giovedì 22 marzo 2018

IL RISVEGLIO


Il risveglio privilegiato non deve aver luogo necessariamente dal sonno. Posto che sonno e veglia non sono due parti della vita, che essa, la vita, non ha parti, bensì luoghi e volti. E così dal sonno e da certi stati di veglia ci si può risvegliare in questo modo privilegiato che è il risveglio senza immagini.
Risvegliarsi senza immagine anzitutto di se stesso, senza alcuna immagine della realtà, è il privilegio di quest’istante che può trascorrere inafferrabile ma lasciando, questo sì, la sua impronta; una impronta inestinguibile, ma che non si sa decifrare, perché non c’è stata conoscenza. E nemmeno una semplice registrazione di quell’esserci svegliati a questo nostro qui, a questo spazio-tempo in cui l’immagine ci assale. Dell’aver respirato soltanto in una solitudine privilegiata sulle sponde della fonte della vita. Un istante di esperienza preziosa della preesistenza dell’amore: dell’amore che ci concerne e che ci guarda, che guarda verso di noi.
Un risveglio senza immagine, così come dobbiamo stare quando ancora non abbiamo imparato il nostro nome, né nessun altro. Giacché il nome è legato alla normale condizione umana, all’immagine o al concetto o all’idea. E il nome senza nulla di ciò non si è mai dato. Quello di “Dio” sa di concetto, quello di Amore anche, fatalmente; e l’amore di cui si tratta non è un concetto bensì (dal momento che nominarlo senza dare un concetto è impossibile) una concezione.
Una concezione che si concerne e che ci protegge, che veglia su di noi e che ci assiste da prima, da un inizio. E questo non si vede bene, sfugge questo sentire senza giungere a elevarsi a sapere, a rimanere nel fondo, quasi sotterraneo, giungendo proprio dalla fonte; dalla fonte della vita che continua a irrigare segreta, nascosta, della quale non si vuole sapere “dove ha la sua dimora” benché in quest’istante del risveglio privilegiato la notte si sia ritirata.

Si nasce, ci si sveglia. Il risveglio è la ripetizione della nascita nell’amore preesistente, bagno di purificazione ogni risveglio e trasparenza della sostanza ricevuta che in tal modo si va facendo trascendente.


CHIARI DEL BOSCO
Maria Zambrano

Bruno Mondadori




mercoledì 21 marzo 2018

primavera, mia cara


Nei piovischi dell’aurora
dove le lune nuove e gli ultimi soli

vanno a turno a bagnarsi

Un minuto di primavera
dura spesso più
di un’ora di dicembre
di una settimana di ottobre
di un anno di luglio
di un mese di febbraio

Nomadi di sempre e di dopo e di prima
il ricordo del cuore
e la memoria del sangue
viaggiano senza documenti e senza calendario
senza la minima
Nazione del Tempo

[…]

Gran Ballo di Primavera
la musica del suo nome
pende da tutte le labbra
Come un giardino perduto e ritrovato or ora
                ancora più bello di prima
E più vivo ancora

Gran Ballo di Primavera
Quest’arietta corre nei rigagnoli e nelle strade cittadine
è il ritornello del sangue delle sue vene popolari
il sangue delle sue arterie più vere

Primavera

Tutte le sue promesse sono una festa
di notte le stelle
per lei e per chi sotto ci dorme
si fanno ancora più belle

E non è colpa sua
se i ponti son troppo cari
la vita sempre più dura
la felicità meno sicura

Tutte le sue promesse sono una festa
non è responsabile del resto.



Jacques Prévert
GRAN BALLO DI PRIMAVERA

Guanda

mercoledì 14 febbraio 2018

i talenti e l'insegnamento

Non sono il più adatto a parlare di educazione, perché vi confesso che non ho avuto una brillante carriera scolastica. Le elementari, praticamente, è come se non le avessi fatte perché il maestro […] appena entrava in classe appoggiava la testa sulla cattedra e si addormentava; da principio noi bambini abbiamo pensato «Che figata questa scuola»; potevamo giocare tutto il tempo […]. Purtroppo la pacchia finì. Se ne accorsero alcun genitori perché, in terza elementare, i loro bambini che frequentavano la sezione B […] conoscevano e scrivevano l’alfabeto solo fino alla G di giostra.
Voi direte: però alle medie è andato tutto bene!? Credo di sì, non so se possa comportare qualcosa di negativo il fatto di frequentare una scuola media di avviamento agrario. Era l’ultimo anno della scuola media Ferrazzi & Cova, poi, diplomata la leva del ’56, la mia, avrebbe chiuso i battenti. Portava il nome del proprietario terriero più ricco del paese. Era stata fondata qualche decennio prima perché gli adolescenti del paese si sarebbero fermati alla licenza media, e poi avrebbero lavorato nei suoi campi. Nessuno dei ventinove alunni della classe del ’56 avrebbe voluto lavorare nei campi, ma le 14 ore di agraria alla settimana erano vissute  con allegria e stupita curiosità: quando si andava nell’orto a vangare e a preparare il terreno per la semina ci sembrava l’unico lavoro sensato e gioioso che si potesse fare, altro che la geometria, gli avverbi o l’apparato scheletrico dei rettili!
[...]
Come posso parlarvi io di scuola? La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell'Ottocento, eppure era l'altro ieri. La mia era la scuola dei grembiuli neri con il fiocco colorato, del patronato scolastico che regalava le matite e i quaderni ai bambini poveri: anche a casa nostra ne avevamo bisogno, ma mia madre mi diceva «mi raccomando non prenderli, non dargli soddisfazione a quelli lì...»; era la scuola dei professori e maestri che avevano sempre ragione, tranne quello che si addormentava. 
Posso parlarvi solo come genitore; un genitore che conserva ancora il rammarico di non aver mai conseguito la maturità scolastica, che custodisce vergognosamente l'invidia verso un qualsiasi laureato, che mantiene ancora inalterato il fastidio verso un giovane che alla domanda «che classe fai?», risponde «quarta ginnasio»... devo pensarci cinque minuti e poi dire «terza liceo...», «no prima liceo!», e allora di' prima liceo, perché devi dire quarta ginnasio con quella vocina lì, te lo dico io il perché:  perché te la tiri, ecco perché... «quarta ginnasio!», ma va a quel paese! Lo so è l'invidia. Per non parlare dei laureati: come mi fanno girare le balle i laureati, voi non potete neanche immaginarlo... però che bello che deve essere avere una laurea!
[...]
Eppure deve esserci qualche cosa di avverso nel mio destino rispetto alla scuola, perché, poi, l’incontro più significativo di lavoro è avvenuto praticamente con due analfabeti: a uno in particolare, Aldo, quando frequentava le scuole medie è stato scritto sul libretto di valutazioni finali: «Attitudini: nessuna». È meglio stare attenti quando si esprimono dei giudizi così categorici, avrebbero potuto aggiungere un «forse, probabilmente, allo stato attuale delle cose, ma chissà? In futuro…» e invece no: «Attitudini: nessuna!».
Io me lo immagino il collegio dei docenti della scuola di Aldo, che magari si ritrovano per una pizzata una volta ogni dieci anni… «ma te lo ricordi quel terrone che scriveva ho senza l’acca, è finito in televisione… che culo che ha avuto!». Non è possibile, secondo me Aldo deve aver rubato le gomme dell’auto al preside per essere stato trattato così. Trattenete l’indignazione, io e Giovanni, che lo conosciamo bene, possiamo dire che i suoi insegnanti… avevano ragione… nel senso che non era tagliato per la matematica, la fisica, il passato remoto,  il congiuntivo e il condizionale, ma aveva talento, e anche tanto; il problema è scoprirlo, riconoscerlo.
[…]
Mio figlio, quando ha iniziato la scuola elementare, aveva cinque insegnanti, Aldo ne ha avuti tre in tutta la vita. Mio figlio il lunedì ha inglese, il martedì immagine e disegno, il mercoledì attività motorie, il giovedì musica; adesso stanno valutando per il venerdì di introdurre analisi dei prodotti finanziari, hedge fund e future. Un pomeriggio ha il corso di nuoto, un altro scuola di calcio e forse lo iscriveremo a deltaplano spericolato, ma solo perché lo fa il suo migliore amico.
Però vedete, a parte l’ironia, la cura con cui lui e i suoi amici vengono seguiti, l’attenzione, la dedizione che ci mettono tutte le maestre, non può che essere un’opportunità incredibile per loro: se hanno un talento, e da qualche parte c’è, perché tutti ce l’hanno, anche Aldo, e sono aiutati, il talento salta fuori. E poi, vedete, il talento non è quella cosa che appartiene solo ai geni e agli artisti, il talento è l’ingegno, la predisposizione, è tutto l’insieme delle nostre capacità intellettuali o manuali rilevanti; il talento è la nostra inclinazione, il nostro istinto, la nostra voglia, il nostro desiderio; i talenti sono i simboli dei doni che Dio ci ha fatto.
[…]


Ai nostri figli insegniamo a essere migliori,
non i migliori
Giacomo Poretti  in VITA E PENSIERO, N° 5, 2017









Ma niente, più cercavo di insegnargli, più gli imponevo la mia visione, più lui sbagliava.
Era come insegnare a un diplodoco a ballare in punta di piedi.
E l'unica cosa che pensavo era che io avevo ragione e lui no. Io miglioravo e imparavo e imparavo e lui no. Io provavo a fargli fare i compiti, lui giocava con la matita, rideva e io mi innervosivo, e a quel punto s'innervosiva pure lui e finiva tutto in un vaffanculo generale.
Giovanni era una danza.
Giovanni è una danza.
Il problema è sentire la sua stessa musica.
Come quella frase attribuita a Nietzsche, avete presente?, che dice: Quelli che ballavano erano visti come pazzi da chi non sentiva la musica.
Ecco, a me, la sua musica, in quel periodo, non arrivava proprio.


MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI
storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più

Giacomo Mazzariol
Einaudi



mercoledì 7 febbraio 2018

"prima che i mostri rivelassero la loro vera natura" : IL GIARDINO DELLE BESTIE



Nei primi giorni del suo incarico Dodd ricevette anche quello che, come scrisse lui stesso, era «probabilmente il miglior chimico in Germania», benché dall’aspetto non lo si sarebbe mai detto. Era minuto e aveva la testa liscia come un uovo, con una sottile striscia di baffi grigi sopra la bocca carnosa. Aveva la carnagione giallognola e dava l’impressione di essere molto più vecchio della sua età.
Era Fritz Haber. Il suo nome era conosciuto e rispettato da tutti, in Germania, o almeno lo era stato finché Hitler non aveva preso il potere. Fino a poco tempo prima era stato il direttore della famosa Società Kaiser Wilhelm per la fisica e la chimica. Era un eroe di guerra e un premio Nobel. Nella speranza di mettere fine alla situazione di stallo nelle trincee durante la Grande Guerra, Haber aveva inventato un gas asfissiante al cloro. Elaborò quella che divenne nota come “legge di Haber”, ovvero una formula (c x t = k), tanto elegante quanto letale, che dimostra come una lunga esposizione a una bassa concentrazione di gas produce lo stesso risultato di una breve esposizione a una concentrazione più alta. Haber inventò anche un modo per distribuire il suo gas tossico al fronte, e nel 1915 assistette di persona al suo primo utilizzo contro le forze francesi a Ypres. Sul piano personale, quel giorno a Ypres gli sarebbe costato molto caro. Sua moglie Clara, di trentadue anni, condannava già da tempo il suo lavoro, definendolo disumano e immorale, e gli chiese di fermarsi, ma Haber rispose così agli scrupoli della donna: la morte è morte, a prescindere dalla causa che la provoca. Nove giorni dopo l’attacco con il gas a Ypres, Clara si suicidò.
Nonostante le sue ricerche sui gas tossici avessero scatenato una protesta internazionale, nel 1918 il chimico ricevette il premio Nobel per aver scoperto come ricavare l’azoto dall’aria, favorendo così la produzione massiccia di fertilizzanti a basso costo nonché, ovviamente, di polvere da sparo.
Pur essendosi convertito al protestantesimo prima della guerra, Haber fu classificato dalle nuove leggi naziste come non ariano, ma un’eccezione riservata ai veterani di guerra ebrei gli permise di mantenere il suo posto di direttore della società. Molti scienziati ebrei, tuttavia, non godettero di quel privilegio, e il 21 aprile 1933 Haber ricevette l’ordine di licenziarli. Il chimico si oppose a quella decisione, ma trovò pochi alleati. Perfino il suo amico Max Planck gli offrì scarso sostegno. «In mezzo a tanto sconforto» scrisse Planck, «la mia unica consolazione è sapere che viviamo in un’era di catastrofi, l’inevitabile scia di ogni rivoluzione, e che dobbiamo sforzarci di accettare ciò che accade come un fenomeno naturale, senza tormentarci al pensiero che le cose sarebbero potute andare diversamente».
Haber non la vedeva allo stesso modo. Piuttosto che procedere al licenziamento di amici e colleghi, preferì rassegnare le dimissioni.
Ora, il 28 luglio 1933, non sapendo più che pesci pigliare, si presentò nell'ufficio di Dodd per chiedergli aiuto, portando con sé una lettera di  Henry Morgenthau Jr. nominato da Rooesvelt governatore dell'ufficio federale per l'Agricoltura, Morgenthau (che sarebbe poi diventato ministro del Tesoro) era ebreo, e favoriva in ogni modo l’espatrio di chi voleva sfuggire all’antisemitismo.
Mentre raccontava la sua storia, Haber «tremava dalla testa ai piedi», come scrisse nel suo diario Dodd, che definì quello del chimico «il più triste fra gli episodi di persecuzione ebraica con cui mi sia capitato di avere a che fare». Haber aveva sessantacinque anni ed era debole di cuore, e adesso gli veniva negata la pensione di cui aveva goduto durante la Repubblica di Weimar, il governo immediatamente precedente al Terzo Reich di Hitler.
«Voleva sapere che possibilità ci fossero in America per gli emigrati provvisti di un nutrito curriculum scientifico» scrisse Dodd. «Ho potuto rispondere soltanto che la legge non permetteva più a nessuno di emigrare, essendo stata raggiunta la quota massima prevista». Dodd promise di scrivere al dipartimento del Lavoro, che stabiliva il numero di immigrazioni consentite, per chiedere «se fosse possibile emettere decreti a favore di quella specifica categoria».
Si stinsero la mano. Haber avvertì Dodd di non parlare troppo apertamente del suo caso, «onde evitare terribili conseguenze». E fu così che Haber, un chimico minuto e grigio che un tempo era stato una delle risorse scientifiche più importanti della Germania, lasciò il paese.
«Povero vecchio» Dodd ricordò di aver pensato; poi riprese il controllo di sé. In fin dei conti, Haber aveva solo un anno più di lui. «Un simile trattamento» scrisse Dodd nel suo diario «può solo ripercuotersi sul governo che si comporta con tanta crudeltà».
Anche se ormai era troppo tardi, Dodd si rese conto di aver dato a Haber risposte imprecise.
La settimana dopo, il 5 agosto, scrisse a Isador Lubin, responsabile dell’ufficio statistiche del ministero del Lavoro statunitense: «Sa bene che la quota massima è già stata raggiunta e immagino si renda conto che un gran numero di persone estremamente capaci vorrebbero emigrare negli Stati Uniti, a costo di sacrificare il proprio patrimonio». Alla luce di questa considerazione, Dodd voleva sapere se il ministero del Lavoro si fosse adoperato per permettere «alle più meritevoli fra queste persone di essere ammesse».
Lubin inoltrò la lettera di Dodd al colonnello D. W. MacCormack, commissario del Servizio per l’immigrazione e la naturalizzazione, il quale, il 23 agosto, rispose a Lubin dicendo: «L’ambasciatore sembra essere stato malinformato in proposito». Solo una piccola percentuale dei visti concessi alla Germania era stata effettivamente rilasciata, e la colpa, precisò MacCormack, era da attribuire al dipartimento di Stato e al Servizio diplomatico, e alla loro solerte applicazione della clausola che proibiva l’ingresso a chiunque fosse «sospetto  di rappresentare un futuro onere per le casse dello Stato».

Nulla, nella documentazione di Dodd, spiega come fosse arrivato a credere che la quota massima fosse stata raggiunta.
Ma per Haber era troppo tardi. Si trasferì in Inghilterra per insegnare alla Cambridge University; una scelta felice solo in apparenza, perché il chimico si ritrovò alla deriva in un mondo troppo diverso dal suo, strappato alle proprie radici e soggetto agli effetti nefasti di un clima terribile. Sei mesi dopo aver lasciato l’ufficio di Dodd, durante una convalescenza in Svizzera, fu colpito da un infarto che si rivelò fatale, ma nella sua Germania nessuno pianse la sua scomparsa. Di lì a dieci anni, tuttavia, il Terzo Reich avrebbe scoperto un nuovo utilizzo della “legge di Haber” e di un pesticida sperimentato proprio dal premio Nobel, un composto a base di acido cianidrico utilizzato in prevalenza per suffumicare le strutture adibite all’immagazzinamento dei cereali. Chiamato in un primo tempo Zyklon A, sarebbe stato trasformato dai chimici tedeschi in una variante ancora più letale, lo Zyklon B.

[...]

Come chiunque altro a Berlino, però, Dodd voleva sentire che cosa avrebbe avuto da dire Hitler sulle purghe. Il governo aveva annunciato che il cancelliere avrebbe parlato la sera di venerdì 13 luglio, rivolgendosi ai deputati del Reichstag nella loro sede provvisoria al Kroll, il teatro dell’opera. Dodd decise di non assistere al discorso, ma di ascoltarlo alla radio. La prospettiva di presentarsi di persona, e di dover ascoltare Hitler mentre giustificava le esecuzioni di massa di fronte a centinaia di adulatori pronti a tendere il braccio nel saluto nazista, era troppo sgradevole.

Quello stesso venerdì, Dodd aveva organizzato un incontro pomeridiano con Francois-Poncet nel Tiergarten, come i due ambasciatori avevano già fatto in passato per evitare che qualcuno spiasse i loro discorsi. Dodd voleva verificare se Francois-Poncet interesse assistere al discorso, ma temeva che recandosi all’ambasciata francese le spie della Gestapo avrebbero notato il suo arrivo e dedotto che stava cospirando per indurre le grandi potenze a boicottare l’evento: esattamente quello che aveva in progetto di fare. Dodd si era già recato da Sir Eric Phipps all’ambasciata britannica nei giorni precedenti, apprendendo che anche Phipps intendeva disertare il discorso, e a distanza così ravvicinata, avrebbero sicuramente attirato l’attenzione. La giornata era fresca e soleggiata, e di conseguenza il parco era pieno di persone, perlopiù a piedi, ma c’era anche gente a cavallo che avanzava al passo sul terreno ombreggiato. Di tanto in tanto risuonavano risate e qualche latrato, mentre il fumo dei sigari svaniva lentamente nell’aria immobile. I due ambasciatori passeggiarono per un’ora. Mentre stavano per salutarsi, Francois-Poncet fece la prima mossa: «Non intendo presenziare al discorso».
[…]
Quella sera alle otto, nella biblioteca al 27° di Tiergartenstrasse, Dodd accese la radio e si mise in ascolto proprio mentre Hitler saliva sul podio degli oratori per rivolgersi al Reichstag. Mancava solo una decina di deputati, uccisi durante le purghe. 
[…]
«Deputati!» esordì Hitler. «Uomini del Reichstag tedesco!». Il cancelliere ricostruì nei minimi dettagli quello che definì un complotto del capitano Röhm per usurpare il potere, con il sostegno di un diplomatico straniero del quale non fece il nome. Nell’ordinare le purghe, disse, aveva agito soltanto nell’esclusivo interesse della Germania, per salvarla dal caos.
«Soltanto una repressione feroce e sanguinosa poteva soffocare la rivolta sul nascere» spiegò al pubblico. Aveva comandato di persona il contrattacco a Monaco, mentre Göring, con il suo «pugno d’acciaio», aveva fatto altrettanto a Berlino. «Se qualcuno dovesse chiedermi perché non abbiamo fatto ricorso ai tribunali, gli risponderei: in quei momenti, ero io il responsabile per la nazione tedesca; di conseguenza, io solo, in quelle ventiquattr’ore, ho fatto da Corte Suprema per il nostro popolo».
Dodd sentì il pubblico che balzava in piedi, tra grida entusiaste, saluti nazisti e applausi.
Hitler riprese il suo intervento. «Ho ordinato che i leader della cospirazione fossero passati per le armi. Ho anche ordinato che gli ascessi provocati dai veleni che infestano il nostro paese dall’interno come dall’esterno fossero cauterizzati fino a bruciare la carne viva. Ho altresì ordinato che chiunque tra i ribelli tentasse di resistere all’arresto fosse ucciso sul posto. Il paese deve sapere che la sua esigenza non può essere messa impunemente a repentaglio da nessuno, e che chiunque tenti di alzare un dito contro lo Stato pagherà con la vita». […] Dodd spense la radio. Da quel lato del parco, la notte era fresca e serena. Il giorno dopo, sabato 14 luglio, inviò un telegramma in codice al segretario di Stato Hull.

NON ESISTE NULLA DI PIù DISGUSTOSO CHE VEDERE IL PAESE DI
GOETHE E BEETHOVEN REGREDIRE ALLA BARBARIE DELL’INGHILTERRA
DEGLI STUART O DELLA FRANCIA DEI BORBONE…

[…] La purga di Hitler sarebbe diventata famosa come “la notte dai lunghi coltelli”, e sarebbe stata considerata dai posteri uno degli episodi più importanti della sua ascesa, il primo atto nella grande tragedia della “pacificazione”. In un primo tempo, però, nessuno ne comprese a fondo il significato. Non vi fu un solo governo che richiamasse il suo ambasciatore o inoltrasse una protesta formale, né la popolazione si ribellò, mossa dal disgusto per quanto era accaduto.                                                                                          
[…]La Germania accettò la novità senza proteste, con grande sgomento di Victor Klemperer, il filologo ebreo. Anche lui aveva sperato che le purghe sanguinarie avrebbero indotto l’esercito a intervenire e a rimuovere Hitler. Ma non era successo niente del genere.
E adesso , questo nuovo oltraggio. «La gente non si è quasi accorta di quello che è un vero e proprio colpo di Stato» scrisse nel suo diario. «Tutto si è svolto in silenzio, dietro i peana in favore di Hindenburg. Potrei giurare che milioni e milioni di persone non hanno la minima idea di quale evento mostruoso si sia appena verificato».
Il giornale di Monaco di Baviera Munchner Neueste Nachrichten dichiarò in toni trionfalistici: «Oggi Hitler è tutta la Germania», scegliendo evidentemente di ignorare che, soltanto un mese prima, il suo inoffensivo critico musicale era stato fucilato per errore.
Nel fine settimana successivo la città fu sommersa da una pioggia continua. Ora che le Squadre d'assalto avevano interrotto ogni attività, chiudendo prudentemente negli armadi le loro uniformi marroni, e il paese piangeva la morte di Hindenburg, un'insolita sensazione di pace si diffuse in tutta la Germania, offrendo a Dodd una pausa per meditare su un argomento carico d'ironia, ma caro a quell'agricoltore della Virginia che l'ambasciatore continuava a essere.
Sulla pagina di diario di domenica 5 agosto 1934, Dodd si soffermò su un tratto caratteriale del popolo tedesco che aveva avuto modo di osservare nel periodo trascorso a Lipsia e che era rimasto immutato anche sotto Hitler: l'amore per gli animali e in particolare per cavalli e cani.
Tiergarten
(1945)
«In tempi nei quali quasi ogni tedesco ha paura di parlare con chiunque, salvo gli amici più stretti, i cavalli e i cani sono così felici da dare l'impressione di volerlo proclamare a gran voce» scrisse. «Una donna che non esiterebbe a denunciare il vicino di casa per tradimento verso lo Stato, mettendone a repentaglio la vita, può portare tranquillamente a passeggio il suo tenero cagnone nel Tiergarten, parlargli e accarezzarlo seduta su una panchina, mentre il cane è tutto intento a fare i suoi bisogni».
In Germania, aveva notato Dodd, nessuno avrebbe mai fatto del male a un cane, e di conseguenza i cani non avevano il minimo timore degli uomini ed erano sempre in carne e ben curati. «Solo i cavalli sembrano altrettanto felici, mentre non altrettanto si può dire dei bambini o degli adolescenti» scrisse. «Mi capita spesso di fermarmi mentre vado a piedi in ufficio e di fare qualche complimento a un paio di splendidi cavalli mentre attendono che la loro carrozza si svuoti. Sono così puliti, grassi e felici che non mi stupirei di sentirli parlare». Dodd definì quella condizione come «la felicità dei cavalli», un fenomeno che aveva avuto modo di notare anche a Norimberga e a Dresda.
L'ambasciatore era al corrente del fatto che quella felicità dipendeva in larga misura da una legge tedesca, in base alla quale ogni atto di crudeltà verso gli animali era punito con il carcere, e l'ironia della situazione non sfuggì certo al suo sguardo. «In tempi nei quali centinaia di uomini sono stati giustiziati senza un processo e senza alcuna prova della loro colpevolezza, e il popolo tedesco trema letteralmente di paura, gli animali godono di diritti che gli uomini e le donne non possono neppure sognarsi». Dodd concludeva: «Ci sarebbe quasi da augurarsi di essere un cavallo!»

IL GIARDINO DELLE BESTIE
Erik Larson
Neri Pozza editore





giovedì 25 gennaio 2018

Omaggio alla verità: Alessandro Leogrande


 La fuga di tre studenti

Prima di salire sul pullman, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz non erano mai stati in Italia. L’avevano vista in televisione, avevano studiato un po’ di storia sui libri di scuola, sapevano che il papa sta a Roma, che a Firenze ci sono i monumenti, a Venezia le gondole e a Milano la moda, ma della Puglia (che esistesse un posto laggiù, in fondo alla penisola, chiamato Puglia) non ne sapevano niente. Non ne avevano mai sentito parlare e non riuscivano a immaginarsela. Un amico che c’era già stato, e che li aveva convinti a partire, aveva solo detto che era un posto pieno di campagne. Campagne, campagne, e ancora campagne, appena intervallate da bianchi agglomerati urbani.
Così, al momento di partire, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz si sono detti, senza eccessivi turbamenti, che il loro viaggio sarebbe stato una scatola chiusa da aprire poco alla volta. Una volta scoperchiata la scatola, si sarebbero trovati di fronte un’Italia completamente diversa da quella ritratta sulle cartoline o nei libri di storia.
Avrebbero dovuto raccogliere pomodori. L’amico che aveva già fatto quel lavoro aveva detto che ci si spezza la schiena, che dopo cinque, sei ore il corpo ti si piega in due, il midollo ti esplode dal dolore come se lo stessero prendendo a bastonate e non riesci più a rialzarti. Ti manca il fiato… Ma la paga sarebbe stata buona, avrebbero guadagnato 6 euro per ogni cassa di pomodori raccolta. Certo, più che di una cassa si sarebbe trattato di un «cassone», come si usa dire in Puglia, dal momento che arriva a contenere quasi tre quintali, ma 6 euro sarebbe stato un buon prezzo, soprattutto se confrontato con le paghe dei contadini in Polonia.
Quando si è giovani si va veloci, aveva detto loro l’organizzatrice del viaggio, cui erano stati presentati dall’amico. Era una donna giovane, con i capelli biondi raccolti in una lunga coda, e lo sguardo gelido. La «procacciatrice di uomini» la chiamavano gli altri, quelli che erano già stati in Puglia. Era lei a raccogliere e a convogliare sui pullman i lavoratori che sarebbero andati laggiù, dall’altra parte del continente. Era in contatto, si diceva, con dei tizi che avrebbero smistato le persone arrivate in vari paesi.
Ad Arkadiusz e agli altri due la donna era parsa scostante, quasi stupida nel voler ostentare la propria furbizia. «Dovete pagare 200 euro a persona per il viaggio, il vitto e l’alloggio» aveva detto bruscamente sbrigando il proprio compito. «Dal secondo giorno che siete lì incomincerete a guadagnare i vostri soldi».

Quando salgono sul pullman, il 4 agosto 2005, Arkadiusz, Wojcech e Bartosz hanno vent’anni. I primi due sono di Lipno, il terzo di Starogard: due cittadine della provincia polacca vicine a Torun. Sono studenti universitari e ciò che li spinge ad andare laggiù, in fondo all’Italia, non è la fame né la ricerca disperata di denaro, ma il desiderio di raggranellare un po’ di soldi per pagarsi gli studi. La loro è una sorta di vacanza-lavoro, una versiona povera, est-europea, delle vendemmie in Francia che raccolgono migliaia di loro coetanei provenienti dai paesi dell’Europa occidentale.
Il pullman sembra nuovo, in buono stato, non una di quelle corriere sgangherate che battono le strade di provincia. Con loro ci sono altri 43 viaggiatori, tutti uomini. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz sono gli unici studenti, e gli altri, quasi tutti operai, ci mettono poco a capirlo guardando i loro lineamenti borghesi, i corpi esili, i capelli ben pettinati, le mani prive di calli di chi non ha mai veramente lavorato in vita sua. Anche gli altri, scoprono i tre, hanno pagato 200 euro per il viaggio, il vitto e l’alloggio alla donna bionda dallo sguardo gelido. Non tutti sono ragazzi come i tre studenti, ci sono anche padri di famiglia che hanno perso il lavoro, disoccupati per i quali 6 euro a cassone sono acqua benedetta: la svolta della vita, non un incentivo agli studi. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz questo lo percepiscono, sentono la sottile differenza che corre tra le loro motivazioni e quelle degli altri. Mentre il pullman attraversa la Repubblica Ceca e l’Austria senza intoppi, scambiano con gli altri viaggiatori solo quattro, cinque frasi. Per il resto, c’è solo silenzio.
Percorsa la dorsale adriatica, arrivano a Foggia due giorni dopo, la mattina del 6 agosto, e vengono subito condotti in un campo fatto di tende e prefabbricati che sorge vicino alla statale 16, non molto lontano da Orta Nova.
Fin dall’arrivo a Foggia, i tre studenti e tutti gli altri vengono presi in consegna da alcuni loro connazionali che si fanno chiamare «caporali» e che sembrano conoscere il posto da molto tempo. Senza mezze parole dicono che avrebbero dovuto sborsare altri soldi per dormire nelle tende e per essere accompagnati ogni giorno sui campi, che a loro di quel che ha detto la donna bionda non gliene frega niente.
«Non potete più andare via, a meno che non trovate altre persone disposte a fare il vostro lavoro di merda» dicono i loro connazionali che si fanno chiamare «caporali». «Tanto nessuno verrà a riprendervi, teste di cazzo!».
L’indomani, i 46 polacchi vengono smistati in varie aziende agricole del luogo e costretti immediatamente a lavorare nella raccolta dei pomodori. Arkadiusz, Wojcech e Bartosz prendono facilmente il ritmo, in fondo non ci vogliono particolari competenze agricole per raccogliere i pomodori dai filari. Ma capiscono subito che qualcosa non quadra, che i tempi di lavoro sono dilatati a dismisura e che i patti stabiliti alla partenza con la donna bionda non saranno davvero rispettati.
Alla fine della prima giornata di lavoro, realizzano che sarebbero stati costretti a vivere da schiavi, sotto il controllo dei tizi, per un periodo piuttosto lungo. Ma quello che li stupisce, di cui non riescono a farsi una ragione, è che tanti loro connazionali, più poveri, meno istruiti, meno pronti alla ribellione, vivano in tali condizioni già da alcuni mesi. In tutto gli «schiavi» sono una sessantina.
I due studenti lavorano ininterrottamente per due giorni, dall’alba fino alle nove di sera. Entrambe le mattine vengono fatti salire a bordo di un vecchio pulmino Mercedes bianco, con targa polacca e con un polacco alla guida, e vengono condotti in campagna. Ogni tanto, sul pullman, quando i lavoratori sono smistati nei vari luoghi di lavoro, notano la presenza di qualche bracciante italiano, ma per lo più hanno a che fare con polacchi. Polacchi i braccianti, polacchi chi li controlla. Polacco colui che sembra il capo. Ha 35 anni, è robusto ed è alto poco più di un metro e settanta, ha gli occhi ferini, in perenne movimento, nota Bartosz, e diversi tatuaggi sul corpo, sulle spalle e sulle braccia, anche sul viso (ha due linee nere su entrambe le sopracciglia). Abita in una casa poderale poco distante dal campo di tende, e li controlla giorno e notte.
Più tardi capiranno che si chiama Mariusz Poleszak, ma lì tutti – quando lui è distante, quando sono sicuri di non essere sentiti – lo chiamano pies, «il Cane». In seguito scopriranno anche che non è lui il vero caporale. È solo il braccio destro, il luogotenente, di uno dei più influenti «datori di lavoro» di tutta la provincia di Foggia, Janusz Niedzwiadek, polacco anche lui.

La sera del secondo giorno Arkadiusz riesce a nascondersi dietro un gruppo di tende e a telefonare a casa. Parla con la madre e le racconta tutto, le dice delle condizioni in cui vivono e del fatto che non possono abbandonare il campo. Le chiede aiuto, le chiede di informare le autorità competenti.
La mattina dopo, la madre, insieme ai genitori degli altri due ragazzi, scrive subito una lettera all’ambasciata italiana.
Una lettera drammatica, che si conclude con queste parole: «Quando hanno cercato di difendere i propri diritti, i nostri figli sono stati minacciati; hanno detto loro che sarebbero stati picchiati, che gli avrebbero tolto tutti i soldi. Attualmente lavorano gratis, non hanno un posto dove lavarsi e dormono in condizioni tragiche. Quando abbiamo informato gli organizzatori del viaggio che era nostra intenzione sporgere denuncia alla procura, siamo stati minacciati anche noi. Ci hanno detto che avremmo avuto dei problemi, sia noi che i nostri figliuando ».
La lettera giunge in ambasciata e mette in allerta più di un funzionario, ma dei ragazzi si perdono le tracce. I loro cellulari non squillano più, non rispondono agli sms… Oltretutto risulta difficile individuare il punto esatto, lungo la statale 16, in cui sono reclusi. Come tutti gli stagionali, non conoscono la campagna pugliese, i nomi dei paesi, le strade. Non hanno saputo fornire indicazioni precise, ne i loro familiari su in Polonia avrebbero saputo richiederle.così gli uffici consolari non possono fare altro che sperare in una loro prossima mossa.
Arkadiusz, Wojcech e Bartosz lavorano sodo per altri due giorni. In quattro raccolgono 40 casse di pomodori, cioè oltre cento quintali di prodotto, ma quando chiedono al «Cane» il pagamento della somma pattuita, che sarebbe dovuta essere (stando ai patti iniziali con la donna bionda) di 240 euro, vengono spintonati e insultati. «Il Cane» gli urla che le briciole hanno guadagnato sarebbero bastate a malapena per pagare l’affitto delle tende in cui dormono, l’utilizzo della latrina.
È la notte tra il 9 e il 10 agosto. I tre capiscono che l’unica cosa da fare è tentare la fuga e che bisogna farlo quella notte stessa, perché in seguito le cose sarebbero solo peggiorate. Nonostante la stanchezza del lavoro, restano svegli, tesi come corde, all’interno della loro tenda. Verso le tre e mezzo, quando tutto intorno , quando tutti, anche i sorveglianti, paiono appisolati, escono fuori e iniziano a correre. Scappano senza voltarsi indietro, scappano senza portarsi appresso alcun bagaglio. Scappano e basta. Raggiungono la strada asfaltato e continuano a scappare. Non sanno dove andare, ma continuano a scappare. Quando il campo di tende è ormai un punto indistinto in lontananza, si fermano sfiatati al riparo di un albero. Qui riaccendono i cellulari e finalmente chiamano a casa.
Il pomeriggio del 10, grazie alle informazioni che ricevono dall’ambasciata, riescono a raggiungere il consolato polacco di stanza a Bari. E lì, a differenza di altri fuggitivi che li hanno preceduti, trovano il coraggio di presentare una denuncia scritta. Rimettono in ordine i vari passaggi, elencano tutto quello che hanno subito, provano a essere il più precisi possibile circa i particolari. Stendono un resoconto e lo fanno tradurre in italiano.

La denuncia dei tre ventenni Arkadiusz, Wojcech e Bartosz è un testo d’importanza storica. Per la prima volta degli stagionali stranieri descrivono, mettendo nero su bianco, le condizioni in cui sono stati costretti a vivere, e forniscono indirizzi utili alle forze dell’ordine a proposito dei loro «capi». Col senno di poi, alla luce delle centinaia di denunce presentate dopo la loro, le cose descritte, se pur disumane, non appaiono certo le peggiori consumate ai danni dei braccianti. Ma quello che conta è che per la prima volta delle persone tenute in soggezione trovano la forza di fare nomi, indicare luoghi, provare a comporre un quadro dello sfruttamento. Per quanto il loro incontro con tale universo si sia limitato a pochi giorni (hanno avuto la prontezza di scappare subito, quando la cosa era ancora fattibile, relativamente più facile), la loro testimonianza non ha certo un peso minore.

La denuncia, presentata alla caserma dei carabinieri di Foggia, viene subito inoltrata alla procura della città. Negli stessi giorni, il consolato generale della repubblica di Polonia in Italia chiede formalmente al prefetto di intervenire per porre fine alla piaga dello schiavismo in Puglia, che raggiunge il massimo grado di sfruttamento nei mesi estivi in cui si raccoglie il pomodoro. «Troppi episodi controversi» afferma il consolato nella lettera mandata in prefettura «hanno visto coinvolti cittadini e cittadine polacchi, alcuni dei quali hanno pagato con la vita il loro bisogno di lavoro.»
A partire da quel 10 agosto 2005, la diga dell’omertà e della paura è stata intaccata. E, apertasi una falla, piano piano è andata in pezzi.


UOMINI E CAPORALI
Alessandro Leogrande





venerdì 12 gennaio 2018

Gli anni del Muro

1961

Anche se oggi la cosa non fa più né caldo né freddo quasi a nessuno o non interessa per niente, mi dico che a ben guardare è stato il mio periodo migliore. Eri richiesto, ti cercavano. Per più di un anno hai vissuto pericolosamente, ti sei mangiato le unghie per la paura, ti sei esposto a dei rischi senza star lì tanto a chiederti se anche il prossimo semestre sarebbe andato a puttane. Studiavo al Politecnico, infatti, e già allora mi interessavo di tecnica di riscaldamento a distanza, quando da un giorno all’altro hanno tirato su il Muro.
Il casino che scoppiò! Molti corsero a dimostrare, protestando davanti al Reichstag o da altre parti, io no. Ancora in agosto mi sono portato di qua Elke, che studiava pedagogia di là. È stato abbastanza facile, con un passaporto tedesco-occidentale che non le ha dato problemi riguardo a dati e foto. Ma già alla fine del mese dovemmo truccare lasciapassare e lavorare a gruppi. Io tenevo i contatti. Col mio passaporto federale, che era stato rilasciato a Hildesheim, da dove infatti provengo, è andata bene fino all’inizio di settembre. Da allora, uscendo dal settore orientale, fu necessario consegnare i lasciapassare. Probabilmente saremmo riusciti a fare anche quelli, se qualcuno ci avesse fornito in tempo la tipica carta dell’Est.
Ma di queste storie oggi non ne vuol più sapere nessuno. A cominciare dai miei figli. Proprio non stanno ad ascoltare, oppure dicono: «Sì, certo papà. Allora eravate molto più in gamba di noi, lo sanno tutti».
Beh, forse andrà meglio in futuro con i miei nipoti, quando gli racconterò come ho portato di qua la loro nonna, che era appunto bloccata dall’altra parte, e poi ho partecipato all’«Operazione Ufficio Viaggi», come ci chiamavamo per camuffarci. C’erano degli specialisti, tra noi, che operavano con uova sode per falsificare i timbri. Altri facevano affidamento con complicati lavori con fiammiferi appuntiti. Eravamo quasi tutti studenti, molta sinistra, ma anche membri di associazioni goliardiche e gente che, come me, proprio non riusciva a scaldarsi per la politica. C’erano le elezioni, all’Ovest, e il borgomastro di Berlino si candidava per i socialisti, ma io non ho messo la crocetta né per Brandt e compagni né per il vecchio Adenauer, perché l’ideologia e le panzane elettorali con noi non funzionavano. Contava solo la prassi. Dovevamo infatti «appendere», come si diceva, la foto-tessera, anche su passaporti stranieri, svedesi, olandesi.
Oppure, tramite persone di collegamento, si rubavano quelli con foto e dati e somiglianti: colore di capelli, degli occhi, altezza, età. E poi ci volevano i giornali adatti, spiccioli, vecchi biglietti, le tipiche cianfrusaglie che qualcuno, ad esempio una giovane danese, aveva in tasca. Era un lavoro pazzesco. E tutto gratis o a prezzo di costo. Ma oggi che non si fa niente per niente, non ti crede nessuno, che noi da studenti non si battesse cassa. Certo, c’è stato qualcuno che più tardi, con la costruzione del tunnel, ha steso la mano. Anche per questo è poi andato a puttane, il progetto della Bernauer Strasse. È stato quando tre operatori di una televisione americana si sono fatti pagare, senza che noi lo sapessimo, 30000 marchi per filmare nel tunnel. Abbiamo scavato per quattro mesi. Sabbia del Brandeburgo! Era lunga più di cento metri, la galleria. E quando poi filmarono mentre noi stavamo facendo passare all’Ovest una trentina di persone, tra cui nonne e bambini, ho pensato che ne avrebbero tirato fuori un documentario per gli anni a venire. Invece no, l’hanno trasmesso quasi subito in televisione, e avrebbero fatto scoprire il passaggio clandestino in quattro e quattr’otto se il tunnel, nonostante il costoso sistema di pompaggio, non si fosse poco prima riempito d’acqua. Comunque, noi abbiamo continuato a operare in altri punti.
No, morti non ne abbiamo avuti. Lo so. Quelle storie rendono di più. I giornali ci sguazzavano quando qualcuno si lanciava dalla finestra del terzo piano di una casa lungo il confine e si spiaccicava sul selciato, a un pelo da dove i pompieri  avevano teso  il telone di salvataggio. O quando un anno dopo Peter Fechter volle passare dal Checkpoint Charlie, gli spararono, e dato che nessuno lo soccorse è morto dissanguato. Storie del genere non potevamo offrirle, perché noi andavamo sul sicuro. Eppure potrei raccontarne di quelle che già allora più d’uno non ci voleva credere. Ad esempio, quanta gente abbiamo portato in qua attraverso le fognature. E la puzza di ammoniaca che c’era là sotto. Una delle vie di fuga, che dal centro arrivava a Kreuzberg, la chiamavamo «Acqua di Colonia 4711», perché tutti, i fuggiaschi e noi, dovevamo avanzare nei liquami fino al ginocchio. Più tardi ho fatto il tombinaro, e appena tutti se l’erano squagliata rimettevo a posto il chiusino, perché di solito gli ultimi fuggiaschi si lasciavano prendere dal panico e dimenticavano di sistemarlo bene. È successo così nel canale per l’acqua piovana sotto l’Esplanadenstraẞe, nella zona nord della città, quando alcuni, appena messo piede all’Ovest, hanno fatto un canaio d’inferno. Per la gioia, è ovvio. Però ai Vopos che erano di guardia di là si è accesa la lampadina. E allora hanno buttato gas lacrimogeni nel canale. Oppure la faccenda del cimitero, il cui muro era inglobato nel Muro vero e proprio, e dove noi abbiamo scavato nel terreno sabbioso un tunnel puntellato nel quale si doveva strisciare e che arrivava direttamente alle tombe, cosicché la nostra clientela, tutta gente dall’aria candida, con fiori e altri addobbi funerari, di colpo spariva nel nulla. Per un po’ tutto è filato liscio, finché una giovane donna, che voleva passare di qua con il suo bambinetto ha piantato lì la carrozzina vicino all’accesso nascosto, e la cosa ha dato subito nell’occhio…

Erano da prevedere, alcuni insuccessi. Ma adesso, se vuole, un’altra storia dove tutto è finito bene. Ne ha abbastanza? Capisco. Ci sono abituato, dopo un po’ la gente si stanca. Fino a un paio d’anni fa, quando il Muro c’era ancora, era diverso. A volte i colleghi coi quali lavoro qui nella centrale di teleriscaldamento, la domenica mattina mentre ci facevamo una birretta mi chiedevano: «Com’era quella storia, Ulli? Dai, racconta com’è andata quando hai portato di qua la tua Elke…». Ma oggi nessuno vuol più sentirne parlare, in particolare qui a Stoccarda, beh, perché gli svevi già nel ’61 non hanno capito un bel niente, quando a Berlino… E quando poi il Muro è sparito, di colpo, ancora meno. Tutto sommato sarebbero contenti se ci fosse ancora, beh, perché allora cadrebbe la tassa di solidarietà che devono sborsare da quando manca il Muro. Perciò non ne parlo più, anche se è stato il mio periodo migliore, quando passavamo nelle fogne coi liquami fino al ginocchio… O strisciavamo nelle gallerie… Ad ogni modo ha ragione mia moglie, quando dice: «Allora eri proprio diverso. Allora sì che abbiamo vissuto sul serio…»




1989

Stavamo viaggiando verso il Lauenburg, di ritorno da Berlino, quando la notizia ci arrivò all’orecchio in ritardo, dalla radio della macchina, perché eravamo abbonati al Terzo programma, al che io, come migliaia d’altri, ho probabilmente gridato «pazzesco!», per la gioia e lo spavento, «ma è pazzesco!», e poi, come Ute che era al volante, mi sono perso in pensieri che correvano in avanti e all’indietro. E un conoscente, il quale aveva il domicilio e il posto di lavoro dall’altra parte del Muro e, sia prima sia attualmente, visita sui lasciti nell’Archivio dell’Accademia delle Arti, apprese la buona novella, offerta per così dire con una spoletta a tempo, in maniera altrettanto differita.
Secondo il suo racconto, stava tornando, grondante sudore, dal jogging praticato nel Friedrichshain. Niente di strano, perché quest’automacerazione di origine americana era ormai diventata usuale anche per i berlinesi dell’Est. All’incrocio tra la NiederkirchnerStraße e la Bötzowstraße incontrò un conoscente, anch’egli ridotto dalla corsa ad ansiti e traspirazioni. Sempre segnando il passo, ci si diede appuntamento alla sera per una birra e ci si ritrovò poi nell’ampio soggiorno del conoscente, il cui posto di lavoro era al sicuro nella «produzione materiale», come veniva definita, e pertanto il mio conoscente non si stupì di vedere nell’appartamento del suo conoscente un parquet appena posato; per lui, che in archivio spostava solo carte e tutt’al più aveva competenza di note a piè pagina, un simile acquisto sarebbe stato inarrivabile.
Si bevve una birra, un’altra ancora. Più tardi arrivò in tavola l’acquavite. Si parlò dei tempi passati, dei figli che crescevano e delle barriere ideologiche nelle riunioni dei genitori. Il mio conoscente, che è originario dei Monti Metalliferi, dove l’anno prima avevo disegnato gli alberi morti sulle creste, disse al suo conoscente che voleva tornarci il prossimo inverno a sciare con la moglie, ma aveva dei problemi con la sua Wartburg, i cui pneumatici sia anteriori sia posteriori erano talmente consumati da non presentare quasi più il battistrada. Adesso sperava di potersi procurare nuovi pneumatici invernali tramite il suo conoscente: chi nel socialismo reale può farsi mettere in opera privatamente un parquet, sa anche come ottenere le gomme speciali con il marchio «M+S», che stava a significare «Matsch und Schnee», cioè «fanghiglia e neve».
Mentre noi ci avvicinavamo a Behlendorf con la lieta novella ormai nel petto, nella cosiddetta «stanza berlinese» del conoscente del mio conoscente il televisore era acceso a volume bassissimo. E mentre i due, tra una birra e un’acquavite, stavano ancora parlando del problema dei pneumatici e il proprietario del parquet diceva che le gomme nuove, in linea di massima, si potevano ottenere solo coi «soldi giusti», però si offriva di procurare  ugelli del carburatore per la Wartburg, ma quanto al resto non intendeva alimentare ulteriori speranze, il mio conoscente, lanciando una breve occhiata in direzione dello schermo afono, si accorse che evidentemente trasmettevano un film secondo l’intreccio del quale dei ragazzi si stavano arrampicando sul Muro, sedevano a cavalcioni sul rigonfiamento superiore e la polizia di confine osservava quel divertimento senza intervenire. Fattogli notare un tale spregio del baluardo protettivo, il conoscente del mio conoscente disse: - Proprio roba da Ovest! – Poi commentarono entrambi quella cosa di cattivo gusto che scorreva sullo schermo - «Sicuramente un film sulla guerra fredda» - e ben presto tornarono ai consunti pneumatici estivi e ai mancanti pneumatici invernali. Dall’archivio e dai lasciti di scrittori più o meno significativi che vi erano depositati, non si fece parola.

Mentre noi già vivevamo nella consapevolezza dell’epoca che si apriva, del tempo-senza-Muro, e – appena arrivati a casa, accendemmo il televisore, dall’altra parte del Muro ci volle ancora un po’ prima che il conoscente del mio conoscente facesse qualche passo sul parquet appena posato e alzasse al massimo il volume dell’apparecchio. Da quel  momento, più nessun accenno ai pneumatici invernali. Un problema che avrebbe risolto la nuova cronologia e i «soldi giusti». Solo un’ultima sorsata di acquavite, e poi via verso l’Invalidenstrasse, dove già le macchine – più Trabant che Wertburg – si ingorgavano, perché tutti volevano dirigersi al punto di attraversamento del confine che era miracolosamente aperto. E a chi stava in ascolto con attenzione giungeva all’orecchio che tutti , quasi tutti coloro che a piedi o in Trabi volevano passare all’Ovest gridavano o mormoravano «pazzesco!» poco prima di Behlendorf, ma poi mi ero lasciato andare a pensieri sconnessi.
Ho dimenticato di chiedere al mio conoscente come e quando e con quali soldi si sia poi finalmente conquistato i pneumatici invernali. Mi sarebbe anche piaciuto sapere se ha festeggiato il passaggio dall’89 al ’90 sui Monti Metalliferi, con sua moglie, che ai tempi della DDR è stata una campionessa del pattinaggio di velocità. Perché in qualche modo la vita è comunque andata avanti.


IL MIO SECOLO. CENTO RACCONTI
Gunter Grass