giovedì 29 gennaio 2015

prepararsi all'EXPO Milano 2015



'...abbiamo appreso a considerare il nutrimento come uno dei luoghi dell'etica,
come uno dei simboli della religione,
come uno degli spazi sacri di ogni persona.'
 
 
RELIGIONE COME CIBO E CIBO COME RELIGIONE
a cura di Oscar Marchisio

martedì 27 gennaio 2015

memoria

Nei primi quindici mesi di esistenza di questo luogo terribile eravamo – noi detenuti polacchi – abbandonati a noi stessi. Il mondo libero non si interessava alla nostra sofferenza e alla nostra morte, nonostante ripetuti tentativi della organizzazione segreta della resistenza, attiva all’interno del campo, di garantire informazioni all’esterno. Nella tarda estate del 1941 arrivarono ad Auschwitz alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra facenti parte dell’esercito sovietico, e su di essi – come pure su detenuti politici polacchi ammalati – venne sperimentato, nel settembre 1941, l’effetto del gas tossico Zyklon B. nessuno dei detenuti poteva allora immaginarsi che si trattava ‘semplicemente’ di un tentativo assassino per predisporre un genocidio di massa con metodi industriali. E però questa era la realtà negli anni 1942, 1943 e 1944. La costruzione di camere a gas e di forni crematori, la loro terrificante capacità operativa è soltanto il lato tecnico di un’impresa diabolica.

Wladyslaw Bartoszewski  in
'DOVE ERA DIO?'
Benedetto XVI
 
 
 

mercoledì 21 gennaio 2015

il pronome da riscoprire

A Maurizio le feste parrocchiali piacevano perché si mangiavano cose proibite nel resto dell’anno – la vista del rubinetto del gelato espresso  bigusto e l’odore dello zucchero filato gli annegava la lingua nell’acquolina – ma soprattutto perché arrivavano decine di bancarelle piene di nuovi modelli di fucili spara-acqua, indispensabile status symbol nei combattimenti tra ragazzi lungo lo stagno. Amava nascondersi tra i carri dei giostrai per spiarli mentre montavano le attrazioni più affascinanti: gli apparecchietti, l’autoscontro, la casa degli orrori, e il tagadà.
Nonno Giacomo il sabato della festa era convinto di costruire solidarietà tra maschi regalandogli dieci gettoni per salire sui giochi e invitarci gli amici, ma a Maurizio quel numero esiguo pareva il minimo sindacale; poi nonna Cristina si lasciava cogliere da indulgenza femminile e in segreto gli dava i soldi per comprarsene altri dieci. Così, alla fine, il fatto di essere nipote di due che si credevano uno più furbo dell’altro gli fruttava il doppio dei gettoni, aumentando parecchio le possibilità di essere accolto dai compagni di giochi.
Non ci voleva molto, in effetti. Bastava adattarsi a quella cosa del «noi», una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo.
A Maurizio non veniva così facile dire «noi», perché non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sé stesso. A Crabas col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare.
«Mi raccomando Maurì, comportiamoci bene e stiamo attenti», gli intimava nonno Giacomo quando lo vedeva ai bordi dello stagno con gli altri ragazzi a mettere le trappole per gli uccelli. Maurizio aveva capito da tempo che quel plurale non implicava che suo nonno sarebbe venuto con lui a invischiare le canne sulla riva.
Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni.
«Non ci diamo proprio per vinti, eh?» gli aveva detto una volta Giulio, il figlio del vigile urbano, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesima volta la mira sulla lattina vuota poggiata in piedi sull’argine dello stagno, proprio dietro alla chiesa di Santa Maria.
Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e aveva fissato il ragazzo più grande per qualche istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo:
«Non siamo mica gente che si arrende, noi».
Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi io sasso lanciato dalla fionda era andato diritto sulla lattina, facendola cadere giù dal costone dell’argine con un suono acuto e pieno di riverberi. Il ragazzo più grande aveva mormorato un’imprecazione passandosi  una mano nei capelli scuri con un gesto incredulo, poi lo aveva applaudito forte.
Era stato in quel momento che Maurizio aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire «noi» a Crabas.
Non era un pronome come negli altri posti, ma la cittadinanza di una patria tacita dove tutto il tempo condiviso si declinava così, al presente plurale.


“L’INCONTRO”
Michela Murgia

venerdì 9 gennaio 2015

amore per Israele

Alla mia terra

Non ti ho cantata, terra mia
Non ho glorificato il tuo nome
con poemi eroici
e molteplici battaglie.
Solo un albero le mie mani hanno piantato,-
Quiete sono le sponde del Giordano-
Solo un sentiero i miei piedi hanno battuto
Sulla superficie dei campi.

È  davvero misera,
lo sapevo madre,
è davvero misera
l’offerta di tua figlia.
Solo un trillo di gioia
Il giorno in cui splenderà la luce,
solo un pianto nascosto
per la tua angustia.

Rachel Bluwstein (1890-1931)

Nata in Russia, undicesima figlia di una famiglia tradizionalista e nipote del rabbino di Kiev. All’età di 15 anni comincia a scrivere poesie e a 17 si sposa a Kiev. Nel 1909 sbarca a Giaffa e anziché procedere verso l’Italia per conseguire  gli studi in storia dell’arte rimane a Tel Aviv. Nel 1911 si stabilisce nella fattoria del gruppo comunitario Kinneret (futuro kibbutz) dove lavora nell’orto gestito dalle donne. Nel 1913 parte per studiare agricoltura a Tolosa. Torna in Eretz Israel e si stabilisce nel kibbutz Degania, ma a causa della tubercolosi si trasferisce a Tel Aviv. Muore sola e senza figli. Rachel è diventata un simbolo per la cultura israeliana.

LA TERRA DI ISRAELE NELLA LETTERATURA ISRAELIANA CONTEMPORANEA
Sarah Kaminski
In VITA MONASTICA, 257, luglio-settembre 2014