sabato 14 febbraio 2015

ti ho incontrato stamattina

Per alcuni la letteratura è un ponte che unisce l’infanzia alla morte. Mentre questa genera angoscia, quella evoca nostalgia. Più la nostalgia è profonda e la paura totale, e più la parola e l’immagine guadagnano in purezza e in ricchezza.
Ma per me lo scrivere è piuttosto una matzevà, un invisibile pietra tombale, eretta alla memoria dei morti senza sepoltura. Ogni parola corrisponde a un volto, a una preghiera, avendo l’uno bisogno dell’altra per non cadere nell’oblio.

L’EBREO ERRANTE
Elie Wiesel

mercoledì 11 febbraio 2015

cittadini d'ISRAELE


Cinque anni dopo, quando ero in quarta, il maestro di ebraico entrò in classe con Ajnabi, uno straniero biondo, alto e bello, mica come noi. Il maestro ci traduceva l’ebraico di quello sconosciuto, diceva che era uno dei Nitzane Shalom e che avremmo conosciuto altri ebrei. Loro sarebbero venuti da noi e noi saremmo andati da loro.

Eravamo contenti. Ebrei significava vacanza da scuola e gli insegnanti si comportavano diversamente: non menavano e sorridevano tutto il tempo. Gli ebrei avevano più insegnanti, e anche più giovani. Gli ebrei venivano da Kafr Saba.

Il maestro di ebraico disse a ciascuno di noi chi sarebbe stato il suo amico ebreo. La nostra classe era più grande di quella degli ebrei e così capitò che due di noi dovessero dividersi un solo amico ebreo. A me toccò Nadav Epstein. Dovevamo portarli a casa nostra.

Tutto il villaggio sapeva che arrivavano gli ebrei. Una settimana prima della visita, i ragazzi della scuola ricevettero una lettera in cui si chiedeva ai genitori di prepararsi, di non fare brutta figura e di lasciare una buona impressione. Mia mamma si prese un giorno di permesso, così da avere il tempo per cucinare e mettere in ordine la casa. Comunque avrebbe avuto solo due ore di lezione quel giorno, e quindi fece in modo che qualcuno la sostituisse. Le donne e i bambini che non andavano ancora a scuola uscirono la mattina presto per andare ad aspettare gli ebrei. Mia mamma preparò la siniah di carne con la salsa di sesamo, pollo e insalata e baklava. Apparecchiò la tavola, comprò una pianta con dei fiori di plastica e si vestì elegante.

Nadav era un tipo a posto. Io non sapevo granché l’ebraico, ma lui era a posto, simpatico. Quel che non capivo  era come mai lui chiamasse pitah le nostre pagnotte. A Tirah, per pitha si intende la pagnottina. Il pane che gli ebrei chiamano pitah noi lo chiamiamo semplicemente pane.

Due settimane dopo andammo da loro a Kafr Saba. La scuola degli ebrei era completamente diversa dalla nostra. In cortile c’erano degli altoparlanti che durante intervallo diffondevano musica. Vidi un ragazzo girare abbracciato a una ragazza; mi aspettavo che qualcuno gliele desse. Cercai Nadav e capii presto che c’era stato un errore: si erano confusi e avevano di nuovo mandato a Tirah la classe che era già stata da noi.

Ci misero a coppie, un ebreo e un arabo. Alcuni ebrei ebbero due arabi. Mi accoppiarono con uno nuovo. Non gli chiesi nemmeno come si chiamava. Capimmo quasi subito che gli ebrei non ci avrebbero portati a casa loro. Ci avevano preparato il pranzo a scuola; avevano apparecchiato i tavoli e ci avevano messo sopra del pane Yahud, un po’ di tavolette di cioccolato e della marmellata.

Non mangiai nulla. Ero offeso. Come avevano osato darci un nuovo amico? Con tutto il temo che ci aveva messo mio padre a insegnarmi a dire Epstein nel modo giusto! Gli arabi si radunarono tutti da una parte, gli ebrei dall’altra, e io ero lì lì  per piangere, ma decisi di trattenermi. Ce l’avevo con me stesso. Che cosa me ne fregava dell’ebreo che mi avevano dato? Come se fra l’altro ci capissi qualcosa di ciò che diceva quel  Nadav… Comunque a nessuno gliene importava un fico secco della faccenda. E magari Nadav non si era nemmeno accorto che gli avevano cambiato la classe. I nostri insegnanti continuavano a confabulare sul cibo. Avevano creduto che gli ebrei ci avrebbero portati a casa loro e si lamentavano perché si erano messi eleganti per niente.

Quand’ecco arrivare di corsa il nostro direttore, tutto affannato e sudato, impegnato a sistemarsi i quattro capelli che aveva ancora in testa. Puntò dritto verso di me. «Vieni» mi disse. «Hanno scambiato le classi. Ti porto via con me». Era nervoso, ma non mi picchiò. Era venuto apposta dal villaggio, a prendermi. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei salito sulla macchina del direttore! Mi raccontò che Nadav continuava a piangere perché avevano confuso le classi. Non voleva saperne di andare con nessun altro, voleva stare solo con me. Il direttore mi disse che strillava come un neonato; secondo lui aveva un problema serio quel bambino lì. Mi pregò di provare a calmarlo. Voleva riportarlo a casa, ma il vicedirettore  aveva detto che non era bello riportare a casa un bambino ebreo in lacrime.

Ero felicissimo. Nadav si era sentito come me. Quell’ebreo mi voleva davvero bene.

 

ARABI DANZANTI

 
Sayed Kashua