IL CUORE DEVE FARSI STRADA FRA LA PANCIA E LA TESTA
Scrivere è per me bello e pure divertente. A volte è un demone o una sofferenza, ma spesso è anche una grande liberazione. In Fai bei sogni racconto che da piccolo, quando un adulto mi faceva un sopruso, lo minacciavo agitando la matita: «Da grande io racconterò tutto questo in un libro che si intitolerà Io bambino».
Certo il titolo era migliorabile, però avevo le idee già chiare. In fondo, quel libro che avevo in mente all’epoca l’ho scritto davvero, anche se non è semplice tenere il giusto distacco dalle proprie emozioni e tradurre l’introspezione in linguaggio universale; tuttavia, il racconto autobiografico è una forma di scrittura un poco più facile, nel senso che può riuscire anche a chi non ha talento narrativo. Bisogna sempre distinguere tra talento letterario e talento narrativo. Il talento letterario consiste nel trasformare le parole in una forma d’arte. Il talento narrativo consiste nel trasformare la vita in una forma d’arte. Ad Alfred Hitchcock una volta chiesero: «Maestro, perché non ha mai raccontato la sua vita in un film?». E lui si mise a ridere dicendo: «Ma allora non avete capito niente. Io sono tutti quei personaggi. Io ho paura degli uccelli, io sogno di essere ucciso sotto la doccia come in Psycho».
Personalmente trovo che l’ironia – con cui già mi ero difeso dal dolore che avevo subito nell’infanzia – mi abbia aiutato a superare quello che è uno dei grandi problemi dello scrittore: accettare i personaggi che crea, entrandovi dentro senza giudicarli. Perché molti scrittori non sanno raccontare i personaggi “cattivi”? Perché li raccontano in maniera moralistica, li giudicano, mentre nessuno è disposto ad ammettere di essere cattivo. Ogni scrittore deve essere il dio della sua storia. Deve conoscere il mondo che racconta, deve conoscere i personaggi. E quando si racconta di qualcosa che non si conosce si deve far ricorso alla propria memoria. Ma cos’ha la propria memoria in magazzino? Spesso soltanto dei cliché.
Tutti i romanzi mimano la vita reale. Il fascino nasce all’inizio, quando si conosce il protagonista, un tipo pacifico e conservatore. Cosa fa allora lo scrittore-dio? Gli mette una crepa davanti, fa succedere qualcosa. La pressione della storia costringe il personaggio a rivelare a se stesso e ai lettori una parte di sé. Il grande narratore – e qui entra in gioco il talento narrativo – costruisce continuamente trappole sempre più difficili che il personaggio dovrà superare fino ad arrivare al punto in cui il lettore non riesce a immaginare un oltre. Un esempio che viene studiato nelle scuole di cinematografia americane è il film Thelma e Louise, che rappresenta questa dinamica in modo letterale, perché nell’ultima scena le due protagoniste sono sul baratro, o si buttano giù o si arrendono. E il fatto che si buttino giù all’inizio del film non lo avremmo mai immaginato perché il personaggio di Geena Davis è quello di una casalinga remissiva […]. La bravura dello sceneggiatore è proprio aver reso l’ultima scena credibile cambiando il personaggio. Il segreto della narrativa è una parola sola: cambiamento. Del resto, questo mutare continuo è ciò che rende la vita meravigliosa, è la base dell’evoluzione che ognuno può compiere. Se uno termina la propria vita identico a come l’ha cominciata vuol dire non gli è servita a niente.
[…]
MASSIMO GRAMELLINI
Vita e pensiero, anno XCVI, 2, pp. 133-134.
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