L’amore per il libro e per la lettura l’ho appreso a scuola. Più tardi avrei trovato espresso in Giovanni Gentile il criterio pedagogico che giustifica quel che è capitato a me e a chissà quanti altri. «Ogni maestro – dice Gentile – deve avere un sano ed esatto concetto della lettura, che è il focolare maggiore della cultura scolastica che il maestro possa accendere». E io ebbi la fortuna di trovare in terza elementare, dopo l’ottima maestra che avevo avuto in prima e seconda, la signorina Maria Conte, un educatore di pari valore, il maestro (allora a Napoli tutte le maestre erano «signorine» e tutti i maestri erano «professori») Luigi Sala.
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Sala fin dai primi giorni di scuola dedicava almeno un’ora alla lettura dei libri che riteneva più interessanti per noi, ricordo che ci lesse fra gli altri il libro Cuore, Pinocchio, più di uno dei romanzi di Salgari. Era un lettore formidabile. Dava espressione vibrante e delicata, ammiccante o ingenua, a seconda dei casi, a ogni pagina, per non dire a ogni parola. Ancora nell’orecchio mi risuona la sua voce, che non era di napoletano, ma ugualmente familiarissima[…].
Noi tra la piccola vedetta lombarda e il piccolo scrivano fiorentino, gli Appennini e le Ande, Sandokan e il Corsaro Nero, mastro Geppetto e Pinocchio, lo seguivamo con un’attenzione totale. Era, in effetti, la lettura, uno dei pochi casi in cui non aveva corso l’indomabile e indisciplinata irrequietezza napoletana di quella masnada di scugnizzi che eravamo noi alunni.
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Non so se ora, finita alle elementari l’epoca dell’unico insegnante, o se già prima quando ancora c’era l’unico insegnante, o se con l’avvento di computer e tablet e altri ordigni del genere, vi sia ancora la pratica di lettura in classe come quelle che a noi faceva il maestro Sala. Tendo a credere di no, ricordando che già Umberto Saba, con quel suo stile così colloquiale e poeticamente efficace, notava in una sua lirica: «Un giorno / fu che tornavo di scuola. Il maestro / ci aveva fatta, e ad alta voce, come / allora usava le lettura». «Allora usava»: quindi non più alquanto dopo la guerra, quando Saba scriveva. Vero è che ora, coi nuovi strumenti informatici e informavi a disposizione, non è cambiato solo l’ordine delle strumentazioni e delle cose. È cambiato il quadro delle necessità, delle possibilità, dell’immaginario, dei desideri e delle speranze. È cambiato il contesto, e sarebbe addirittura sciocco istituire confronti a metro e a senso unico. Tuttavia, se si potesse spezzare una lancia in favore della lettura, bisognerebbe farlo. Anche la lettura è una istituzione della civiltà, e non è solo un fiore che fiorisce facilmente o del tutto spontaneamente. Vorrei citare ancora un poeta. «La lettura, il più difficile degli studi ed esercizi mentali – dice Carducci – voi conquistate col sudore della vostra fronte virile». Non badate a quel «virile». Non è un’affermazione maschilista e significa qui semplicemente «umana».
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Leggere e conversare: due regole che in Italia sono tutt’ora alquanto poco osservate.
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Giuseppe Galasso
in Nuova Antologia, anno 148, ottobre-dicembre 2013, n. 2268