mercoledì 31 luglio 2013

VITA E DESTINO: l'amicizia

L'amicizia! Quante forme diverse può avere...
Amicizia di lavoro. Amicizia per la rivoluzione, amicizia durante un lungo viaggio, amicizia tra soldati, amicizia in una prigione di transito, dove ci si conosce e ci si lascia nel giro di un paio di giorni di cui, però, si serba il ricordo per anni. Amicizia nella gioia e amicizia nel dolore. Amicizia nell'uguaglianza e nella diversità. Che cosa rende amici? Avere lo stesso lavoro o uno stesso destino? A volte l'odio tra chi appartiene allo stesso partito e ha opinioni che si distinguono solo nelle sfumature è maggiore dell'odio verso chi del partito è nemico. A volte uomini che combattono insieme si odiano più di quanto odino un nemico comune. E a volte l'odio fra i detenuti è maggiore dell'odio verso i carcerieri.
Certo, l'amicizia nasce per lo più tra uomini accomunati da uno stesso destino, da una stessa professione, da un medesimo progetto, tuttavia sarebbe prematuro concludere che la si debba solo a tali affinità.
Perché possono essere amiche - e lo sono - anche persone unite dall'odio per il proprio mestiere. E amici non sono soltanto gli eroi di guerra e del lavoro, ma anche i disertori e gli assenteisti. Alla base dell'amicizia degli uni e degli altri, però, c'è un vincolo comune.
Due caratteri opposti possono diventare amici? Sicuro!
L'amicizia può essere un legame disinteressato.
A volte l'amicizia è egoista, altre è incline all'abnegazione. Ma, per quanto suoni strano, l'egoismo dell'amicizia avvantaggia l'amico in modo disinteressato, laddove l'abnegazione ha un fondo di egoismo.
L'amicizia è uno specchio in cui l'uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso.
L'amicizia è uguaglianza e affinità. Ma l'amicizia è anche differenza e disparità.
C'è un'amicizia  operativa: negli affari, nell'azione, in un lavoro comune, in una comune lotta per la sopravvivenza e per un tozzo di pane.
E poi c'è l'amicizia in nome di un'ideale, l'amicizia filosofica tra interlocutori che meditano, tra uomini che lavorano in modo diverso, ognuno per proprio conto, ma che insieme parlano della vita.
Forse la forma suprema di amicizia abbraccia l'amicizia operativa, l'amicizia nel lavoro e nella lotta e l'amicizia di chi dialoga e si confronta.
Pur avendo sempre bisogno l'uno dell'altro, non sempre gli amici ricevono dall'amicizia in ugual misura. E non sempre all'amicizia chiedono la stessa cosa. Un amico può donare la propria esperienza, l'altro può arricchirsene. Ci si può scoprire forti e maturi aiutando un giovane amico debole e inesperto; costui, il debole, troverà nell'amico il proprio ideale di forza, maturità esperienza. Dunque c'è chi dona e chi gode del dono ricevuto.
Capita che l'amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui.
L'amicizia della mente, contemplativa, filosofica, esige di norma identità di vedute, ma tale identità può non essere assoluta. A volte l'amicizia si manifesta in una discussione, nella mancanza di affinità. Se invece gli amici si somigliano in tutto, se si rispecchiano, chi discute con un amico discute con se stesso.
L'amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti.
E l'amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi.
L'amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell'amicizia l'uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell'amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede.
Il desiderio di amicizia è innato nella natura umana, e chi non è capace di farsi amici gli esseri umani opta per gli animali: cani, cavalli, gatti, topi, ragni.
[...]
L'amicizia autentica non dipende dal fatto che l'amico siede su un trono o dal trono sia stato deposto per finire in prigione: l'amicizia autentica guarda all'anima e alle sue doti e non si cura della gloria, della forza esteriore.
Molteplici sono le forme dell'amicizia, vario il suo contenuto, ma una sola è la base, incrollabile: la certezza che l'amico non ti tradisce, che tu non lo tradirai. Splendida è pertanto l'amicizia in cui l'uomo è fatto per il sabato. Là dove amici e amicizia vengono sacrificati in nome di interessi superiori, l'uomo dichiarato nemico dell'ideale superiore, che ha perso tutti gli amici, è comunque sicuro di non perdere un amico vero.

VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

martedì 30 luglio 2013

Siamo fatti anche di lacrime

Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del «patire con»: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere.
[…]
Gli studi più recenti riferiscono che l’atto del piangere sia uno specifico della razza umana, addirittura un segno distintivo della nostra specie nella catena evolutiva. Non vi è altra specie animale che spenda lacrime per un dolore.
[…]

Tonio Dell’Olio
ROCCA, n° 15, 1 agosto 2013

venerdì 26 luglio 2013

LA VITA, sempre

GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
Domenica, 17 luglio 1994
 Carissimi Fratelli e Sorelle!
Oggi desidero attirare la vostra attenzione su un altro aspetto fondamentale dell'amore coniugale: la sua intrinseca apertura alla vita. Lo sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica quando rileva che l'amore dei coniugi "tende per sua natura ad essere fecondo. Il figlio non viene ad aggiungersi dall'esterno al reciproco amore degli sposi; sboccia al cuore stesso del loro mutuo dono, di cui è frutto e compimento"
E’ di fondamentale importanza cogliere la grandezza misteriosa di questo evento. Come ho scritto nella Lettera alle famiglie, "nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente. [ . . .] Infatti soltanto da Dio può provenire quell' immagine e somiglianza che è propria dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la continuazione della creazione" (Giovanni Paolo II, Gratissimam Sane, n. 9).
Certo, questo discorso ha una particolare risonanza per i credenti. Ma il suo valore è riconoscibile anche dalla semplice ragione che, nel miracolo della vita umana nascente, è spinta a riconoscere qualcosa che va molto al di là di un puro fatto biologico. Nella generazione della vita umana, la biologia postula il suo stesso superamento. E ciò non può non avere implicazioni anche sul piano etico: non si può trattare ciò che attiene alla generazione della vita umana, come se si trattasse di un puro evento biologico, suscettibile di qualunque manipolazione.

www.giannajessen.com

www.vatican.va

http://www.youtube.com/watch?v=AKztjBZ6bm0

giovedì 25 luglio 2013

GRAZIE al 25 luglio 1943

Sul finire dell’estate del 1942 le truppe dell’armata del Caucaso comandata da Kleis conquistarono il primo centro petrolifero sovietico, vicino a Majkop. C’erano soldati tedeschi a Capo Nord e a Creta, nel Nord della Finlandia e sulle rive della Manica. Il maresciallo Erwin Rommel, soldato di terre assolate, era a ottanta chilometri da Alessandria. La svastica garriva sulla vetta dell’El’brus. Manstein aveva avuto disposizione di muovere cannoni e lanciarazzi, la nuova artiglieria, contro la roccaforte dei bolscevichi: Leningrado. Scettico, Mussolini stava elaborando un piano di attacco contro Il Cairo e si allenava a montare uno stallone arabo. Dietl, soldato di terre innevate, aveva raggiunto latitudini, al Nord, che mai un conquistatore europeo aveva calpestato. Parigi, Vienna, Praga e Bruxelles erano diventate capoluoghi di provincia tedeschi.
Era il momento di attuare i punti più atroci del programma nazionalsocialista, quelli che colpivano l’uomo, la sua vita e la sua libertà. I leader fascisti mentono, quando dicono che la loro crudeltà si deve alla tensione della battaglia. Al contrario, il pericolo rende più saggi e la scarsa convinzione nelle proprie forze induce alla moderazione.
Il giorno in cui il nazifascismo si convincerà del proprio definitivo trionfo, il mondo annegherà nel sangue. Se non troveranno più avversari in armi sulla terra, i boia che ammazzano donne, vecchi e bambini non avranno più freni. Perché è l’uomo il primo nemico del fascismo.
Nell’autunno del 1942 il Reich adottò una serie di leggi barbare e disumane.
Il 12 settembre del 1942, all’apice del successo militare nazionalsocialista, gli ebrei europei vennero sottratti alla giustizia ordinaria e consegnati alla Gestapo.
La direzione del partito, a Adolf Hitler in testa, aveva deciso che il popolo ebraico andava annientato.


VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

martedì 23 luglio 2013

le FEDI per l'orefice

Le fedi non rimasero in vetrina.
L’orefice ci guardò a lungo negli occhi.
Saggiando per l’ultima volta il prezioso metallo
Diceva cose profonde. In modo sorprendente
Si fissavano nella mia memoria.

Il peso di queste fedi d’oro
- così disse - non è il peso del metallo.
Questo è il peso specifico dell’essere umano,
di ognuno di voi
e di voi due insieme.
Ah, il peso proprio dell’uomo!
Potrebbe essere ancora più gravoso
E insieme – più inafferrabile?
È questo il peso della gravità costante
Legata al nostro breve volo.
Il volo prende forma di spirale, di ellisse – la forma del cuore…

Ah, il peso specifico dell’uomo!
Questa incrinatura, questo groviglio, questo fondo,
questo appigliarsi, quando diviene tanto difficile
distogliere il cuore, il pensiero.
E in mezzo a tutto questo – la libertà,
una libertà, talvolta follia,
la follia di libertà che si impiglia nel groviglio.
E in mezzo a tutto questo – l’amore
che sgorga dalla libertà
come una sorgente dal suolo.
Ecce homo! Non è limpido
né solenne
né semplice
semmai – misero.
Questo, un uomo solo – e due?
E quattro, e cento, e un milione?
Moltiplica tutto questo
(moltiplica la grandezza per la debolezza)
- e avrai il risultato dell’umanità,
il risultato della vita umana.

Così parlò quello strano orefice
Misurando le nostre fede.
Poi le pulì con la pelle di camoscio,
le ripose nell’astuccio
che prima stava in vetrina,
infine cominciò ad avvolgerle in carta velina.
Ci guardava sempre negli occhi,
voleva forse sondare i nostri cuori.
Aveva ragione nel dire tutte queste cose?
Sono stati forse anche i nostri stessi pensieri?
Forse nessuno di noi due poteva
Trarre le conclusioni da così vicino –
L’amore è più entusiasmo che riflessione.



La bottega dell'orefice : (meditazioni sul sacramento del matrimonio che di tanto in tanto si trasformano in dramma) / Andrzej Jawien, Karol Wojtyla
Città del Vaticano : Libreria editrice vaticana, 1979

venerdì 19 luglio 2013

il TEMPO di fiorire

A casa mia ci mandavano a lavorare subito, a tredici anni, durante l’estate. Poi si doveva andare a scuola: io ho frequentato l’Istituto per geometri. In realtà, dentro di me ero convinto che avrei scritto libri, però mi sottraevo. E mi sono sottratto per lungo tempo, ho condotto molte lotte, mi sono immerso nella politica e nell’impegno con il sindacato. Soprattutto, per trent’anni ho fatto l’operaio in fabbrica, alla Fulgorcavi di Latina: cavi elettrici e telefonici. Sono stato operaio fino al 1999 e ancora adesso, la notte, di quando in quando sogno che mi richiamano in reparto. Certe volte mi viene anche l’ansia, perché nel sogno devo superare di nuovo il periodo di prova. Altre volte, invece, provo nostalgia pura: sto insieme ai mie compagni, è un bellissimo ricordo.
A quarant’anni, però, durante la cassa integrazione, ho deciso di iscrivermi all’Università e mi sono laureato in lettere. Per questo affermo con decisione di riconoscermi nella tradizione letteraria, ma, per dir così, standoci dentro “con i calli sulla mani”. Quando mi avvicino a un libro, mi interessa capire se dice il vero o meno; se le verità che raccontano, per esempio, Petrarca o Dante coincidono con le verità concrete, che si incarnano nella vita quotidiana delle persone. Perché – ne sono sempre più certo – non sono intelligenti solo quelli che hanno studiato, anzi. Penso a tanti miei compagni di fabbrica con vis polemica e capacità di ragionamento tali da dare parecchi punti a non pochi professori…
[...]
 

Antonio Pennacchi
VITA E PENSIERO 2011,
 n. 3, anno XCIV


http://www.antoniopennacchi.it/

ora e sempre

Voi che vivete sicuri
nelle vostre case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via
coricandovi e alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il loro viso da voi.

Primo Levi, 1946

martedì 16 luglio 2013

Lezioni di speranza

Certamente esiste la difficoltà, o la “fatica”, dello scrivere (che in ogni caso è sempre meglio dello scaricare casse ai Mercati generali); però l’essenziale è pensare le cose. C’è  una bellissima frase, che Leonardo Sciascia rivolse a un suo amico piuttosto irruente: «’Nto, senti, ma picché non rifletti prima di pensare?». Questa frase mi ha assai colpito: perciò cerco di riflettere molto su quello che devo scrivere. Prima di mettere i romanzi sulla carta me li porto dietro un anno o più, dentro di me.
Fu così da sempre. Ricordo che nel 1967 mio padre venne ricoverato al Policlinico Gemelli. Si trattò di una lunga degenza; la notte, l’assistevo con mia mamma, essendo io figlio unico. C’erano stati anni di distanza fra me e mio padre, in tutti i sensi. Quello stare assieme la sera, tuttavia, ci riunì di nuovo, Papà mi chiedeva di raccontargli qualche cosa e io gli spiegavo quello che facevo; era abbastanza interessante, perché ero regista, incontravo attori e attrici. Una sera gli dissi: «Papà, mi sta passando per la testa un romanzo». «Che bello - rispose - raccontamelo!». Ma io replicai che potevo farlo “a puntate”, via via che lo andavo sviluppando. Accade pertanto che il mio primo romanzo, Il corso delle cose, lo elaborai in una stanza del Gemelli, per tre mesi. Poi, una volta usciti, me lo sono rimuginato dentro ancora un po’ e il 3 gennaio del 1968 ho cominciato a scriverlo.
Il mio primo romanzo, dunque, nacque al Gemelli. Mio padre, però, non lo vide pubblicato. Non per colpa sua (se ne morì per i fatti suoi); piuttosto perché quel libro per dieci anni mi venne  sistematicamente rifiutato da tutti gli editori. Dopo di che fu come quando si stappa una bottiglia di champagne, l’esigenza di scrivere divenne incontenibile. Immagino che molto abbia contato la mia precedente esperienza nella poesia, di cui fui una giovane promessa: Giuseppe Ungaretti mi premiò a Saint Vincent e mi inserì in una sua antologia. Poi, mi trasferii a Roma nel 1949 e cominciai a seguire i corsi di regia di Orazio Costa, un autentico maestro, e il mio cervello fu dirottato dalla letteratura al teatro. Forse, nel 1967, a forza di raccontare storie di altri - perché il regista spesso fa questo - mi venne voglia di raccontare una storia mia con parole mie. Importante, d’altra parte, fu anche il mio lavoro in RAI. Per esempio, quando ero il produttore degli sceneggiati del commissario Maigret, con Gino Cervi, lo sceneggiatore era Diego Fabbri, un commediografo non indifferente, il quale destrutturava il racconto di Simenon e lo ristrutturava materialmente: comprava cinque copie del libro, strappava le pagine e le risistemava in un altro modo. Era come andare a bottega da un orologiaio: vedevo smontare il racconto poliziesco dall’interno e poi rimontarlo. Così ho cercato di imparare l’arte e l’ho messa da parte: quando mi è toccato di scrivere Montalbano mi sono perfettamente ricordato della tecnica simenoniana del giallo.
Un’altra questione fondamentale è stata l’elaborazione del registro linguistico: uso una sorta di siculo-italiano, non un gergo ne un dialetto, piuttosto il frutto di una ricerca, a volte non facile: tambasiare, babbiare, tanticchia, taliare… Alcune parole non le capiscono neanche i miei conterranei e dicono che me le sono inventate. È vero, qualcuna me la invento […].
Confesso che molto me lo sono rubato da Luigi Pirandello. Una volta lui tradusse dal greco Il Ciclope di Euripide in dialetto siciliano, con una commistione di varie parlate. Il Ciclope è un grosso massaro, un contadinaccio, e parla proprio come un contadino dell’agrigentino. Ulisse, che ha girato il mondo, ha fatto “il militare a Cuneo” parla un siciliano italianizzato. Il capo dei pastori, invece, è mafioso e quindi parla il linguaggio dei mafiosi. Il tutto raccolto in un unico dramma satiresco. Quando lo scoprii, divenne la mia chiave di scrittura, nel raccontare la Sicilia della mia memoria. D’altra parte, la lettura è alla base di tutto. E prima di tutto bisogna imparare a leggere, per scoprire il meccanismo magico della scrittura: non si tratta di usare parole, ma di usare cose quotidiane attraverso le parole.
[…]
Nel mio personale rapporto con la scrittura, seguo una precisa routine. Ogni mattina mi metto in perfetto ordine davanti al computer, perché non so lavorare vestito alla meno peggio, o senza essere ben rasato; credo sia per una sorta di rispetto nei confronti della scrittura stessa. Mi alzo presto la mattina e lavoro ininterrottamente fino alle 10-10,30, l’ora in cui cominciano le telefonate. In tutto questo, fumo molto, purtroppo - anche se, per quel che posso, sono un dissuasore convinto. Per me, conta il rituale. Un giorno, erano le 7 meno un quarto, stavo seduto alla scrivania con le mie sigarette. Vado avanti fino alle 9,30, quando arriva mia moglie. Guarda il portacenere, poi mi chiede: «Perché hai rotto tutte queste sigarette?». Do un ‘occhiata e vedo che non ce n’è una accesa. Non mi funzionava l’accendino e non me ne accorgevo: mi mettevo la sigaretta in bocca, davo quei cinque-sei tiri, dopo di che le schiacciavo. Quindi, quanto c’è di vero vizio e quanto di rituale? Davvero misterioso: ero stato addirittura tre ore senza fumare – illudendomi di fumare.
Comunque, quelle tre ore mattutine per me rappresentano un capitale. Infatti, io non scrivo in realtà, bensì trascrivo ciò che ininterrottamente registro nel corso delle mie giornate. Quando mi metto al computer, poi, riorganizzo quello che ho già a lungo pensato. In tre pomeriggi alla settimana rivedo tutto quello che ho annotato. Anche il sabato e la domenica lavoro, perché per me non esiste tanto l’ispirazione, quanto il “fatto” fisico per cui ce la si sente, o meno, di scrivere. Anche quando non ho voglia di impegnarmi troppo, mi mantengo comunque in esercizio. È come per un pianista, o un chirurgo.
Una parola, adesso, vorrei spenderla per Salvo Montalbano. Quanto al nome, l’ho scelto per due motivi: Montalbano è tra quelli più diffusi in Sicilia, ero indeciso all’inizio se chiamarlo così o Collura. Poi mi capitò un fatto: avevo scritto Il birraio di Preston e l’avevo organizzato come un romanzo tradizionale. Lo riesaminavo e mi dicevo «Madonna! È illeggibile questo libro, è di una noia mortale». Non riuscivo a trovare la soluzione. Poi ebbi modo di leggere un romanzo di Manolo Vasquez Montalban, Il pianista, dove il tempo narrativo non seguiva una logica di successione temporale, andava avanti e indietro. Così ho pensato di adoperare quella stessa struttura. Dunque, in omaggio a Montalban, e per il fatto che ci sono tanti Montalbano in Sicilia, ho chiamato così il mio protagonista. Il quale, con il suo ruvido carattere, un po’ pigro e goloso, devoto alla giustizia, non è però un autoritratto dell’autore, contrariamente a quanto a volte si creda. Naturalmente, un personaggio così definito non poteva neppure essere totalmente di fantasia. Capitò al quinto romanzo  che mia moglie - non siciliana, bensì napoletana, ma di educazione tutta milanese - a un certo punto mi illuminò: «Ti rendi conto che con Montalbano stai facendo un lungo ritratto di tuo padre?». Ne ebbi una folgorazione, perché aveva centrato in pieno. Mi resi conto che scrivevo di mio padre, anche se non me ne ero accorto mentre lo facevo.
Un ultimo pensiero mi sia concesso rivolgere, infine, a tutti i malati. Vengono chiamati “pazienti”, e già questo termine indica che per definizione devono portare pazienza. Personalmente, sono convinto che bisogna avere la capacità di adeguarsi al ticket: e mi spiego. Alcuni miei amici, verso i sessant’anni, cominciavano a perdere colpi: allora via con la depressione, con i dolori. Certo, se fosse una novità, se ciascuno fosse l’unico uomo al mondo a invecchiare, capirei la preoccupazione. Ma siccome si tratta di un fenomeno comune, dov’è la sorpresa, la meraviglia? Il ticket che riceviamo all’atto della nascita non l’abbiamo voluto, però ce lo hanno dato. In questo ticket, assieme alla nascita c’è la giovinezza, la maturità, l’anzianità, le malattie; tutto, anche la morte. È tutto compreso nel prezzo del biglietto iniziale. Per questo motivo bisogna portare pazienza! D’altra parte, il male, la malattia, fanno parte della vita dell’uomo. Grandi filosofi, come Pascal, hanno insegnato come si può convivere con il dolore. Perché si può convivere con il dolore. In tarda età, si fa una scoperta eccezionale: quanto è bello, quanto è forte l’essere umano! È capace della sopportazione massima; di fronte a un elemento imprevisto è capace di essere molte volte migliore di quello che è quotidianamente. Dentro di sé ha risorse impreviste e incredibili, che può manifestare in qualsiasi momento.

ANDREA CAMILLERI
VITA E PENSIERO, 2011, n 1, anno XCIV