venerdì 1 maggio 2020

La pretesa e la forza della vita che torna - fratello Mugo

Nell'Estremo Nord, là dove la taiga raggiunge la tundra, fra le betulle nane, i bassi cespugli di Sorbo selvatico coperti di bacche acquose di un giallo luminoso, straordinariamente grandi, tra i larici vecchi di seicento anni che raggiungono la maturità a trecento, vive un albero speciale: il mugo. È un lontano parente del cedro, è una conifera: un arbusto sempreverde con il tronco più grosso di un braccio umano e lungo due o tre metri. È di poche pretese e cresce abbarbicandosi con le radici nelle più piccole fessure del roccioso pendio montano. Come tutte le piante nordiche, è coraggioso e caparbio. Ha una sensibilità eccezionale.
L'autunno si attarda, dovrebbero già esserci la neve, l'inverno. Sulla bianca linea dell’orizzonte da molti giorni le nubi passano basse, bluastre, come coperte di ecchimosi. E da stamattina il vento tagliente dell'autunno si è fatto di una calma minacciosa. Presagio di neve? No. Non dedicherà. Il mugo non si è ancora coricato. E i giorni passano, non nevica, le nuvole vagano dietro le montagne, e nell'alto cielo è spuntato un piccolo sole pallido, ed è ancora autunno…
Ma il mugo si curva. Si curva sempre più basso, come sotto un peso infinito che aumenta in continuazione. Con un’estremità graffia una pietra e si comprime al suolo, stendendo le zampe di smeraldo. Si appiattisce. Somiglia a una piovra con delle piume verdi. Disteso, attende un giorno, poi un altro, ed ecco che dal cielo bianco si rovescia una neve polverosa, e il mugo  sprofonda nel letargo invernale come un orso. La montagna bianca si copre di grosse bolle di neve – sono gli arbusti di mugo  coricati per l'inverno.
E alla fine dell'inverno, quando la neve ricopre ancora la terra con uno strato di tre metri, e nelle gole montane le tormentate hanno ammassato una neve dura che cede solo al ferro, gli uomini attendono invano i segni della primavera, che secondo il calendario dovrebbe essere giunta da un pezzo. Ma la giornata non è diversa da una giornata d'inverno: l'aria è  rarefatta e secca e non si distingue in nulla dall'aria di gennaio. Per fortuna le sensazioni dell'uomo sono troppo deboli, le sue percezioni troppo elementari; d'altra parte di senso ne ha pochi, cinque in tutto – insufficienti  per predizioni e profezie.
La natura è più acuta dell’uomo  nelle sue sensazioni. Ne sappiamo qualche cosa. Pensate ai pesci della razza dei teleostei che vengono a deporre le uova solo nel fiume in cui loro stessi sono stati generati. Pensate ai misteriosi percorsi delle migrazioni degli uccelli. E non sono poche le piante e i fiori barometri noti all'uomo.
Ed ecco, in mezzo allo sconfinato biancore della neve, in mezzo alla totale devastazione, d'improvviso si alza un mugo.  Si scuote la neve di dosso, si raddrizza in tutta la sua altezza, leva i verdi aghi coperti di ghiaccio, appena rossicci, verso il cielo. Sente il richiamo della primavera che noi uomini non riusciamo a percepire e prestandosi fede, si sveglia prima di chiunque altro al Nord. L'inverno è finito.
Ma può essere anche qualcos’altro: un falò, per esempio. Il mugo è troppo credulone. Detesta talmente l'inverno che è pronto a credere al tepore di un falò. […]
No, non è solo il profeta del tempo. Il mugo è la pianta delle speranze, l'unico sempreverde dell'Estremo Nord. Nel bianco bagliore della neve le sue foglie aghiformi d'un verde opaco parlano del Sud, del calore  della vita. D'estate è  timido e passa inosservato: tutto  intorno a lui, fiorisce rapidamente, sforzandosi di raggiungere il pieno rigoglio nella breve estate nordica. I fiori primaverili, estivi, autunnali fanno a gara per superarsi nella loro impetuosa fioritura. Ma l’autunno è vicino, ed ecco che già cadono a terra i piccoli aghi gialli che lasciano nudi i larici, l'erba dei campi si accartoccia e diventa secca, il bosco si spoglia, e allora da lontano puoi vedere nel cuore della foresta, sull'erba di un pallido giallo, sul muschio grigio, le grandi fiaccole verdi del mugo che ardono.

I RACCONTI DELLA KOLYMA
Varlam Salamov



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