venerdì 17 gennaio 2014

Dalla creatività di Silvia… al piccolo Francesco Maria che sta aspettando di venire al mondo

Talenti
Alessandro D’Avenia
Qualche giorno fa un ragazzo di 17 anni mi ha chiesto come fare a scovare il suo talento. Sono molti a scrivermi al riguardo, dato che ne parlo molto sul blog, nei libri, articoli e incontri.
Dopo cinque anni di scuola con i miei ragazzi che, per continuità didattica, ho la fortuna (mia, non loro) di seguire dal primo anno alla maturità, posso dire con discreta certezza quale sia il loro talento: il loro modo di stare al mondo.
Il talento è la forza di gravità che porta un uomo e una donna ad occupare il proprio posto nel mondo, perché è il suo modo unico e irripetibile di relazionarsi con il mondo (il creato, gli altri, Dio).
Un mio amico architetto mi ha spiegato qualche giorno fa che il suo “talento” è nato dal fatto che, avendo perso il padre da bambino ed essendo il maggiore dei fratelli, ha dovuto risolvere mansioni spesso paterne in famiglia. Che c’entra con l’architettura? Una delle prime cose che gli capitò di dover risolvere ancora dodicenne fu un trasloco e toccò a lui ricostruire in pianta la nuova casa e collocare i mobili della vecchia, così da capire cosa portare, dove collocare ogni pezzo. Una mancanza lo ha reso creativo.
Il talento è un insieme complesso di caratteristiche maturate durante l’infanzia (soprattutto) e l’adolescenza (il loro emergere), frutto di predisposizione naturale e di fattori ambientali, che non si ripetono mai due volte, neanche in due gemelli.
Il mio amico architetto mi spiegava che il suo non è altro che un modo di rapportarsi al mondo, di guardare le cose, maturato da quando era bambino e che lui non fa altro che applicare a tutto lo spazio circostante, con l’idea di metterlo in ordine e di renderlo funzionale per gli altri.
L’esempio del mio amico mostra che la privazione genera creatività. Si sa che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento, un bastone che diventa una spada. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai, sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane bloccato.
“Lasciate che i bambini vengano a me”, indica la necessità di essere bambini per accedere a Dio. Solo il bambino che è in noi può accedere, perché suo è il regno dei cieli, cioè il luogo in cui la chiamata di Dio, con i talenti ricevuti, è evidente.
Mi fa sorridere quando qualche ragazzo mi dice che Dio non parla, non dice niente. Io rispondo: parla anche troppo, nel quotidiano. Attraverso un libro, le parole di un amico o di un passante, ma soprattutto attraverso i nostri desideri, le nostre idee, i nostri limiti, i nostri talenti.
A volte chiedo ai miei ragazzi di stilare una lista di “10 cose che amano fare” e di “10 cose che sanno fare”. Se qualcosa tra le due liste coincide ecco emergere il talento. Si può amare ballare ma essere scoordinati: non si ha talento. Si può saper ballare ma non amare farlo: non si ha talento. La scrittrice Flannery O’Connor a chi le chiedeva perché scriveva racconti rispondeva: “Perché mi riesce bene”. E amava farlo più di ogni altra cosa. I risultati sono capolavori.


Oggi mi sono guardata allo specchio e mi sono fermata a riflettere. Una volta chiedevo a Dio quattro o cinque centimetri di altezza in più, ma in cambio lui mi ha resa alta come il cielo, talmente alta che non sono più in grado di misurarmi. Così ho deciso di offrirgli le cento rakat nafl che gli avevo promesso se mi avesse fatto crescere. Io amo Dio. Ringrazio il mio Allah. Gli parlo tutto il giorno. Lui è il più grande. Donandomi questa diversa altezza da cui parlare alla gente, Lui mi ha conferito anche grandi responsabilità. La pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione – questo è il mio sogno. L’istruzione per ogni bambino e bambina del mondo. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio.
Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato, ma io no.

Quando frequentavo l’oratorio non mi rassegnavo all’idea di essere brevilineo: ero convinto che prima o poi risvegliandomi, un mattino, avrei faticato a entrare nei miei pantaloni…ma non accadeva niente.
Verso gli 11-12 anni, alle medie, chiedevo a Dio di farmi diventare alto, glielo chiedevo con tutto il cuore. Fammi diventare altro! Fammi diventare alto! Era insopportabile una vita sotto il metro e cinquanta: i compagni mi deridevano, le compagne mi ignoravano. Fammi diventare alto, ti prego! Non mi ha ascoltato. Apparentemente. In quegli anni non avevo un’ottima opinione di Lui: non mi ascoltava mai, e la lista delle richieste inesaudite era diventata lunghissima. Ma poi, da grande, forse ho capito. Ho compreso che quello che chiedevo a Lui, non solo era possibile, ma era già realizzato. Il Signore ci ascolta sempre, bisogna solo stare attenti a cosa gli si chiede. A proposito, Giacomo, cos’hai chiesto? Alto o grande?
Dal libro Alto come un vaso di gerani  di Giacomo (del trio Aldo, Giovanni e Giacomo).

giovedì 16 gennaio 2014

La bibliotecaria e il bandito

"Ma circa tre settimane dopo questi drammatici avvenimenti, ci fu un altro incidente con i briganti!
In pieno giorno piombò in biblioteca il Capo dei Briganti in persona.
- Mi salvi! - gridò -. Ho un poliziotto alle calcagna!
La signorina Gentilucci gli lanciò uno sguardo glaciale.
- Mi dica piuttosto come si chiama, e faccia in fretta!
Il Capo dei Briganti fece un salto indietro. Si leggeva un'espressione di orrore attraverso la sua folta barba nera.
- No, no! - gridò -. Tutto, ma questo no!
- Presto! - ripetè la signorina Gentilucci -. Altrimenti non avrò più il tempo di aiutarla.
Il Capo dei Briganti si sporse oltre il bancone e le bisbigliò il proprio nome: - Salvatore Benvenuto...
La Signorina Gentilucci non riuscì a trattenere un sorriso. Il nome, effettivamente, sembrava strano per un tale personaggio...
- A scuola mi avevano soprannominato Malfattore Malvenuto! -, gridò lo sventurato brigante. E' questo soprannome che mi ha portato sulla strada del crimine! Mi nasconda, cara signorina Gentilucci, se no quelli mi prendono!
La signorina Gentilucci gli incollò un'etichetta con un numero, come se fosse stato un libro della biblioteca, e lo collocò su uno scaffale, tra gli autori il cui nome cominciava con la lettera B.
Il brigante era classificato in ordine alfabetico. Mettere in ordine alfabetico è una delle abitudini dei bibliotecari.
Il poliziotto che stava dando la caccia al Capo dei Briganti arrivò trafelato in biblioteca. Era un tipo molto veloce, ma aveva fatto tardi perché era caduto addosso a un bambino che guidava un triciclo.
- Signorina Gentilucci - disse il poliziotto - ho rincorso un famoso capo di briganti fino alla Sua biblioteca. Ma..., sbaglio o è là, su uno scaffale alla lettera B?! Posso portarlo via, per favore?
- Certo - rispose amabilmente la signorina Gentilucci - ha la tessera del prestito?
Il poliziotto rimase di stucco.
- Eh, la tessera?... Temo di averla dimenticata a casa; la uso come segnalibro della mia Guida pratica per catturare i briganti.
La signorina Gentilucci gli rivolse un cortese sorriso. - Mi dispiace, ma senza la tessera di prestito non si può portar via niente dalla biblioteca.
Il poliziotto fece lentamente di sì con la testa. Sapeva che era vero: non si poteva portar via niente dalla biblioteca senza la tessera personale di prestito. C'era tanto di regolamento scritto.
- Corro subito a casa a prenderla - disse. - Non abito molto lontano di qui.
- Vada, allora - disse amabilmente la signorina Gentilucci.
Il poliziotto uscì in tutta fretta dalla biblioteca, facendo scricchiolare i suoi grossi scarponi.
La signorina Gentilucci andò verso lo scaffale della lettera B e tirò giù il Capo dei Briganti.
- Ed ora, mi dica, che cosa è venuto a fare qui? - gli domandò in tono un po' burbero.
Il Capo dei Briganti non si lasciò però trarre in inganno. In realtà, lei era molto contenta di vederlo.
- Signorina Costanza - rispose, - i miei uomini sono irrequieti. Da quando lei ha raccontato loro quelle storie, la sera si annoiano. Prima avevamo l'abitudine di sederci intorno a un falò a cantare delle canzoni un po' sguaiate e a raccontarci storielle piuttosto pesanti. ma adesso i miei uomini hanno perso ogni interesse per queste cose. Vogliono ascoltare ancora Pinocchio, L'isola del tesoro ed altre storie di re e buffoni. Oggi sono venuto ad iscrivermi alla biblioteca e a prendere dei libri per loro. Che devo fare? Non ho il coraggio di andarmene di qui a mani vuote, ma il poliziotto può tornare da un momento all'altro. Si arrabbierà molto con Lei se non mi troverà più qui?
- Con lui me la vedo io - rispose sorridente la signorina Gentilucci.
- Qual è il suo numero? Ah, sì. Beh, quando il poliziotto tornerà, gli dirò che qualcuno L'ha presa in prestito, e sarà la verità perché adesso La prendo in prestito io.
Il capo dei Briganti lanciò a Costanza Gentilucci uno sguardo eloquente.
- Ed ora - disse allegramente la signorina Gentilucci - si iscriva alla biblioteca e prenda qualche libro per i suoi poveri briganti.
- Ma se io mi iscrivo, posso portarLa via? - domandò il Capo dei Briganti con la sfrontatezza tipica dei briganti.
La signorina Gentilucci diventò tutta rossa e cambiò subito discorso. Consegnò al brigante dei meravigliosi libri d'avventure e in tutta fretta lo sospinse verso l'uscita.
Appena in tempo, perché subito dopo ecco ricomparire il poliziotto.
- Ed ora - disse il poliziotto estraendo la sua tessera personale di prestito - col Suo permesso vorrei portar via il Capo dei Briganti.
Aveva un'aria così fiduciosa che era proprio un peccato deluderlo.
Costanza Gentilucci lanciò un'occhiata verso lo scaffale della lettera B. - Oh - esclamò - sono desolata, ma qualcuno se l'è già portato via. Avrebbe dovuto prenotarlo.
Il poliziotto fissò prima lo scaffale poi la signorina Gentilucci. - Allora, posso prenotarlo? - domandò dopo un attimo di riflessione.
- Ma certo - rispose la signorina Gentilucci - devo però avvertirLa che l'attesa potrà essere lunga. Ci sono moltissime prenotazioni.
Dopo questi fatti, il Capo dei briganti veniva regolarmente in città, in gran segreto, a cambiare i libri. Era rischioso, ma pensava che ne valesse la pena.
I briganti leggevano sempre di più arricchendo la loro cultura e crescendo in saggezza. E fu così che diventarono i briganti più colti e più saggi che si potessero incontrare.
[...]
 
 
LA BIBLIOTECARIA RAPITA
Margareth Mahy
Quentin Blake (ill.)
 
 
 
 


giovedì 9 gennaio 2014

...coraggio!!!


È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.


PAOLO BORSELLINO


martedì 7 gennaio 2014

"Il bibliotecario, questo sconosciuto"

Il bibliotecario è ancora sconosciuto?

Il bibliotecario, questo sconosciuto è il titolo di una fortunata conversazione di Francesco Barberi pubblicata in “Accademie e biblioteche d’Italia” (1959, p. 26-37) e ripresentata più tardi nella sua raccolta Biblioteca e bibliotecario (Bologna, Cappelli, 1967, p. 255-277). […]
Riporto una frase di Barbieri:

Il fatto è che chi non frequenta le biblioteche – cioè in Italia la stragrande maggioranza della popolazione – non può avere un idea, neanche approssimativa, di quel che è, di quel che fa un bibliotecario. Ma siamo sicuri che coloro che le frequentano abbiano di quella professione un concetto esatto?

Posso ricordare che più o meno in quegli anni incontrai un lontano compagno
delle scuole elementari e alla sua domanda che cosa io facessi,
seguita dalla mia risposta “sono bibliotecario”, vidi una faccia che si interrogava disperatamente,
dalla quale uscì una domanda ulteriore: “Ah, vendi libri?”.
“Beh, non proprio: sarebbe un po’ grave se lo facessi”, fu la mia risposta finale.

In tempi attuali e in ambiente diverso un esame degli articoli della stampa inglese nell’arco di dieci anni ha fatto riscontrare, confermandole, incertezze sulla conoscenza e sulla definizione della biblioteca e del bibliotecario, derivante dall’ignoranza da parte del pubblico potenziale, ma sovente anche di quello reale, di quanto la biblioteca fosse in grado di offrire, dove in ogni caso affiorava il sospetto di a de professionalizzazione. Solo in pochissimi articoli infatti i bibliotecari erano riconosciuti espressamente come utili, mentre con maggiore frequenza si avvertiva l’utilità delle biblioteche […].


CARLO REVELLI
in BIBLIOTECHE OGGI, settembre 2013
vol. XXXI – n. 7



 

martedì 24 dicembre 2013

lo spirito del NATALE

Sì! e quella colonna di letto era la sua. Suo il letto, sua la camera. Meglio ancora, meglio d'ogni cosa, era suo il tempo che aveva davanti, suo, per emendarsi!
- Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro! - ripeté Scrooge, sgusciando fuori del letto. - I tre Spiriti mi parleranno dentro. O Jacob Marley! Benedetto sia il cielo e il giorno di Natale! Lo dico in ginocchio, mio vecchio Jacob; in ginocchio! -
[…]
- Non so che fare adesso; - esclamò ridendo e piangendo insieme, e avvolgendosi nelle calze come un Laocoonte. - Mi sento leggiero come una piuma, felice come un angelo, allegro come uno scolare. Sono balordo come un ubriaco. Un allegro Natale a tutti! un allegro capo d'anno al mondo intero! Olà! eh! olà! -
Era entrato saltellando nel salotto e se ne stava lì, ritto, ansante.
- Ecco qua la casseruola con la farina d'orzo! - esclamò riscuotendosi e girando davanti al caminetto. - Questa è la porta di dove è entrato lo spirito di Jacob Marley! Qui si è messo a sedere lo Spirito del Natale presente! Da questa finestra ho visto gli Spiriti vaganti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è accaduto. Ah, ah, ah! -
Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa era una splendida risata, una risata coi fiocchi: il ceppo di tutta una lunga famiglia di franche risate!
- Io non so che giorno del mese sia! - disse Scrooge. - Quanto tempo sono stato tra gli Spiriti? Non lo so. Non so niente. Sono come un bambino. Non fa nulla!. Non me n'importa. Così lo fossi, bambino! Olà! eh! olà! -
Scrooge interruppe quelle manifestazioni di gioia quando udì il più allegro e vivace scampanio che sia possibile immaginare: din, don, dan! Din, don, dan! Din, don, dan! Fantastico! Splendido!
Corse alla finestra, l'aprì, mise fuori il capo. Niente nebbia: un'aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente; un sole d'oro; un cielo di zaffiro; freschetto, non freddo; e quelle campane, così allegre, così allegre! Oh, bello, magnifico!
- Che giorno è oggi? - gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s'era fermato per guardarlo.
- Eh? - fece il ragazzo spalancando la bocca dalla meraviglia.
- Che giorno è oggi, bambino mio? - ripeté Scrooge.
- Oggi! - rispose il ragazzo. - È Natale, oggi.
- È Natale! - disse Scrooge a sé stesso. - Bravo, sono in tempo. Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte. Possono fare quel che vogliono. Si sa. È naturale. Ohe, bambino!
- Ohe! - fece il ragazzo.
- Sai dov'è il pollivendolo giù all’angolo?
- Certo che lo conosco - rispose il ragazzo.
- Che ragazzo di talento! - esclamò Scrooge. - Un ragazzo non comune, perbacco! Sai se ha già venduto quel tacchinaccio che teneva ieri in mostra sospeso pel collo? non quello piccolo, no; il tacchino grosso.
- Quale? quello grosso come me? - domandò il ragazzo.
- Oh, che amore di un ragazzo - esclamò Scrooge. - È un piacere a discorrerci. Sì, proprio quello, piccino mio.
- È sempre appeso com'era.
- Sì? davvero? Ebbene, corri subito a comprarlo.
- Fossi grullo! - ribatté il ragazzo.
- No, no, - disse Scrooge, - parlo sul serio. Corri a comprarlo, e dì che lo voglio, che gli darò io l'indirizzo dove l'hanno da portare. Torna con l'uomo tu, che ti darò uno scellino. Torna in meno di cinque minuti, che ti darò mezza corona! -
Il ragazzo partì come una freccia. Ci voleva una mano ben gagliarda per scoccare una freccia a quel modo.
- Lo manderò a Bob Cratchit! - borbottò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando dal ridere. - Non ha da sapere chi glielo manda. È due volte Tiny Tim. Uno scherzo magnifico, oh, magnifico! -
Gli tremava la mano nello scrivere l'indirizzo, ma bene o male lo scrisse, e andò giù ad aprir la porta, e per esser pronto all'arrivo del tacchino. [...] Ecco il tacchino. Olà! ehi! Come state? Buon Natale! -
Quello, sì, che era un tacchino! Non si poteva reggere sulle gambe, un uccellaccio come quello lì; le avrebbe spezzate in un minuto come bastoncelli di ceralacca.
- Perdinci! è impossibile portare questa roba fino a Camden Town, - disse Scrooge. - Dovete prendere una carrozzella. -
Il riso con cui disse questo, e il riso con cui pagò il tacchino, e il riso con cui pagò la carrozzella, e il riso con cui diede la mancia al ragazzo, furono soltanto sorpassati dal riso che lo prese tutto mentre si lasciava andare senza fiato sul suo seggiolone, e rise, e rise fino a che scoppiò a piangere.
Non era agevole il radersi, perché la mano gli tremava sempre; e il radersi richiede un po' di attenzione, anche quando non ballate, facendovi la barba. Ma se pure si fosse mozzato la punta del naso, vi avrebbe appiccicato un pezzo di taffettà e sarebbe stato contento come una pasqua.
Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la strada. La gente si riversava fuori, com'egli l'aveva vista con lo Spirito del Natale presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava tutti con un sorriso di soddisfazione. La sua era un’espressione tanto cordiale che due o tre tipi allegri lo salutarono dicendo: "Buon giorno, signore! Buon Natale!" E Scrooge affermò spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i più giocondi, senz'altro, erano stati quelli.
Non era andato lontano, quando si vide venire incontro quel signore dignitoso che era entrato il giorno prima al banco, domandando: "Scrooge e Marley, se non erro?" Si sentì una fitta al cuore, pensando all'occhiata che quel signore gli avrebbe rivolto; ma subito vide quel che aveva da fare, e lo fece.
- Mio caro signore, - disse, affrettando il passo e prendendolo per le mani. - Come state? Spero che abbiate avuto una buona giornata ieri. Molto gentile da parte vostra. Tanti auguri di Natale, signore!
- Il signor Scrooge?
- Sì. È il mio nome. Temo che vi suoni ingrato. Permettete che vi domandi scusa. E vorreste aver la bontà...
E gli bisbigliò qualche parola all'orecchio.
- Dio misericordioso! - esclamò il signore soffocato dallo stupore. - Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?
- Ma sì, ma sì. Non un soldo di meno. Ci metto dentro molti arretrati, capite. Mi farete questo favore?
- Mio caro signore, - rispose l'altro stringendogli forte la mano, - io non trovo parole per una tale muni...
- Basta, basta, prego! - interruppe Scrooge. - Venite da me: Volete?
- Certamente! - esclamò il vecchio signore con grande effusione!
- Grazie, - disse Scrooge. - Vi sono obbligato davvero. Mille e mille grazie. Arrivederci! -
Andò in chiesa, passeggiò per le vie, guardò le persone andava su e giù, carezzò i bambini sul capo, interrogò i mendicanti, spiò nelle cucine, alzò gli occhi alle finestre, e trovò che ogni cosa gli poteva far piacere. Non immaginava che una passeggiata o altra cosa qualunque gli potesse dare tanta felicità. Verso sera, si avviò alla casa del nipote.
Passò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di sentirsi il coraggio di salire e bussare. Ma si fece animo e bussò.
- È in casa il padrone, cara? - domandò alla ragazza. Una bella ragazza, parola d'onore.
- Signor sì.
- Dov'è, carina?
- È in sala da pranzo, signore, con la signora. Accomodatevi nel salottino.
- Grazie. Mi conosce, - disse Scrooge mettendo la mano sulla maniglia del tinello. - Entrerò qui, bambina mia. -
Spinse leggermente e s'insinuò col viso per l'uscio socchiuso. Marito e moglie osservavano la tavola sfarzosamente imbandita, perché cotesti giovani sposi sono meticolosi in certe materie e vogliono che tutto vada a capello.
- Fred! - disse Scrooge.
O Signore Iddio, come trasalì la nipote! Scrooge aveva dimenticato per il momento di averla vista a sedere in un cantuccio coi piedi sullo sgabello, altrimenti per nulla al mondo l'avrebbe spaventata a quel modo.
- Oh povero me! - esclamò Fred, - chi è mai?
- Io, son io. Tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Posso entrare, Fred? -
Se Fred lo fece entrare?! Fu addirittura un miracolo che non gli strappasse il braccio a forza di stringergli la mano. Dopo cinque minuti, Scrooge si sentì come a casa propria. Niente di più cordiale. E lo stesso la nipote. E lo stesso per Topper, quando arrivò. E lo stesso per la sorella pienotta, quando fece la sua entrata. E lo stesso tutti. Che amore d'una brigata, che giuochi, che accordo, che piacere!
Ma il giorno appresso si recò di buon mattino al banco, oh di buon mattino! Se gli riusciva di arrivarci prima di Bob e di rinfacciare a Bob il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva.
E lo fece, sicuro che lo fece! L'orologio suonò le nove. Niente Bob. Le nove e un quarto. Niente Bob. Era in ritardo di diciotto minuti e mezzo. Scrooge se ne stava a sedere, con la porta spalancata, per vederlo a insinuarsi nel suo sgabuzzino.
Prima d'aprire la porta, Bob si era tolto il cappello e il famoso fazzoletto. In un baleno, si trovò sullo sgabello, e si mise a scribacchiare in fretta e furia come per riafferrare le nove che erano passate.
- Ohe! - grugnì Scrooge, imitando come meglio poté la sua voce abituale. - Che vuol dir ciò? a quest'ora si viene in ufficio?
- Mi dispiace molto, signore, - rispose Bob. - Sono in ritardo.
- Siete in ritardo? - ripeté Scrooge. - Lo vedo che siete in ritardo. Favorite di qua, vi prego.
- È una volta all'anno, signore, - si scusava Bob, uscendo dal suo sgabuzzino. - Non accadrà più. Abbiamo fatto una piccola festa ieri, signore.
- Bravo, adesso ve la do io l'allegria, disse Scrooge. - Non son più disposto a tollerare, capite. Però - e così dicendo balzava giù dal suo sgabello e dava a Bob una manata così forte nel panciotto da farlo indietreggiare barcollando, - però io vi aumento il salario! -
Bob tremò e si accostò furtivamente al righello. Ebbe un'idea momentanea di darlo in testa a Scrooge; tenerlo saldo; chiamar gente; fargli mettere la camicia di forza.
- Buon Natale, Bob! - disse Scrooge battendogli sulla spalla con una cordialità che non poteva essere che sincera. - Un Natale, Bob, molto più allegro di quanti non ve n'ho augurati per tanti anni, ragazzo mio. Vi cresco il salario e farò di tutto per assistere la vostra famiglia laboriosa, e oggi stesso, Bob, oggi stesso discuteremo i vostri affari davanti a un bel ponce fumante. Accendete i fuochi e andate subito, mio caro Bob, a comprare un'altra scatola di carbone, prima di mettere un altro solo punto sopra una i.
Scrooge fu anche più largo della sua parola. Fece quanto aveva detto, e infinitamente di più; e in quanto a Tiny Tim, che non morì, gli fece da secondo padre. Divenne così un buon amico, un buon padrone, un buon uomo, come se ne vedevano un tempo nella buona vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o borgata nel buon mondo di una volta. Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. Sapendo inoltre che costoro sono irrimediabilmente ciechi, meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità, anzi che essere attaccati da qualche male meno attraente. Anch'egli, in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva altro.
Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c'era uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno! E così, come Tiny Tim diceva: "il Signore ci benedica tutti quanti, dal primo fino all’ultimo".

Canto di Natale
Charles Dickens

venerdì 20 dicembre 2013

l'eterno

 E Lucile pensava: «Individuo o collettività?... Dio mio, questa non è una cosa nuova, non hanno inventato niente. I nostri due milioni di morti, durante l'altra guerra, sono stati sacrificati anche loro allo "spirito dell'alveare"! Loro sono morti... e venticinque anni dopo... Che inganno! Che illusione! Ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! L'anima stessa del popolo, probabilmente, è governata da leggi che ci sfuggono, o da misteriosi capricci, povero mondo, così bello e così assurdo... Ma quel che è certo è che fra cinque, dieci o vent'anni questo problema, che secondo lui è il problema del nostro tempo, non esisterà più, sarà sostituito da altri... Mentre questa musica, questo rumore della pioggia sui vetri, questo lugubre scricchiolio del cedro nel giardino di fronte, questo momento così dolce, così strano in mezzo alla guerra, questo non muterà... E' eterno...»
All'improvviso lui smise di suonare.
«Ma lei piange...» disse guardandola.


SUITE FRANCESE
Irène Némirovsky
Adelphi 2011

lunedì 16 dicembre 2013

santo e peccatore

La maggior parte dei cristiani, inclusi religiosi e religiose, si accontentano di mettere “rattoppi” nella propria vita spirituale. Qualcosa non va bene? Un “rattoppo” di esercizi o un ritiro, un tempo di riflessione o un maggior ascetismo… Le cose migliorano, ma, come ruote rattoppate, torniamo a perdere aria… Non sarebbe più sicuro cambiare con ruote nuove? Non potremmo lasciarci “cambiare il cuore di pietra con uno nuovo” (Ez 11, 19)? Siccome ci fanno paura le operazioni “a cuore aperto”, scegliamo di continuare con “rattoppi”. E così non siamo mai completamente cattivi, né arriviamo ad essere totalmente buoni, santi.
[…]
Non si scandalizzi il lettore di queste sfumature […]. I passi di un santo non sono né più lunghi né più corti di quelli di un peccatore. Il santo e il peccatore camminano per sentieri di fango, non di oro puro. Il peccatore e il santo fanno fronte a problemi che a volte il peccatore risolve, al contrario, il santo non trova la soluzione. La differenza tra l’uno e l’altro è questa: i passi del santo nascono dall’amore, si muovono per amore e lasciano impronte di amore.

PELLEGRINA DELL’AMORE
ANTONIETTA FARANI (1906-1963)
Roma, Suore Passioniste di S. Paolo della Croce
1994

mercoledì 11 dicembre 2013

tempo dell'Utile

Che rapporto ha con i libri?

La mia casa, come la mia biblioteca, sono un arenile dove si stratificano i relitti dei viaggi e i residui della vita. I libri sono quelli che più faticano a ordinarsi. Si perdono, riaffiorano come pesci per poi di nuovo inabissarsi. Per me l’unico modo per entrare profondamente in un libro è averlo come compagno di viaggio. Trascorrerci a letto le ore, come una voluttà, un’interruzione del compatto tempo dell’Utile. È il mistero che i libri, come i sogni, sanno regalarci.


L’ODISSEA DI VINICIO CAPOSSELA
di Stefano Brusadelli
La Domenica de Il Sole 24 Ore
Domenica 1° dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

è bene il "fin di bene"???

Affrontai l’avventura come un asino bendato. Vi assicuro che non è un paragone esagerato. Volete sapere quale fosse la mia maggiore preoccupazione nei giorni dell’accettazione? La mia ignoranza liturgica. Come me la caverò, mi chiedevo, nelle grandi funzioni pontificali delle basiliche romane? Quale stoltezza. Sì, anche quella, s’intende, era una difficoltà, tuttavia una inezia di fronte alle altre. (Pausa) Per le questioni serie, credetti di fare il furbo. Non c’è nulla di più ridicolo d’un sempliciotto che crede di poter fare il furbo. Così pensai di servirmi del re “a fin di bene”. Il maledetto “a fin di bene”. Figli miei, non lo dimenticate: c’è solo il bene, puro e semplice; non c’è “a fin di bene”. (Pausa) Ora mi vergogno di tutto quello che feci a fin di bene, ad esempio, le astuzie per impadronirmi del monastero benedettino di Cassino. E di altre cose, di molte altre cose del genere. Ero veramente stupido. (Pausa) Servirsi del potere? Che perniciosa illusione. È il potere che si serve di noi. Il potere è un cavallo difficile a guidare; va dove deve andare, o meglio, va dove può andare o dov’è naturale che vada. Non puoi chiedere al cavallo di volare: se non vola, non gliene puoi far torto. Tu devi contentarti della soddisfazione di stare in alto.
L’avventura di un povero cristiano
Ignazio Silone

martedì 3 dicembre 2013

lo sguardo di chi fugge


Maurice e Jeanne Michaud camminavano l’uno dietro l’altro sulla strada spaziosa

costeggiata da un filare di pioppi,

ed erano circondati, preceduti, seguiti da una moltitudine di fuggiaschi.

 
[…]

 
Malgrado la stanchezza, la fame, la preoccupazione, Maurice Michaud non si sentiva troppo infelice. Aveva una struttura mentale particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era, ai suoi occhi, quella creatura rara e insostituibile che ogni uomo vede quando pensa a se stesso. Per quei compagni di sventura provava pietà, ma una pietà lucida e fredda. Dopo tutto, pensava, queste grandi migrazioni umane sembrano governate da leggi naturali.

Certi periodici spostamenti di massa probabilmente sono necessari alle popolazioni come la transumanza lo è per le greggi. E trovava in questo uno strano conforto. Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme, stringendosi al petto i figli …

Eppure nessuno aveva mai pensato a tutti quei morti con partecipazione affettuosa: per i loro discendenti non contavano più di polli sgozzati. Immaginò le loro ombre dolenti materializzarsi davanti a lui sulla strada e mormorargli all’orecchio:

«Abbiamo conosciuto tutto questo prima di te. Perché dovresti essere più fortunato di noi?»

Vicino a lui, una grossa comare gemeva:

«Non si è mai visto un orrore simile!».

«Si è visto, signora, si è visto» rispose lui con dolcezza.

 

 

Ancora non erano stati presi di mira dalle mitragliatrici.

Quando accade, sulle prime non capirono niente. Sentirono il fragore di un’esplosione,

 poi di un’altra, e delle grida: «Si salvi chi può! A terra! Giù, mettetevi giù!». Si buttarono all’istante faccia a terra, e Jeanne pensava confusamente: «Come dobbiamo essere grotteschi!».

Non aveva paura, ma il cuore le batteva così forte che se lo premeva, ansimante, con tutte e due le mani e lo teneva appoggiato contro una pietra.

Sentiva un filo d’erba con in cima una campanula rosa sfiorarle la bocca, e in seguito si ricordò che mentre stavano distesi lì una farfalla bianca volava senza fretta da un fiore all’altro.

Finalmente sentì una voce che le diceva all’orecchio:  «è finita, se ne sono andati». Si rialzò e si rassettò meccanicamente la gonna impolverata. Nessuno, così almeno le parve, era stato colpito.

Ma ripreso il cammino videro i primi morti: due uomini e una donna.

I loro corpi erano dilaniati, ma stranamente i volti erano rimasti intatti, volti così scialbi, così banali, con un’espressione meravigliata, compunta e stupida come se cercassero invano di capire cosa gli stava succedendo – così poco all’altezza di una morte guerriera, mio Dio, così poco all’altezza della morte. La donna, in tutta la sua vita, doveva aver pronunciato solo frasi del tipo: «I porri sono ancora aumentati di prezzo», oppure: «Chi è quel sudicione che ha sporcato i miei vetri?».

Ma che ne posso sapere, disse Jeanne tra sé, forse dietro quella fronte bassa, sotto quei capelli spenti e scarmigliati c’erano tesori di intelligenza e di tenerezza. E cos’altro siamo noi, io e Maurice, agli occhi della gente se non una coppia di poveri impiegatucci?

 In un senso è vero, ma in un altro siamo esseri preziosi e rari.

So anche questo. «Che scialo immondo» pensò ancora.

Si appoggiò alla spalla di Maurice, tremante e con le guancie bagnate di lacrime.

 

SUITE FRANCESE

Irène Némirovsky

ADELPHI VINTAGE 2011