Non sono il più adatto a parlare di educazione, perché vi
confesso che non ho avuto una brillante carriera scolastica. Le elementari,
praticamente, è come se non le avessi fatte perché il maestro […] appena
entrava in classe appoggiava la testa sulla cattedra e si addormentava; da
principio noi bambini abbiamo pensato «Che figata questa scuola»; potevamo
giocare tutto il tempo […]. Purtroppo la pacchia finì. Se ne accorsero alcun
genitori perché, in terza elementare, i loro bambini che frequentavano la
sezione B […] conoscevano e scrivevano l’alfabeto solo fino alla G di giostra.
Voi direte: però alle medie è andato tutto bene!? Credo di
sì, non so se possa comportare qualcosa di negativo il fatto di frequentare una
scuola media di avviamento agrario. Era l’ultimo anno della scuola media
Ferrazzi & Cova, poi, diplomata la leva del ’56, la mia, avrebbe chiuso i
battenti. Portava il nome del proprietario terriero più ricco del paese. Era
stata fondata qualche decennio prima perché gli adolescenti del paese si
sarebbero fermati alla licenza media, e poi avrebbero lavorato nei suoi campi.
Nessuno dei ventinove alunni della classe del ’56 avrebbe voluto lavorare nei
campi, ma le 14 ore di agraria alla settimana erano vissute con allegria
e stupita curiosità: quando si andava nell’orto a vangare e a preparare il
terreno per la semina ci sembrava l’unico lavoro sensato e gioioso che si
potesse fare, altro che la geometria, gli avverbi o l’apparato scheletrico dei
rettili!
[...]
Come posso parlarvi io di scuola? La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell'Ottocento, eppure era l'altro ieri. La mia era la scuola dei grembiuli neri con il fiocco colorato, del patronato scolastico che regalava le matite e i quaderni ai bambini poveri: anche a casa nostra ne avevamo bisogno, ma mia madre mi diceva «mi raccomando non prenderli, non dargli soddisfazione a quelli lì...»; era la scuola dei professori e maestri che avevano sempre ragione, tranne quello che si addormentava. Posso parlarvi solo come genitore; un genitore che conserva ancora il rammarico di non aver mai conseguito la maturità scolastica, che custodisce vergognosamente l'invidia verso un qualsiasi laureato, che mantiene ancora inalterato il fastidio verso un giovane che alla domanda «che classe fai?», risponde «quarta ginnasio»... devo pensarci cinque minuti e poi dire «terza liceo...», «no prima liceo!», e allora di' prima liceo, perché devi dire quarta ginnasio con quella vocina lì, te lo dico io il perché: perché te la tiri, ecco perché... «quarta ginnasio!», ma va a quel paese! Lo so è l'invidia. Per non parlare dei laureati: come mi fanno girare le balle i laureati, voi non potete neanche immaginarlo... però che bello che deve essere avere una laurea!
[...]
Eppure deve esserci qualche cosa di avverso nel mio destino
rispetto alla scuola, perché, poi, l’incontro più significativo di lavoro è
avvenuto praticamente con due analfabeti: a uno in particolare, Aldo, quando
frequentava le scuole medie è stato scritto sul libretto di valutazioni finali:
«Attitudini: nessuna». È meglio stare attenti quando si esprimono dei giudizi
così categorici, avrebbero potuto aggiungere un «forse, probabilmente, allo
stato attuale delle cose, ma chissà? In futuro…» e invece no: «Attitudini:
nessuna!».
Io me lo immagino il collegio dei docenti della scuola di
Aldo, che magari si ritrovano per una pizzata una volta ogni dieci anni… «ma te
lo ricordi quel terrone che scriveva ho senza l’acca, è finito in televisione…
che culo che ha avuto!». Non è possibile, secondo me Aldo deve aver rubato le
gomme dell’auto al preside per essere stato trattato così. Trattenete
l’indignazione, io e Giovanni, che lo conosciamo bene, possiamo dire che i suoi
insegnanti… avevano ragione… nel senso che non era tagliato per la matematica,
la fisica, il passato remoto, il congiuntivo e il condizionale, ma aveva
talento, e anche tanto; il problema è scoprirlo, riconoscerlo.
[…]
Mio figlio, quando ha iniziato la scuola elementare, aveva
cinque insegnanti, Aldo ne ha avuti tre in tutta la vita. Mio figlio il lunedì
ha inglese, il martedì immagine e disegno, il mercoledì attività motorie, il
giovedì musica; adesso stanno valutando per il venerdì di introdurre analisi
dei prodotti finanziari, hedge fund e future. Un pomeriggio ha il
corso di nuoto, un altro scuola di calcio e forse lo iscriveremo a deltaplano
spericolato, ma solo perché lo fa il suo migliore amico.
Però vedete, a parte l’ironia, la cura con cui lui e i suoi
amici vengono seguiti, l’attenzione, la dedizione che ci mettono tutte le
maestre, non può che essere un’opportunità incredibile per loro: se hanno un
talento, e da qualche parte c’è, perché tutti ce l’hanno, anche Aldo, e sono
aiutati, il talento salta fuori. E poi, vedete, il talento non è quella cosa
che appartiene solo ai geni e agli artisti, il talento è l’ingegno, la
predisposizione, è tutto l’insieme delle nostre capacità intellettuali o
manuali rilevanti; il talento è la nostra inclinazione, il nostro istinto, la
nostra voglia, il nostro desiderio; i talenti sono i simboli dei doni che Dio
ci ha fatto.
[…]
Ai nostri figli insegniamo a essere migliori,
non i migliori
Giacomo Poretti in VITA E PENSIERO, N° 5,
2017
Il problema è sentire la sua stessa musica.
Come quella frase attribuita a Nietzsche, avete presente?, che dice: Quelli che ballavano erano visti come pazzi da chi non sentiva la musica.
Ecco, a me, la sua musica, in quel periodo, non arrivava proprio.
MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI
storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più
storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più







