giovedì 25 gennaio 2018

Omaggio alla verità: Alessandro Leogrande


 La fuga di tre studenti

Prima di salire sul pullman, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz non erano mai stati in Italia. L’avevano vista in televisione, avevano studiato un po’ di storia sui libri di scuola, sapevano che il papa sta a Roma, che a Firenze ci sono i monumenti, a Venezia le gondole e a Milano la moda, ma della Puglia (che esistesse un posto laggiù, in fondo alla penisola, chiamato Puglia) non ne sapevano niente. Non ne avevano mai sentito parlare e non riuscivano a immaginarsela. Un amico che c’era già stato, e che li aveva convinti a partire, aveva solo detto che era un posto pieno di campagne. Campagne, campagne, e ancora campagne, appena intervallate da bianchi agglomerati urbani.
Così, al momento di partire, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz si sono detti, senza eccessivi turbamenti, che il loro viaggio sarebbe stato una scatola chiusa da aprire poco alla volta. Una volta scoperchiata la scatola, si sarebbero trovati di fronte un’Italia completamente diversa da quella ritratta sulle cartoline o nei libri di storia.
Avrebbero dovuto raccogliere pomodori. L’amico che aveva già fatto quel lavoro aveva detto che ci si spezza la schiena, che dopo cinque, sei ore il corpo ti si piega in due, il midollo ti esplode dal dolore come se lo stessero prendendo a bastonate e non riesci più a rialzarti. Ti manca il fiato… Ma la paga sarebbe stata buona, avrebbero guadagnato 6 euro per ogni cassa di pomodori raccolta. Certo, più che di una cassa si sarebbe trattato di un «cassone», come si usa dire in Puglia, dal momento che arriva a contenere quasi tre quintali, ma 6 euro sarebbe stato un buon prezzo, soprattutto se confrontato con le paghe dei contadini in Polonia.
Quando si è giovani si va veloci, aveva detto loro l’organizzatrice del viaggio, cui erano stati presentati dall’amico. Era una donna giovane, con i capelli biondi raccolti in una lunga coda, e lo sguardo gelido. La «procacciatrice di uomini» la chiamavano gli altri, quelli che erano già stati in Puglia. Era lei a raccogliere e a convogliare sui pullman i lavoratori che sarebbero andati laggiù, dall’altra parte del continente. Era in contatto, si diceva, con dei tizi che avrebbero smistato le persone arrivate in vari paesi.
Ad Arkadiusz e agli altri due la donna era parsa scostante, quasi stupida nel voler ostentare la propria furbizia. «Dovete pagare 200 euro a persona per il viaggio, il vitto e l’alloggio» aveva detto bruscamente sbrigando il proprio compito. «Dal secondo giorno che siete lì incomincerete a guadagnare i vostri soldi».

Quando salgono sul pullman, il 4 agosto 2005, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz hanno vent’anni. I primi due sono di Lipno, il terzo di Starogard: due cittadine della provincia polacca vicine a Torun. Sono studenti universitari e ciò che li spinge ad andare laggiù, in fondo all’Italia, non è la fame né la ricerca disperata di denaro, ma il desiderio di raggranellare un po’ di soldi per pagarsi gli studi. La loro è una sorta di vacanza-lavoro, una versiona povera, est-europea, delle vendemmie in Francia che raccolgono migliaia di loro coetanei provenienti dai paesi dell’Europa occidentale.
Il pullman sembra nuovo, in buono stato, non una di quelle corriere sgangherate che battono le strade di provincia. Con loro ci sono altri 43 viaggiatori, tutti uomini. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz sono gli unici studenti, e gli altri, quasi tutti operai, ci mettono poco a capirlo guardando i loro lineamenti borghesi, i corpi esili, i capelli ben pettinati, le mani prive di calli di chi non ha mai veramente lavorato in vita sua. Anche gli altri, scoprono i tre, hanno pagato 200 euro per il viaggio, il vitto e l’alloggio alla donna bionda dallo sguardo gelido. Non tutti sono ragazzi come i tre studenti, ci sono anche padri di famiglia che hanno perso il lavoro, disoccupati per i quali 6 euro a cassone sono acqua benedetta: la svolta della vita, non un incentivo agli studi. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz questo lo percepiscono, sentono la sottile differenza che corre tra le loro motivazioni e quelle degli altri. Mentre il pullman attraversa la Repubblica Ceca e l’Austria senza intoppi, scambiano con gli altri viaggiatori solo quattro, cinque frasi. Per il resto, c’è solo silenzio.
Percorsa la dorsale adriatica, arrivano a Foggia due giorni dopo, la mattina del 6 agosto, e vengono subito condotti in un campo fatto di tende e prefabbricati che sorge vicino alla statale 16, non molto lontano da Orta Nova.
Fin dall’arrivo a Foggia, i tre studenti e tutti gli altri vengono presi in consegna da alcuni loro connazionali che si fanno chiamare «caporali» e che sembrano conoscere il posto da molto tempo. Senza mezze parole dicono che avrebbero dovuto sborsare altri soldi per dormire nelle tende e per essere accompagnati ogni giorno sui campi, che a loro di quel che ha detto la donna bionda non gliene frega niente.
«Non potete più andare via, a meno che non trovate altre persone disposte a fare il vostro lavoro di merda» dicono i loro connazionali che si fanno chiamare «caporali». «Tanto nessuno verrà a riprendervi, teste di cazzo!».
L’indomani, i 46 polacchi vengono smistati in varie aziende agricole del luogo e costretti immediatamente a lavorare nella raccolta dei pomodori. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz prendono facilmente il ritmo, in fondo non ci vogliono particolari competenze agricole per raccogliere i pomodori dai filari. Ma capiscono subito che qualcosa non quadra, che i tempi di lavoro sono dilatati a dismisura e che i patti stabiliti alla partenza con la donna bionda non saranno davvero rispettati.
Alla fine della prima giornata di lavoro, realizzano che sarebbero stati costretti a vivere da schiavi, sotto il controllo dei tizi, per un periodo piuttosto lungo. Ma quello che li stupisce, di cui non riescono a farsi una ragione, è che tanti loro connazionali, più poveri, meno istruiti, meno pronti alla ribellione, vivano in tali condizioni già da alcuni mesi. In tutto gli «schiavi» sono una sessantina.
I due studenti lavorano ininterrottamente per due giorni, dall’alba fino alle nove di sera. Entrambe le mattine vengono fatti salire a bordo di un vecchio pulmino Mercedes bianco, con targa polacca e con un polacco alla guida, e vengono condotti in campagna. Ogni tanto, sul pullman, quando i lavoratori sono smistati nei vari luoghi di lavoro, notano la presenza di qualche bracciante italiano, ma per lo più hanno a che fare con polacchi. Polacchi i braccianti, polacchi chi li controlla. Polacco colui che sembra il capo. Ha 35 anni, è robusto ed è alto poco più di un metro e settanta, ha gli occhi ferini, in perenne movimento, nota Bartosz, e diversi tatuaggi sul corpo, sulle spalle e sulle braccia, anche sul viso (ha due linee nere su entrambe le sopracciglia). Abita in una casa poderale poco distante dal campo di tende, e li controlla giorno e notte.
Più tardi capiranno che si chiama Mariusz Poleszak, ma lì tutti – quando lui è distante, quando sono sicuri di non essere sentiti – lo chiamano pies, «il Cane». In seguito scopriranno anche che non è lui il vero caporale. È solo il braccio destro, il luogotenente, di uno dei più influenti «datori di lavoro» di tutta la provincia di Foggia, Janusz Niedzwiadek, polacco anche lui.

La sera del secondo giorno Arkadiusz riesce a nascondersi dietro un gruppo di tende e a telefonare a casa. Parla con la madre e le racconta tutto, le dice delle condizioni in cui vivono e del fatto che non possono abbandonare il campo. Le chiede aiuto, le chiede di informare le autorità competenti.
La mattina dopo, la madre, insieme ai genitori degli altri due ragazzi, scrive subito una lettera all’ambasciata italiana.
Una lettera drammatica, che si conclude con queste parole: «Quando hanno cercato di difendere i propri diritti, i nostri figli sono stati minacciati; hanno detto loro che sarebbero stati picchiati, che gli avrebbero tolto tutti i soldi. Attualmente lavorano gratis, non hanno un posto dove lavarsi e dormono in condizioni tragiche. Quando abbiamo informato gli organizzatori del viaggio che era nostra intenzione sporgere denuncia alla procura, siamo stati minacciati anche noi. Ci hanno detto che avremmo avuto dei problemi, sia noi che i nostri figliuando ».
La lettera giunge in ambasciata e mette in allerta più di un funzionario, ma dei ragazzi si perdono le tracce. I loro cellulari non squillano più, non rispondono agli sms… Oltretutto risulta difficile individuare il punto esatto, lungo la statale 16, in cui sono reclusi. Come tutti gli stagionali, non conoscono la campagna pugliese, i nomi dei paesi, le strade. Non hanno saputo fornire indicazioni precise, ne i loro familiari su in Polonia avrebbero saputo richiederle.così gli uffici consolari non possono fare altro che sperare in una loro prossima mossa.
Arkadiusz, Wojcech e Bartosz lavorano sodo per altri due giorni. In quattro raccolgono 40 casse di pomodori, cioè oltre cento quintali di prodotto, ma quando chiedono al «Cane» il pagamento della somma pattuita, che sarebbe dovuta essere (stando ai patti iniziali con la donna bionda) di 240 euro, vengono spintonati e insultati. «Il Cane» gli urla che le briciole hanno guadagnato sarebbero bastate a malapena per pagare l’affitto delle tende in cui dormono, l’utilizzo della latrina.
È la notte tra il 9 e il 10 agosto. I tre capiscono che l’unica cosa da fare è tentare la fuga e che bisogna farlo quella notte stessa, perché in seguito le cose sarebbero solo peggiorate. Nonostante la stanchezza del lavoro, restano svegli, tesi come corde, all’interno della loro tenda. Verso le tre e mezzo, quando tutto intorno , quando tutti, anche i sorveglianti, paiono appisolati, escono fuori e iniziano a correre. Scappano senza voltarsi indietro, scappano senza portarsi appresso alcun bagaglio. Scappano e basta. Raggiungono la strada asfaltato e continuano a scappare. Non sanno dove andare, ma continuano a scappare. Quando il campo di tende è ormai un punto indistinto in lontananza, si fermano sfiatati al riparo di un albero. Qui riaccendono i cellulari e finalmente chiamano a casa.
Il pomeriggio del 10, grazie alle informazioni che ricevono dall’ambasciata, riescono a raggiungere il consolato polacco di stanza a Bari. E lì, a differenza di altri fuggitivi che li hanno preceduti, trovano il coraggio di presentare una denuncia scritta. Rimettono in ordine i vari passaggi, elencano tutto quello che hanno subito, provano a essere il più precisi possibile circa i particolari. Stendono un resoconto e lo fanno tradurre in italiano.

La denuncia dei tre ventenni Arkadiusz, Wojcech e Bartosz è un testo d’importanza storica. Per la prima volta degli stagionali stranieri descrivono, mettendo nero su bianco, le condizioni in cui sono stati costretti a vivere, e forniscono indirizzi utili alle forze dell’ordine a proposito dei loro «capi». Col senno di poi, alla luce delle centinaia di denunce presentate dopo la loro, le cose descritte, se pur disumane, non appaiono certo le peggiori consumate ai danni dei braccianti. Ma quello che conta è che per la prima volta delle persone tenute in soggezione trovano la forza di fare nomi, indicare luoghi, provare a comporre un quadro dello sfruttamento. Per quanto il loro incontro con tale universo si sia limitato a pochi giorni (hanno avuto la prontezza di scappare subito, quando la cosa era ancora fattibile, relativamente più facile), la loro testimonianza non ha certo un peso minore.

La denuncia, presentata alla caserma dei carabinieri di Foggia, viene subito inoltrata alla procura della città. Negli stessi giorni, il consolato generale della repubblica di Polonia in Italia chiede formalmente al prefetto di intervenire per porre fine alla piaga dello schiavismo in Puglia, che raggiunge il massimo grado di sfruttamento nei mesi estivi in cui si raccoglie il pomodoro. «Troppi episodi controversi» afferma il consolato nella lettera mandata in prefettura «hanno visto coinvolti cittadini e cittadine polacchi, alcuni dei quali hanno pagato con la vita il loro bisogno di lavoro.»
A partire da quel 10 agosto 2005, la diga dell’omertà e della paura è stata intaccata. E, apertasi una falla, piano piano è andata in pezzi.


UOMINI E CAPORALI
Alessandro Leogrande





venerdì 12 gennaio 2018

Gli anni del Muro

1961

Anche se oggi la cosa non fa più né caldo né freddo quasi a nessuno o non interessa per niente, mi dico che a ben guardare è stato il mio periodo migliore. Eri richiesto, ti cercavano. Per più di un anno hai vissuto pericolosamente, ti sei mangiato le unghie per la paura, ti sei esposto a dei rischi senza star lì tanto a chiederti se anche il prossimo semestre sarebbe andato a puttane. Studiavo al Politecnico, infatti, e già allora mi interessavo di tecnica di riscaldamento a distanza, quando da un giorno all’altro hanno tirato su il Muro.
Il casino che scoppiò! Molti corsero a dimostrare, protestando davanti al Reichstag o da altre parti, io no. Ancora in agosto mi sono portato di qua Elke, che studiava pedagogia di là. È stato abbastanza facile, con un passaporto tedesco-occidentale che non le ha dato problemi riguardo a dati e foto. Ma già alla fine del mese dovemmo truccare lasciapassare e lavorare a gruppi. Io tenevo i contatti. Col mio passaporto federale, che era stato rilasciato a Hildesheim, da dove infatti provengo, è andata bene fino all’inizio di settembre. Da allora, uscendo dal settore orientale, fu necessario consegnare i lasciapassare. Probabilmente saremmo riusciti a fare anche quelli, se qualcuno ci avesse fornito in tempo la tipica carta dell’Est.
Ma di queste storie oggi non ne vuol più sapere nessuno. A cominciare dai miei figli. Proprio non stanno ad ascoltare, oppure dicono: «Sì, certo papà. Allora eravate molto più in gamba di noi, lo sanno tutti».
Beh, forse andrà meglio in futuro con i miei nipoti, quando gli racconterò come ho portato di qua la loro nonna, che era appunto bloccata dall’altra parte, e poi ho partecipato all’«Operazione Ufficio Viaggi», come ci chiamavamo per camuffarci. C’erano degli specialisti, tra noi, che operavano con uova sode per falsificare i timbri. Altri facevano affidamento con complicati lavori con fiammiferi appuntiti. Eravamo quasi tutti studenti, molta sinistra, ma anche membri di associazioni goliardiche e gente che, come me, proprio non riusciva a scaldarsi per la politica. C’erano le elezioni, all’Ovest, e il borgomastro di Berlino si candidava per i socialisti, ma io non ho messo la crocetta né per Brandt e compagni né per il vecchio Adenauer, perché l’ideologia e le panzane elettorali con noi non funzionavano. Contava solo la prassi. Dovevamo infatti «appendere», come si diceva, la foto-tessera, anche su passaporti stranieri, svedesi, olandesi.
Oppure, tramite persone di collegamento, si rubavano quelli con foto e dati e somiglianti: colore di capelli, degli occhi, altezza, età. E poi ci volevano i giornali adatti, spiccioli, vecchi biglietti, le tipiche cianfrusaglie che qualcuno, ad esempio una giovane danese, aveva in tasca. Era un lavoro pazzesco. E tutto gratis o a prezzo di costo. Ma oggi che non si fa niente per niente, non ti crede nessuno, che noi da studenti non si battesse cassa. Certo, c’è stato qualcuno che più tardi, con la costruzione del tunnel, ha steso la mano. Anche per questo è poi andato a puttane, il progetto della Bernauer Strasse. È stato quando tre operatori di una televisione americana si sono fatti pagare, senza che noi lo sapessimo, 30000 marchi per filmare nel tunnel. Abbiamo scavato per quattro mesi. Sabbia del Brandeburgo! Era lunga più di cento metri, la galleria. E quando poi filmarono mentre noi stavamo facendo passare all’Ovest una trentina di persone, tra cui nonne e bambini, ho pensato che ne avrebbero tirato fuori un documentario per gli anni a venire. Invece no, l’hanno trasmesso quasi subito in televisione, e avrebbero fatto scoprire il passaggio clandestino in quattro e quattr’otto se il tunnel, nonostante il costoso sistema di pompaggio, non si fosse poco prima riempito d’acqua. Comunque, noi abbiamo continuato a operare in altri punti.
No, morti non ne abbiamo avuti. Lo so. Quelle storie rendono di più. I giornali ci sguazzavano quando qualcuno si lanciava dalla finestra del terzo piano di una casa lungo il confine e si spiaccicava sul selciato, a un pelo da dove i pompieri  avevano teso  il telone di salvataggio. O quando un anno dopo Peter Fechter volle passare dal Checkpoint Charlie, gli spararono, e dato che nessuno lo soccorse è morto dissanguato. Storie del genere non potevamo offrirle, perché noi andavamo sul sicuro. Eppure potrei raccontarne di quelle che già allora più d’uno non ci voleva credere. Ad esempio, quanta gente abbiamo portato in qua attraverso le fognature. E la puzza di ammoniaca che c’era là sotto. Una delle vie di fuga, che dal centro arrivava a Kreuzberg, la chiamavamo «Acqua di Colonia 4711», perché tutti, i fuggiaschi e noi, dovevamo avanzare nei liquami fino al ginocchio. Più tardi ho fatto il tombinaro, e appena tutti se l’erano squagliata rimettevo a posto il chiusino, perché di solito gli ultimi fuggiaschi si lasciavano prendere dal panico e dimenticavano di sistemarlo bene. È successo così nel canale per l’acqua piovana sotto l’Esplanadenstraẞe, nella zona nord della città, quando alcuni, appena messo piede all’Ovest, hanno fatto un canaio d’inferno. Per la gioia, è ovvio. Però ai Vopos che erano di guardia di là si è accesa la lampadina. E allora hanno buttato gas lacrimogeni nel canale. Oppure la faccenda del cimitero, il cui muro era inglobato nel Muro vero e proprio, e dove noi abbiamo scavato nel terreno sabbioso un tunnel puntellato nel quale si doveva strisciare e che arrivava direttamente alle tombe, cosicché la nostra clientela, tutta gente dall’aria candida, con fiori e altri addobbi funerari, di colpo spariva nel nulla. Per un po’ tutto è filato liscio, finché una giovane donna, che voleva passare di qua con il suo bambinetto ha piantato lì la carrozzina vicino all’accesso nascosto, e la cosa ha dato subito nell’occhio…

Erano da prevedere, alcuni insuccessi. Ma adesso, se vuole, un’altra storia dove tutto è finito bene. Ne ha abbastanza? Capisco. Ci sono abituato, dopo un po’ la gente si stanca. Fino a un paio d’anni fa, quando il Muro c’era ancora, era diverso. A volte i colleghi coi quali lavoro qui nella centrale di teleriscaldamento, la domenica mattina mentre ci facevamo una birretta mi chiedevano: «Com’era quella storia, Ulli? Dai, racconta com’è andata quando hai portato di qua la tua Elke…». Ma oggi nessuno vuol più sentirne parlare, in particolare qui a Stoccarda, beh, perché gli svevi già nel ’61 non hanno capito un bel niente, quando a Berlino… E quando poi il Muro è sparito, di colpo, ancora meno. Tutto sommato sarebbero contenti se ci fosse ancora, beh, perché allora cadrebbe la tassa di solidarietà che devono sborsare da quando manca il Muro. Perciò non ne parlo più, anche se è stato il mio periodo migliore, quando passavamo nelle fogne coi liquami fino al ginocchio… O strisciavamo nelle gallerie… Ad ogni modo ha ragione mia moglie, quando dice: «Allora eri proprio diverso. Allora sì che abbiamo vissuto sul serio…»




1989

Stavamo viaggiando verso il Lauenburg, di ritorno da Berlino, quando la notizia ci arrivò all’orecchio in ritardo, dalla radio della macchina, perché eravamo abbonati al Terzo programma, al che io, come migliaia d’altri, ho probabilmente gridato «pazzesco!», per la gioia e lo spavento, «ma è pazzesco!», e poi, come Ute che era al volante, mi sono perso in pensieri che correvano in avanti e all’indietro. E un conoscente, il quale aveva il domicilio e il posto di lavoro dall’altra parte del Muro e, sia prima sia attualmente, visita sui lasciti nell’Archivio dell’Accademia delle Arti, apprese la buona novella, offerta per così dire con una spoletta a tempo, in maniera altrettanto differita.
Secondo il suo racconto, stava tornando, grondante sudore, dal jogging praticato nel Friedrichshain. Niente di strano, perché quest’automacerazione di origine americana era ormai diventata usuale anche per i berlinesi dell’Est. All’incrocio tra la NiederkirchnerStraße e la Bötzowstraße incontrò un conoscente, anch’egli ridotto dalla corsa ad ansiti e traspirazioni. Sempre segnando il passo, ci si diede appuntamento alla sera per una birra e ci si ritrovò poi nell’ampio soggiorno del conoscente, il cui posto di lavoro era al sicuro nella «produzione materiale», come veniva definita, e pertanto il mio conoscente non si stupì di vedere nell’appartamento del suo conoscente un parquet appena posato; per lui, che in archivio spostava solo carte e tutt’al più aveva competenza di note a piè pagina, un simile acquisto sarebbe stato inarrivabile.
Si bevve una birra, un’altra ancora. Più tardi arrivò in tavola l’acquavite. Si parlò dei tempi passati, dei figli che crescevano e delle barriere ideologiche nelle riunioni dei genitori. Il mio conoscente, che è originario dei Monti Metalliferi, dove l’anno prima avevo disegnato gli alberi morti sulle creste, disse al suo conoscente che voleva tornarci il prossimo inverno a sciare con la moglie, ma aveva dei problemi con la sua Wartburg, i cui pneumatici sia anteriori sia posteriori erano talmente consumati da non presentare quasi più il battistrada. Adesso sperava di potersi procurare nuovi pneumatici invernali tramite il suo conoscente: chi nel socialismo reale può farsi mettere in opera privatamente un parquet, sa anche come ottenere le gomme speciali con il marchio «M+S», che stava a significare «Matsch und Schnee», cioè «fanghiglia e neve».
Mentre noi ci avvicinavamo a Behlendorf con la lieta novella ormai nel petto, nella cosiddetta «stanza berlinese» del conoscente del mio conoscente il televisore era acceso a volume bassissimo. E mentre i due, tra una birra e un’acquavite, stavano ancora parlando del problema dei pneumatici e il proprietario del parquet diceva che le gomme nuove, in linea di massima, si potevano ottenere solo coi «soldi giusti», però si offriva di procurare  ugelli del carburatore per la Wartburg, ma quanto al resto non intendeva alimentare ulteriori speranze, il mio conoscente, lanciando una breve occhiata in direzione dello schermo afono, si accorse che evidentemente trasmettevano un film secondo l’intreccio del quale dei ragazzi si stavano arrampicando sul Muro, sedevano a cavalcioni sul rigonfiamento superiore e la polizia di confine osservava quel divertimento senza intervenire. Fattogli notare un tale spregio del baluardo protettivo, il conoscente del mio conoscente disse: - Proprio roba da Ovest! – Poi commentarono entrambi quella cosa di cattivo gusto che scorreva sullo schermo - «Sicuramente un film sulla guerra fredda» - e ben presto tornarono ai consunti pneumatici estivi e ai mancanti pneumatici invernali. Dall’archivio e dai lasciti di scrittori più o meno significativi che vi erano depositati, non si fece parola.

Mentre noi già vivevamo nella consapevolezza dell’epoca che si apriva, del tempo-senza-Muro, e – appena arrivati a casa, accendemmo il televisore, dall’altra parte del Muro ci volle ancora un po’ prima che il conoscente del mio conoscente facesse qualche passo sul parquet appena posato e alzasse al massimo il volume dell’apparecchio. Da quel  momento, più nessun accenno ai pneumatici invernali. Un problema che avrebbe risolto la nuova cronologia e i «soldi giusti». Solo un’ultima sorsata di acquavite, e poi via verso l’Invalidenstrasse, dove già le macchine – più Trabant che Wertburg – si ingorgavano, perché tutti volevano dirigersi al punto di attraversamento del confine che era miracolosamente aperto. E a chi stava in ascolto con attenzione giungeva all’orecchio che tutti , quasi tutti coloro che a piedi o in Trabi volevano passare all’Ovest gridavano o mormoravano «pazzesco!» poco prima di Behlendorf, ma poi mi ero lasciato andare a pensieri sconnessi.
Ho dimenticato di chiedere al mio conoscente come e quando e con quali soldi si sia poi finalmente conquistato i pneumatici invernali. Mi sarebbe anche piaciuto sapere se ha festeggiato il passaggio dall’89 al ’90 sui Monti Metalliferi, con sua moglie, che ai tempi della DDR è stata una campionessa del pattinaggio di velocità. Perché in qualche modo la vita è comunque andata avanti.


IL MIO SECOLO. CENTO RACCONTI
Gunter Grass