Sono sempre stato sicuro che ce l’avrei fatta, anche se questa convinzione si basava sul niente. Ho sempre avuto tanta gente che mi ha voluto bene. E c’è sempre stato un amico che mi incoraggiava: «Ma dai, insisti, fallo, fallo!».
Per il corso autori di Mediaset – dove ho conosciuto il capo-autore de Le Iene Davide Parenti, che mi ha cambiato la vita – compilavo la domanda su internet, saltava il collegamento e pensavo: «Va beh, non è destino!» E allora c’era qualcun altro che mi spronava: «Ma no, riprova!», quasi come se facessi un favore a lui.
Cito di continuo questo aneddoto di zia Gabriella. Ero seduto sul divano di velluto e guardavo Sipario. Mi ha chiamato zia Gabriella, titolare di un’agenzia di assicurazioni a Frosinone, preoccupata perché la mia fama di quello che era un disastro in famiglia si stava diffondendo. E mi ha chiesto: «Perché non vieni ad aiutarmi in estate?». Io ho pensato: «Ma sì, guadagno un po’…». Poi mi ha proposto di rimanere. Forse oggi sarei titolare dell’agenzia, perché mia zia è in pensione. Ma allora, tra fare l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Piuttosto preferivo realizzare video di matrimoni, perché avevo a che fare con la telecamera. In Italia non è come in America, dove passi da un lavoro all’altro: se io avessi fatto l’assicuratore e avessi guadagnato, con quale coraggio avrei mollato tutto per fare il cinema o la televisione? Allora, piuttosto, preferivo rimanere nel campo, a lato.
In realtà volevo fare il regista cinematografico. Solo che fare cinema è difficilissimo. Poi da Palermo. Avevo avuto qualche esperienza come assistente nei film Un tè con Mussolini e I cento passi, dove però, in pratica, facevo il dog sitter… Appunto, volevo fare il regista. Poi ho fatto l’autore televisivo. Ed è arrivato Il Testimone.
Quando ho proposto a Mtv questo programma, ricordo che c’era una schiera di persone… A Mtv è tutto in inglese e c’è la tendenza a curare i dettagli, l’estetica. La sigla iniziale di Very Victoria era girata in pellicola. Io venivo da Le Iene che non aveva la sigla per timore che la gente cambiasse canale. Giravano in pellicola e stavano un giorno a girare un promo: qualcosa di impensabile per me. Facendo televisione in quel modo, mi dicevano: «Usiamo solo una tele camerina? Forse ci vorrebbe un fonico». Invece, la sensazione deve essere che io arrivo e dopo un po’ la gente si dimentica che c’è la televisione. Ricreo una situazione come se non fossi là per fare televisione, perché in realtà io sono là anche per levarmi delle curiosità. Sono convinto che questa sia la miglior televisione. E mi stupisco, ma mi fa piacere, che la gente non lo faccia; altrimenti saremmo in troppi.
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Pif, il Testimone che indaga la realtà
Pierfrancesco Diliberto






