giovedì 12 ottobre 2017

«Volevo cambiare il mondo»: due testimonianze







Adriana Faranda l’ho incontrata per la prima volta in carcere, nel gennaio del 1985. In precedenza avevo seguito per il mio giornale i processi per la strage di via Fani. E in aula l’avevo ascoltata rispondere alle domande e ammettere le sue responsabilità con dolore e dignità. Quando le parlai nella sala colloqui di Rebibbia, mi colpì subito per la sua fierezza e per la sua ironia. E per la sua capacità di conoscere di aver sbagliato, già in quegli anni non ancora percorsi dallo spirito della riconciliazione.
Mi intrigò per quel che le riconoscevo: lei che aveva avuto gli stessi  ideali di giustizia della mia generazione, che aveva sognato di cambiare il mondo come migliaia di giovani suoi e miei coetanei, era invece entrata a far parte della lotta armata. E aveva accettato di praticare la violenza. Contro le persone, , ridotte a ruoli, a categorie da colpire, e non più esseri umani con i loro affetti, i loro desideri e le loro speranze. Aveva sparato e fatto parte delle Brigate rosse, ma aveva ormai compreso che l’ideologia cieca e assoluta non era servita a niente. Mentre aveva ottenuto l’effetto opposto. Aveva distrutto  «la vita»: quella degli altri e la sua.
Quella volta, parlandomi, cercò di raccontare, di spiegare per immagini e per frammenti di memoria, tutto ciò che aveva alimentato la sua illusione distruttrice, ma anche i dubbi che le avevano consentito di far sopravvivere dentro di sé la capacità di guardare e di capire. Fino alla rottura.
Adriana Faranda era una voce, un volto, ma anche uno dei personaggi esemplificativi della punta estrema di quel fenomeno politico e generazionale che aveva costruito il brodo di coltura della grande tragedia del terrorismo. Dieci anni di piombo e di vite spezzate. Una donna che chissà fra quali intimi conflitti era entrata a far parte di quel piccolo esercito di militanti la cui forza si annidava nella ben più sterminata galassia dei gruppi extraparlamentari e dell’Autonomia. Una donna radicale, capace di scelte assolute. Nel bene e nel male.
Fin da allora provai un forte desiderio di raccontare la sua storia. La spinta a rintracciare un percorso individuale, simile a quello di tanti altri e insieme unico proprio perché personale. Ero tentata dalla sfida di dare voce – finalmente non giudiziaria – ai protagonisti di un ambiente e di uno scenario che a cavallo degli anni Settanta io stessa avevo sfiorato senza lasciarmi tentare neanche per un attimo dalle stesse lusinghe. E che in seguito avevo dovuto scrutare, da cronista.
[…] Lei mi aveva sempre risposto di no. Non se la sentiva, diceva. Troppo fresche erano ancora le ferite. Troppo attuale il dolore dei familiari delle vittime. Troppo profonde quelle che lei stessa aveva provocato a sua figlia, che aveva lasciato bambina per inseguire le sue utopie.
Nel 1993, Adriana Faranda ottenne la libertà condizionale. Dopo l’estate tornai a esporle la mia idea. Inaspettatamente la trovai più disponibile. Infine accettò. Sparì. Qualche giorno dopo appresi dai giornali che era tornata a parlare dinanzi ai magistrati che conducono la quinta inchiesta sulla strage di via Fani. Cominciammo a lavorare un paio di settimane dopo.
Il libro – che attraversa quasi quindici anni di storia italiana e che tiene al centro la strage di via Fani e il rapimento Moro – è frutto di decine di ore di colloquio con Adriana. E si basa sulle testimonianze di numerosi personaggi protagonisti della sua vita: dai familiari al suo ex compagno Valerio Morucci, anche lui dirigente  delle Br. Da Lanfranco Pace, ex fondatore di Potere operaio, ai magistrati che l’hanno interrogata. Dalle sue amiche più care al funzionario della Digos che tuttora l’assiste. Fino agli avvocati che si sono occupati di lei, per difenderla o per accusarla. […]

Prefazione
NELL’ANNO DELLA TIGRE : storia di Adriana Faranda

Silvana Mazzocchi




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