sabato 24 dicembre 2016

Natale 2016

Mistero del Natale
Nessuna festa come questa, che da duemila anni coinvolge la cristianità, va estendendo via via il suo fascino anche nelle aree non cristiane, nonostante il consumismo ne stia distruggendo il significato affettivo e soprattutto spirituale, derubandola dal suo valore simbolico.
Ogni anno ci ritroviamo a celebrare a livello collettivo un rito antico, che riaccende sulla terra luci e speranze, proprio nel periodo in cui le tenebre sono più lunghe. Ogni anno rinnoviamo gesti, che conosciamo dall’infanzia, mentre prepariamo il presepio o accendiamo le candeline dell’albero, prima come figli, poi per i figli e infine per i figli dei figli.
E anche chi è solo, nella notte di Natale, si sente coinvolto in un evento che abbraccia tutti, perché parla in maniera misteriosa a tutta l’umanità.
Ma perché questa festa continua, nonostante il consumismo la stia inquinando e banalizzando, a turbare in qualche modo il nostro cuore spesso inaridito dall’indifferenza, dallo scetticismo, dalla superficialità, dal cinismo?
Al di là del significato storico, che la cristianità attribuisce al Natale, al di là del ricordo di un Salvatore, venuto sulla terra per redimerla duemila anni fa, questa festa continua a coinvolgerci probabilmente perché ha radici profonde, che evocano dimensioni dimenticate e parla un linguaggio, di cui abbiamo smarrito l’alfabeto, ma di cui la nostra anima conserva ancora qualche eco.


Anna Maria Finotti

IL MITO DEL NATALE


venerdì 23 dicembre 2016

sappiamo sperare?

Capita a tutti di fare l’esperienza di momenti in cui la speranza sembra spegnersi. Non si sa sperare per sé, non si sa sperare per gli altri.
Abbiamo un senso di incapacità, di limite; non sappiamo vedere, non sappiamo decidere; non osiamo credere nell’efficacia del nostro lavoro. Oppure abbiamo l’impressione di non trovare una risposta alle nostre esigenze da parte di chi dovrebbe rispondere, di non trovare possibilità di incontro, di comprensione e di collaborazione.
Per alcuni tutto questo è questione di temperamento; una spina che si porta nel cuore, forse persino dagli anni giovanili. Altre volte si tratta di stati d’animo passeggeri, di condizioni di salute. Non raramente, soprattutto per certe categorie, o in certe circostanze, sono i fatti stessi che smontano la speranza.
In ogni caso ne segue scoraggiamento, cioè non si sente più coraggio, o si sente meno coraggio, per andare incontro alle difficoltà […].
Ma non sempre è così. Anzi rimane sempre inestinguibile […] uno sfondo di speranza. Spesso, nonostante tutto, la speranza è viva, rifiorisce continuamente […].
Quanti motivi di stanchezza, di delusione, di debolezza, di sconforto avrebbero dovuto turbare Maria e Giuseppe: le fatiche del viaggio verso Betlemme, i rifiuti degli uomini, il fatto che nessuno si interessasse, si accorgesse di loro, di Gesù; le apprensioni, le ansie comuni ad ogni madre, a tutti i genitori, specie quando non hanno né potenza né potenza né ricchezza. Apprensioni che saranno confermate da Simeone nel tempio, quando questo venerando vecchio annuncerà tribolazioni a Maria. E a un certo momento non si tratterà più soltanto del fatto che gli uomini non conoscano, non accolgano Gesù, ma ci sarà il tentativo di Erode di stroncare la vita di questo bimbo che gli dà ombra.
Ma non mancano le ragioni di conforto, che, anche da un punto di vista umano, conservano, nell’animo dei componenti la famiglia di Gesù, speranza e fortezza […] La presenza di Gesù è la presenza di una piccola, inerme, fragile creatura, esposta a tutte le pene, a tutte le violenze, a tutte le delusioni; ma insieme è la presenza di Dio: Egli è il «Dio con noi»
[…]
Il nome di Gesù vuol dire: Dio salva, Dio dà la salvezza. Ma la parola italiana salvezza non esprime forse tutta la ricchezza del contenuto: Dio non dà solo salvezza dal male, dal peccato, dalla perdizione, ma dà la ricchezza della sua vitalità e della sua pace, e con questo mette gli uomini nella condizione di vivere e vivendo di lodare Dio.


Emilio Guano
Natale tra disperazione e speranza

giovedì 27 ottobre 2016

essere infante oggi

I bambini scompaiono, non solo perché ne nascono sempre meno, ma soprattutto perché gli adulti, trattandoli subito da “grandi”, non riconoscono loro una specificità.
Genitori e figli fanno le stesse cose: guardano la tv, giocano con i videogiochi, navigano su Internet, si vestono, mangiano, parlano ed interagiscono allo stesso modo, esprimendosi con gli stessi gesti e le stesse parole. Si inventano pochi giocattoli per i bambini ma moltissimi gadget per tutti, e nei parchi giochi come Disneyland grandi e piccoli hanno gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Di fatto, la stessa età.
In casa e fuori, condividono e utilizzano in maniera identica gli stessi spazi.
Che ci sia una alterazione dei ruoli? Che il crinale fra adulti e bambini sia venuto meno perché va sfumando la responsabilità degli uni e crescendo quella degli altri? Perché è la responsabilità stessa che si perde in questa postmodernità? Potremmo sostenere che la caratteristica precipua di questo tempo è l’”adultizzazione” dei piccoli e l’”infantilizzazione” dei grandi?
La preoccupazione sempre maggiore degli adulti nei confronti dei bambini non deve essere scambiata per attenzione, come spesso invece accade, fornendo un prezioso alibi all’inadeguatezza educativa. L’attuale generazione di genitori sembra delegare alla scuola, ai vecchi e nuovi media, alle tecnologie, all’associazionismo, al gruppo dei pari, ai giochi, la responsabilità di accudire, crescere, stimolare ed educare i piccoli.
Più imparano e più rapidamente crescono, più si “autonomizzano” e più problemi risolvono a coloro che non hanno saputo conoscerli e comprenderli e che quindi non sono attrezzati ad esercitare la responsabilità richiesta dal loro ruolo.
[…]
I bambini sono sempre esistiti, l’infanzia no. Ci vuole un’idea, perché senza un’idea d’infanzia, l’infanzia non c’è. Viva come concezione nella nostra cultura  prevalentemente quando si propone nei suoi tratti problematici – calo demografico, violenza, disaffezione scolastica… - l’infanzia viene di solito presentata per la sua atipicità o per i suoi rapporti con il mondo adulto, ma comunemente ignorata nella sua specificità.
Genericamente considerata come preistoria individuale, come momento esistenziale al quale rendere testimonianza, o luogo “altro” da cui si proviene, che cos’è l’infanzia oggi?


CI SIAMO PERSI I BAMBINI

Marina D’Amato

venerdì 29 luglio 2016

...arrivederci col fresco!!!

[...]D’estate, nelle case dei ricchi, si chiudono le finestre alla mattina e l’aria fresca della notte rimane nelle stanze ampie e oscure, dove, nella penombra, brillano specchi, pavimenti di marmo, mobili lucidati a cera. Tutto è a posto, tutto è pulito, ordinato, nitido, perfino il silenzio è un silenzio fresco, riposante, buio.

Se poi hai sete, ti portano su un vassoio una bella bibita gelata, un’aranciata, una limonata, dentro un bicchiere di cristallo in cui i blocchetti di ghiaccio del frigidaire, a rimescolarli, fanno un rumore allegro che da solo ti rinfresca. Ma in casa dei poveri le cose vanno diversamente. Col primo giorno di caldo, l’afa entra nelle tue stanzette affogate e non se ne va più via. Vuoi bere ma dal rubinetto, in cucina, viene giù un’acqua calda che pare brodo. In casa non ti puoi più muovere: sembra che ogni cosa, mobili, vestiti, utensili, si sia gonfiata e ti caschi addosso. Tutti stanno in maniche di camicia, ma le camicie sono sudate e puzzano. Se chiudi le finestre, soffochi perché l’aria della notte non ce l’ha fatta ad entrare in quelle due 0 tre stanze dove dormono sei persone; se le apri, il sole t’inonda e ti pare d’essere in strada e tutto sa di metallo bollente, di sudore e di polvere. Col caldo, anche i caratteri si scaldano, voglio dire diventano litigiosi: ma il ricco, se gli gira, prende e se ne va in fondo all’appartamento, tre stanze più in là; i poveri, invece, rimangono davanti ai piatti uniti e ai bicchieri sporchi, naso a naso; oppure debbono andar via di casa. Basta, uno di quei giorni, dopo aver fatto una buona litigata con tutta la famiglia e cioè con mia moglie perché la minestra era salata e bollente, con mio cognato perché prendeva le parti di mia moglie e secondo me non ne aveva il diritto essendo disoccupato e a mio carico, con mia cognata perché mi difendeva e questo mi dava fastidio perché sapevo che lo faceva per civetteria essendo innamorata di me, con mia madre perché cercava di calmarmi, con mio padre perché protestava che voleva mangiare in pace, e perfino con la bambina perché era scoppiata in pianto, tutto ad un tratto mi alzai, presi la giubba dalla seggiola, dissi con semplicità : «Sapete che nuova c’è? Mi avete seccato tutti... arrivederci a ottobre, col fresco » [...]
 
 
 
«Scherzi del caldo», il racconto neorealista e surreale di Alberto Moravia nei sobborghi di Roma, apparso sul «Corriere della Sera» il 2 luglio di sessantasei anni fa
ripubblicato mercoledì 27 luglio 2016

martedì 26 luglio 2016

«E se, e ma mi pare sarà eppure non piove e nuvole non ne vedo di qua…»


Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non aver alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.

 

 

LA PIOGGIA PRIMA CHE CADA

Jonathan Coe

mercoledì 27 aprile 2016

ascoltare i bambini fa sorridere, e star bene tutti!!!

«Gli uomini primitivi sentivano un gran bisogno di avere delle idee nuove e allora ci pensavano.»

«Gli uomini costruirono delle fabbriche, ma non c'era la corrente. Dopo la corrente a letrica venne e così le fabbriche potettero lavorare e gli uomini furono contenti.»
 
«I Romani non avevano l'indirizzo ma si spiegavano bene perché quando uno usciva di notte c'erano degli uomini che gli davano una botta in testa»
 
«I Barbari erano quelli che venivano di là dai confini per frugare nella roba dei Romani»
 
«Il padre di Carlo Magno era Peppino in breve»
 
«Carlo Magno quando morì divise tutti i sudditi in tre parti»
 
«Federico Barbarossa fece bruciare tutte le case di Milano e anche i suoi grattacieli»
 
 
 
«Gli olandesi furono i primi che inventarono la stampa a modo fisso. I tedeschi inventarono poi la moda mobile»
 
«Dopo la scoperta della Merica gli Inglesi si andarono a stabilire nell'Atlantico»
 
«Ghilileo Ghililei scoprì l'orologio a dondolo»
 
 
«La destra del fiume è quella che noi se ci voltiamo verso la sorgente e il nostro braccio è sinistro e anche la sponda del fiume è sinistra»
 
«Nel Veneto si coltiva baco da seta e si allevano pollame, buini e suini»
 
«Il sottosuolo della Sardegna è ricco di tonni»
 
«Le isole sono delle terre che sono circondate dal mare e sono abitate da animali, alberi, erba, abitanti e altre cose»
 
«Roma è un paesino bello perché c'è il Papa e la Piazza»
 
 
«Nacque una capanna e lì c'era Gesù»
 
«S. Martino era molto gentile perché vide un poveretto che aveva freddo e allora prese il mantello, ne tagliò la metà e se la prese lui»
 
«Le leggi sono utili se no tutti potremmo fare quello che ci pare»
 

«Le mani del vigile dirigono il traffico. Se i vigili non avessero le mani, nelle città ci sarebbe una confusione»
 
 
«La salamandra è un animale quacquifero»
 
«Il bue, il maiale e la mucca sono molto affezionati all'uomo e per questo gli danno la carne. Anche il vitello piano piano si ingrassa e dà la sua carne al macellaio»
 
«L'uomo, l'elefante e la giraffa sono fiammiferi»
 
 
«Il sole se ci fa lume davanti di dietro c'è buio»
 
«Le zanzare portano la malaria e gli ingegneri portano l'elettricità»
 
 
 
«Io ci passo volentieri per quella strada e lei sembra che sia contenta e al passare di tutti
pare che sorrida»
 
 
FIORI DI BANCO
 
Ada Trerè Ciani


mercoledì 4 novembre 2015

un folle amore: LA LIBERTA'



Domenica, 4 novembre 1956

 

Alle sei e trenta del mattino le telescriventi della redazione dell’Associated Press di Vienna cominciarono a battere una serie di dispacci in arrivo da Budapest. Erano urgenti e provenivano dalla redazione del quotidiano ungherese «Szabad Nép» (Un popolo libero). Ma non era un normale cronista a inviarli, erano scritti infatti da un giovanotto che usava una mano per digitare sulla tastiera mentre nell’altra impugnava un’arma, e che vedeva infrante le sue disperate speranze di libertà.

 

Dalle prime ore di stamane truppe sovietiche stanno attaccando

Budapest e la nostra popolazione…

Annunciate al mondo il proditorio attacco alla nostra lotta per la libertà…

Le nostre truppe sono già impegnate in combattimento.

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

Sos! Sos! Sos!

Hanno appena rovesciato un tram da usare come barricata

vicino a questo edificio. Qui dentro i giovani stanno preparando

bottiglie Molotov e bombe a mano per combattere contro i carri armati.

Siamo tranquilli, non abbiamo paura.

Trasmettete al mondo la notizia e chiedetegli di condannare l’aggressione.

I combattimenti sono molto vicini, ora, e non abbiamo abbastanza mitra nell’edificio.

Non so quanto a lungo potremo resistere.

Ora stanno preparando le bombe a mano.

Granate di grosso carico scoppiano nelle vicinanze: in aria rombano aerei a reazione…

[…]

Ora ricomincia la sparatoria. Sparano su di noi.

I carri si avvicinano e c’è l’artiglieria pesante. Abbiamo appena saputo che il nostro reparto sta ricevendo rinforzi e munizioni. Ma è ancora troppo poco. Non si può permettere che la gente attacchi i carri a mani nude.

Che cosa stanno facendo le Nazioni Unite?

Qui nel palazzo della stampa ci sono fra le 200 e le 250 persone, di cui 50 sono donne.

I carri si avvicinano. Entrambe le stazioni radio sono in mano ai ribelli, che stanno trasmettendo l’inno nazionale.

Noi terremo duro fino all’ultima goccia di sangue. Ai piani inferiori ci sono uomini con una sola bomba a mano.

[…]

Ci hanno appena riferito che truppe americane saranno qui entro una o due ore.

Le pallottole colpiscono ancora questo palazzo. Ora i carri stanno sparando verso il Danubio. I nostri ragazzi sono sulle barricate e chiedono altre armi e munizioni. Ci sono violentissimi combattimenti nel centro della città… I carri armati si sono allontanati dal nostro palazzo e sono andati altrove…

Una granata è appena esplosa qui vicino. Ci sono violenti combattimenti in direzione del teatro nazionale, vicino a noi, verso il centro.

Nel nostro edificio ragazzi di quindici anni stanno fianco a fianco a uomini di quaranta.

Non preoccupatevi per noi.

Noi siamo forti, anche se siamo una piccola nazione.

Finiti i combattimenti, ricostruiremo la nostra infelice patria.

Informateci su tutto quanto fa il mondo per aiutare l’Ungheria.

Non preoccupatevi….


Poco prima delle undici del mattino la linea si interruppe e la voce del cronista ammutolì per sempre.

 

La nuova Ungheria democratica, a libero mercato e multipartitica, soppiantò ufficialmente la repubblica popolare il 23 ottobre 1989, trentatré anni dopo il giorno delle prime dimostrazioni antisovietiche della rivoluzione.

 

Ancora oggi a Budapest, vivace e moderna capitale dell’Unione Europea, alcuni edifici pubblici e interi isolati portano i segni delle pallottole.

 

 

 

BUDAPEST 1956

Victor Sebestyen

 

 

 

 

giovedì 15 ottobre 2015

in contro a Leonard e Virginia


« Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. »

Virginia ,28 marzo 1941

 

 
 

«Credo che questo suo modo di essere fosse in stretto rapporto con quella sua vena che io chiamo genio: nel bel mezzo di una conversazione, da un momento all’altro, Virginia poteva “staccarsi da terra”, come dicevo io. Era una conversatrice straordinariamente divertente, certamente fuori dal comune; aveva un’intelligenza pronta, arguta, spiritosa; sapeva essere seria o frivola secondo l’occasione e l’argomento. Ma in qualsiasi momento, sia che stesse conversando con cinque o sei persone sia che fossimo noi soli, all’improvviso poteva “staccarsi da terra” e avventurarsi in qualche descrizione fantastica, incantevole, divertente, sognante, quasi lirica, di un evento, di un luogo o di una persona. Ogni volta faceva pensare a una sorgente che riprende a zampillare dopo le prime piogge d’autunno. I comuni processi mentali si arrestano, e al loro posto cominciano a sgorgare le acque della creatività e dell’immaginazione che, quasi spontaneamente lei e i suoi ascoltatori in un altro mondo. A differenza di molti altri oratori, per quanto bravi o brillanti, Virginia non annoiava mai, perché le sue esibizioni – ed esibizioni è un termine che mal si adatta alla loro spontaneità – erano sempre di breve durata

Quando si levava in volo con una di queste fantasie, Virginia era chiaramente sorretta da una specie di ispirazione. Pensieri e immagini nascevano da soli, senza che lei li guidasse e li controllasse coscientemente come era solita fare in una normale conversazione e come fa sempre la maggior parte di noi»

Leonard

 

Martedì, 23 febbraio 1926

«Sono sbattuta come una vecchia bandiera dal mio romanzo: Gita al faro. Credo valga la pena di dire, per mio personale interesse, che finalmente, finalmente, dopo quella battaglia che è stata Jacob’s Room, e quell’agonia – tutta un’agonia salvo la fine – che è stata Mrs. Dalloway, ora io scrivo altrettanto rapida e libera quanto ho potuto scrivere in tutta la mia vita; più – venti volte più – che in ogni mio romanzo finora. Credo sia la prova che mi trovo sul sentiero giusto; e che, quale sia il frutto che pende dalla mia anima, per quel sentiero lo raggiungerò. È divertente: ora invento teorie che la fertilità e la fluidità sono quello che ci vuole: un tempo rivendicavo una sorta di lucido sforzo. Comunque, vado avanti tutta la mattina: e mi ci vuole una fatica del diavolo per non fustigarmi il cervello anche tutto il pomeriggio. Ci vivo dentro, e risalgo alla superficie piuttosto oscuramente, spesso incapace di pensare a quel che debbo dire mentre passeggiamo intorno alla piazza, ciò che è male, lo so. Potrebbe essere buon segno per il libro, però. Naturalmente questo libro lo conosco bene: ma è stato così per tutti i miei libri. È che sento di poter buttare fuori tutto, ora; e “tutto” è un affollarsi, un peso, una confusione mentale.»

Virginia

 

 

«Soggiornammo a St. Ives e nella baia di Carbis per tre settimane, alloggiando in pensioni. Fu per certi aspetti esasperante: Virginia non si era ancora completamente ristabilita, gli estranei la innervosivano, le sue allucinazioni minacciavano di riaffiorare, il mangiare e il dormire continuavano a costituire un problema. Ma la Cornovaglia e St. Ives esercitavano su di lei come su tutta la sua famiglia un fascino nostalgico. Era il fascino dell’infanzia che può dare ai luoghi e ai ricordi uno splendore e una gloria che non sbiadisce, anche quando l’età ha distrutto ogni altra illusione. Ogni estate, quando Virginia era bambina, la sua famiglia si trasferiva a Talland House, a St. Ives, e il tempo trascorso laggiù rimase impresso nella sua memoria come una serie di giorni estivi di intatta felicità. Gita al faro è immerso nella luce di questa felicità, e ogni volta che Virginia tornava in Cornovaglia, ne riscattava un po’.»

Leonard

 


 
  

«L'aspetto individuale, ciò che ci rende riconoscibili, in verità è un fatto puerile. Al di sotto, tutto è buio, deformato, insondabilmente profondo; ogni tanto riaffioriamo in superficie, e così veniamo riconosciuti».

Virginia

 


  

La mia vita con Virginia

Leonard Woolf

 
 
Diario di una scrittrice

Virginia Woolf

 

Gita al Faro

Virginia Woolf

mercoledì 30 settembre 2015

desiderio di una vita


Per la prima volta potevo veramente parlare di me, uscire dalle mie riflessioni silenziose per comunicarle, dire i miei tormenti.

Per la prima volta incontravo qualcuno che mi ispirava di colpo una confidenza assoluta; qualcuno che, lo sapevo già da allora, non mi avrebbe mai delusa; qualcuno con cui, su tutte le cose, potevo così ben armonizzare.
Un altro Qualcuno aveva prestabilito fra di noi, malgrado così grandi differenze di temperamento e di origine, una sovrana armonia.
I grandi amici
Raissa Maritain

mercoledì 2 settembre 2015

quando il BUIO

Era l’unico uomo a bordo (eccettuato me, ma io non potevo rinunciare alla mia libertà di movimenti) che ancora potesse dare affidamento con la sua forza muscolare. Fui sul punto di dirgli di mettersi alla ruota, ma, ricordando il terribile pericolo che lo minacciava dentro il petto, esitai. Nella mia ignoranza di cose fisiologiche, credevo che avrebbe potuto morir sul colpo per la sola agitazione di un momento un po’ critico.
Mentre quel timore angoscioso mi tratteneva le parole sulla punta della lingua, Ransome indietreggiò di due passi, e scomparve.
Provai allora un senso di smarrimento, come se un appoggio mi fosse improvvisamente mancato. Uscii anch’io dal cerchio di luce nelle tenebre che mi si paravano dinnanzi come un muro. Mi ci immersi con un passo. Tale doveva essere l’oscurità precedente la creazione. Le tenebre si richiusero dietro di me. Sapevo di essere invisibile al timoniere. E pure io non potevo veder nulla. Egli era solo, io ero solo, ognuno, dovunque stesse, era perfettamente solo. E ogni forma era pure scomparsa: alberi, vele, accessori, murate, - ogni cosa era radicata nella terribile uniformità di quella notte assoluta.



LA LINEA D’OMBRA
Joseph Conrad

©RL