Erano tre giorni che trivellavamo in un nuovo poligono. Ognuno aveva la sua fossa, e in tre giorni nessuno aveva superato il mezzo metro di profondità. Nessuno aveva ancora raggiunto lo strato di ghiaccio perpetuo, benché i picconi venissero riparati senza alcun indugio - cosa strana, ma i fabbri non avevano scuse per tirarla per le lunghe giacché eravamo l'unica squadra di lavoro. Tutto stava nella pioggia. Diluviava da tre giorni e tre notti senza interruzione. Su un terreno roccioso è impossibile rendersi conto se piove da un'ora o da un mese. Era una pioggia fredda e sottile. Le squadre vicine avevano già staccato da tempo ed erano state rispedite alle baracche: ma si trattava di squadre di malavitosi e noi non avevamo neanche la forza di provare invidia.
Avvolto nella sua enorme, fradicia incerta con il cappuccio a forma di piramide, il capogruppo si faceva vedere di rado. La direzione del campo riponeva grandi speranza nella pioggia, nell'acqua che ci sferzava la schiena. Eravamo ormai da un pezzo bagnati, non posso dire fino alla biancheria perché di biancheria non ne avevamo. Il segreto, primitivo calcolo dei capi era questo: pioggia e freddo ci avrebbero costretto a lavorare. Ma l'odio per il lavoro era ancora più forte e tutte le sere il capogruppo si metteva a bestemmiare quando calava il suo bastone con le tacche nelle nostre fosse. La scorta ci sorvegliava al riparo di un 《fungo》, costruzione ben nota nei lager.
Non potevamo uscire dalle fosse, ci avrebbero subito sparato addosso. Solo il nostro caposquadra era autorizzato a camminare tra gli scavi. Non potevamo neanche gridarci l'un l'altro qualcosa - ci avrebbero sparato addosso. E ce ne stavamo in silenzio, sprofondati fino alla cintola nelle nostre fosse di pietra, una lunga fila di buche disseminate lungo la riva di un ruscello in secca.
Non facevamo in tempo ad asciugare i giacconi durante la notte, le magliette e i calzoni invece li lasciavamo asciugare con il calore del corpo, e al mattino erano quasi asciutti.
Affamato e inferocito, sapevo che nulla al mondo mi avrebbe costretto al suicidio. Proprio in quel periodo avevo cominciato a capire l'essenza del grande istinto di conservazione, la qualità di cui l'uomo è in sommo grado dotato. Vedevo i nostri cavalli sfiancarsi e morire - non posso esprimermi in altro modo, utilizzare altre parole. I cavalli non si distinguevano in nulla dagli uomini. Morivano a causa del Nord, del lavoro troppo gravoso, del cibo cattivo, delle botte - e anche se subivano tutto ciò in misura mille volte inferiore rispetto agli esseri umani, i cavalli morivano prima. E capii la cosa più importante: che l'uomo è diventato uomo non perché è una creatura di Dio né perché nelle mani ha quella cosa straordinaria che è il pollice. Ma perché è FISICAMENTE più forte, più resistente di tutti gli altri animali, e poi perché in seguito ha saputo costringere il proprio spirito a servire con successo il corpo.
È a questo che ripensavo per la centesima volta nella mia fossa. Sapevo che non mi sarei suicidato perché avevo toccato con mano quella mia forza vitale.
Varlam Salamov



