sabato 13 giugno 2015

Disfacimento dell’impero ottomano

«Bambina mia, nella nostra patria avevamo una casa bellissima, vicino alla chiesa e poco lontano dal mare. Ricordatelo, quella è la nostra terra, non qui».
Avevo sette anni e ascoltavo distratta quelle parole un po’ strane di mia nonna paterna Eratò. “Qui” era Salonicco, in Grecia, la città d’origine dei miei genitori, dove trascorrevo le vacanze estive. La “patria” evocata era invece Ordu, in Turchia, un luogo che con quel nome bizzarro mi sembrava partorito dalla fantasia della nonna.
All’epoca, facevo fatica a conciliare la mia doppia identità di bambina nata e cresciuta a Como, in Italia, da genitori greci. Figuriamoci se c’era spazio per una terza terra d’origine, sperduta chissà dove, sulle rive del Mar Nero.
Con l’età adulta e con l’aiuto dei libri di storia, ho preso coscienza di discendere, per via paterna, dai greci del Ponto […]. Mi sono resa conto che essere qui, oggi, a raccontare questa storia non è così scontato. La metà di questa antichissima comunità greca è stata massacrata fra il 1914 e il 1921 dai turchi e i superstiti sono stati costretti ad andarsene con quanto potevano portare in mano, lasciando le loro case […].
«Per anni, ai profughi è stata imposta una “perdita della memoria” da parte dello Stato greco», commenta Vlassis Agtzidis, storico ed esperto delle vicende dei greci del Ponto. «[…] Si è tornati a parlare liberamente di quanto è accaduto solo negli anni Ottanta».
Negli ultimi decenni, i greci del Ponto hanno cominciato a compiere viaggi della memoria in terra turca. Mia zia Elpida, nel 2010, è stata a Ordu. Quarant’anni dopo il racconto di nonna Eratò, ho finalmente visto in fotografia la casa di cui mi aveva parlato, abitata da una famiglia turca.
[…]
Molti greci del Ponto, in quel lontano 1923, scelsero di non partire. Tra patria e religione, scelsero la terra e si convertirono all’islam.
[…]
Sono trascorsi quasi cent’anni, ma i loro discendenti conservano il ricordo della doppia identità: cittadini turchi, greci nel cuore e nelle tradizioni. Non più cristiani, purtroppo: questa era la condizione non trasgredibile per restare. Ma c’è chi ipotizza anche una presenza di cristiani nascosti.
[…]
È tempo che anche la Turchia riconosca alle sue minoranze il diritto di esistere, senza nascondersi.


Quel genocidio dimenticato
Maria Tatsos in
MONDO E MISSIONE, giugno/luglio 2015

domenica 7 giugno 2015

Divenire famosi

Quanti erano quelli che prima della televisione coltivavano sogni di grandezza? Sì, qualcuno c’è sempre stato; ma si trattava di un’esiguissima minoranza… il cinema ecco, col cinema l’idea di mettersi in mostra, di essere additati dalla folla, inizia a diffondersi, ma è con la televisione che nasce l’idea del divismo di massa. Come di massa diviene la frustrazione che deriva dal non riuscire a realizzare questo ideale.
«Vuoi sapere quanti soldi guadagno?»
«No, dimmi come si diventa famosi.»
Questo il dialoghetto intercorso tra Damien Hirst, probabilmente l’artista più pagato e celebre al mondo, e il figlioletto. «A soli nove anni» commenta Hirst «mio figlio ha capito che la fama è un desiderio più potente del denaro…»
Divenire famosi è la cosa che più ti avvicina all’immortalità.



Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo
Gaetano Cappelli

sabato 6 giugno 2015

incantata da TERNITTI

È l’aurora. Le onde sembrano mustacchi bianchi, deflagrano contro la riva. La caletta di sabbia a Leuca ha riverberi azzurri e rosacei. Le colline trapuntate di ville feudali sono a strapiombo sulla baia, qui il mare sembra aver guadagnato terra.
Ed è lì, la signora dei nascondigli, in una torretta di pietra in cui le madame si facevano il bagno lontane da occhi importuni e plebei, nell’armatura di selce a pochi metri dalla battigia.
Una donna sola che prega i suoi spettri.
Ha la linea della mandibola serrata, due spigoli netti, piccole rughe attorno agli occhi, fessure oscure di chi non ha dormito. Capelli neri raccolti morbidi all’indietro e trattenuti da fermagli invisibili. È in ginocchio con la naturalezza di un fachiro. Le giunture affondano nella sabbia bagnata. Si nasconde, si concentra per ascoltarli, e per conoscere il loro lontano dispaccio celeste.

Per Minì era il luogo ideale per incontrarsi con i suoi antenati; c’era il mare che tuonava nella pietra, nessuna la poteva vedere e nessuno poteva sentirla parlare da sola.


TERNITTI
Mario Desiati

martedì 2 giugno 2015

Benjamin

Dagli anni giovanili sino a quelli della maturità Walter Benjamin non cessa mai di porre la propria attenzione sul problema dell’esperienza: come un prisma dalle molteplici facce, esso viene osservato e interrogato sempre di nuovo a partire da tutte le sue differenti angolature; come un filo rosso percorre e attraversa la riflessione benjaminiana fin nei suoi spostamenti di baricentro e trasformazioni. I molti saggi e luoghi in cui Benjamin, di volta in volta e lunogo la sua intera produzione teorica, torna ad affrontare tale questione ne sono la testimonianza.
[…]
Esperienza infatti, tanto negli scritti giovanili quanto in quelli posteriori all’incontro col marxismo, sembra essere innanzitutto un gesto di rottura: non si dà rinnovamento del pensiero filosofico così come della realtà, secondo Benjamin, senza un vero e radicale rinnovamento del concetto di esperienza.
L’esperire diviene così una prassi rivoluzionaria, un’attività che, prima di fondare il nuovo, non può che distruggere il vecchio: la «vera» esperienza è «lotta» contro l’uso «filisteo» del termine stesso, contro quell’esperienza usata come «maschera», come principio di autorità dagli «adulti» per giustificare e legittimare lo stato di cose presente, per predicare l’«inutilità della ribellione». Questo principio conflittuale e «antagonista» non smetterà mai di ispirare, pur nelle sue differenti connotazioni, il concetto di esperienza benjaminiano, sia quando si tratterà di smascherare e decostruire i fondamenti rudimentali della metafisica kantiana, sia quando si imporrà l’urgenza di un’analisi critica e materialista degli choc esperienziali generati dai modi di produzione del capitalismo avanzato.


Walter Benjamin e il prisma dell’esperienza
di Marina Montanelli

in LA CULTURA 1/2015

mercoledì 20 maggio 2015

«Esistono gli angeli?»

Esistono gli angeli? E, se si, sono come li dipinge il nostro immaginario? Esseri alati e asessuati, quintessenza della purezza e dell’innocenza? La Bibbia ci presenta diverse tipologie di angeli: da dove nasce la necessità di dare vita a questa figura? E come si è passati dall’angelo in forma umana che si presenta ad Abramo alle querce di Mamre agli esseri tetramorfi della visione di Ezechiele? Quale elaborazione teologica si cela dietro questo sviluppo? E quali fattori esterni lo hanno influenzato?
[…]
Gli incontri tra gli esseri umani e gli angeli non hanno nulla di soprannaturale e spesso il messaggero non viene subito riconosciuto: non è il suo aspetto a fare di lui il messo di Dio bensì il suo messaggio.


Antonella Varcasia
PROTESTANTESIMO

Vol. 70 : 1, 2015

martedì 19 maggio 2015

«INCANTO E DISINCANTO»

Viviamo in un mondo in cui le idee, le istituzioni, gli stili artistici e le formule per la produzione e la vita circolano tra società e civiltà molto differenti per radici storiche e tradizionali. Per fare due esempi, la democrazia parlamentare è migrata dall’Inghilterra all’India e la pratica della disobbedienza civile non violenta si è spostata dal suo contesto originario – le pratiche di Gandhi – in molti altri luoghi: tra l’altro nel movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King, a Manila nel 1983 e, ultima tappa, nelle rivoluzioni di velluto o arancioni dei nostri giorni.
Tuttavia, queste idee e forme non si limitano a cambiare sede come se fossero dei blocchi solidi; in ogni trasferimento vengono infatti modificate, reinterpretate e ricevono un nuovo orientamento e significato. Da questa commistione può sorgere una terribile confusione allorché cerchiamo di seguirne i passaggi e comprenderli.

Una possibile fonte di confusione può risiedere nell’eccesso di serietà con cui ci concentriamo sulle parole: anche se il nome può essere lo stesso, la realtà sarà spesso differente.
Questo è senza dubbio vero per la parola «secolare». La «secolarizzazione» è in genere concepita come un processo che può verificarsi ovunque – e che per alcuni si sta effettivamente realizzando ovunque – e i regimi secolari (o laicisti) come un’opzione accessibile a ogni paese, a prescindere se sia o non sia stata adottata di fatto. E certamente queste parole saltano fuori dappertutto. Ma significano davvero la stessa cosa? Non esistono, piuttosto, delle differenze sottili che possono complicare maledettamente i dibattiti interculturali?
Personalmente penso che tali sfumature esistano e che ostacolino la nostra comprensione. Il rischio è o di infilarsi in un dialogo tra sordi oppure sottovalutare le differenze e giungere a conclusioni profondamente sbagliate perché troppo frettolose e sommarie. Una cosa del genere accade, per esempio, quando le persone sostengono che, poiché il «secolare» è una vecchia categoria della cultura cristiana, e siccome l’islam non sembra disporre di una categoria corrispondente, e nemmeno di nozioni come la distinzione tra Chiesa e Stato, allora le società islamiche non possono adottare dei regimi secolari o laici. Ovviamente, anche se non saranno copie identiche di quelle emerse all’interno della cristianità, non si può escludere che l’idea migrare in modi più inventivi e immaginativi.
[…]
Esiste perciò un significato ovvio di «secolarizzazione», risalente a molti secoli fa, precisamente al periodo posteriore alla Riforma protestante, quando alcune funzioni, proprietà, istituzioni vennero sottratte al controllo della Chiesa e trasferite ai laici. La «secolarizzazione» consisteva in questo passaggio da una sfera all’altra.
[…]


Charles Taylor
Incanto e disincanto

EDB

mercoledì 22 aprile 2015

"la bellezza salverà il mondo?" chi e dove

Ippolit, che verso la fine della dissertazione di Lebedev si era improvvisamente addormentato sul divano, si svegliò di colpo, come se qualcuno lo avesse urtato, si sollevò, si guardò intorno e impallidì; volse lo sguardo in giro con aria spaventata; ma il suo volto manifestò quasi terrore quando ebbe riacquistato la sua lucidità e si fu ricordato di tutto.
«Che cosa succede, se ne stanno andando? È finito? È tutto finito? Il sole è sorto?» chiese, allarmato, afferrando la mano del principe. «Che ora è? Dio mio: l’ora! Ho dormito troppo. Ho dormito molto?» soggiunse con un’aria quasi disperata, come se, non svegliandosi in tempo, avesse perso qualcosa da cui in un certo senso dipendeva tutto il suo destino.
«Avete dormito sette o otto minuti» rispose Evgenij Pavlovic.
Ippolit lo guardò angosciato e rifletté per qualche istante. «Ma… soltanto?! Questo significa che io…»
E, con avidità, fece un respiro profondo come se si fosse levato di dosso una pena terribile. Si rese conto finalmente che nulla “era finito”, che l’alba non era ancora spuntata, che gli ospiti si erano alzati da tavola unicamente per lo spuntino e che erano terminate solo le chiacchiere di Lebedev. Sorrise e sulle sue guance comparve, sotto forma di due macchie accese, un rossore da tisico.
«Ma voi avete persino contato i minuti, mentre dormivo, Evgenij Pavlovic» riprese con tono beffardo. «È  tutta la sera che non mi togliete gli occhi di dosso, me ne sono accorto… Eh! Rogozin! L’ho visto in sogno adesso» bisbigliò al principe, accigliandosi e indicando col capo Rogozin che se ne stava seduto al tavolo. «Ah, sì» disse all’improvviso, cambiando di nuovo discorso «dov’è l’oratore, dov’è Lebedev? Dunque Lebedev ha terminato? Di cosa ha parlato? È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo verrà salvato dalla “bellezza”? Signori» gridò a tutti ad alta voce «il principe sostiene che il mondo verrà salvato dalla bellezza! Io sono convinto che gli vengano in mente pensieri così gioiosi perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato; poco fa, non appena è entrato, me ne sono convinto. Non arrossite, principe, altrimenti proverò compassione per voi. Quale tipo di bellezza salverà il mondo? Me lo ha riferito Kolja… voi siete un cristiano fervente? Kolja dice che voi stesso vi definite tale.»
Il principe lo guardò con attenzione e non gli rispose.

Dostoevskij
L’IDIOTA
Parte III capitolo V

venerdì 17 aprile 2015

...e Dio come Bellezza

Gaudì realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti:
superare la scissione tra coscienza umana  e coscienza cristiana,
tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna,
tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza.
Antoni Gaudì non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee superfici e vertici”


Benedetto XVI, 7 novembre 2010

giovedì 9 aprile 2015

strada per Dostoevskij, strada di bellezza

«La cultura non è consumare prodotti di cultura. Consumiamo i quadri delle mostre, leggiamo libri, ascoltiamo musica… è vera cultura consumarne il più possibile? La cultura non è un oggetto, ma uno spazio, che unisce l’uomo a sé stesso e agli altri uomini. Non vorrei fare l’ennesimo tentativo di ‘consumare’ Dostoevskij, anche perché è un amico e gli amici non si consumano, con gli amici si parla. Per molti Dostoevskij è l’autore di cui… ‘a pagina 10 non si ricordano i personaggi di pagina 3’: appunto un autore difficile da ‘consumare’ e questo già tradisce la sua grandezza. Chiunque abbia provato a leggerne un romanzo è rimasto disorientato: è come muoversi in una foresta.
[…]
Senza la bellezza non c’è nulla da fare al mondo, perché la bellezza serve a entusiasmare al lavoro e il lavoro a risorgere. Di che bellezza sta parlando Dostoevskij? Se penetriamo questo mistero, avremo giornate meno grigie. Quando suona la sveglia: che cosa abbiamo da fare nel mondo, per il mondo, con il mondo oggi?»

Alessandro D’Avenia
SE E’ VERO CHE LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO
in STUDI CATTOLICI, 649, marzo 2015

 

sabato 14 febbraio 2015

ti ho incontrato stamattina

Per alcuni la letteratura è un ponte che unisce l’infanzia alla morte. Mentre questa genera angoscia, quella evoca nostalgia. Più la nostalgia è profonda e la paura totale, e più la parola e l’immagine guadagnano in purezza e in ricchezza.
Ma per me lo scrivere è piuttosto una matzevà, un invisibile pietra tombale, eretta alla memoria dei morti senza sepoltura. Ogni parola corrisponde a un volto, a una preghiera, avendo l’uno bisogno dell’altra per non cadere nell’oblio.

L’EBREO ERRANTE
Elie Wiesel