mercoledì 11 giugno 2014

sognando un viaggio all'Avana ho incontrato questa storia

Questa non è un'opera di fantasia.
Ma l'autore vorrebbe che lo fosse.
Noi miglioriamo quando diventiamo letteratura,
tutti, senza eccezione,
e quando il passato si fa romanzo
i nostri ricordi si acuiscono.

Il ricordo è la verità più potente.
Mostrami una storia che non è tinta dai ricordi
e non vedrò che bugie.
Mostrami bugie non basate sui ricordi
e vedrò le bugie peggiori di tutte.

Se tutti i personaggi di questo libro sono immaginari,
loro non lo sanno ancora.

Ogni somiglianza con persone reali
fu preordinata prima della creazione del mondo.
Poco importa che non sempre i nomi coincidano.

Tutti  gli eventi e i dialoghi
vengono direttamente dall'immaginazione di Dio.
Così come l'autore stesso.
E il lettore.

Ciononostante, tutti noi siamo responsabili
delle nostre azioni.
Neppure Fidel sfugge a tutto questo.
Né il Che, né i suoi autisti, né la sua casa.
Né i tanti cubani che se la fecero addosso
prima di essere giustiziati.
Né i quattordicimila figli
che abbandonarono i loro genitori.
Né l'amore e la disperazione che li spinsero a fuggire.

ASPETTANDO LA NEVE ALL'AVANA

Carlos Eire




martedì 27 maggio 2014

nascere

Nel gennaio del 1998 il "Midwives Journal" pubblicò un articolo di Terri Coates intitolato "La figura della levatrice in letteratura". Dopo accurate ricerche Terri fu costretta a concludere che le levatrici non venivano praticamente mai menzionate in letteratura.
In nome del cielo, perché? I medici fanno bella mostra di sé tra le pagine di innumerevoli romanzi, dispensando perle di saggezza. Le infermiere, buone o cattive, non mancano di certo. Ma le levatrici? Si è mai sentito parlare di un romanzo che avesse come protagonista una levatrice?
Eppure il mestiere della levatrice è il materiale stesso del dramma e del melodramma. I bambini vengono concepiti nell'amore o nella lussuria, nascono nel dolore e nella sofferenza, sono causa di immensa gioia o atroci tormenti. Una levatrice assiste a tutte le nascite, si trova nel cuore della storia, vede e sente tutto. Perché allora continua a rimanere una figura in ombra, nascosta dietro la porta della sala parto?
Terri Coates termina il suo articolo con le parole "Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria".
Dopo aver letto quelle parole ho accettato la sfida.




CHIAMATE LA LEVATRICE
Jennifer Worth
Sellerio



venerdì 11 aprile 2014

il viaggio, la ricerca

Pensai a Danilo, le sue rughe di desolazione ai lati della bocca.
Solo, depresso, sotto psicofarmaci, disoccupato e sull'orlo dell'indigenza, disposto a spendere i suoi ultimi risparmi per avventurarsi in cerca di un guaritore, sperando che servisse ad avere indietro la sua vita. La stessa che lo aveva fatto ammalare. Pensai a questo, a quanto poco mi sentivo in grado di aiutarlo. Pensai e Kareen, alle notti in cui mordeva il cuscino per nascondere l'ennesima crisi di pianto, senza sapere che ero sveglio e la sentivo. Pensai a quello che le avevo fatto. "Non sono riuscito ad amare abbastanza una donna."
"Si tratta di questo?"
"Non mi sento in grado di aiutare nessuno."
"Spiegati meglio."
"Vedo il dolore degli altri e non so cosa fare. Forse neppure me ne importa."
"Meglio", insistette.
"Vivo in un mondo in cui nessuno riesce più ad amare nessuno... Nessuno può comprendere nessuno, nessuno può credere in nessuno. Un mondo senza possibile amore", gemetti mentre l'acqua ci scendeva addosso, tiepida e ritmata.
Il cuore mi pulsava penosamente in gola.
"Non lo pensi davvero. Ami tuo fratello, ami il tuo amico. Amavi quella donna."
"Non basta."
"Cosa sarà successo di così tremendo, mi chiedo." Brother Lucius prese un respiro. Nell'aria c'erano sempre gli odori di incenso, di terra umida, ai quali si era aggiunto un aroma di resina, proveniente da qualche albero, così intenso da farmi bruciare gli occhi. "E siccome là fuori il mondo ti sembra troppo arido, pressoché finito," riprese con voce gentile, "hai deciso di stare rifugiato quaggiù."
"Non so dove altro andare," confessai. Ero sconvolto dal mio stesso flusso di sincerità.
"Se sul serio non hai più nulla da perdere, perché non metterti in gioco, mi chiedo. Perché non accettare di partire."
A mia volta presi un respiro. Ammisi: "è quello che dice Danilo."
"Allora vedi," disse Brother Lucius. "Sembra che il viaggio in fondo non sia tanto diverso, il tuo e quello del tuo amico. Potrebbe essere lo stesso viaggio."
[...] "E poi," sussurrò, "il deserto è un luogo interessante. C'è tanto spazio. Ti si amplia la vista. Nel deserto," sembrò una promessa "si vedono più cose."


[...]
GLI AMICI DEL DESERTO
Marco Mancassola




mercoledì 26 marzo 2014

il romanzo e la realtà quotidiana

Un bel mattino di luglio papà, suo malgrado, era uscito da un pezzo per andare alla Ghiacciaia mentre mamma, come al solito, in prefettura. Mi ritrovai solo, libero come Médor, il mio gatto. Nonostante fossi passato a pelo in seconda ginnasio, avevo acquisito il diritto di restare a letto il mercoledì che, diciamocelo, non era un buon giorno per il mercato. Dovevano essere le nove e mezza, quel mercoledì, Médor faceva le fusa ai piedi di un lenzuolo che copriva i miei piedi quando una delle sue orecchie si mise a fremere al suono stridente del campanello. DRRRRiiiiiiiiiinnnnnn DRRRiiiiiiiiiinnnnnn, squillo che avrebbe fatto sbraitare Sofinco fino alla morte. Leggevo una biografia di Cehov. Amavo le biografie. erano come manuali di istruzioni per l'uso per diventare ciò che si definisce un artista o, più volgarmente, un grand'uomo. Il genere biografico permette di fare sogni accessibili poiché sono già stati realizzati. Questo mi rassicurava. Immaginavo dunque di essere l'utore de La Signora col cagnolino quando il campanello risuonò facendo schizzare Médor tra le tende. Scesi in mutande e con una vecchia maglietta con su scritto 'Nucleare no grazie'.
"Buongiorno giovanotto: Yves Jégoult, ufficiale giudiziario o se preferisce funzionario del Ministero della Giustizia". Inutile dire che non preferivo nessuno dei due.
[...]
Vivemmo nella casa vuota per qualche settimana. Médor sembrava disorientato. Un vicino ci prestò la televisione. Sentii mio padre diventare un candidato al suicidio.Ebbe di quelle crisi addominali comunemente chiamate coliche. L'angoscia del pignoramento gli torceva le budella e lo spaventava a morte, Non aveva tanto fegato. Camminava di sghimbescio. Ah, torrpenn: rompiscatole (o rompicapo). Talvolta, la sera, sfinito, si addormentava tra una cucchiaiata e l'altra di minestra. Aveva lo sguardo vuoto del cocchiere.

FRUTTA & VERDURA
 
Anthony Palou


martedì 25 marzo 2014

le pieghe nei libri

Non si arrabbia. Non è terrorizzato.
Tutto cambia e nulla cambia, gli pare sia un detto di qualche saggio. Un saggio orientale, forse tibetano. Per una sciocca associazione di idee gli viene in mente Mo Yan, i suoi bellissimi romanzi, poi Tzu alle prese con Hemingway (chissà se gli piace), infine si ferma a pensare alle pighe nei libri. Anche quel vizio scomparirà, finiranno le barricate tra chi non ammette le "orecchie" e chi invece ne ha fatto una regola. Annusare il libro appena preso, infilarci il naso dentro. Sentire frusciare le pagine fra le dita. Scagliarlo contro qualcuno.
"Non puoi lanciarmi Kafka! E' immortale"
Schiacciare un insetto fastidioso con un libro. Appoggiarci una birra sopra.
"Be', almeno come sottobicchiere è utile!"
Scrivere una dedica impiegandoci un'ora. Appuntarsi un numero di telefono. Una frase. Un nome.
Trovare libri vecchi con sottolineature di chhissà chi. Aprirne uno e veder scivolare via, a terra, una pagina che non ha retto allo scorrere del tempo. Leggere solo quella pagina. Rimetterla al suo posto, posizionare il libro con delicatezza tra altri due, magari robusti, così che gli stiano vicino e lo sorreggano. Addormentarsi con un libro sul petto. Infilarne uno nella buca delle lettere di un amico.
Leggere un libro al bar, non curandosi troppo del vino che gli è caduto sopra. Si asciugherà.
Ettore tocca la spalla del libraio.
"C'è un cliente."

LA LIBRERIA DELL'ARMADILLO
 
Alberto Schiavone


mercoledì 26 febbraio 2014

ORRORE: “colpevoli solo di studiare”

Abuja, 25. Nuova strage in Nigeria e ancora una volta a essere colpiti sono stati degli indifesi, colpevoli solo – come in questo caso – di studiare. Non è la prima volta che la violenza fondamentalista colpisce le scuole, evidentemente ritenute pericolose perché capaci di creare spazi di libertà e di interrompere la spirale della violenza. Forse per questo i miliziani islamisti di Boko Haram hanno attaccato un collegio del nord-est della Nigeria, uccidendo almeno 29 studenti. La notizia è stata diffusa da fonti della polizia. Molte delle vittime sono morte tra le fiamme appiccate all’edificio, che è stato completamente raso al suolo […]

L’OSSERVATORE ROMANO
Anno CLIV n. 46, mercoledì 26 febbraio 2014

venerdì 21 febbraio 2014

La meravigliosa pratica della LETTURA

L’amore per il libro e per la lettura l’ho appreso a scuola. Più tardi avrei trovato espresso in Giovanni Gentile il criterio pedagogico che giustifica quel che è capitato a me e a chissà quanti altri. «Ogni maestro – dice Gentile – deve avere un sano ed esatto concetto della lettura, che è il focolare maggiore della cultura scolastica che il maestro possa accendere». E io ebbi la fortuna di trovare in terza elementare, dopo l’ottima maestra che avevo avuto in prima e seconda, la signorina Maria Conte, un educatore di pari valore, il maestro (allora a Napoli tutte le maestre erano «signorine» e tutti i maestri erano «professori») Luigi Sala.
[…]
Sala fin dai primi giorni di scuola dedicava almeno un’ora alla lettura dei libri che riteneva più interessanti per noi, ricordo che ci lesse fra gli altri il libro Cuore, Pinocchio, più di uno dei romanzi di Salgari. Era un lettore formidabile. Dava espressione vibrante e delicata, ammiccante o ingenua, a seconda dei casi, a ogni pagina, per non dire a ogni parola. Ancora nell’orecchio mi risuona la sua voce, che non era di napoletano, ma ugualmente familiarissima[…].
Noi tra la piccola vedetta lombarda e il piccolo scrivano fiorentino, gli Appennini e le Ande, Sandokan e il Corsaro Nero, mastro Geppetto e Pinocchio, lo seguivamo con un’attenzione totale. Era, in effetti, la lettura, uno dei pochi casi in cui non aveva corso l’indomabile e indisciplinata irrequietezza napoletana di quella masnada di scugnizzi che eravamo noi alunni.
[…]
Non so se ora, finita alle elementari l’epoca dell’unico insegnante, o se già prima quando ancora c’era l’unico insegnante, o se con l’avvento di computer e tablet e altri ordigni del genere, vi sia ancora la pratica di lettura in classe come quelle che a noi faceva il maestro Sala. Tendo a credere di no, ricordando che già Umberto Saba, con quel suo stile così colloquiale e poeticamente efficace, notava in una sua lirica: «Un giorno / fu che tornavo di scuola. Il maestro / ci aveva fatta, e ad alta voce, come / allora usava le lettura». «Allora usava»: quindi non più alquanto dopo la guerra, quando Saba scriveva. Vero è che ora, coi nuovi strumenti informatici e informavi a disposizione, non è cambiato solo l’ordine delle strumentazioni e delle cose. È cambiato il quadro delle necessità, delle possibilità, dell’immaginario, dei desideri e delle speranze. È cambiato il contesto, e sarebbe addirittura sciocco istituire confronti a metro e a senso unico. Tuttavia, se si potesse spezzare una lancia in favore della lettura, bisognerebbe farlo. Anche la lettura è una istituzione della civiltà, e non è solo un fiore che fiorisce facilmente o del tutto spontaneamente. Vorrei citare ancora un poeta. «La lettura, il più difficile degli studi ed esercizi mentali – dice Carducci – voi conquistate col sudore della vostra fronte virile». Non badate a quel «virile». Non è un’affermazione maschilista e significa qui semplicemente «umana».
[…]
Leggere e conversare: due regole che in Italia  sono tutt’ora alquanto poco osservate.
[…]


Giuseppe Galasso
in Nuova Antologia, anno 148, ottobre-dicembre 2013, n. 2268

martedì 11 febbraio 2014

Cent’anni di nascita e rinascita : Etty Hillesum

Esther (meglio conosciuta come Etty) Hillesum, di cui ricorre il centenario dalla nascita (Middelburg, 15 gennaio 1914), ha progressivamente ottenuto considerazione nello spazio pubblico a motivo della sua vicenda personale. Il ricordo di questa donna ebreo olandese, morta probabilmente il 30 novembre 1943 nel campo di concentramento  di Auschwitz, viene tramandato da lei stessa, attraverso il racconto degli ultimi due anni della sua vita, contenuto in un Diario, composto da 11 quaderni (di cui uno smarrito), 79 Lettere sinora ritrovate, da lei inviate a persone di sua conoscenza e altre 6 a lei indirizzate da familiari e amici. Si tratta di quasi mille pagine di testi.
[…]
Gli inizi della sua vicenda umana non furono contraddistinti da nessuna attenzione particolare. Se Marguerite Yourcenar, a cui Etty può essere accostata  per la comune sensibilità nel guardare la realtà con occhio limpido e profondo, auspicava che ogni nascita dovesse essere «quella di un bambino atteso con amore e rispetto, che porta in sé la speranza del mondo», quella della Hillesum fu un origine segnata  da un contesto familiare oggettivamente compromesso e faticoso. «In questa famiglia è come se qualcosa rosicchiasse senza sosta la mia vitalità, e a lungo andare qui io diventerei una zia acida, dimenticando completamente di essere in realtà una creatura tanto gioiosa e comunicativa» (D 146).
[…]
Il padre Levie (Louis), professore di lingue classiche e poi preside di ginnasio, era un ebreo non praticante, fortemente integrato nel contesto olandese. Ebbe molti problemi di relazione con gli studenti, e anche nello svolgere il suo ruolo paterno all’interno della famiglia.
La moglie di Louis Hillesum, Rebecca (Riva) Bernstein, era nata in Russia ed emigrata ad Amsterdam a motivo del pogrom del 18 febbraio 1907, assieme alla famiglia di origine. Riva morì col marito ad Auschwitz nel 1943, poco prima della figlia.
Dalla madre, Etty ereditò con decisa consapevolezza il sentimento di essere radicata  nel popolo e nella cultura russi. Riva era una donna molto estroversa, impegnata, caotica nell’organizzazione della vita familiare, dominava la scena domestica. Della madre, Etty scrive: «Non è una donna qualunque». E prosegue: «Il tragico è questo: qui giace un capitale di talento e valore umano, sia nella mamma che in papà, ma inutilizzato, o perlomeno non investito al meglio; qui si va sempre a sbattere contro problemi irrisolti e  repentini cambiamenti di umore; è una situazione caotica e triste che si rispecchia nell’andamento disordinato della casa» (D 136). Con il padre, e soprattutto con la madre, Etty  ebbe un rapporto conflittuale, che trovò pacificazione più per il cambiamento interiore della figlia durante gli ultimi due anni di vita che per quello dei genitori.
[…]
Il contesto familiare compromesso, in cui e contro cui Etty si trovò a crescere, fu lo sfondo su cui si stagliò una vicenda personale appassionante, che la portò a diventare «una ragazza straordinaria», con una storia gustosa e affascinante. «Continuiamo a crescere, viviamo di nuovo tutte le sorgenti e non solo di quelle della passione e la vita è buona e bella, anche se fredda» (D 405).
[…]

UN RITRATTO DI ETTY HILLESUM
A CENT’ANNI DALLA NASCITA
di Gabriele Semino
in La civiltà cattolica, n° 3626, 2014

lunedì 27 gennaio 2014

testimone di chiarezza e perseveranza

Sono sempre stato sicuro che ce l’avrei fatta, anche se questa convinzione si basava sul niente. Ho sempre avuto tanta gente che mi ha voluto bene. E c’è sempre stato un amico che mi incoraggiava: «Ma dai, insisti, fallo, fallo!».
Per il corso autori di Mediaset – dove ho conosciuto il capo-autore de Le Iene Davide Parenti, che mi ha cambiato la vita – compilavo la domanda su internet, saltava il collegamento e pensavo: «Va beh, non è destino!» E allora c’era qualcun altro che mi spronava: «Ma no, riprova!», quasi come se facessi un favore a lui.
Cito di continuo questo aneddoto di zia Gabriella. Ero seduto sul divano di velluto e guardavo Sipario. Mi ha chiamato zia Gabriella, titolare di un’agenzia di assicurazioni a Frosinone, preoccupata perché la mia fama di quello che era un disastro in famiglia si stava diffondendo. E mi ha chiesto: «Perché non vieni ad aiutarmi in estate?». Io ho pensato: «Ma sì, guadagno un po’…». Poi mi ha proposto di rimanere. Forse oggi sarei titolare dell’agenzia, perché mia zia è in pensione. Ma allora, tra fare l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Piuttosto preferivo realizzare video di matrimoni, perché avevo a che fare con la telecamera. In Italia non è come in America, dove passi da un lavoro all’altro: se io avessi fatto l’assicuratore e avessi guadagnato, con quale coraggio avrei mollato tutto per fare il cinema o la televisione? Allora, piuttosto, preferivo rimanere nel campo, a lato.
In realtà volevo fare il regista cinematografico. Solo che fare cinema è difficilissimo. Poi da Palermo. Avevo avuto qualche esperienza come assistente nei film Un tè con Mussolini e I cento passi, dove però, in pratica, facevo il dog sitter… Appunto, volevo fare il regista. Poi ho fatto l’autore televisivo. Ed è arrivato Il Testimone.
Quando ho proposto a Mtv questo programma, ricordo che c’era una schiera di persone… A Mtv è tutto in inglese e c’è la tendenza a curare i dettagli, l’estetica. La sigla iniziale di Very Victoria era girata in pellicola. Io venivo da Le Iene che non aveva la sigla per timore che la gente cambiasse canale. Giravano in pellicola e stavano un giorno a girare un promo: qualcosa di impensabile per me. Facendo televisione in quel modo, mi dicevano: «Usiamo solo una tele camerina? Forse ci vorrebbe un fonico». Invece, la sensazione deve essere che io arrivo e dopo un po’ la gente si dimentica che c’è la televisione. Ricreo una situazione come se non fossi là per fare televisione, perché in realtà io sono là anche per levarmi delle curiosità. Sono convinto che questa sia la miglior televisione. E mi stupisco, ma mi fa piacere, che la gente non lo faccia; altrimenti saremmo in troppi.
[…]

Pif, il Testimone che indaga la realtà
Pierfrancesco Diliberto

Vita e Pensiero, n°6, 2013

venerdì 17 gennaio 2014

Dalla creatività di Silvia… al piccolo Francesco Maria che sta aspettando di venire al mondo

Talenti
Alessandro D’Avenia
Qualche giorno fa un ragazzo di 17 anni mi ha chiesto come fare a scovare il suo talento. Sono molti a scrivermi al riguardo, dato che ne parlo molto sul blog, nei libri, articoli e incontri.
Dopo cinque anni di scuola con i miei ragazzi che, per continuità didattica, ho la fortuna (mia, non loro) di seguire dal primo anno alla maturità, posso dire con discreta certezza quale sia il loro talento: il loro modo di stare al mondo.
Il talento è la forza di gravità che porta un uomo e una donna ad occupare il proprio posto nel mondo, perché è il suo modo unico e irripetibile di relazionarsi con il mondo (il creato, gli altri, Dio).
Un mio amico architetto mi ha spiegato qualche giorno fa che il suo “talento” è nato dal fatto che, avendo perso il padre da bambino ed essendo il maggiore dei fratelli, ha dovuto risolvere mansioni spesso paterne in famiglia. Che c’entra con l’architettura? Una delle prime cose che gli capitò di dover risolvere ancora dodicenne fu un trasloco e toccò a lui ricostruire in pianta la nuova casa e collocare i mobili della vecchia, così da capire cosa portare, dove collocare ogni pezzo. Una mancanza lo ha reso creativo.
Il talento è un insieme complesso di caratteristiche maturate durante l’infanzia (soprattutto) e l’adolescenza (il loro emergere), frutto di predisposizione naturale e di fattori ambientali, che non si ripetono mai due volte, neanche in due gemelli.
Il mio amico architetto mi spiegava che il suo non è altro che un modo di rapportarsi al mondo, di guardare le cose, maturato da quando era bambino e che lui non fa altro che applicare a tutto lo spazio circostante, con l’idea di metterlo in ordine e di renderlo funzionale per gli altri.
L’esempio del mio amico mostra che la privazione genera creatività. Si sa che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento, un bastone che diventa una spada. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai, sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane bloccato.
“Lasciate che i bambini vengano a me”, indica la necessità di essere bambini per accedere a Dio. Solo il bambino che è in noi può accedere, perché suo è il regno dei cieli, cioè il luogo in cui la chiamata di Dio, con i talenti ricevuti, è evidente.
Mi fa sorridere quando qualche ragazzo mi dice che Dio non parla, non dice niente. Io rispondo: parla anche troppo, nel quotidiano. Attraverso un libro, le parole di un amico o di un passante, ma soprattutto attraverso i nostri desideri, le nostre idee, i nostri limiti, i nostri talenti.
A volte chiedo ai miei ragazzi di stilare una lista di “10 cose che amano fare” e di “10 cose che sanno fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide ecco emergere il talento. Si può amare ballare ma essere scoordinati: non si ha talento. Si può saper ballare ma non amare farlo: non si ha talento. La scrittrice Flannery O’Connor a chi le chiedeva perché scriveva racconti rispondeva: “Perché mi riesce bene”. E amava farlo più di ogni altra cosa. I risultati sono capolavori.


Oggi mi sono guardata allo specchio e mi sono fermata a riflettere. Una volta chiedevo a Dio quattro o cinque centimetri di altezza in più, ma in cambio lui mi ha resa alta come il cielo, talmente alta che non sono più in grado di misurarmi. Così ho deciso di offrirgli le cento rakat nafl che gli avevo promesso se mi avesse fatto crescere. Io amo Dio. Ringrazio il mio Allah. Gli parlo tutto il giorno. Lui è il più grande. Donandomi questa diversa altezza da cui parlare alla gente, Lui mi ha conferito anche grandi responsabilità. La pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione – questo è il mio sogno. L’istruzione per ogni bambino e bambina del mondo. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio.
Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato, ma io no.

Quando frequentavo l’oratorio non mi rassegnavo all’idea di essere brevilineo: ero convinto che prima o poi risvegliandomi, un mattino, avrei faticato a entrare nei miei pantaloni…ma non accadeva niente.
Verso gli 11-12 anni, alle medie, chiedevo a Dio di farmi diventare alto, glielo chiedevo con tutto il cuore. Fammi diventare altro! Fammi diventare alto! Era insopportabile una vita sotto il metro e cinquanta: i compagni mi deridevano, le compagne mi ignoravano. Fammi diventare alto, ti prego! Non mi ha ascoltato. Apparentemente. In quegli anni non avevo un’ottima opinione di Lui: non mi ascoltava mai, e la lista delle richieste inesaudite era diventata lunghissima. Ma poi, da grande, forse ho capito. Ho compreso che quello che chiedevo a Lui, non solo era possibile, ma era già realizzato. Il Signore ci ascolta sempre, bisogna solo stare attenti a cosa gli si chiede. A proposito, Giacomo, cos’hai chiesto? Alto o grande?
Dal libro Alto come un vaso di gerani  di Giacomo (del trio Aldo, Giovanni e Giacomo).