domenica 24 dicembre 2017

TRADIZIONI E RICORDI




Natale

La pecorina di gesso,

sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.


Guido Gozzano





La poesia del Natale 
 a cura di Giuseppe Gamberini

giovedì 30 novembre 2017

Il problema atomico: una riflessione



Comandamenti dell’era atomica


Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: «Atomo». Poiché non devi cominciare un solo giorno nell’illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente «stato»; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo più «caduchi» di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. Poiché la nostra caducità non significa solo il nostro essere «mortali»; e neppure che ciascuno di noi può essere ucciso. Questo era vero anche in passato. Ma significa che possiamo essere uccisi in blocco, che possiamo essere uccisi come «umanità». Dove «umanità» non è solo l’umanità attuale, quella che si estende e si distribuisce attraverso le regioni terrestri; ma è anche quella che si estende attraverso le regioni del tempo: poiché, se l’umanità attuale sarà uccisa, si estinguerà con lei anche l’umanità passata, e anche quella futura. La porta davanti alla quale ci troviamo reca quindi la scritta: «Nulla sarà stato», e sull’altro verso le parole: «Il tempo è stato solo un interludio». Ma, in questo caso, il tempo non sarà stato un interludio fra due eternità (come speravano i nostri antenati), ma un interludio fra due nulla: fra il nulla di ciò che, nessuno potendolo ricordare, «sarà stato» come se non fosse mai stato, e il nulla di ciò che non potrà mai essere. E poiché non ci sarà nessuno per distinguere i due nulla, essi si confonderanno in un nulla unico. Ecco quindi la nuova, apocalittica forma di caducità che è la nostra, e accanto alla quale tutto ciò che ha avuto finora questo nome è diventato un’inezia. – E perché questo non ti sfugga, il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: «Atomo».

La possibilità dell’apocalisse

E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: «La possibilità dell’apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo». No, non lo sappiamo; e non lo sanno nemmeno quelli che dispongono e decidono di essa; poiché anch’essi sono come noi; anch’essi sono noi; anch’essi sono radicalmente incompetenti. E’ vero che questa incompetenza non è colpa loro, ma è piuttosto l’effetto di una circostanza  che non si può attribuire a nessuno di loro né di noi: la sproporzione continuamente crescente fra la nostra facoltà produttiva e la nostra facoltà immaginativa, fra ciò che possiamo produrre e ciò che possiamo immaginare.
Poiché, nel corso dell’epoca tecnica, il rapporto tradizionale tra fantasia e azione si è rovesciato. Se era naturale, per i nostri antenati, considerare la fantasia «esorbitante», esuberante, eccessiva, e cioè tale che superava e trascendeva l’ambito del reale, oggi i poteri della nostra fantasia (e i limiti della nostra sensibilità e della nostra responsabilità) sono inferiori a quelli della nostra prassi; per cui si può dire che oggi la nostra fantasia non è all’altezza degli effetti che possiamo produrre. Non è solo la nostra ragione a essere kantianamente limitata e finita, ma anche la nostra immaginazione e – a maggior ragione – la nostra sensibilità. Possiamo pentirci, tutt’al più, dell’uccisione di un uomo: è tutto ciò che si può chiedere alla nostra sensibilità; possiamo rappresentarci, tutt’al più, l’uccisione di dieci uomini: è tutto ciò che si può chiedere alla nostra immaginazione; ma ammazzare centomila persone non rappresenta più alcuna difficoltà. E ciò non solo per ragioni tecniche; e non solo perché l’azione si è ridotta a semplice collaborazione e partecipazione, a un «azionare» che rende invisibile l’effetto, ma anche e proprio per una ragione di ordine morale: e cioè perché la strage di massa trascende di gran lunga la sfera di quelle azioni che siamo in grado di rappresentarci concretamente e la cui esecuzione potrebbe essere inibita dall’immaginazione o dai sentimenti. – Le tue verità successive dovrebbero quindi essere queste: «L’inibizione diminuisce progressivamente con l’ingrandirsi oltre misura dell’azione»; e «L’uomo e minore (più piccolo) di se stesso». Questa è la formula della nostra attuale schizofrenia, e cioè del fatto che le nostre varie facoltà operano separatamente, come entità e isolate e prive di coordinazione che hanno perso il contatto fra loro.

Ma non è per formulare nozioni definitive e fatalmente disfattistiche su noi stessi che devi formulare queste verità: ma, al contrario, per inorridire della finitezza e per vedere in essa uno scandalo; per sciogliere e allentare quei limiti irrigiditi e trasformarli in barriere da superare; per revocare e abolire la schizofrenia.
Naturalmente, finché ti è concesso di sopravvivere, puoi anche metterti a sedere, rinunciare ad ogni speranza e rassegnarti alla tua schizofrenia. Ma se non sei disposto a questo, devi cercare di raggiungere te stesso, di portarti alla tua propria altezza. E ciò significa (questo è il tuo compito) che devi cercare di colmare l’abisso fra le due facoltà: la facoltà produttiva e la facoltà riproduttiva; che devi livellare la differenza di altezza che le separa; o, in altri termini, che devi sforzarti di allargare l’ambito limitato della tua immaginazione (e quello ancora più ristretto del tuo sentimento), finché sentimento ed immaginazione arrivino ad apprendere e a concepire l’enormità che sei stato in grado di produrre; finché tu possa accettare o respingere ciò che hai inteso. Insomma, il tuo compito consiste nell’allargare la tua fantasia morale.

Non aver paura di aver paura

Il tuo compito successivo è quello di allargare il tuo senso del tempo. Poiché decisivo per la nostra situazione attuale non è solo (ciò che ormai sanno tutti) che lo spazio terrestre si è contratto, e che tutti i luoghi che si potevano considerare lontani fino a ieri sono ormai località viciniori; ma che anche lo spazio temporale si è contratto, e che tutti i punti del nostro sistema temporale si sono avvicinati; che i futuri che potevano sembrare fino a ieri distanze irraggiungibili, confinano ormai direttamente con il nostro presente; che li abbiamo trasformati in comunità attigue. Ciò vale sia per il mondo orientale che per quello occidentale. Per il mondo orientale, poiché il futuro vi è pianificato non è più un futuro «in grembo agli dèi», ma un prodotto in fabbricazione: che, per il fatto di essere previsto, è già visto come parte integrante dello spazio in cui ci si trova. In altri termini: poiché questo, anche senza proporselo direttamente, opera già sui futuri più remoti: decidendo, ad esempio, della salute o della degenerazione, e forse dell’esistenza o dell’inesistenza dei suoi nipoti. E non importa che esso, o, piuttosto, che noi, si miri consapevolmente a questo risultato: poiché ciò che conta, da un punto di vista morale, è soltanto il fatto – l’«azione a distanza» non pianificata – ci è noto, continuando ad agire come se non sapessimo quello che facciamo commettiamo un delitto colposo.
E il tuo pensiero successivo dopo il risveglio sia: «Non esser vile, abbi il coraggio di aver paura! Astringiti a fornire quel tanto di paura che corrisponde alla grandezza del pericolo apocalittico!». Anche e proprio la paura fa parte dei sentimenti che siamo incapaci o riluttanti a fornire; e dire che abbiamo già paura, che ne abbiamo anche troppa, e che viviamo, anzi, nell’«epoca della paura», è una frase priva di senso, che, se non è diffusa ad arte con il preciso intento di ingannare, è pur sempre uno strumento ideale per impedire l’avvento di una paura veramente adeguata all’enormità del pericolo, e per renderci indolenti e passivi. - È vero piuttosto il contrario: che viviamo in un epoca refrattaria all’angoscia e assistiamo quindi passivamente all’evoluzione in corso. Per ciò vi è tutta una serie di ragioni (a prescindere dai limiti della nostra capacità di sentire), che non è possibile enunciare qui. Ma non possiamo fare a meno di menzionarne una, a cui gli eventi del recente passato conferiscono un’attualità e un’importanza particolare. Si tratta della mania delle competenze, e cioè della persuasione, inculcata in noi dalla divisione del lavoro, che ogni problema rientri in un determinato ambito giuridico in cui non abbiamo il diritto di interferire e di dire la nostra. Così, per esempio, il problema atomico rientra nelle competenze dei politici e dei militari. E questo «non aver diritto» si trasforma subito e automaticamente in «non aver bisogno». In altri termini: non c’è bisogno che mi occupi dei problemi di cui non sono tenuto e autorizzato ad occuparmi. […]


Lettera 42 di Claude Eatherly al reverendo N.


8 agosto 1960

Egregio signore,
vorrei anzitutto ringraziare Lei e gli altri membri della dieta che hanno firmato la Sua lettera del 25 luglio.
La mia riconoscenza per l’interessa che Lei dimostra per il mio caso e per le preghiere che pronuncia in mio favore, è senza limiti
Considero come un onore che Lei voglia sapere qualcosa di più delle mie convinzioni e della mia filosofia in questi giorni di paura e di confusione.
Parlerò solo a mio nome, anche se un gran numero di americani condividono le mie idee sulla necessità di por fine a quest’epoca di lotta fra tutte le nazioni grandi e piccole. Ho scritto molti articoli destinati alla stampa, per incoraggiare alla speranza e per dire che dobbiamo lottare per salvare questa terra.
Risponderò anzitutto alla domanda circa la parte che ho avuto nel bombardamento di Hiroshima.
Comandavo l’apparecchio di testa, lo Straight Flush. Avevo il compito di raggiungere l’obbiettivo Hiroshima, che era al primo posto nella lista delle località prescelte, di rilevare le condizioni meteorologiche e di stabilire se ci si doveva aspettare qualche resistenza da parte dell’aviazione nemica o delle batterie antiaeree.
Ho volato sulla zona per circa 45 minuti, per studiare i gruppi di nuvole che rendevano parzialmente invisibile l’obiettivo, che era un ponte fra il quartier generale  militare e la città di Hiroshima. Una quindicina di apparecchi giapponesi volavano a un’altezza di 15.000 piedi, ma non fecero alcun tentativo  di portarsi alla mia altezza di 29.000 piedi. Presto quegli apparecchi scomparvero. Quanto alle condizioni meteorologiche di quel giorno – 6 agosto 1945 – c’erano cumuli dispersi sulla città di Hiroshima, a un’altezza fra i 12.000 e i 15.000 piedi. Quelle nuvole parevano dirigersi verso la città a una velocità di 10-15 miglia orarie.
Le mie osservazioni furono effettuate alle 7,30 circa. Il bersaglio era chiaramente visibile. Esso era, come ho detto, un ponte dove la bomba avrebbe danneggiato soprattutto il quartier generale giapponese. Il tempo mi pareva ideale: poiché era visibile il bersaglio, ma non la città, essa si sarebbe salvata, e il lancio della bomba sul quartier generale avrebbe fatto sì che i militari si rendessero conto della sua forza distruttiva e avrebbe indotto l’esercito a firmare un trattato di pace e a por fine alla tremenda guerra. Trasmisi al bombardiere un messaggio in codice, che rappresentava il «via» definitivo, perché colpisse il bersaglio principale.
Ma ciò che speravo non si realizzò. Le nuvole su Hiroshima si diradarono e si dispersero, l’addetto al lancio fallì l’obbiettivo di circa 3000 piedi e distrusse la città di Hiroshima. Non credo che si sia trattato di uno sbaglio intenzionale, ma di un errore tecnico, che impedì che la bomba cadesse nel punto dovuto. La prego di tener presente che era una bomba nuova, che non era mai stata sperimentata. Ma l’azione, ormai, era compiuta, ed è nostro compito, ora, fare tutto ciò che è possibile perché non ci sia mai più una nuova «Hiroshima».
Ora che sa qual è stata la mia parte nella «missione Hiroshima», vorrei dirLe che quel giorno, il 6 agosto 1945, ho preso la decisione di dedicare la mia vita al compito di distruggere le cause della guerra e di lottare per la messa al bando di tutte le armi atomiche. Ho formulato questo voto in una preghiera durante il mio volo di ritorno alla base – e qualunque cosa possa accadere in futuro, so che ho appreso tre cose che rimarranno per sempre convinzioni del mio cuore e della mia mente.
Vivere, anche la vita più dura e più difficile, è il tesoro più bello e il miracolo più straordinario che ci sia.
Adempiere al proprio dovere è un’altra cosa meravigliosa. E quel giorno, nel mio volo di ritorno verso Tinian, accettai e riconobbi come mio dovere quello di assicurare una vita felice, senza timore, povertà, ignoranza e schiavitù a tutti gli uomini di tutte le razze, rossi, bianchi, neri, o gialli. Questa è la mia seconda convinzione.
La mia terza convinzione è che la crudeltà, l’odio, la violenza e l’ingiustizia non possono e non potranno mai dare luogo a un millennio, né in senso morale e spirituale né in senso materiale. La sola via che può portare ad esso è l’amore generoso e creativo , la fiducia e la fratellanza, a patto che non ci si miti a predicarli, ma vengano praticati coerentemente.
Sono passati circa quindici anni da quel voto, e mi è costato molto in seguito ai disturbi psichici ed emotivi provocati dalla colpa di quel crimine. Ho passato quasi otto di questi anni in ospedali, e qualche tempo anche in prigione. Avevo quasi l’impressione di essere più felice in prigione, poiché la coscienza di essere punito dava sollievo alla mia colpa.
Questi anni tragici non hanno diminuito il mio desiderio di eliminare una volta per sempre la violenza e le armi atomiche. E anzi non hanno fatto che accrescere il mio desiderio di fare tutto ciò che potevo, tenendomi al corrente dei progressi scientifici e della diminuzione (o del più lento sviluppo) della morale delle masse dei popoli del mondo.
Mi permetta di citare un passo della Bibbia:
«Beati i mansueti, perché erediteranno la terra».
«Beati i misericordiosi, poiché otterranno misericordia».
«Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio».
[…]



Claude R. Eatherly







giovedì 12 ottobre 2017

«Volevo cambiare il mondo»: due testimonianze







Adriana Faranda l’ho incontrata per la prima volta in carcere, nel gennaio del 1985. In precedenza avevo seguito per il mio giornale i processi per la strage di via Fani. E in aula l’avevo ascoltata rispondere alle domande e ammettere le sue responsabilità con dolore e dignità. Quando le parlai nella sala colloqui di Rebibbia, mi colpì subito per la sua fierezza e per la sua ironia. E per la sua capacità di conoscere di aver sbagliato, già in quegli anni non ancora percorsi dallo spirito della riconciliazione.
Mi intrigò per quel che le riconoscevo: lei che aveva avuto gli stessi  ideali di giustizia della mia generazione, che aveva sognato di cambiare il mondo come migliaia di giovani suoi e miei coetanei, era invece entrata a far parte della lotta armata. E aveva accettato di praticare la violenza. Contro le persone, , ridotte a ruoli, a categorie da colpire, e non più esseri umani con i loro affetti, i loro desideri e le loro speranze. Aveva sparato e fatto parte delle Brigate rosse, ma aveva ormai compreso che l’ideologia cieca e assoluta non era servita a niente. Mentre aveva ottenuto l’effetto opposto. Aveva distrutto  «la vita»: quella degli altri e la sua.
Quella volta, parlandomi, cercò di raccontare, di spiegare per immagini e per frammenti di memoria, tutto ciò che aveva alimentato la sua illusione distruttrice, ma anche i dubbi che le avevano consentito di far sopravvivere dentro di sé la capacità di guardare e di capire. Fino alla rottura.
Adriana Faranda era una voce, un volto, ma anche uno dei personaggi esemplificativi della punta estrema di quel fenomeno politico e generazionale che aveva costruito il brodo di coltura della grande tragedia del terrorismo. Dieci anni di piombo e di vite spezzate. Una donna che chissà fra quali intimi conflitti era entrata a far parte di quel piccolo esercito di militanti la cui forza si annidava nella ben più sterminata galassia dei gruppi extraparlamentari e dell’Autonomia. Una donna radicale, capace di scelte assolute. Nel bene e nel male.
Fin da allora provai un forte desiderio di raccontare la sua storia. La spinta a rintracciare un percorso individuale, simile a quello di tanti altri e insieme unico proprio perché personale. Ero tentata dalla sfida di dare voce – finalmente non giudiziaria – ai protagonisti di un ambiente e di uno scenario che a cavallo degli anni Settanta io stessa avevo sfiorato senza lasciarmi tentare neanche per un attimo dalle stesse lusinghe. E che in seguito avevo dovuto scrutare, da cronista.
[…] Lei mi aveva sempre risposto di no. Non se la sentiva, diceva. Troppo fresche erano ancora le ferite. Troppo attuale il dolore dei familiari delle vittime. Troppo profonde quelle che lei stessa aveva provocato a sua figlia, che aveva lasciato bambina per inseguire le sue utopie.
Nel 1993, Adriana Faranda ottenne la libertà condizionale. Dopo l’estate tornai a esporle la mia idea. Inaspettatamente la trovai più disponibile. Infine accettò. Sparì. Qualche giorno dopo appresi dai giornali che era tornata a parlare dinanzi ai magistrati che conducono la quinta inchiesta sulla strage di via Fani. Cominciammo a lavorare un paio di settimane dopo.
Il libro – che attraversa quasi quindici anni di storia italiana e che tiene al centro la strage di via Fani e il rapimento Moro – è frutto di decine di ore di colloquio con Adriana. E si basa sulle testimonianze di numerosi personaggi protagonisti della sua vita: dai familiari al suo ex compagno Valerio Morucci, anche lui dirigente  delle Br. Da Lanfranco Pace, ex fondatore di Potere operaio, ai magistrati che l’hanno interrogata. Dalle sue amiche più care al funzionario della Digos che tuttora l’assiste. Fino agli avvocati che si sono occupati di lei, per difenderla o per accusarla. […]

Prefazione
NELL’ANNO DELLA TIGRE : storia di Adriana Faranda

Silvana Mazzocchi




e











venerdì 6 ottobre 2017

in sartoria




Dal 1996, più o meno, mi faccio riparare i vestiti da una cinese velocissima di nome LinLi - per tutti ormai Lilli – a via dell’Acqua Bulicante, un quartiere ex periferico tra Casilina e Prenestina, dove Pasolini andava a rimorchiare i suoi ragazzi di strada, con ancora qualche vecchio spacciatore d’eroina in via di estinzione e qualche puttana pensionata, ma ormai quartiere multietnico e anche un po’ di moda, visto che siamo solo un po’ più in là del Pigneto.
LinLi fino al 2008 aveva un negozio senza porta – open air, come i negozi di Ostia Antica, solo la saracinesca – e sua figlia Aina, bimbetta sveglissima, giocava sul marciapiede sotto il suo controllo. Quando Aina aveva 5 anni LinLi fu convinta da un coro di concittadine che le scuole cinesi erano più serie di quelle italiane, che li fanno solo giocare, così che nel 2001 la portò a Whenzou da sua madre. Ma la bimba era vivace e impegnativa e lei troppo occupata per badare alla piccola, così che la passò a una sorella, che però giocava sempre a majong e dimenticava sovente di nutrirla. Poi col tempo scoprirono che essendo Aina nata in Italia, non era cinese, e neppure italiana e avrebbe dovuto pagare la scuola l’equivalente di 450 mila lire al mese, perciò dopo 8 mesi la mamma se la riportò a Roma. Ma era cambiata, curva come un cane bastonato, e così un po’ è rimasta.
Ogni tanto me la lasciavano portar via, a me senza figli e affamata di infanzia, magari per una giornata al mare, perché nessuno la portava mai fuori, neppure per un lecca lecca, nemmeno la domenica. Solo casa, negozio e scuola.
LinLi e suo marito Juvè vivono in un appartamento carino (se fosse restaurato) di tre camere e servizi, al quinto piano, luminoso e senza ascensore (amen: il movimento è salute), non fosse che è senza riscaldamento e senza ai vetri alle finestre della cucina e del bagno, «che così viene sempre aria in casa e non puzza come dagli altri». […] Juvè ha fatto il cuoco per moltissimi anni e in Cina il suo letto era il tavolo della cucina; in Italia fa l’autista trasportatore per i cinesi. LinLi tiene l’appartamento sempre pulitissimo e ne è diventata la proprietaria, insieme al marito. Un po’ di soldi lei li ha avuti in prestito da sua madre in Cina, poi ha affittato 2 camere, ognuna a una famiglia di cinesi, due o tre per camera, e oltre a fare le riparazioni nel suo negozio puliva e cucinava per tutti. […]
Quando Aina ha compiuto 12 anni, LinLi ha finito di pagare la casa, ha mandato via gli ospiti e ha ripreso possesso delle altre due camere, spostando il suo lavoro a casa.
Da quando la conosco, Aina ha sempre disegnato. Le basta un foglio bianco e lei lo riempie. […]
Aina, che sorprende ora i suoi insegnanti dell’Accademia d’Arte, disegna sempre, disegnare è il suo paradiso, il suo rifugio, e già a detta dei suoi professori delle medie era stradotata per cui le hanno indicato il liceo artistico come destinazione di vocazione. Ho aggiunto ai suoi genitori che altre scelte ne avrebbero fatta una vita infelice. LinLi non voleva, ma ero a casa loro il giorno che dovevano decidere, ha capito e si è convinta subito.
Juvè, nato nel 1959, vive col terrore che i soldi finiscano, che non ci sia da mangiare. Il fratello maggiore di Juvè, il preferito, bello e intelligente e orgoglioso, è morto di stenti.
Dopo la carestia della Seconda guerra mondiale, tra il ’59 e il ’61 una carestia epocale in Cina colpì l’intero Paese, dalla Siberia ai Sud tropicale. In appena tre anni morirono di fame dai 30 ai 60 milioni di persone. Una catastrofe di quelle proporzioni non si era mai vista. Gli alberi vennero scorticati, le foglie strappate. Venne data la caccia a gatti, cani, scarafaggi, topi… fino al punto che alcune famiglie si scambiarono i figli con i vicini, per mangiarseli. Il cannibalismo nelle campagne fu tale che tutte le persone intervistate affermano di aver assistito a questi episodi. Alcuni furono fucilati per cannibalismo, altri si suicidarono per i sensi di colpa. A noi, in Occidente, nel frattempo non sono arrivate che voci poco prese in considerazione e anche la Cina del terzo millennio rimuove accuratamente l’accaduto. Semplicemente è proibito parlarne.
Questo trascorso di cui non abbiamo ricordi simili in Europa spiega le spinte a lavorare indefessamente e ad arricchirsi di molti cinesi di oggi.
[…]




Aina Shi, la ragazza che mi chiama nonna
Da "il Mulino" n. 4/17


venerdì 8 settembre 2017

sono in cammino?

Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia, era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim, che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo. Un giorno, mentre attendeva di comparire davanti al tribunale, il comandante delle guardie entrò nella sua cella. Di fronte al volto fiero e immobile del Rav che, assorto, non lo aveva notato subito, quest'uomo si fece pensieroso e intuì la qualità umana del prigioniero. Si mise a conversare con lui e non esitò ad affrontare le questioni più varie che si era sempre posto leggendo la Scrittura. Alla fine chiese: "Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: 'Dove sei?". "Credete voi - rispose il Rav - che la Scrittura è eterna e che abbraccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli individui?". "Sì, lo credo", disse. "Ebbene - riprese lo zaddik - in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: 'Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?'. Dio dice per esempio: 'Ecco, sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti trovi?'".

(...)

Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l'ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: "E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch'io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l'altra metà Jekel!". E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata "Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel". "Ricordati bene di questa storia - aggiungeva allora Rabbi Bunam - e cogli il messaggio che ti rivolge: c'è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare".

Anche questa è una storia molto antica, presente in numerose letterature popolari, ma la bocca chassidica la racconta in un modo veramente nuovo. Non è stata semplicemente trapiantata dall'esterno nel mondo ebraico: è stata completamente rifusa dalla melodia chassidica nella quale viene raccontata; ma neanche questo è ancora decisivo: l'elemento realmente decisivo è che la storia è divenuta trasparente e ora emana la luce di una verità chassidica. Non le è stata incollata una "morale", al contrario, il saggio che l'ha raccontata nuovamente ne ha finalmente scoperto e rivelato il significato autentico.
C'è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell'esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova.
(...) Eppure non cessiamo mai di avvertire la mancanza, ci sforziamo sempre, in un modo o nell'altro, di trovare da qualche parte quello che ci manca. Da qualche parte, in una zona qualsiasi del mondo o dello spirito, ovunque tranne che là dove siamo, là dove siamo stati posti: ma è proprio là, e da nessun'altra parte, che si trova il tesoro.

(...)

Martin Buber
Il cammino dell'uomo
Qiqajon









venerdì 3 marzo 2017

«Upsilamba»

«Per circa due anni, quasi tutti i giovedì mattina, con il sole e con la pioggia, sono venute a casa mia, e quasi ogni volta era difficile superare lo choc di vederle togliersi il velo e la veste per diventare di botto a colori. Eppure, quando le mie studentesse entravano in quella stanza, si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquistava una forma, un profilo, diventava il suo proprio, inimitabile sé. Quel piccolo  mondo, quel soggiorno con la finestra che incorniciava i miei amati monti Elburz, diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi.
Tema del seminario era il rapporto tra realtà e finzione letteraria. Leggevamo i classici della letteratura persiana, per esempio alcuni racconti della nostra "signora delle storie", Shahrazad, tratti dalle Mille e una notte, insieme ai classici dell'Occidente - Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Daisy Miller, Il dicembre del professor Corde e, appunto Lolita. A ogni titolo che scrivo, un nuovo vortice di ricordi arriva a turbare la pace di questo giorno d'autunno, in un'altra stanza, in un altro paese.
Qui e ora, nell'altro mondo che tanto spesso veniva evocato dalle nostre discussioni, siedo e ripenso a me e alle mie studentesse, le mie ragazze, come le chiamavo, mentre leggiamo Lolita in una stanza piena di un sole fasullo, a Teheran. E tuttavia, per rubare le parole a Humbert, il poeta-criminale di Lolita, ho bisogno che anche tu, lettore, cerchi di pensare a noi, perché altrimenti non potremo esistere davvero, Contro la tirannia del tempo e della politica, cerca di immaginarci come a volte neppure noi osavamo fare: nei momenti più riservati e intimi, nelle più straordinariamente normali circostanze della vita, mentre ascoltiamo un po' di musica, ci innamoriamo, camminiamo per strade ombrose, o leggiamo Lolita a Teheran. E prova a ripensare a noi dopo che quelle cose ci sono state confiscate diventando una volta per tutte un piacere proibito.
Se oggi voglio scrivere di Nabokov, è per celebrare la nostra lettura di Nabokov a Teheran, contro tutto e contro tutti. Dei suoi romanzi scelgo quello che ho insegnato per ultimo, e che è legato a così tanti ricordi. E' di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran. Questa, dunque, è la storia di Lolita a Teheran, di come Lolita abbia dato un diverso colore alla città, e di come Teheran ci abbia aiutate a ridefinire il romanzo di Nabokov e a trasformarlo in un altro Lolita: il nostro.»



LEGGERE LOLITA A TEHERAN
Azar Nafisi