lunedì 27 gennaio 2014

testimone di chiarezza e perseveranza

Sono sempre stato sicuro che ce l’avrei fatta, anche se questa convinzione si basava sul niente. Ho sempre avuto tanta gente che mi ha voluto bene. E c’è sempre stato un amico che mi incoraggiava: «Ma dai, insisti, fallo, fallo!».
Per il corso autori di Mediaset – dove ho conosciuto il capo-autore de Le Iene Davide Parenti, che mi ha cambiato la vita – compilavo la domanda su internet, saltava il collegamento e pensavo: «Va beh, non è destino!» E allora c’era qualcun altro che mi spronava: «Ma no, riprova!», quasi come se facessi un favore a lui.
Cito di continuo questo aneddoto di zia Gabriella. Ero seduto sul divano di velluto e guardavo Sipario. Mi ha chiamato zia Gabriella, titolare di un’agenzia di assicurazioni a Frosinone, preoccupata perché la mia fama di quello che era un disastro in famiglia si stava diffondendo. E mi ha chiesto: «Perché non vieni ad aiutarmi in estate?». Io ho pensato: «Ma sì, guadagno un po’…». Poi mi ha proposto di rimanere. Forse oggi sarei titolare dell’agenzia, perché mia zia è in pensione. Ma allora, tra fare l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Piuttosto preferivo realizzare video di matrimoni, perché avevo a che fare con la telecamera. In Italia non è come in America, dove passi da un lavoro all’altro: se io avessi fatto l’assicuratore e avessi guadagnato, con quale coraggio avrei mollato tutto per fare il cinema o la televisione? Allora, piuttosto, preferivo rimanere nel campo, a lato.
In realtà volevo fare il regista cinematografico. Solo che fare cinema è difficilissimo. Poi da Palermo. Avevo avuto qualche esperienza come assistente nei film Un tè con Mussolini e I cento passi, dove però, in pratica, facevo il dog sitter… Appunto, volevo fare il regista. Poi ho fatto l’autore televisivo. Ed è arrivato Il Testimone.
Quando ho proposto a Mtv questo programma, ricordo che c’era una schiera di persone… A Mtv è tutto in inglese e c’è la tendenza a curare i dettagli, l’estetica. La sigla iniziale di Very Victoria era girata in pellicola. Io venivo da Le Iene che non aveva la sigla per timore che la gente cambiasse canale. Giravano in pellicola e stavano un giorno a girare un promo: qualcosa di impensabile per me. Facendo televisione in quel modo, mi dicevano: «Usiamo solo una tele camerina? Forse ci vorrebbe un fonico». Invece, la sensazione deve essere che io arrivo e dopo un po’ la gente si dimentica che c’è la televisione. Ricreo una situazione come se non fossi là per fare televisione, perché in realtà io sono là anche per levarmi delle curiosità. Sono convinto che questa sia la miglior televisione. E mi stupisco, ma mi fa piacere, che la gente non lo faccia; altrimenti saremmo in troppi.
[…]

Pif, il Testimone che indaga la realtà
Pierfrancesco Diliberto

Vita e Pensiero, n°6, 2013

venerdì 17 gennaio 2014

Dalla creatività di Silvia… al piccolo Francesco Maria che sta aspettando di venire al mondo

Talenti
Alessandro D’Avenia
Qualche giorno fa un ragazzo di 17 anni mi ha chiesto come fare a scovare il suo talento. Sono molti a scrivermi al riguardo, dato che ne parlo molto sul blog, nei libri, articoli e incontri.
Dopo cinque anni di scuola con i miei ragazzi che, per continuità didattica, ho la fortuna (mia, non loro) di seguire dal primo anno alla maturità, posso dire con discreta certezza quale sia il loro talento: il loro modo di stare al mondo.
Il talento è la forza di gravità che porta un uomo e una donna ad occupare il proprio posto nel mondo, perché è il suo modo unico e irripetibile di relazionarsi con il mondo (il creato, gli altri, Dio).
Un mio amico architetto mi ha spiegato qualche giorno fa che il suo “talento” è nato dal fatto che, avendo perso il padre da bambino ed essendo il maggiore dei fratelli, ha dovuto risolvere mansioni spesso paterne in famiglia. Che c’entra con l’architettura? Una delle prime cose che gli capitò di dover risolvere ancora dodicenne fu un trasloco e toccò a lui ricostruire in pianta la nuova casa e collocare i mobili della vecchia, così da capire cosa portare, dove collocare ogni pezzo. Una mancanza lo ha reso creativo.
Il talento è un insieme complesso di caratteristiche maturate durante l’infanzia (soprattutto) e l’adolescenza (il loro emergere), frutto di predisposizione naturale e di fattori ambientali, che non si ripetono mai due volte, neanche in due gemelli.
Il mio amico architetto mi spiegava che il suo non è altro che un modo di rapportarsi al mondo, di guardare le cose, maturato da quando era bambino e che lui non fa altro che applicare a tutto lo spazio circostante, con l’idea di metterlo in ordine e di renderlo funzionale per gli altri.
L’esempio del mio amico mostra che la privazione genera creatività. Si sa che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento, un bastone che diventa una spada. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai, sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane bloccato.
“Lasciate che i bambini vengano a me”, indica la necessità di essere bambini per accedere a Dio. Solo il bambino che è in noi può accedere, perché suo è il regno dei cieli, cioè il luogo in cui la chiamata di Dio, con i talenti ricevuti, è evidente.
Mi fa sorridere quando qualche ragazzo mi dice che Dio non parla, non dice niente. Io rispondo: parla anche troppo, nel quotidiano. Attraverso un libro, le parole di un amico o di un passante, ma soprattutto attraverso i nostri desideri, le nostre idee, i nostri limiti, i nostri talenti.
A volte chiedo ai miei ragazzi di stilare una lista di “10 cose che amano fare” e di “10 cose che sanno fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide ecco emergere il talento. Si può amare ballare ma essere scoordinati: non si ha talento. Si può saper ballare ma non amare farlo: non si ha talento. La scrittrice Flannery O’Connor a chi le chiedeva perché scriveva racconti rispondeva: “Perché mi riesce bene”. E amava farlo più di ogni altra cosa. I risultati sono capolavori.


Oggi mi sono guardata allo specchio e mi sono fermata a riflettere. Una volta chiedevo a Dio quattro o cinque centimetri di altezza in più, ma in cambio lui mi ha resa alta come il cielo, talmente alta che non sono più in grado di misurarmi. Così ho deciso di offrirgli le cento rakat nafl che gli avevo promesso se mi avesse fatto crescere. Io amo Dio. Ringrazio il mio Allah. Gli parlo tutto il giorno. Lui è il più grande. Donandomi questa diversa altezza da cui parlare alla gente, Lui mi ha conferito anche grandi responsabilità. La pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione – questo è il mio sogno. L’istruzione per ogni bambino e bambina del mondo. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio.
Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato, ma io no.

Quando frequentavo l’oratorio non mi rassegnavo all’idea di essere brevilineo: ero convinto che prima o poi risvegliandomi, un mattino, avrei faticato a entrare nei miei pantaloni…ma non accadeva niente.
Verso gli 11-12 anni, alle medie, chiedevo a Dio di farmi diventare alto, glielo chiedevo con tutto il cuore. Fammi diventare altro! Fammi diventare alto! Era insopportabile una vita sotto il metro e cinquanta: i compagni mi deridevano, le compagne mi ignoravano. Fammi diventare alto, ti prego! Non mi ha ascoltato. Apparentemente. In quegli anni non avevo un’ottima opinione di Lui: non mi ascoltava mai, e la lista delle richieste inesaudite era diventata lunghissima. Ma poi, da grande, forse ho capito. Ho compreso che quello che chiedevo a Lui, non solo era possibile, ma era già realizzato. Il Signore ci ascolta sempre, bisogna solo stare attenti a cosa gli si chiede. A proposito, Giacomo, cos’hai chiesto? Alto o grande?
Dal libro Alto come un vaso di gerani  di Giacomo (del trio Aldo, Giovanni e Giacomo).

giovedì 16 gennaio 2014

La bibliotecaria e il bandito

"Ma circa tre settimane dopo questi drammatici avvenimenti, ci fu un altro incidente con i briganti!
In pieno giorno piombò in biblioteca il Capo dei Briganti in persona.
- Mi salvi! - gridò -. Ho un poliziotto alle calcagna!
La signorina Gentilucci gli lanciò uno sguardo glaciale.
- Mi dica piuttosto come si chiama, e faccia in fretta!
Il Capo dei Briganti fece un salto indietro. Si leggeva un'espressione di orrore attraverso la sua folta barba nera.
- No, no! - gridò -. Tutto, ma questo no!
- Presto! - ripetè la signorina Gentilucci -. Altrimenti non avrò più il tempo di aiutarla.
Il Capo dei Briganti si sporse oltre il bancone e le bisbigliò il proprio nome: - Salvatore Benvenuto...
La Signorina Gentilucci non riuscì a trattenere un sorriso. Il nome, effettivamente, sembrava strano per un tale personaggio...
- A scuola mi avevano soprannominato Malfattore Malvenuto! -, gridò lo sventurato brigante. E' questo soprannome che mi ha portato sulla strada del crimine! Mi nasconda, cara signorina Gentilucci, se no quelli mi prendono!
La signorina Gentilucci gli incollò un'etichetta con un numero, come se fosse stato un libro della biblioteca, e lo collocò su uno scaffale, tra gli autori il cui nome cominciava con la lettera B.
Il brigante era classificato in ordine alfabetico. Mettere in ordine alfabetico è una delle abitudini dei bibliotecari.
Il poliziotto che stava dando la caccia al Capo dei Briganti arrivò trafelato in biblioteca. Era un tipo molto veloce, ma aveva fatto tardi perché era caduto addosso a un bambino che guidava un triciclo.
- Signorina Gentilucci - disse il poliziotto - ho rincorso un famoso capo di briganti fino alla Sua biblioteca. Ma..., sbaglio o è là, su uno scaffale alla lettera B?! Posso portarlo via, per favore?
- Certo - rispose amabilmente la signorina Gentilucci - ha la tessera del prestito?
Il poliziotto rimase di stucco.
- Eh, la tessera?... Temo di averla dimenticata a casa; la uso come segnalibro della mia Guida pratica per catturare i briganti.
La signorina Gentilucci gli rivolse un cortese sorriso. - Mi dispiace, ma senza la tessera di prestito non si può portar via niente dalla biblioteca.
Il poliziotto fece lentamente di sì con la testa. Sapeva che era vero: non si poteva portar via niente dalla biblioteca senza la tessera personale di prestito. C'era tanto di regolamento scritto.
- Corro subito a casa a prenderla - disse. - Non abito molto lontano di qui.
- Vada, allora - disse amabilmente la signorina Gentilucci.
Il poliziotto uscì in tutta fretta dalla biblioteca, facendo scricchiolare i suoi grossi scarponi.
La signorina Gentilucci andò verso lo scaffale della lettera B e tirò giù il Capo dei Briganti.
- Ed ora, mi dica, che cosa è venuto a fare qui? - gli domandò in tono un po' burbero.
Il Capo dei Briganti non si lasciò però trarre in inganno. In realtà, lei era molto contenta di vederlo.
- Signorina Costanza - rispose, - i miei uomini sono irrequieti. Da quando lei ha raccontato loro quelle storie, la sera si annoiano. Prima avevamo l'abitudine di sederci intorno a un falò a cantare delle canzoni un po' sguaiate e a raccontarci storielle piuttosto pesanti. ma adesso i miei uomini hanno perso ogni interesse per queste cose. Vogliono ascoltare ancora Pinocchio, L'isola del tesoro ed altre storie di re e buffoni. Oggi sono venuto ad iscrivermi alla biblioteca e a prendere dei libri per loro. Che devo fare? Non ho il coraggio di andarmene di qui a mani vuote, ma il poliziotto può tornare da un momento all'altro. Si arrabbierà molto con Lei se non mi troverà più qui?
- Con lui me la vedo io - rispose sorridente la signorina Gentilucci.
- Qual è il suo numero? Ah, sì. Beh, quando il poliziotto tornerà, gli dirò che qualcuno L'ha presa in prestito, e sarà la verità perché adesso La prendo in prestito io.
Il capo dei Briganti lanciò a Costanza Gentilucci uno sguardo eloquente.
- Ed ora - disse allegramente la signorina Gentilucci - si iscriva alla biblioteca e prenda qualche libro per i suoi poveri briganti.
- Ma se io mi iscrivo, posso portarLa via? - domandò il Capo dei Briganti con la sfrontatezza tipica dei briganti.
La signorina Gentilucci diventò tutta rossa e cambiò subito discorso. Consegnò al brigante dei meravigliosi libri d'avventure e in tutta fretta lo sospinse verso l'uscita.
Appena in tempo, perché subito dopo ecco ricomparire il poliziotto.
- Ed ora - disse il poliziotto estraendo la sua tessera personale di prestito - col Suo permesso vorrei portar via il Capo dei Briganti.
Aveva un'aria così fiduciosa che era proprio un peccato deluderlo.
Costanza Gentilucci lanciò un'occhiata verso lo scaffale della lettera B. - Oh - esclamò - sono desolata, ma qualcuno se l'è già portato via. Avrebbe dovuto prenotarlo.
Il poliziotto fissò prima lo scaffale poi la signorina Gentilucci. - Allora, posso prenotarlo? - domandò dopo un attimo di riflessione.
- Ma certo - rispose la signorina Gentilucci - devo però avvertirLa che l'attesa potrà essere lunga. Ci sono moltissime prenotazioni.
Dopo questi fatti, il Capo dei briganti veniva regolarmente in città, in gran segreto, a cambiare i libri. Era rischioso, ma pensava che ne valesse la pena.
I briganti leggevano sempre di più arricchendo la loro cultura e crescendo in saggezza. E fu così che diventarono i briganti più colti e più saggi che si potessero incontrare.
[...]
 
 
LA BIBLIOTECARIA RAPITA
Margareth Mahy
Quentin Blake (ill.)
 
 
 
 


giovedì 9 gennaio 2014

...coraggio!!!


È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.


PAOLO BORSELLINO


martedì 7 gennaio 2014

"Il bibliotecario, questo sconosciuto"

Il bibliotecario è ancora sconosciuto?

Il bibliotecario, questo sconosciuto è il titolo di una fortunata conversazione di Francesco Barberi pubblicata in “Accademie e biblioteche d’Italia” (1959, p. 26-37) e ripresentata più tardi nella sua raccolta Biblioteca e bibliotecario (Bologna, Cappelli, 1967, p. 255-277). […]
Riporto una frase di Barbieri:

Il fatto è che chi non frequenta le biblioteche – cioè in Italia la stragrande maggioranza della popolazione – non può avere un idea, neanche approssimativa, di quel che è, di quel che fa un bibliotecario. Ma siamo sicuri che coloro che le frequentano abbiano di quella professione un concetto esatto?

Posso ricordare che più o meno in quegli anni incontrai un lontano compagno
delle scuole elementari e alla sua domanda che cosa io facessi,
seguita dalla mia risposta “sono bibliotecario”, vidi una faccia che si interrogava disperatamente,
dalla quale uscì una domanda ulteriore: “Ah, vendi libri?”.
“Beh, non proprio: sarebbe un po’ grave se lo facessi”, fu la mia risposta finale.

In tempi attuali e in ambiente diverso un esame degli articoli della stampa inglese nell’arco di dieci anni ha fatto riscontrare, confermandole, incertezze sulla conoscenza e sulla definizione della biblioteca e del bibliotecario, derivante dall’ignoranza da parte del pubblico potenziale, ma sovente anche di quello reale, di quanto la biblioteca fosse in grado di offrire, dove in ogni caso affiorava il sospetto di a de professionalizzazione. Solo in pochissimi articoli infatti i bibliotecari erano riconosciuti espressamente come utili, mentre con maggiore frequenza si avvertiva l’utilità delle biblioteche […].


CARLO REVELLI
in BIBLIOTECHE OGGI, settembre 2013
vol. XXXI – n. 7