giovedì 25 gennaio 2018

Omaggio alla verità: Alessandro Leogrande


 La fuga di tre studenti

Prima di salire sul pullman, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz non erano mai stati in Italia. L’avevano vista in televisione, avevano studiato un po’ di storia sui libri di scuola, sapevano che il papa sta a Roma, che a Firenze ci sono i monumenti, a Venezia le gondole e a Milano la moda, ma della Puglia (che esistesse un posto laggiù, in fondo alla penisola, chiamato Puglia) non ne sapevano niente. Non ne avevano mai sentito parlare e non riuscivano a immaginarsela. Un amico che c’era già stato, e che li aveva convinti a partire, aveva solo detto che era un posto pieno di campagne. Campagne, campagne, e ancora campagne, appena intervallate da bianchi agglomerati urbani.
Così, al momento di partire, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz si sono detti, senza eccessivi turbamenti, che il loro viaggio sarebbe stato una scatola chiusa da aprire poco alla volta. Una volta scoperchiata la scatola, si sarebbero trovati di fronte un’Italia completamente diversa da quella ritratta sulle cartoline o nei libri di storia.
Avrebbero dovuto raccogliere pomodori. L’amico che aveva già fatto quel lavoro aveva detto che ci si spezza la schiena, che dopo cinque, sei ore il corpo ti si piega in due, il midollo ti esplode dal dolore come se lo stessero prendendo a bastonate e non riesci più a rialzarti. Ti manca il fiato… Ma la paga sarebbe stata buona, avrebbero guadagnato 6 euro per ogni cassa di pomodori raccolta. Certo, più che di una cassa si sarebbe trattato di un «cassone», come si usa dire in Puglia, dal momento che arriva a contenere quasi tre quintali, ma 6 euro sarebbe stato un buon prezzo, soprattutto se confrontato con le paghe dei contadini in Polonia.
Quando si è giovani si va veloci, aveva detto loro l’organizzatrice del viaggio, cui erano stati presentati dall’amico. Era una donna giovane, con i capelli biondi raccolti in una lunga coda, e lo sguardo gelido. La «procacciatrice di uomini» la chiamavano gli altri, quelli che erano già stati in Puglia. Era lei a raccogliere e a convogliare sui pullman i lavoratori che sarebbero andati laggiù, dall’altra parte del continente. Era in contatto, si diceva, con dei tizi che avrebbero smistato le persone arrivate in vari paesi.
Ad Arkadiusz e agli altri due la donna era parsa scostante, quasi stupida nel voler ostentare la propria furbizia. «Dovete pagare 200 euro a persona per il viaggio, il vitto e l’alloggio» aveva detto bruscamente sbrigando il proprio compito. «Dal secondo giorno che siete lì incomincerete a guadagnare i vostri soldi».

Quando salgono sul pullman, il 4 agosto 2005, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz hanno vent’anni. I primi due sono di Lipno, il terzo di Starogard: due cittadine della provincia polacca vicine a Torun. Sono studenti universitari e ciò che li spinge ad andare laggiù, in fondo all’Italia, non è la fame né la ricerca disperata di denaro, ma il desiderio di raggranellare un po’ di soldi per pagarsi gli studi. La loro è una sorta di vacanza-lavoro, una versiona povera, est-europea, delle vendemmie in Francia che raccolgono migliaia di loro coetanei provenienti dai paesi dell’Europa occidentale.
Il pullman sembra nuovo, in buono stato, non una di quelle corriere sgangherate che battono le strade di provincia. Con loro ci sono altri 43 viaggiatori, tutti uomini. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz sono gli unici studenti, e gli altri, quasi tutti operai, ci mettono poco a capirlo guardando i loro lineamenti borghesi, i corpi esili, i capelli ben pettinati, le mani prive di calli di chi non ha mai veramente lavorato in vita sua. Anche gli altri, scoprono i tre, hanno pagato 200 euro per il viaggio, il vitto e l’alloggio alla donna bionda dallo sguardo gelido. Non tutti sono ragazzi come i tre studenti, ci sono anche padri di famiglia che hanno perso il lavoro, disoccupati per i quali 6 euro a cassone sono acqua benedetta: la svolta della vita, non un incentivo agli studi. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz questo lo percepiscono, sentono la sottile differenza che corre tra le loro motivazioni e quelle degli altri. Mentre il pullman attraversa la Repubblica Ceca e l’Austria senza intoppi, scambiano con gli altri viaggiatori solo quattro, cinque frasi. Per il resto, c’è solo silenzio.
Percorsa la dorsale adriatica, arrivano a Foggia due giorni dopo, la mattina del 6 agosto, e vengono subito condotti in un campo fatto di tende e prefabbricati che sorge vicino alla statale 16, non molto lontano da Orta Nova.
Fin dall’arrivo a Foggia, i tre studenti e tutti gli altri vengono presi in consegna da alcuni loro connazionali che si fanno chiamare «caporali» e che sembrano conoscere il posto da molto tempo. Senza mezze parole dicono che avrebbero dovuto sborsare altri soldi per dormire nelle tende e per essere accompagnati ogni giorno sui campi, che a loro di quel che ha detto la donna bionda non gliene frega niente.
«Non potete più andare via, a meno che non trovate altre persone disposte a fare il vostro lavoro di merda» dicono i loro connazionali che si fanno chiamare «caporali». «Tanto nessuno verrà a riprendervi, teste di cazzo!».
L’indomani, i 46 polacchi vengono smistati in varie aziende agricole del luogo e costretti immediatamente a lavorare nella raccolta dei pomodori. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz prendono facilmente il ritmo, in fondo non ci vogliono particolari competenze agricole per raccogliere i pomodori dai filari. Ma capiscono subito che qualcosa non quadra, che i tempi di lavoro sono dilatati a dismisura e che i patti stabiliti alla partenza con la donna bionda non saranno davvero rispettati.
Alla fine della prima giornata di lavoro, realizzano che sarebbero stati costretti a vivere da schiavi, sotto il controllo dei tizi, per un periodo piuttosto lungo. Ma quello che li stupisce, di cui non riescono a farsi una ragione, è che tanti loro connazionali, più poveri, meno istruiti, meno pronti alla ribellione, vivano in tali condizioni già da alcuni mesi. In tutto gli «schiavi» sono una sessantina.
I due studenti lavorano ininterrottamente per due giorni, dall’alba fino alle nove di sera. Entrambe le mattine vengono fatti salire a bordo di un vecchio pulmino Mercedes bianco, con targa polacca e con un polacco alla guida, e vengono condotti in campagna. Ogni tanto, sul pullman, quando i lavoratori sono smistati nei vari luoghi di lavoro, notano la presenza di qualche bracciante italiano, ma per lo più hanno a che fare con polacchi. Polacchi i braccianti, polacchi chi li controlla. Polacco colui che sembra il capo. Ha 35 anni, è robusto ed è alto poco più di un metro e settanta, ha gli occhi ferini, in perenne movimento, nota Bartosz, e diversi tatuaggi sul corpo, sulle spalle e sulle braccia, anche sul viso (ha due linee nere su entrambe le sopracciglia). Abita in una casa poderale poco distante dal campo di tende, e li controlla giorno e notte.
Più tardi capiranno che si chiama Mariusz Poleszak, ma lì tutti – quando lui è distante, quando sono sicuri di non essere sentiti – lo chiamano pies, «il Cane». In seguito scopriranno anche che non è lui il vero caporale. È solo il braccio destro, il luogotenente, di uno dei più influenti «datori di lavoro» di tutta la provincia di Foggia, Janusz Niedzwiadek, polacco anche lui.

La sera del secondo giorno Arkadiusz riesce a nascondersi dietro un gruppo di tende e a telefonare a casa. Parla con la madre e le racconta tutto, le dice delle condizioni in cui vivono e del fatto che non possono abbandonare il campo. Le chiede aiuto, le chiede di informare le autorità competenti.
La mattina dopo, la madre, insieme ai genitori degli altri due ragazzi, scrive subito una lettera all’ambasciata italiana.
Una lettera drammatica, che si conclude con queste parole: «Quando hanno cercato di difendere i propri diritti, i nostri figli sono stati minacciati; hanno detto loro che sarebbero stati picchiati, che gli avrebbero tolto tutti i soldi. Attualmente lavorano gratis, non hanno un posto dove lavarsi e dormono in condizioni tragiche. Quando abbiamo informato gli organizzatori del viaggio che era nostra intenzione sporgere denuncia alla procura, siamo stati minacciati anche noi. Ci hanno detto che avremmo avuto dei problemi, sia noi che i nostri figliuando ».
La lettera giunge in ambasciata e mette in allerta più di un funzionario, ma dei ragazzi si perdono le tracce. I loro cellulari non squillano più, non rispondono agli sms… Oltretutto risulta difficile individuare il punto esatto, lungo la statale 16, in cui sono reclusi. Come tutti gli stagionali, non conoscono la campagna pugliese, i nomi dei paesi, le strade. Non hanno saputo fornire indicazioni precise, ne i loro familiari su in Polonia avrebbero saputo richiederle.così gli uffici consolari non possono fare altro che sperare in una loro prossima mossa.
Arkadiusz, Wojcech e Bartosz lavorano sodo per altri due giorni. In quattro raccolgono 40 casse di pomodori, cioè oltre cento quintali di prodotto, ma quando chiedono al «Cane» il pagamento della somma pattuita, che sarebbe dovuta essere (stando ai patti iniziali con la donna bionda) di 240 euro, vengono spintonati e insultati. «Il Cane» gli urla che le briciole hanno guadagnato sarebbero bastate a malapena per pagare l’affitto delle tende in cui dormono, l’utilizzo della latrina.
È la notte tra il 9 e il 10 agosto. I tre capiscono che l’unica cosa da fare è tentare la fuga e che bisogna farlo quella notte stessa, perché in seguito le cose sarebbero solo peggiorate. Nonostante la stanchezza del lavoro, restano svegli, tesi come corde, all’interno della loro tenda. Verso le tre e mezzo, quando tutto intorno , quando tutti, anche i sorveglianti, paiono appisolati, escono fuori e iniziano a correre. Scappano senza voltarsi indietro, scappano senza portarsi appresso alcun bagaglio. Scappano e basta. Raggiungono la strada asfaltato e continuano a scappare. Non sanno dove andare, ma continuano a scappare. Quando il campo di tende è ormai un punto indistinto in lontananza, si fermano sfiatati al riparo di un albero. Qui riaccendono i cellulari e finalmente chiamano a casa.
Il pomeriggio del 10, grazie alle informazioni che ricevono dall’ambasciata, riescono a raggiungere il consolato polacco di stanza a Bari. E lì, a differenza di altri fuggitivi che li hanno preceduti, trovano il coraggio di presentare una denuncia scritta. Rimettono in ordine i vari passaggi, elencano tutto quello che hanno subito, provano a essere il più precisi possibile circa i particolari. Stendono un resoconto e lo fanno tradurre in italiano.

La denuncia dei tre ventenni Arkadiusz, Wojcech e Bartosz è un testo d’importanza storica. Per la prima volta degli stagionali stranieri descrivono, mettendo nero su bianco, le condizioni in cui sono stati costretti a vivere, e forniscono indirizzi utili alle forze dell’ordine a proposito dei loro «capi». Col senno di poi, alla luce delle centinaia di denunce presentate dopo la loro, le cose descritte, se pur disumane, non appaiono certo le peggiori consumate ai danni dei braccianti. Ma quello che conta è che per la prima volta delle persone tenute in soggezione trovano la forza di fare nomi, indicare luoghi, provare a comporre un quadro dello sfruttamento. Per quanto il loro incontro con tale universo si sia limitato a pochi giorni (hanno avuto la prontezza di scappare subito, quando la cosa era ancora fattibile, relativamente più facile), la loro testimonianza non ha certo un peso minore.

La denuncia, presentata alla caserma dei carabinieri di Foggia, viene subito inoltrata alla procura della città. Negli stessi giorni, il consolato generale della repubblica di Polonia in Italia chiede formalmente al prefetto di intervenire per porre fine alla piaga dello schiavismo in Puglia, che raggiunge il massimo grado di sfruttamento nei mesi estivi in cui si raccoglie il pomodoro. «Troppi episodi controversi» afferma il consolato nella lettera mandata in prefettura «hanno visto coinvolti cittadini e cittadine polacchi, alcuni dei quali hanno pagato con la vita il loro bisogno di lavoro.»
A partire da quel 10 agosto 2005, la diga dell’omertà e della paura è stata intaccata. E, apertasi una falla, piano piano è andata in pezzi.


UOMINI E CAPORALI
Alessandro Leogrande





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