Cinque anni dopo, quando ero in quarta, il maestro di
ebraico entrò in classe con Ajnabi, uno straniero biondo, alto e bello, mica
come noi. Il maestro ci traduceva l’ebraico di quello sconosciuto, diceva che
era uno dei Nitzane Shalom e che avremmo conosciuto altri ebrei. Loro sarebbero
venuti da noi e noi saremmo andati da loro.
Eravamo contenti. Ebrei significava vacanza da scuola e gli
insegnanti si comportavano diversamente: non menavano e sorridevano tutto il
tempo. Gli ebrei avevano più insegnanti, e anche più giovani. Gli ebrei
venivano da Kafr Saba.
Il maestro di ebraico disse a ciascuno di noi chi sarebbe
stato il suo amico ebreo. La nostra classe era più grande di quella degli ebrei
e così capitò che due di noi dovessero dividersi un solo amico ebreo. A me
toccò Nadav Epstein. Dovevamo portarli a casa nostra.
Tutto il villaggio sapeva che arrivavano gli ebrei. Una
settimana prima della visita, i ragazzi della scuola ricevettero una lettera in
cui si chiedeva ai genitori di prepararsi, di non fare brutta figura e di
lasciare una buona impressione. Mia mamma si prese un giorno di permesso, così
da avere il tempo per cucinare e mettere in ordine la casa. Comunque avrebbe
avuto solo due ore di lezione quel giorno, e quindi fece in modo che qualcuno
la sostituisse. Le donne e i bambini che non andavano ancora a scuola uscirono
la mattina presto per andare ad aspettare gli ebrei. Mia mamma preparò la siniah di carne con la salsa di sesamo,
pollo e insalata e baklava.
Apparecchiò la tavola, comprò una pianta con dei fiori di plastica e si vestì
elegante.
Nadav era un tipo a posto. Io non sapevo granché l’ebraico,
ma lui era a posto, simpatico. Quel che non capivo era come mai lui chiamasse pitah le nostre pagnotte. A Tirah, per pitha si intende la pagnottina. Il pane
che gli ebrei chiamano pitah noi lo
chiamiamo semplicemente pane.
Due settimane dopo andammo da loro a Kafr Saba. La scuola
degli ebrei era completamente diversa dalla nostra. In cortile c’erano degli
altoparlanti che durante intervallo diffondevano musica. Vidi un ragazzo girare
abbracciato a una ragazza; mi aspettavo che qualcuno gliele desse. Cercai Nadav
e capii presto che c’era stato un errore: si erano confusi e avevano di nuovo
mandato a Tirah la classe che era già stata da noi.
Ci misero a coppie, un ebreo e un arabo. Alcuni ebrei ebbero
due arabi. Mi accoppiarono con uno nuovo. Non gli chiesi nemmeno come si
chiamava. Capimmo quasi subito che gli ebrei non ci avrebbero portati a casa
loro. Ci avevano preparato il pranzo a scuola; avevano apparecchiato i tavoli e
ci avevano messo sopra del pane Yahud, un po’ di tavolette di cioccolato e
della marmellata.
Non mangiai nulla. Ero offeso. Come avevano osato darci un
nuovo amico? Con tutto il temo che ci aveva messo mio padre a insegnarmi a dire
Epstein nel modo giusto! Gli arabi si radunarono tutti da una parte, gli ebrei
dall’altra, e io ero lì lì per piangere,
ma decisi di trattenermi. Ce l’avevo con me stesso. Che cosa me ne fregava
dell’ebreo che mi avevano dato? Come se fra l’altro ci capissi qualcosa di ciò
che diceva quel Nadav… Comunque a
nessuno gliene importava un fico secco della faccenda. E magari Nadav non si
era nemmeno accorto che gli avevano cambiato la classe. I nostri insegnanti
continuavano a confabulare sul cibo. Avevano creduto che gli ebrei ci avrebbero
portati a casa loro e si lamentavano perché si erano messi eleganti per niente.
Quand’ecco arrivare di corsa il nostro direttore, tutto
affannato e sudato, impegnato a sistemarsi i quattro capelli che aveva ancora
in testa. Puntò dritto verso di me. «Vieni» mi disse. «Hanno scambiato le
classi. Ti porto via con me». Era nervoso, ma non mi picchiò. Era venuto
apposta dal villaggio, a prendermi. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei
salito sulla macchina del direttore! Mi raccontò che Nadav continuava a
piangere perché avevano confuso le classi. Non voleva saperne di andare con
nessun altro, voleva stare solo con me. Il direttore mi disse che strillava
come un neonato; secondo lui aveva un problema serio quel bambino lì. Mi pregò
di provare a calmarlo. Voleva riportarlo a casa, ma il vicedirettore aveva detto che non era bello riportare a
casa un bambino ebreo in lacrime.
Ero felicissimo. Nadav si era sentito come me. Quell’ebreo
mi voleva davvero bene.
ARABI DANZANTI
Sayed Kashua