venerdì 9 gennaio 2015

amore per Israele

Alla mia terra

Non ti ho cantata, terra mia
Non ho glorificato il tuo nome
con poemi eroici
e molteplici battaglie.
Solo un albero le mie mani hanno piantato,-
Quiete sono le sponde del Giordano-
Solo un sentiero i miei piedi hanno battuto
Sulla superficie dei campi.

È  davvero misera,
lo sapevo madre,
è davvero misera
l’offerta di tua figlia.
Solo un trillo di gioia
Il giorno in cui splenderà la luce,
solo un pianto nascosto
per la tua angustia.

Rachel Bluwstein (1890-1931)

Nata in Russia, undicesima figlia di una famiglia tradizionalista e nipote del rabbino di Kiev. All’età di 15 anni comincia a scrivere poesie e a 17 si sposa a Kiev. Nel 1909 sbarca a Giaffa e anziché procedere verso l’Italia per conseguire  gli studi in storia dell’arte rimane a Tel Aviv. Nel 1911 si stabilisce nella fattoria del gruppo comunitario Kinneret (futuro kibbutz) dove lavora nell’orto gestito dalle donne. Nel 1913 parte per studiare agricoltura a Tolosa. Torna in Eretz Israel e si stabilisce nel kibbutz Degania, ma a causa della tubercolosi si trasferisce a Tel Aviv. Muore sola e senza figli. Rachel è diventata un simbolo per la cultura israeliana.

LA TERRA DI ISRAELE NELLA LETTERATURA ISRAELIANA CONTEMPORANEA
Sarah Kaminski
In VITA MONASTICA, 257, luglio-settembre 2014

mercoledì 24 dicembre 2014

auguri

Misha era un orsacchiotto di peluche. Aveva le piante dei piedi in velluto rosso, due bottoncini da stivaletto per occhi e un naso di fiocchi di lana.
Apparteneva ad una bambina capricciosa, che a volte lo colmava di coccole e a volte lo sbatteva di malagrazia sul pavimento prendendolo per le delicate orecchie di stoffa.
Così, un bel giorno, Misha prese la più grande decisione della sua vita: scappare. Approfittò della confusione dei giorni che precedevano il Natale, infilò la porta e si riprese la libertà.
Se ne andò nella neve battendo i tacchi, felice come non era mai stato. In ogni angolo faceva scoperte meravigliose: gli alberi, gli insetti, gli uccelli, le stelle. Misha sgranava gli occhi: era tutto così incredibilmente bello.
Venne la sera di Natale, quella in cui tutte le creature sono invitate a fare una buona azione. Misha sentì i sonagli di una slitta. Era una Renna che correva tirando una slitta carica di pacchetti avvolti in carta colorata.
La Renna vide l'orsacchiotto, si fermò e gli spiegò, con molta cortesia che sostituiva Babbo Natale, il quale era troppo vecchio e malandato e con tutta quella neve non poteva andare in giro a piedi.
La Renna invitò Misha a salire.
E così Misha cominciò a girare città e paesi sulla slitta magica di Babbo Natale. Era proprio lui che deponeva in ogni camino un giocattolo o un regalino confezionato apposta. Si divertiva, era pieno di gioia. Se fosse rimasto il piccolo saggio giocattolo, avrebbe mai conosciuto una simile notte?
Ed ecco che si arrivò all'ultima casa: una povera capanna ai margini del bosco. Misha cacciò la mano nel gran sacco, cercò, frugò: non c'era più niente!
"Renna, o Renna! Non c'è più niente nel tuo sacco!".
"Oh!" gemette la Renna.
Nella capanna viveva un ragazzino ammalato. L'indomani, svegliandosi, avrebbe visto le sue scarpe vuote davanti al camino? La Renna guardò Misha coi suoi begli occhi profondi.
Allora Misha sospirò, abbracciò con un colpo d'occhio la campagna dove gli piaceva tanto gironzolare tutto solo e, alzando le spalle, mettendo avanti una zampa dopo l'altra, uno due, uno due, per fare la sua buona azione di Natale, entrò nella capanna, si rannicchiò in una scarpa e aspettò il mattino.

venerdì 5 dicembre 2014

Esiste davvero

Stava per cominciare a pensare a quello, e all’infossatura inondata di amarezza che aveva nel cuore, quando quella donna straniera lo stupì aprendo il libro e porgendoglielo.
Lo aveva aperto in corrispondenza di una pagina che mostrava lo schizzo di una figura dalle sembianze umane che si stringeva il petto. Se per il dolore o per la passione, Taban non riuscì a stabilirlo. Era un disegno semplice, ma fu come cibo per gli affamati. Lui avrebbe voluto fissarlo, studiarne ogni linea, vedere come era stato realizzato.
Ma, troppo rapidamente, lei ritrasse il volume e lo aprì su un’altra pagina e cominciò a leggere, con la mano posata sul collo. E mentre il ragazzo la osservava, seguendo l’andamento della sua voce, cominciò a capire che per lei i libri significavano quello che i suoi disegni significavano per lui.
Erano (si sforzò di tradurlo in parole nella sua mente) un’evasione - no, di più – un’espressione del bisogno di staccarsi dalla propria limitatezza per unirsi all’Essere-dalle-cento-gambe, ai raggi del sole.


LA BIBLIOTECA SUL CAMMELLO
Masha Hamilton

venerdì 7 novembre 2014

conoscendo Pavel Aleksandrvic Florenskij

Uno dei primi frutti della perestrojka della fine degli anni ottanta è stato la riabilitazione di alcuni importanti esponenti del mondo politico, culturale, scientifico ed ecclesiale russo, precedentemente condannati a scomparire a causa della loro incompatibilità con l’ufficiale ideologia marxista del governo sovietico. Tra essi occupa un posto del tutto particolare Pavel Aleksandrvic Florenskij, oggi riscoperto come uno dei massimi pensatori cristiani del Novecento.
Quelli che lo hanno conosciuto personalmente parlano di lui come di un uomo dotato di un misterioso fascino con cui s’imponeva quasi naturalmente, senza volerlo, a chi gli stava accanto. Molti dei suoi contemporanei provavano l’impressione di avere a che fare con una persona dalle eccezionali qualità umane, intellettuali e spirituali. Tuttavia aveva un aspetto esteriore e un comportamento che sembravano voler produrre un effetto del tutto contrario: l’aria di una segreta ombrosità, leggermente curvo, timido, con gli occhi sempre abbassati, parlava silenziosamente con flebile voce.
Ciò che affascina della sua persona è senz’altro il genio. Un genio straordinario, determinato dalle sue particolari qualità intellettuali, dai suoi vasti interessi e dall’alta competenza interdisciplinare che gli permetteva di lavorare con molta audacia come matematico, fisico, chimico, teologo, filologo, filosofo, storico delle religioni, poeta, conoscitore e teologo dell’arte. Non a caso si parlava di lui, tra i suoi amici ed estimatori, come di un Leonardo da Vinci, di un Platone o di un Pascal russo.
Florenskij, comunque, affascina anche per la sua singolare esperienza di vita, caratterizzata da un’inquieta e tenace ricerca del senso dell’esistenza. Fin da bambino sente - in una maniera del tutto insolita – un’irresistibile attrazione per la natura, percependo dietro ogni fenomeno la maestosa presenza dell’Infinito e intravedendo un’unità mistica del tutto. E anche se nel periodo dell’adolescenza viene invaso da un bruciante desiderio, accompagnato dalla frenetica attività dello studio, di conoscere e spiegare scientificamente il funzionamento del «meccanismo» interno della natura, egli non si chiude nel guscio di chi pensa di aver già capito il «mistero» della vita: ha il coraggio di riconoscere di essersi accostato solo al punto di partenza di una lunga stradadi ricerca non tanto intellettuale quanto, prima di tutto, spirituale, verso la conoscenza della Verità e del Senso.
Gli anni di studio all’Università di Mosca ne sono testimonianza. Rifiutando il positivismo e le idee nichiliste del materialismo e soggettivismo razionalista, Florenskij va in cerca di maestri di «ampio respiro».
[…]
Un’importante svolta si verifica quando, non appagato dalla sua convinzione, puramente intellettuale e filosofica, relativa all’esistenza di Dio, decide di testimoniare la fede come membro della Chiesa ortodossa russa. Una scelta che suscita stupore nei suoi amici e compagni d’università, per niente attratti dal formalismo religioso e dalla sterilità sociale, culturale e intellettuale della Chiesa del tempo.
Florenskij s’innamora della tradizione antica e dei Padri della Chiesa e dei tesori sapienziali della Sacra Scrittura, si lascia catturare dall’intenso clima spirituale delle lunghe celebrazioni della liturgia bizantina, studia con fervore la teologia ortodossa, divenendo sempre più sicuro dell’amore paterno  e misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, sempre più persuaso che il cristianesimo non è altro che la chiamata a diventare fratelli in Cristo, figli di un unico Padre.
La scoperta della Chiesa, concretizzata nella decisione di mettersi al suo servizio come sacerdote, cambia la vita del giovane Pavel, così come la cambia radicalmente il matrimonio con Anna e la nascita di cinque figli. Florenskij si dedica con particolare affetto alla famiglia, scoprendo che la vita familiare è fatta di momenti e gioie semplici che costituiscono i luoghi rivelatori della presenza di Dio.
Gli ultimi anni di vita di Florenskij sono una continua testimonianza della sua fedeltà alla strada intrapresa. Una strada certo non comoda, ma piena di difficoltà, soprattutto quando nel 1917, con la rivoluzione di ottobre, inizia in Russia la persecuzione dei cristiani […].
1937 – Viene fucilato, assieme agli altri cinquecento detenuti del lager di Solovki


PAVEL A. FLORENSKIJ
INVITO ALLA LETTURA DI LUBOMIR ZAK


lunedì 27 ottobre 2014

giochiamo!!!

Questo libro  è scritto per coloro che hanno interessi intellettuali ma non sono matematici; è scritto per letterati, artisti, cultori  di scienze umanistiche. Ho ricevuto moltissimo da loro e ora vorrei ricambiare, offrendogli a mia volta una presentazione della matematica perché comprendano che non ci muoviamo in ambiti troppo lontani. Amo la matematica non solo per le sue applicazioni tecniche, ma soprattutto perché è bella, perché l'uomo vi ha infuso il suo senso del gioco e perché essa lo ha messo nelle condizioni di affrontare il suo gioco più raffinato e impegnativo: la comprensione dell'infinito.

GIOCANDO CON L'INFINITO
Rozsa Péter
 
 
 


martedì 21 ottobre 2014

Adolescenza a settembre

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Settembre è mese di svolte e cambiamento. È mese di passaggio e malinconia sì, ma anche di luce. Luce forte ed accecante seppur quasi autunnale. Aria frizzante e luce che fa tremolare la marina (vedi alla voce D’Annunzio). Mese di mare che da azzurro diviene verde. Mare: l’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti, sempre dannunziana memoria.
Per me l’anno nuovo è sempre iniziato in settembre e non invece a gennaio. Come la fine dell’anno è per me a giugno e non a dicembre.
Settembre era la fine dell’estate che creava angoscia, ma anche eccitazione per l’inizio della scuola, per il ritrovare i compagni di classe e i professori dopo tre mesi di vacanza.
[…]
In questo periodo il tragitto per accompagnare  e andare a prendere mia figlia da scuola è un continuo vai e vieni di gruppi di adolescenti che fanno lo slalom fra i marciapiedi e le automobili, che sembrano indossare alla perfezione le parole di Erri De Luca «l’adolescenza è una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze». Sembra un periodo che non finisce mai l’adolescenza. È un periodo che non vedi l’ora che passi, che i tuoi genitori non vedevano l’ora che ti passasse… e invece? Ti ritrovi poi, madre di tre figli, ad averne nostalgia (Ah perché non sono io co’ miei pastori?...)
Ruberò un espressione Nick Luxmoore – psicologo e autore di testi sull’adolescenza – per scrivere di Alessandro D’Avenia: «adolescente col cuore a mille».

segue in :  
                        Alessandro D’Avenia: un cuore a forma di orecchio
                       Ilenia Beatrice Protopapa
                      ROCCA, n°19, anno 73°


martedì 14 ottobre 2014

sguardo infinito

Mentre giacevo sulla roccia, ascoltando il sommesso sciabordare delle onde e abbandonandomi a quei pensieri tristi e strani, erano comparse sempre più stelle, cancellando l’individualità della Via Lattea e riempiendo tutta la volta celeste. E lontano, lontano, in quell’oceano d’oro, le stelle cadevano silenziose, andavano incontro al loro destino, fra quei miliardi di miliardi di luci dorate che sembravano fondersi alla mia vista. E al levarsi silenzioso di innumerevoli velari, ho visto stelle dietro stelle dietro stelle, come nei magici cinema della mia infanzia. E ho tuffato lo sguardo nel centro immenso e sfumato dell’universo che si stava lentamente rivoltando come un guanto. Mi sono addormentato e nel sonno ho avuto l’impressione di udire un canto.
 
IRIS MURDOCH
Il mare, il mare

domenica 13 luglio 2014

condotti

«Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
anche se ha vie ripide e dure.
E quando vi parla , credete in lui,
anche se la sua voce
può disperdere i vostri sogni.
L’amore non dà nulla fuorché se stesso
E non raccoglie nulla se non da se stesso.
L’amore basta all’amore.
Quando amate non dovreste dire:
“Ho Dio nel cuore”.
Dite piuttosto:
“Sono nel cuore di Dio”.
E non crediate di condurre l’amore,
perché se vi scopre degni di sé
è lui che vi conduce».

Gibran, Il Profeta

mercoledì 11 giugno 2014

sognando un viaggio all'Avana ho incontrato questa storia

Questa non è un'opera di fantasia.
Ma l'autore vorrebbe che lo fosse.
Noi miglioriamo quando diventiamo letteratura,
tutti, senza eccezione,
e quando il passato si fa romanzo
i nostri ricordi si acuiscono.

Il ricordo è la verità più potente.
Mostrami una storia che non è tinta dai ricordi
e non vedrò che bugie.
Mostrami bugie non basate sui ricordi
e vedrò le bugie peggiori di tutte.

Se tutti i personaggi di questo libro sono immaginari,
loro non lo sanno ancora.

Ogni somiglianza con persone reali
fu preordinata prima della creazione del mondo.
Poco importa che non sempre i nomi coincidano.

Tutti  gli eventi e i dialoghi
vengono direttamente dall'immaginazione di Dio.
Così come l'autore stesso.
E il lettore.

Ciononostante, tutti noi siamo responsabili
delle nostre azioni.
Neppure Fidel sfugge a tutto questo.
Né il Che, né i suoi autisti, né la sua casa.
Né i tanti cubani che se la fecero addosso
prima di essere giustiziati.
Né i quattordicimila figli
che abbandonarono i loro genitori.
Né l'amore e la disperazione che li spinsero a fuggire.

ASPETTANDO LA NEVE ALL'AVANA

Carlos Eire




martedì 27 maggio 2014

nascere

Nel gennaio del 1998 il "Midwives Journal" pubblicò un articolo di Terri Coates intitolato "La figura della levatrice in letteratura". Dopo accurate ricerche Terri fu costretta a concludere che le levatrici non venivano praticamente mai menzionate in letteratura.
In nome del cielo, perché? I medici fanno bella mostra di sé tra le pagine di innumerevoli romanzi, dispensando perle di saggezza. Le infermiere, buone o cattive, non mancano di certo. Ma le levatrici? Si è mai sentito parlare di un romanzo che avesse come protagonista una levatrice?
Eppure il mestiere della levatrice è il materiale stesso del dramma e del melodramma. I bambini vengono concepiti nell'amore o nella lussuria, nascono nel dolore e nella sofferenza, sono causa di immensa gioia o atroci tormenti. Una levatrice assiste a tutte le nascite, si trova nel cuore della storia, vede e sente tutto. Perché allora continua a rimanere una figura in ombra, nascosta dietro la porta della sala parto?
Terri Coates termina il suo articolo con le parole "Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria".
Dopo aver letto quelle parole ho accettato la sfida.




CHIAMATE LA LEVATRICE
Jennifer Worth
Sellerio