mercoledì 29 maggio 2013

omaggio a LEA GOLDBERG

"Forse allora verranno giorni di grazia e di perdono
e te ne andrai sola per il prato
come un semplice viandante.
Il tuo piede accarezzerà i fili d'erba
le punte delle spighe ti pungeranno
e dolce sarà la ferita inferta.
Sola te ne andrai per il prato
e respirerai il profumo dei solchi
sulla terra indurita dall'angoscia e dal sangue.
E semplice, semplice sarà ogni cosa
che si potrà toccare
e si potrà amare
si potrà si potrà amare.
Sola te ne andrai per il prato."

                                                        Lea Goldberg

la libreria


martedì 28 maggio 2013

AUGURI Muriel


Nei momenti supremi la verità deve pur venire a galla. [...] Tutti noi, quando non abbiamo più vie di uscita, dobbiamo affrontare il destino in cui siamo imprigionati, e all'epilogo essere quello che siamo sempre stati nel profondo, qualunque fosse l'illusione in cui ci siamo voluti cullare.

  "L'eleganza del riccio"

venerdì 24 maggio 2013

E' dimostrato! Volare aiuta a vivere: seconda prova

LA FEDE TROVATA IN AEROPORTO
Il racconto della vita di Jonah Lynch e del suo accostarsi a Dio, grazie a una serie di attente e meditate letture…

«Avevo 15 anni, e con i miei genitori stavo tornando negli Stati Uniti. Prima del volo, cercavo un libro per accompagnare le lunghe ore del viaggio verso casa. Nell’edicola, piena di giornali, gialli e romanzi rosa, ho trovato il libro che avrebbe cambiato definitivamente la mia vita. La cassiera sorrideva quando le ho presentato I fratelli Karamazov. Non è roba da quindicenni, né da lettura distratta sui voli intercontinentali…».
Molti, come me, spalancheranno gli occhi di fronte a questa confessione autobiografica: un ragazzo quindicenne, per di più americano, che non un secolo fa, ma nel 1993 fa un intero viaggio tra Inghilterra e Stati Uniti affascinato da un’opera così ardua e alta.
Eppure, è da allora che Jonah Lynch, il ragazzo in questione, inizia un percorso di «decostruzione e ricostruzione» che lo conduce non solo a incontrare Dio in modo autentico, ma anche a diventare sacerdote (attualmente ha 35 anni ed è rettore del seminario della Fraternità S. Carlo a Roma). Il libro che ora scrive, accompagnato da una prefazione sbarazzina ma partecipe del comico Paolo Cevoli, è da un lato una sorta di rilettura personale di questa storia iniziata all’edicola dell’aeroporto di Heathrow e approdata alla meta romana e, d’altro lato, è un dialogo con tutti quei ragazzi che si trovano sul punto di partenza o si sono già inoltrati, con esiti dubbi e forse negativi, sul sentiero stretto  delle domande ultime di senso riguardo all’essere e all’esistere.
Là, naturalmente, il tema della fede s’incrocia con tante altre questioni che in questo libro vengono dipanate, nello sforzo di impedirne ogni dicotomia repulsiva, evitando così «la tentazione di scindere in due il mondo: da una parte il mondo della scienza e della razionalità, dall’altra il mondo della creazione e della fede». Per questo, il sottotitolo reca questa nota esplicativa: «Improvvisazione libera su Dio, la musica, la scienza e l’amore», ma anche sul dolore, sulla crisi, sulla morte, sulla Chiesa, su Cristo, sempre attingendo alla propria vicenda di giovane turbato e poi trasformato, col seme delle domande e con molti fiori di risposte. Dopo questo capitale dostoevskiano Lynch ha tetto molto altro e nelle sue pagine ammiccano le parole di Solzenicyn e di Claudel, di Tolkien e di Hugo, di Eliot e di Esopo e persino di Eraclito e dei nostri Pirandello e Buzzati.C’è anche la dolce e intensa storia del barbiere Jayber Crow dell’omonimo romanzo di Wendell Berry e del suo amore impossibile e supremo per Mattie. C’è la musica, certo, dei Doors, dei Moody Blues e dei Beatles, ma anche Dvorak con la sua celebre IX Sinfonia Dal Nuovo Mondo. Ma tutto questo intarsio di rimandi si colora dell’esperienza personale, un’avventura possibile anzi, secondo l’autore, auspicabile per tutti, perché essa conduce a non rinunciare a nulla, ma a trasfigurare tutto, a «cantare ogni cosa», come recita il libro.
[…]

Gianfranco Ravasi
La Domenica, Sole 24 ore, anno 149,
numero 115, pag. 34.

giovedì 23 maggio 2013

E' dimostrato! Volare aiuta a vivere: prima prova

DA SPINOZA A GROSSMAN QUESTO E’ L’UOMO
(intervista a GIANNI RIOTTA)

La prima domanda viene soavemente cassata all’istante. Come trova il tempo per leggere uno che fa il direttore del Tg1? Sembrava un’ovvia curiosità e invece deve proprio essere una scemenza sesquipedale, perché Gianni Riotta la demolisce. Procedendo dal personale al generale: dal privato al politico. Che sarebbero, par di capire dalla sua lettura dei libri e del mondo, la stessa cosa.
«Ho sempre letto lavorando. Di notte, la mattina presto, negli spostamenti, nei tempi morti che ci sono in tutte le produzioni giornalistiche. Come mi ha raccontato un collega, al Giornale di Sicilia quando chiudevano tardi tutti facevano una partita a carte, invece mio padre leggeva Pirandello. Oppure potrei citare il Daily Princetonian che mi ribattezzò ‘il professore volante’,  quando facevo quattromila miglia ogni settimana fra Milano dove lavoravo e Princeton dove insegnavo. Ecco, i voli transoceanici sono perfetti per leggere almeno un libro. Per questo sono contrario all’uso dei telefonini in aeroplano: è bene che rimanga proibito. Comunque, noi immaginiamo che i classici leggessero beatamente chiusi in biblioteca, in pace e in silenzio. È falso. Cervantes è stato fatto schiavo dei pirati, Eschilo e Tolstoj hanno combattuto in guerra, Harriet Beecher Stowe ha scritto La capanna dello zio Tom di notte, quando i sette figli finalmente dormivano. La vita materiale degli antichi era durissima, molto peggiore della nostra, eppure leggevano senza lamentarsi. Noi siamo una generazione viziata, vile, pigra».
Che Ha avuto la fortuna di crescere in lungo periodo di pace.
«Dipende dai punti di vista. Spagnoli portoghesi e greci avevano la dittatura. Russi, polacchi eccetera vivevano in condizioni atroci: Brodskij entrava e usciva dalle galere solo perché scriveva poesie. Gli americani hanno combattuto svariate guerre. Il resto del mondo soffriva la fame. Possono rimpiangere i mitologici Anni Sessanta solo quei paesi fondatori della Comunità europea che, grazie agli americani, hanno goduto di un lungo periodo di pace e benessere».
Riproviamo: dove legge il giornalista transoceanico Riotta, lavoro a Saxa Rubra e famiglia a New York? Dove tiene i suoi libri?
«Le mie biblioteche sono tre. La prima, quella originaria, era a casa di mio padre a Palermo. Era un campo di battaglia. Lui diceva che gli rubavo i libri».
Era vero?
«Sì. Però con i primi soldi guadagnati glieli ricompravo. Rubai Pirandello e un’edizione storica dei Promessi sposi che però ho restituita. La seconda biblioteca è nella casa di mio fratello, in campagna vicino a Sutri: lì teniamo i libri di quando eravamo ragazzi. Nel mio studio a New York ne ho una sotterranea, ancora nelle casse, e una in formazione qui a Roma…».
Ho perso il conto, ma mi pare siano già più di tre.
«Quella a cui sono più affezionato è una donazione che cominciai a fare tanti anni fa a don Luigi Ciotti. Ormai sono migliaia di volumi, anche adesso qualche scatolone è in viaggio. E poi c’è la biblioteca mobile che feci al liceo con il mio professore di italiano e latino, Vincenzo Cannata: esiste ancora, chi vuole continua a prendere libri e potarne altri».
[…]
Quali sono allora i libri di tutta la vita?
«L’Etica di Spinoza. Letto nel 1973, anzi dal 1973. Venne Giorgio Colli per un seminario. Io allora studiavo logica all’università (poi ho smesso perché non ero abbastanza intelligente) e, come fanno i ragazzi, lo abbordai tempestandolo di domande. Lui, un genio, invece di darmi un calcio nel sedere passò ore a spiegarmi. Come disse Bertrand Russell, ci sono filosofi più profondi ma nessuno è umano quanto Spinoza. Per lui, tu sei tutto, non c’è bene né male al di fuori di noi. È il filosofo del nostro tempo, ti chiama come persona a stare dentro il mondo: queste attuali discussioni fra fede e ragione lui le aveva già risolte, sostenendo che non c’è frattura fra Dio, mo e la natura. Era perfetto e quindi fu perseguitato, espulso dalla sinagoga, i cristiani gli tirarono sassi… L’Associazione dei filosofi disoccupati, alla quale fui iscritto per un anno dopo la laurea alla Columbia, è intitolata in suo onore I TORNITORI DI LENTI».
Ecco qui: nel 1673 Baruch Spinoza rifiutò un’incarico all’università di Heidelberg e visse modestamente, ma liberamente, costruendo lenti.
[…]
Altri libri-montagna?
«Walter Benjamin. Altra vita costellata di insuccessi. Per i marxisti era un mistico, per i mistici era un marxista, invece era un genio del novecento. Poi, Wittgenstein. Filosofi dalla vita tormentata che però avevano il senso del dovere da compiere tutti i giorni, a prescindere dall’esito. Nei suoi meravigliosi diari, Viktor Klemperer ogni giorno annota, in piena persecuzione nazista, le piccole cose che faceva, oggi ho letto una pagina gi Goethe, oggi… Ecco, è l’idea fondamentale che puoi sempre fare qualcosa, che nessuno è mai completamente debole, neanche se è solo e con il lapis rotto. L’idea che i geni sono sempre stati umiliati e isolari, che Mozart era trattato come un maggiordomo un livrea, dà serenità».
[…]
Letture recenti, invece?
«Learning to eat soup with a knife (imparare a mangiare la minestra col coltello) del colonnello John Nagl che raccoglie “lezioni di controguerriglia dalla Malesia al Vietnam”. E il Manuale da campo scritto da David Petraeus, comandante delle forze alleate in Iraq, sulla strategia per battere il terrorismo fondamentalista: il terrorismo non è il nemico ma il modo in cui il nemico combatte, e in guerra vince il modello culturale […]»
Altre letture importanti, negli ultimi tempi.
«Per me il maggiore scrittore del novecento è Vasilij Grossman. Vita e destino è stato un libro-rivelazione: verso la fine rallentavo la lettura, e leggendolo ho pianto spessissimo. È l’unico libro della letteratura occidentale che parla sia dei LAGER sia dei GULAG, e che soprattutto salda i due grandi filoni narrativi, quello el privato e quello del pubblico. Solo politici e giornalisti credono in questa scissione, la gente normale vive concatenate la vita personale e quella collettiva. Grossman è l’unico a capirlo: anche mentre cucini le uova sei nella storia»
[…]

GIOVANNA ZUCCONI
Tuttolibri, sabato 30 giugno 2007
LA STAMPA

martedì 21 maggio 2013

CUORE e TESTA

IL CUORE DEVE FARSI STRADA FRA LA PANCIA E LA TESTA


Scrivere è per me bello e pure divertente. A volte è un demone o una sofferenza, ma spesso è anche una grande liberazione. In Fai bei sogni racconto che da piccolo, quando un adulto mi faceva un sopruso, lo minacciavo agitando la matita: «Da grande io racconterò tutto questo in un libro che si intitolerà Io bambino».
Certo il titolo era migliorabile, però avevo le idee già chiare. In fondo, quel libro che avevo in mente all’epoca l’ho scritto davvero, anche se non è semplice tenere il giusto distacco dalle proprie emozioni e tradurre l’introspezione in linguaggio universale; tuttavia, il racconto autobiografico è una forma di scrittura un poco più facile, nel senso che può riuscire anche a chi non ha talento narrativo. Bisogna sempre distinguere tra talento letterario e talento narrativo. Il talento letterario consiste nel trasformare le parole in una forma d’arte. Il talento narrativo consiste nel trasformare la vita in una forma d’arte. Ad Alfred Hitchcock una volta chiesero: «Maestro, perché non ha mai raccontato la sua vita in un film?». E lui si mise a ridere dicendo: «Ma allora non avete capito niente. Io sono tutti quei personaggi. Io ho paura degli uccelli, io sogno di essere ucciso sotto la doccia come in Psycho».
Personalmente trovo che l’ironia – con cui già mi ero difeso dal dolore che avevo subito nell’infanzia – mi abbia aiutato a superare quello che è uno dei grandi problemi dello scrittore: accettare i personaggi che crea, entrandovi dentro senza giudicarli. Perché molti scrittori non sanno raccontare i personaggi “cattivi”? Perché li raccontano in maniera moralistica, li giudicano, mentre nessuno è disposto ad ammettere di essere cattivo. Ogni scrittore deve essere il dio della sua storia. Deve conoscere il mondo che racconta, deve conoscere i personaggi. E quando si racconta di qualcosa che non si conosce si deve far ricorso alla propria memoria. Ma cos’ha la propria memoria in magazzino? Spesso soltanto dei cliché.
Tutti i romanzi mimano la vita reale. Il fascino nasce all’inizio, quando si conosce il protagonista, un tipo pacifico e conservatore. Cosa fa allora lo scrittore-dio? Gli mette una crepa davanti, fa succedere qualcosa. La pressione della storia costringe il personaggio a rivelare a se stesso e ai lettori una parte di sé. Il grande narratore – e qui entra in gioco il talento narrativo – costruisce continuamente trappole sempre più difficili che il personaggio dovrà superare fino ad arrivare al punto in cui il lettore non riesce a immaginare un oltre. Un esempio che viene studiato nelle scuole di cinematografia americane è il film Thelma e Louise, che rappresenta questa dinamica in modo letterale, perché nell’ultima scena le due protagoniste sono sul baratro, o si buttano giù o si arrendono. E il fatto che si buttino giù all’inizio del film non lo avremmo mai immaginato perché il personaggio di Geena Davis è quello di una casalinga remissiva […]. La bravura dello sceneggiatore è proprio aver reso l’ultima scena credibile cambiando il personaggio. Il segreto della narrativa è una parola sola: cambiamento. Del resto, questo mutare continuo è ciò che rende la vita meravigliosa, è la base dell’evoluzione che ognuno può compiere. Se uno termina la propria vita identico a come l’ha cominciata vuol dire non gli è servita a niente.
[…]
MASSIMO GRAMELLINI
Vita e pensiero, anno XCVI, 2, pp. 133-134.

lunedì 20 maggio 2013

...quello vero

Personalmente non credo affatto che gli amici veri si vedono nel momento del bisogno. Quelli che si vedono nel momento del bisogno, sono le persone giuste al momento giusto.
Gli amici veri, come l’amore vero, è quello che c’è. Punto.
È quello che non smette mai di tenere le braccia tese ad abbraccio, anche quando non ci sei al momento giusto, quando sbagli, ti dimentichi del compleanno, dell’anniversario e soprattutto degli appuntamenti importanti.
L’amico vero e/o l’amore vero, è quello che ha il coraggio di dirti le cose più dure in faccia, rischiando di perderti, ma volendoti più bene del piacere che prova a stare in tua compagnia.
È anche quello che ha il coraggio di dirti “no, non posso venire” perché sa che l’amicizia è più grande di un appuntamento perso.
È quello con cui puoi condividere la vita, senza vederti per anni.
È quello con cui hai riso, pianto, corso, litigato, mangiato un sacco di schifezze, scambiato vestiti e…
L’amico vero è.
È bello così com’è. Che sia o non sia accanto a te quando pare a te.
L’amore vero è.
Lo hai amato e lo ami così com’è, che si ricordi o si dimentichi di tutto quello che vorresti te.

giovedì 9 maggio 2013

il destino

Ballata per la figlia del macellaio
Peter Manseau

«Bashert?», chiesi io. Non avevo mai sentito quel termine.
«Bashert» spiegò mio padre, «è il destino e, quindi, può significare tante cose. In questo caso bashert è la persona con cui sei destinato a trascorrere la vita. Quella che Dio ha pensato per te, quando arriverà il tuo momento di mettere su famiglia. Lei c’è sempre stata, sin dall’inizio, sempre più vicina di quanto potesse sembrare, e sta solo aspettando di essere trovata».
Ero confuso da quei discorsi sugli inizi. Dalle storie raccontatemi dai miei genitori sapevo che tutti i presenti al mio inizio, alla mia nascita, erano familiari. Eccetto una.
«Allora la mia bashert è Sasha Bimko?», chiesi.
Mio padre e mia madre si scambiarono un’occhiata che era allo stesso tempo sconcertata, preoccupata e stupita.
«Perché tiri fuori Sasha Bimko?», chiese mia madre.
«Lei era presente all’inizio», risposi.

fazi editore, 2009