Adriana Faranda l’ho incontrata per la prima volta in
carcere, nel gennaio del 1985. In precedenza avevo seguito per il mio giornale
i processi per la strage di via Fani. E in aula l’avevo ascoltata rispondere
alle domande e ammettere le sue responsabilità con dolore e dignità. Quando le
parlai nella sala colloqui di Rebibbia, mi colpì subito per la sua fierezza e
per la sua ironia. E per la sua capacità di conoscere di aver sbagliato, già in
quegli anni non ancora percorsi dallo spirito della riconciliazione.
Mi intrigò per quel che le riconoscevo: lei che aveva avuto
gli stessi ideali di giustizia della mia
generazione, che aveva sognato di cambiare il mondo come migliaia di giovani
suoi e miei coetanei, era invece entrata a far parte della lotta armata. E
aveva accettato di praticare la violenza. Contro le persone, , ridotte a ruoli,
a categorie da colpire, e non più esseri umani con i loro affetti, i loro
desideri e le loro speranze. Aveva sparato e fatto parte delle Brigate rosse,
ma aveva ormai compreso che l’ideologia cieca e assoluta non era servita a
niente. Mentre aveva ottenuto l’effetto opposto. Aveva distrutto «la vita»: quella degli altri e la sua.
Quella volta, parlandomi, cercò di raccontare, di spiegare
per immagini e per frammenti di memoria, tutto ciò che aveva alimentato la sua
illusione distruttrice, ma anche i dubbi che le avevano consentito di far
sopravvivere dentro di sé la capacità di guardare e di capire. Fino alla
rottura.
Adriana Faranda era una voce, un volto, ma anche uno dei
personaggi esemplificativi della punta estrema di quel fenomeno politico e
generazionale che aveva costruito il brodo di coltura della grande tragedia del
terrorismo. Dieci anni di piombo e di vite spezzate. Una donna che chissà fra
quali intimi conflitti era entrata a far parte di quel piccolo esercito di
militanti la cui forza si annidava nella ben più sterminata galassia dei gruppi
extraparlamentari e dell’Autonomia. Una donna radicale, capace di scelte
assolute. Nel bene e nel male.
Fin da allora provai un forte desiderio di raccontare la
sua storia. La spinta a rintracciare un percorso individuale, simile a quello
di tanti altri e insieme unico proprio perché personale. Ero tentata dalla
sfida di dare voce – finalmente non giudiziaria – ai protagonisti di un
ambiente e di uno scenario che a cavallo degli anni Settanta io stessa avevo
sfiorato senza lasciarmi tentare neanche per un attimo dalle stesse lusinghe. E
che in seguito avevo dovuto scrutare, da cronista.
[…] Lei mi aveva sempre risposto di no. Non se la sentiva,
diceva. Troppo fresche erano ancora le ferite. Troppo attuale il dolore dei
familiari delle vittime. Troppo profonde quelle che lei stessa aveva provocato
a sua figlia, che aveva lasciato bambina per inseguire le sue utopie.
Nel 1993, Adriana Faranda ottenne la libertà condizionale. Dopo
l’estate tornai a esporle la mia idea. Inaspettatamente la trovai più
disponibile. Infine accettò. Sparì. Qualche giorno dopo appresi dai giornali
che era tornata a parlare dinanzi ai magistrati che conducono la quinta
inchiesta sulla strage di via Fani. Cominciammo a lavorare un paio di settimane
dopo.
Il libro – che attraversa quasi quindici anni di storia
italiana e che tiene al centro la strage di via Fani e il rapimento Moro – è frutto
di decine di ore di colloquio con Adriana. E si basa sulle testimonianze di
numerosi personaggi protagonisti della sua vita: dai familiari al suo ex
compagno Valerio Morucci, anche lui dirigente
delle Br. Da Lanfranco Pace, ex fondatore di Potere operaio, ai
magistrati che l’hanno interrogata. Dalle sue amiche più care al funzionario
della Digos che tuttora l’assiste. Fino agli avvocati che si sono occupati di
lei, per difenderla o per accusarla. […]
Prefazione
NELL’ANNO
DELLA TIGRE : storia di Adriana Faranda
Silvana
Mazzocchi
e



