Nella testa di quel povero, lurido «rincatinito» che perorava le categorie assurde e grottesche di una morale al di sopra delle classi regnava il caos.
«Là dove c'è violenza,» spiegava Ikonnikov a Mostovskoj «regna il dolore e scorre il samgue. Le ho viste, io, le sofferenze immani dei contadini, e la collettivizazione era a fin di bene. Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà».
«Dunque, a sentir lei, dovremmo inorridire anche quando, a fin di bene, qualcuno impiccherà Hitler e Himmler. Inorridisca lei, mi faccia il favore» gli ribatté Michail Sidorovic.
«Se lo chiede a Hitler,» disse Ikonnikov «le dirà che anche questo lager è a fin di bene».
Quando discuteva con Ikonnikov, Mostovskoj sentiva che la sua logica era come un coltello che tentava invano, scioccamente, di infilzare una medusa.
«Il mondo non ha ancora trovato una verità superiore a quella espressa nel VI secolo da un cristiano di Siria: "Condanna il peccato e perdona il peccatore"» ripeteva Ikonnikov.
[...]
Il problema non era che, per quanto a lui simili, certe volte persone come Osipov, Guldz' ed Ersov gli venivano a noia Il guaio, piuttosto, era che ormai sentiva estraneo molto di ciò che aveva nell'anima. Gli era già capitato prima della guerra: incontrava un vecchio amico, ne era felice, ma quando si salutavano capiva di aver avuto di fronte un'estraneo.
Come fare, però, quando estranea è una parte di sé?... Non poteva
troncare ogni rapporto con se stesso, non poteva evitarsi.
Quando parlava con Ikonnikov perdeva la pazienza, si arrabbiava, diventava maleducato, beffardo, lo chiamava pappamolle, mollaccione, babbeo, sprovveduto.
Si prendeva gioco di lui, ma se non lo vedeva per un po' ne sentiva la mancanza.
Era quella la differenza principale tra gli anni di prigionia della sua gioventù e gli attuali.
Da giovane, tra amici che la pensavano come lui, era facile capirsi, sentirsi vicini. E ogni idea, ogni opinione del nemico era estranea, mostruosa.
Adesso, invece, gli capitava di cogliere, nei giudizi di chi la pensava diversamente da lui, idee che gli erano state care decenni prima, o di sentire estranee le considerazioni e le parole degli amici.
Mah, forse è perché sono al mondo da troppo tempo, pensava Mostovskoj.
VITA E DESTINO
Vasilij Grossman
Adelphi 2013

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