarsi i piedi.
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Il viaggiatore, poi, si ricorda dov’è diretto e tira un sospiro di sollievo, ma anche di rassegnazione. C’è ancora Ericeira in mezzo, vedrà con piacere il soffitto a cassettoni dipinti della chiesa madre, ma poco più avanti, così immenso da vedersi distintamente a questa distanza, se ne possono quasi contare le aperture della facciata, c’è il convento di Mafra. Il viaggiatore non può deviare. Procede come ipnotizzato, ha smesso di pensare. E quando finalmente mette piede a terra, si accorge di quanta distanza debba ancora percorrere fino al vestibolo della chiesa, la scalinata, il sagrato, e quasi sviene. Ma si ricorda Fernao Mendes Pinto, che attraversò terre lontanissime, spesse volte a piedi e per cammini pessimi, e con questo buon esempio in mente si accomoda la sacca in spalla e avanza, eroico.
Il convento di Mafra è grande. Grande è il convento di Mafra. Di Mafra è grande il convento. Sono tre maniere di dirlo, potrebbero essercene altre ancora e tutti si possono riassumere in questa semplice maniera: il convento di Mafra è grande. Sembra che il viaggiatore stia scherzando, ma invece non sa proprio come avvicinarsi a questa facciata di più di duecento metri di lunghezza, a quest’area occupata di quarantamila metri quadrati, a queste quattromila e cinquecento fra porte e finestre, a queste ottocento e ottanta sale, a queste torri di sessantadue metri di altezza, a questi torrioni, a questa lanterna. Il viaggiatore cerca ansiosamente una guida. Le si affida come un naufrago al punto di colare a picco. Queste guide devono esserci molto abituate. Sono pazienti, non alzano la voce, accompagnano i visitatori con mille cautele, sanno a quali violenti traumi saranno esposti. Sminuiscono le sale, tagliano su porte e finestre, abbandonano al silenzio intere ali, e quanto all’informazione si limitano a dare l’ovvia, che non sovraccarichi il cervello né smussi il filo della sensibilità. Il viaggiatore ha visto la loggia con le statue provenienti dall’Italia: forse sono dei capolavori, chi è lui per metterlo in dubbio, ma lo lasciano freddo, freddo. E la chiesa, vasta ma sproporzionata, non riesce a riscaldarlo.
In questo viaggio i santi non sono mancati, però, tutti insieme, forse non raggiungono il numero di quelli che si trovano qui. Nelle chiese di paese, o in altre più grandi, una mezza dozzina di santini fanno festa e molti di loro il viaggiatore li ha festeggiati, li ha lodati, ed è perfino arrivato a credere ai decantati miracoli. Ha visto, soprattutto, che erano opere di amore. Si è commosso spesso davanti a rozze immagini, mentre tante altre di un’arte perfetta l’hanno impressionato fino a farlo rabbrividire, ma questo San Bartolomeo di pietra che mostra la pelle scuoiata gli provoca un’indefinibile ripugnanza. La religione che le statue della chiesa di Mafra esibiscono è una religione di devoti, non di credenti.
VIAGGIO IN PORTOGALLOJosé Saramago
Einaudi tascabili, c1999
Einaudi tascabili, c1999


