mercoledì 26 febbraio 2014

ORRORE: “colpevoli solo di studiare”

Abuja, 25. Nuova strage in Nigeria e ancora una volta a essere colpiti sono stati degli indifesi, colpevoli solo – come in questo caso – di studiare. Non è la prima volta che la violenza fondamentalista colpisce le scuole, evidentemente ritenute pericolose perché capaci di creare spazi di libertà e di interrompere la spirale della violenza. Forse per questo i miliziani islamisti di Boko Haram hanno attaccato un collegio del nord-est della Nigeria, uccidendo almeno 29 studenti. La notizia è stata diffusa da fonti della polizia. Molte delle vittime sono morte tra le fiamme appiccate all’edificio, che è stato completamente raso al suolo […]

L’OSSERVATORE ROMANO
Anno CLIV n. 46, mercoledì 26 febbraio 2014

venerdì 21 febbraio 2014

La meravigliosa pratica della LETTURA

L’amore per il libro e per la lettura l’ho appreso a scuola. Più tardi avrei trovato espresso in Giovanni Gentile il criterio pedagogico che giustifica quel che è capitato a me e a chissà quanti altri. «Ogni maestro – dice Gentile – deve avere un sano ed esatto concetto della lettura, che è il focolare maggiore della cultura scolastica che il maestro possa accendere». E io ebbi la fortuna di trovare in terza elementare, dopo l’ottima maestra che avevo avuto in prima e seconda, la signorina Maria Conte, un educatore di pari valore, il maestro (allora a Napoli tutte le maestre erano «signorine» e tutti i maestri erano «professori») Luigi Sala.
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Sala fin dai primi giorni di scuola dedicava almeno un’ora alla lettura dei libri che riteneva più interessanti per noi, ricordo che ci lesse fra gli altri il libro Cuore, Pinocchio, più di uno dei romanzi di Salgari. Era un lettore formidabile. Dava espressione vibrante e delicata, ammiccante o ingenua, a seconda dei casi, a ogni pagina, per non dire a ogni parola. Ancora nell’orecchio mi risuona la sua voce, che non era di napoletano, ma ugualmente familiarissima[…].
Noi tra la piccola vedetta lombarda e il piccolo scrivano fiorentino, gli Appennini e le Ande, Sandokan e il Corsaro Nero, mastro Geppetto e Pinocchio, lo seguivamo con un’attenzione totale. Era, in effetti, la lettura, uno dei pochi casi in cui non aveva corso l’indomabile e indisciplinata irrequietezza napoletana di quella masnada di scugnizzi che eravamo noi alunni.
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Non so se ora, finita alle elementari l’epoca dell’unico insegnante, o se già prima quando ancora c’era l’unico insegnante, o se con l’avvento di computer e tablet e altri ordigni del genere, vi sia ancora la pratica di lettura in classe come quelle che a noi faceva il maestro Sala. Tendo a credere di no, ricordando che già Umberto Saba, con quel suo stile così colloquiale e poeticamente efficace, notava in una sua lirica: «Un giorno / fu che tornavo di scuola. Il maestro / ci aveva fatta, e ad alta voce, come / allora usava le lettura». «Allora usava»: quindi non più alquanto dopo la guerra, quando Saba scriveva. Vero è che ora, coi nuovi strumenti informatici e informavi a disposizione, non è cambiato solo l’ordine delle strumentazioni e delle cose. È cambiato il quadro delle necessità, delle possibilità, dell’immaginario, dei desideri e delle speranze. È cambiato il contesto, e sarebbe addirittura sciocco istituire confronti a metro e a senso unico. Tuttavia, se si potesse spezzare una lancia in favore della lettura, bisognerebbe farlo. Anche la lettura è una istituzione della civiltà, e non è solo un fiore che fiorisce facilmente o del tutto spontaneamente. Vorrei citare ancora un poeta. «La lettura, il più difficile degli studi ed esercizi mentali – dice Carducci – voi conquistate col sudore della vostra fronte virile». Non badate a quel «virile». Non è un’affermazione maschilista e significa qui semplicemente «umana».
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Leggere e conversare: due regole che in Italia  sono tutt’ora alquanto poco osservate.
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Giuseppe Galasso
in Nuova Antologia, anno 148, ottobre-dicembre 2013, n. 2268

martedì 11 febbraio 2014

Cent’anni di nascita e rinascita : Etty Hillesum

Esther (meglio conosciuta come Etty) Hillesum, di cui ricorre il centenario dalla nascita (Middelburg, 15 gennaio 1914), ha progressivamente ottenuto considerazione nello spazio pubblico a motivo della sua vicenda personale. Il ricordo di questa donna ebreo olandese, morta probabilmente il 30 novembre 1943 nel campo di concentramento  di Auschwitz, viene tramandato da lei stessa, attraverso il racconto degli ultimi due anni della sua vita, contenuto in un Diario, composto da 11 quaderni (di cui uno smarrito), 79 Lettere sinora ritrovate, da lei inviate a persone di sua conoscenza e altre 6 a lei indirizzate da familiari e amici. Si tratta di quasi mille pagine di testi.
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Gli inizi della sua vicenda umana non furono contraddistinti da nessuna attenzione particolare. Se Marguerite Yourcenar, a cui Etty può essere accostata  per la comune sensibilità nel guardare la realtà con occhio limpido e profondo, auspicava che ogni nascita dovesse essere «quella di un bambino atteso con amore e rispetto, che porta in sé la speranza del mondo», quella della Hillesum fu un origine segnata  da un contesto familiare oggettivamente compromesso e faticoso. «In questa famiglia è come se qualcosa rosicchiasse senza sosta la mia vitalità, e a lungo andare qui io diventerei una zia acida, dimenticando completamente di essere in realtà una creatura tanto gioiosa e comunicativa» (D 146).
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Il padre Levie (Louis), professore di lingue classiche e poi preside di ginnasio, era un ebreo non praticante, fortemente integrato nel contesto olandese. Ebbe molti problemi di relazione con gli studenti, e anche nello svolgere il suo ruolo paterno all’interno della famiglia.
La moglie di Louis Hillesum, Rebecca (Riva) Bernstein, era nata in Russia ed emigrata ad Amsterdam a motivo del pogrom del 18 febbraio 1907, assieme alla famiglia di origine. Riva morì col marito ad Auschwitz nel 1943, poco prima della figlia.
Dalla madre, Etty ereditò con decisa consapevolezza il sentimento di essere radicata  nel popolo e nella cultura russi. Riva era una donna molto estroversa, impegnata, caotica nell’organizzazione della vita familiare, dominava la scena domestica. Della madre, Etty scrive: «Non è una donna qualunque». E prosegue: «Il tragico è questo: qui giace un capitale di talento e valore umano, sia nella mamma che in papà, ma inutilizzato, o perlomeno non investito al meglio; qui si va sempre a sbattere contro problemi irrisolti e  repentini cambiamenti di umore; è una situazione caotica e triste che si rispecchia nell’andamento disordinato della casa» (D 136). Con il padre, e soprattutto con la madre, Etty  ebbe un rapporto conflittuale, che trovò pacificazione più per il cambiamento interiore della figlia durante gli ultimi due anni di vita che per quello dei genitori.
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Il contesto familiare compromesso, in cui e contro cui Etty si trovò a crescere, fu lo sfondo su cui si stagliò una vicenda personale appassionante, che la portò a diventare «una ragazza straordinaria», con una storia gustosa e affascinante. «Continuiamo a crescere, viviamo di nuovo tutte le sorgenti e non solo di quelle della passione e la vita è buona e bella, anche se fredda» (D 405).
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UN RITRATTO DI ETTY HILLESUM
A CENT’ANNI DALLA NASCITA
di Gabriele Semino
in La civiltà cattolica, n° 3626, 2014