Dagli
anni giovanili sino a quelli della maturità Walter Benjamin non cessa mai di
porre la propria attenzione sul problema
dell’esperienza: come un prisma dalle molteplici facce, esso viene
osservato e interrogato sempre di nuovo a partire da tutte le sue differenti
angolature; come un filo rosso percorre e attraversa la riflessione
benjaminiana fin nei suoi spostamenti di baricentro e trasformazioni. I molti
saggi e luoghi in cui Benjamin, di volta in volta e lunogo la sua intera
produzione teorica, torna ad affrontare tale questione ne sono la
testimonianza.
[…]
Esperienza
infatti, tanto negli scritti giovanili quanto in quelli posteriori all’incontro
col marxismo, sembra essere innanzitutto un gesto di rottura: non si dà
rinnovamento del pensiero filosofico così come della realtà, secondo Benjamin,
senza un vero e radicale rinnovamento del concetto di esperienza.
L’esperire
diviene così una prassi rivoluzionaria, un’attività che, prima di fondare il
nuovo, non può che distruggere il vecchio: la «vera» esperienza è «lotta»
contro l’uso «filisteo» del termine stesso, contro quell’esperienza usata come «maschera»,
come principio di autorità dagli «adulti» per giustificare e legittimare lo
stato di cose presente, per predicare l’«inutilità della ribellione». Questo
principio conflittuale e «antagonista» non smetterà mai di ispirare, pur nelle
sue differenti connotazioni, il concetto di esperienza benjaminiano, sia quando
si tratterà di smascherare e decostruire i fondamenti rudimentali della
metafisica kantiana, sia quando si imporrà l’urgenza di un’analisi critica e
materialista degli choc esperienziali
generati dai modi di produzione del capitalismo avanzato.
Walter Benjamin e
il prisma dell’esperienza
di Marina Montanelli
in LA
CULTURA 1/2015

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