Questo non è un atto d'accusa, naturalmente. Piuttosto, fino a questo momento è stato un test su come lavorano i muri che chiudono la nostra mente e quei binari invisibili che ci guidano sempre verso una direzione data, anche quando ai lati apparirebbero interi panorami se solo alzassimo gli occhi per un istante. È un modo di riflettere sulla bellezza e la sottigliezza che ci sfuggono tutti i giorni, semplicemente perché non pensiamo che debbano essere qui: non ora, per favore, non in questo luogo della mia vita. Convinti di essere nel pieno delle nostre facoltà, obbedisco al contesto anziché ai nostri sensi e al nostro cervello. Confondiamo il valore con il prezzo, prendiamo il secondo come misura esclusiva del primo. Alcuni studi mostrano che, alla cieca, spesso tendiamo ad apprezzare vini meno cari ma improvvisamente preferiamo i più costosi non appena qualcuno ci informa del loro prezzo. L'aver speso per un prodotto acuisce la nostra mente, ne affina la percezione.
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William, se ricordate, lo abbiamo già rapidamente incontrato: fa parte del club dei nove che si sono sacrificati a venire con me fino a Mondragone per raccontare la propria vita contro le probabilità ai ragazzi dell'istituto tecnico di una delle città d'Italia più martoriate dall'incuria dei suoi stessi abitanti.
A loro William ha raccontato che, gran parte dei suoi compagni di scuola dell'infanzia, i suoi coetanei e vicini di casa, oggi non sono più in vita per poter raccontare cos'era Medellín allora. Lui stesso si considera un miracolato. Salvato dalla droga e dalle bande di strada solo grazie alla musica. È rimasto vivo perché, con la sua fissazione di cantare nel tempo libero, suo padre involontariamente gli ha permesso di ereditare fin dalla primissima infanzia un patrimonio intangibile di sensibilità e percezioni; su di esso William ha potuto costruire passione, conoscenza e alla fine una competenza che tutto il mondo oggi è disposto a riconoscere e remunerare.
La svolta per lui è arrivata all'età di 11 anni, quando per caso un giorno gli capitò di accompagnare sua cugina a iscriversi a un conservatorio locale; da quel momento non ne sarebbe mai uscito, in un certo senso. Eppure questa serie di eventi innescata dal talento, dalle esperienze della prima infanzia e della pura e semplice casualità, non avrebbe mai portato Chiquito a Roma oggi se il filo che lo collega all'Italia non avesse iniziato a dipanarsi molto prima della sua nascita.
All'inizio degli anni cinquanta Fernando Botero era già stato qui. Tutti conosco Botero, il pittore e scultore delle figure femminili surrealisticamente corpulento. Anche Botero viene da Medellín e negli anni cinquanta, quando aveva poco più di vent'anni e cercava di aprirsi una sua strada nella vita come artista, una borsa di studio italiana gli permise di vivere qualche anno a Firenze e Milano per studiare Giotto e il Mantegna. Per quell'opportunità avuta in dono allora, oggi che è molto anziano e molto ricco Botero continua ad avvertire un obbligo di gratitudine: ha deciso di tramandare in qualche modo ciò che ricevette offrendo una borsa di studio perché altri giovani colombiani potessero studiare in Italia.
Nove anni fa William Chiquito passò tutte le selezioni e vinse il finanziamento del pittore. Così una cellula di generosità e lungimiranza, depositata da qualcuno oltre mezzo secolo fa in un giovane sconosciuto, continua a moltiplicarsi.
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Chiquito oggi è uno dei migliori violinisti dell'orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia a Roma, a meno di trent'anni si è già esibito in tutto il mondo ed è stato diretto da Riccardo Muti, Claudio Abbado e Antonio Pappano. Ha studiato alla scuola di musica di Fiesole - ora ci insegna - dormendo in ostello pur di risparmiare qualcosa e potersi comprare un violino adeguato. A quel tempo fu invitato per la prima volta a far parte dell'Orchestra giovanile italiana, e in uno dei primi incontri fra teenager di tutto il paese il direttore chiese, sorprendendoli: 《Chi vuole fare il primo violino?》. Nel gruppo si avvertì un attimo di esitazione. William Chiquito alzò la mano e la tenne bene in alto anche se avvertiva l'ironia dei compagni attorno a sé, un mormorio appena percettibile che intendeva dire 《ma cosa crede di fare questo colombiano》. Non si tirò indietro e fu immediatamente messo alla prova dal direttore. Ebbe il ruolo, e da allora avrebbe continuato a raggiungere i suoi obiettivi: il diploma di Fiesole, il posto a Santa Cecilia dopo uno spietato esame del maestro Pappano, la formazione di un suo quartetto personale di musica da camera.
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LA MAESTRA E LA CAMORRISTA
Federico Fubini









