Dal 1996, più o meno, mi faccio riparare i vestiti da una
cinese velocissima di nome LinLi - per tutti ormai Lilli – a via dell’Acqua
Bulicante, un quartiere ex periferico tra Casilina e Prenestina, dove Pasolini
andava a rimorchiare i suoi ragazzi di strada, con ancora qualche vecchio
spacciatore d’eroina in via di estinzione e qualche puttana pensionata, ma
ormai quartiere multietnico e anche un po’ di moda, visto che siamo solo un po’
più in là del Pigneto.
LinLi fino al 2008 aveva un negozio senza porta – open air, come i negozi di Ostia Antica,
solo la saracinesca – e sua figlia Aina, bimbetta sveglissima, giocava sul
marciapiede sotto il suo controllo. Quando Aina aveva 5 anni LinLi fu convinta
da un coro di concittadine che le scuole cinesi erano più serie di quelle
italiane, che li fanno solo giocare, così che nel 2001 la portò a Whenzou da
sua madre. Ma la bimba era vivace e impegnativa e lei troppo occupata per
badare alla piccola, così che la passò a una sorella, che però giocava sempre a
majong e dimenticava sovente di nutrirla. Poi col tempo scoprirono che essendo
Aina nata in Italia, non era cinese, e neppure italiana e avrebbe dovuto pagare
la scuola l’equivalente di 450 mila lire al mese, perciò dopo 8 mesi la mamma
se la riportò a Roma. Ma era cambiata, curva come un cane bastonato, e così un
po’ è rimasta.
Ogni tanto me la lasciavano portar via, a me senza figli e
affamata di infanzia, magari per una giornata al mare, perché nessuno la
portava mai fuori, neppure per un lecca lecca, nemmeno la domenica. Solo casa,
negozio e scuola.
LinLi e suo marito Juvè vivono in un appartamento carino (se
fosse restaurato) di tre camere e servizi, al quinto piano, luminoso e senza
ascensore (amen: il movimento è salute), non fosse che è senza riscaldamento e
senza ai vetri alle finestre della cucina e del bagno, «che così viene sempre
aria in casa e non puzza come dagli altri». […] Juvè ha fatto il cuoco per
moltissimi anni e in Cina il suo letto era il tavolo della cucina; in Italia fa
l’autista trasportatore per i cinesi. LinLi tiene l’appartamento sempre
pulitissimo e ne è diventata la proprietaria, insieme al marito. Un po’ di
soldi lei li ha avuti in prestito da sua madre in Cina, poi ha affittato 2
camere, ognuna a una famiglia di cinesi, due o tre per camera, e oltre a fare
le riparazioni nel suo negozio puliva e cucinava per tutti. […]
Quando Aina ha compiuto 12 anni, LinLi ha finito di pagare la
casa, ha mandato via gli ospiti e ha ripreso possesso delle altre due camere,
spostando il suo lavoro a casa.
Da quando la conosco, Aina ha sempre disegnato. Le basta un
foglio bianco e lei lo riempie. […]
Aina, che sorprende ora i suoi insegnanti dell’Accademia
d’Arte, disegna sempre, disegnare è il suo paradiso, il suo rifugio, e già a
detta dei suoi professori delle medie era stradotata per cui le hanno indicato
il liceo artistico come destinazione di vocazione. Ho aggiunto ai suoi genitori
che altre scelte ne avrebbero fatta una vita infelice. LinLi non voleva, ma ero
a casa loro il giorno che dovevano decidere, ha capito e si è convinta subito.
Juvè, nato nel 1959, vive col terrore che i soldi finiscano,
che non ci sia da mangiare. Il fratello maggiore di Juvè, il preferito, bello e
intelligente e orgoglioso, è morto di stenti.
Dopo la carestia della Seconda guerra mondiale, tra il ’59 e
il ’61 una carestia epocale in Cina colpì l’intero Paese, dalla Siberia ai Sud
tropicale. In appena tre anni morirono di fame dai 30 ai 60 milioni di persone.
Una catastrofe di quelle proporzioni non si era mai vista. Gli alberi vennero
scorticati, le foglie strappate. Venne data la caccia a gatti, cani,
scarafaggi, topi… fino al punto che alcune famiglie si scambiarono i figli con
i vicini, per mangiarseli. Il cannibalismo nelle campagne fu tale che tutte le
persone intervistate affermano di aver assistito a questi episodi. Alcuni
furono fucilati per cannibalismo, altri si suicidarono per i sensi di colpa. A
noi, in Occidente, nel frattempo non sono arrivate che voci poco prese in
considerazione e anche la Cina del terzo millennio rimuove accuratamente l’accaduto.
Semplicemente è proibito parlarne.
Questo trascorso di cui non abbiamo ricordi simili in Europa
spiega le spinte a lavorare indefessamente e ad arricchirsi di molti cinesi di
oggi.
[…]
Aina Shi, la ragazza che mi chiama nonna
Da "il Mulino" n. 4/17


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