martedì 2 giugno 2015

Benjamin

Dagli anni giovanili sino a quelli della maturità Walter Benjamin non cessa mai di porre la propria attenzione sul problema dell’esperienza: come un prisma dalle molteplici facce, esso viene osservato e interrogato sempre di nuovo a partire da tutte le sue differenti angolature; come un filo rosso percorre e attraversa la riflessione benjaminiana fin nei suoi spostamenti di baricentro e trasformazioni. I molti saggi e luoghi in cui Benjamin, di volta in volta e lunogo la sua intera produzione teorica, torna ad affrontare tale questione ne sono la testimonianza.
[…]
Esperienza infatti, tanto negli scritti giovanili quanto in quelli posteriori all’incontro col marxismo, sembra essere innanzitutto un gesto di rottura: non si dà rinnovamento del pensiero filosofico così come della realtà, secondo Benjamin, senza un vero e radicale rinnovamento del concetto di esperienza.
L’esperire diviene così una prassi rivoluzionaria, un’attività che, prima di fondare il nuovo, non può che distruggere il vecchio: la «vera» esperienza è «lotta» contro l’uso «filisteo» del termine stesso, contro quell’esperienza usata come «maschera», come principio di autorità dagli «adulti» per giustificare e legittimare lo stato di cose presente, per predicare l’«inutilità della ribellione». Questo principio conflittuale e «antagonista» non smetterà mai di ispirare, pur nelle sue differenti connotazioni, il concetto di esperienza benjaminiano, sia quando si tratterà di smascherare e decostruire i fondamenti rudimentali della metafisica kantiana, sia quando si imporrà l’urgenza di un’analisi critica e materialista degli choc esperienziali generati dai modi di produzione del capitalismo avanzato.


Walter Benjamin e il prisma dell’esperienza
di Marina Montanelli

in LA CULTURA 1/2015

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