mercoledì 14 febbraio 2018

i talenti e l'insegnamento

Non sono il più adatto a parlare di educazione, perché vi confesso che non ho avuto una brillante carriera scolastica. Le elementari, praticamente, è come se non le avessi fatte perché il maestro […] appena entrava in classe appoggiava la testa sulla cattedra e si addormentava; da principio noi bambini abbiamo pensato «Che figata questa scuola»; potevamo giocare tutto il tempo […]. Purtroppo la pacchia finì. Se ne accorsero alcun genitori perché, in terza elementare, i loro bambini che frequentavano la sezione B […] conoscevano e scrivevano l’alfabeto solo fino alla G di giostra.
Voi direte: però alle medie è andato tutto bene!? Credo di sì, non so se possa comportare qualcosa di negativo il fatto di frequentare una scuola media di avviamento agrario. Era l’ultimo anno della scuola media Ferrazzi & Cova, poi, diplomata la leva del ’56, la mia, avrebbe chiuso i battenti. Portava il nome del proprietario terriero più ricco del paese. Era stata fondata qualche decennio prima perché gli adolescenti del paese si sarebbero fermati alla licenza media, e poi avrebbero lavorato nei suoi campi. Nessuno dei ventinove alunni della classe del ’56 avrebbe voluto lavorare nei campi, ma le 14 ore di agraria alla settimana erano vissute  con allegria e stupita curiosità: quando si andava nell’orto a vangare e a preparare il terreno per la semina ci sembrava l’unico lavoro sensato e gioioso che si potesse fare, altro che la geometria, gli avverbi o l’apparato scheletrico dei rettili!
[...]
Come posso parlarvi io di scuola? La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell'Ottocento, eppure era l'altro ieri. La mia era la scuola dei grembiuli neri con il fiocco colorato, del patronato scolastico che regalava le matite e i quaderni ai bambini poveri: anche a casa nostra ne avevamo bisogno, ma mia madre mi diceva «mi raccomando non prenderli, non dargli soddisfazione a quelli lì...»; era la scuola dei professori e maestri che avevano sempre ragione, tranne quello che si addormentava. 
Posso parlarvi solo come genitore; un genitore che conserva ancora il rammarico di non aver mai conseguito la maturità scolastica, che custodisce vergognosamente l'invidia verso un qualsiasi laureato, che mantiene ancora inalterato il fastidio verso un giovane che alla domanda «che classe fai?», risponde «quarta ginnasio»... devo pensarci cinque minuti e poi dire «terza liceo...», «no prima liceo!», e allora di' prima liceo, perché devi dire quarta ginnasio con quella vocina lì, te lo dico io il perché:  perché te la tiri, ecco perché... «quarta ginnasio!», ma va a quel paese! Lo so è l'invidia. Per non parlare dei laureati: come mi fanno girare le balle i laureati, voi non potete neanche immaginarlo... però che bello che deve essere avere una laurea!
[...]
Eppure deve esserci qualche cosa di avverso nel mio destino rispetto alla scuola, perché, poi, l’incontro più significativo di lavoro è avvenuto praticamente con due analfabeti: a uno in particolare, Aldo, quando frequentava le scuole medie è stato scritto sul libretto di valutazioni finali: «Attitudini: nessuna». È meglio stare attenti quando si esprimono dei giudizi così categorici, avrebbero potuto aggiungere un «forse, probabilmente, allo stato attuale delle cose, ma chissà? In futuro…» e invece no: «Attitudini: nessuna!».
Io me lo immagino il collegio dei docenti della scuola di Aldo, che magari si ritrovano per una pizzata una volta ogni dieci anni… «ma te lo ricordi quel terrone che scriveva ho senza l’acca, è finito in televisione… che culo che ha avuto!». Non è possibile, secondo me Aldo deve aver rubato le gomme dell’auto al preside per essere stato trattato così. Trattenete l’indignazione, io e Giovanni, che lo conosciamo bene, possiamo dire che i suoi insegnanti… avevano ragione… nel senso che non era tagliato per la matematica, la fisica, il passato remoto,  il congiuntivo e il condizionale, ma aveva talento, e anche tanto; il problema è scoprirlo, riconoscerlo.
[…]
Mio figlio, quando ha iniziato la scuola elementare, aveva cinque insegnanti, Aldo ne ha avuti tre in tutta la vita. Mio figlio il lunedì ha inglese, il martedì immagine e disegno, il mercoledì attività motorie, il giovedì musica; adesso stanno valutando per il venerdì di introdurre analisi dei prodotti finanziari, hedge fund e future. Un pomeriggio ha il corso di nuoto, un altro scuola di calcio e forse lo iscriveremo a deltaplano spericolato, ma solo perché lo fa il suo migliore amico.
Però vedete, a parte l’ironia, la cura con cui lui e i suoi amici vengono seguiti, l’attenzione, la dedizione che ci mettono tutte le maestre, non può che essere un’opportunità incredibile per loro: se hanno un talento, e da qualche parte c’è, perché tutti ce l’hanno, anche Aldo, e sono aiutati, il talento salta fuori. E poi, vedete, il talento non è quella cosa che appartiene solo ai geni e agli artisti, il talento è l’ingegno, la predisposizione, è tutto l’insieme delle nostre capacità intellettuali o manuali rilevanti; il talento è la nostra inclinazione, il nostro istinto, la nostra voglia, il nostro desiderio; i talenti sono i simboli dei doni che Dio ci ha fatto.
[…]


Ai nostri figli insegniamo a essere migliori,
non i migliori
Giacomo Poretti  in VITA E PENSIERO, N° 5, 2017









Ma niente, più cercavo di insegnargli, più gli imponevo la mia visione, più lui sbagliava.
Era come insegnare a un diplodoco a ballare in punta di piedi.
E l'unica cosa che pensavo era che io avevo ragione e lui no. Io miglioravo e imparavo e imparavo e lui no. Io provavo a fargli fare i compiti, lui giocava con la matita, rideva e io mi innervosivo, e a quel punto s'innervosiva pure lui e finiva tutto in un vaffanculo generale.
Giovanni era una danza.
Giovanni è una danza.
Il problema è sentire la sua stessa musica.
Come quella frase attribuita a Nietzsche, avete presente?, che dice: Quelli che ballavano erano visti come pazzi da chi non sentiva la musica.
Ecco, a me, la sua musica, in quel periodo, non arrivava proprio.


MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI
storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più

Giacomo Mazzariol
Einaudi



mercoledì 7 febbraio 2018

"prima che i mostri rivelassero la loro vera natura" : IL GIARDINO DELLE BESTIE



Nei primi giorni del suo incarico Dodd ricevette anche quello che, come scrisse lui stesso, era «probabilmente il miglior chimico in Germania», benché dall’aspetto non lo si sarebbe mai detto. Era minuto e aveva la testa liscia come un uovo, con una sottile striscia di baffi grigi sopra la bocca carnosa. Aveva la carnagione giallognola e dava l’impressione di essere molto più vecchio della sua età.
Era Fritz Haber. Il suo nome era conosciuto e rispettato da tutti, in Germania, o almeno lo era stato finché Hitler non aveva preso il potere. Fino a poco tempo prima era stato il direttore della famosa Società Kaiser Wilhelm per la fisica e la chimica. Era un eroe di guerra e un premio Nobel. Nella speranza di mettere fine alla situazione di stallo nelle trincee durante la Grande Guerra, Haber aveva inventato un gas asfissiante al cloro. Elaborò quella che divenne nota come “legge di Haber”, ovvero una formula (c x t = k), tanto elegante quanto letale, che dimostra come una lunga esposizione a una bassa concentrazione di gas produce lo stesso risultato di una breve esposizione a una concentrazione più alta. Haber inventò anche un modo per distribuire il suo gas tossico al fronte, e nel 1915 assistette di persona al suo primo utilizzo contro le forze francesi a Ypres. Sul piano personale, quel giorno a Ypres gli sarebbe costato molto caro. Sua moglie Clara, di trentadue anni, condannava già da tempo il suo lavoro, definendolo disumano e immorale, e gli chiese di fermarsi, ma Haber rispose così agli scrupoli della donna: la morte è morte, a prescindere dalla causa che la provoca. Nove giorni dopo l’attacco con il gas a Ypres, Clara si suicidò.
Nonostante le sue ricerche sui gas tossici avessero scatenato una protesta internazionale, nel 1918 il chimico ricevette il premio Nobel per aver scoperto come ricavare l’azoto dall’aria, favorendo così la produzione massiccia di fertilizzanti a basso costo nonché, ovviamente, di polvere da sparo.
Pur essendosi convertito al protestantesimo prima della guerra, Haber fu classificato dalle nuove leggi naziste come non ariano, ma un’eccezione riservata ai veterani di guerra ebrei gli permise di mantenere il suo posto di direttore della società. Molti scienziati ebrei, tuttavia, non godettero di quel privilegio, e il 21 aprile 1933 Haber ricevette l’ordine di licenziarli. Il chimico si oppose a quella decisione, ma trovò pochi alleati. Perfino il suo amico Max Planck gli offrì scarso sostegno. «In mezzo a tanto sconforto» scrisse Planck, «la mia unica consolazione è sapere che viviamo in un’era di catastrofi, l’inevitabile scia di ogni rivoluzione, e che dobbiamo sforzarci di accettare ciò che accade come un fenomeno naturale, senza tormentarci al pensiero che le cose sarebbero potute andare diversamente».
Haber non la vedeva allo stesso modo. Piuttosto che procedere al licenziamento di amici e colleghi, preferì rassegnare le dimissioni.
Ora, il 28 luglio 1933, non sapendo più che pesci pigliare, si presentò nell'ufficio di Dodd per chiedergli aiuto, portando con sé una lettera di  Henry Morgenthau Jr. nominato da Rooesvelt governatore dell'ufficio federale per l'Agricoltura, Morgenthau (che sarebbe poi diventato ministro del Tesoro) era ebreo, e favoriva in ogni modo l’espatrio di chi voleva sfuggire all’antisemitismo.
Mentre raccontava la sua storia, Haber «tremava dalla testa ai piedi», come scrisse nel suo diario Dodd, che definì quello del chimico «il più triste fra gli episodi di persecuzione ebraica con cui mi sia capitato di avere a che fare». Haber aveva sessantacinque anni ed era debole di cuore, e adesso gli veniva negata la pensione di cui aveva goduto durante la Repubblica di Weimar, il governo immediatamente precedente al Terzo Reich di Hitler.
«Voleva sapere che possibilità ci fossero in America per gli emigrati provvisti di un nutrito curriculum scientifico» scrisse Dodd. «Ho potuto rispondere soltanto che la legge non permetteva più a nessuno di emigrare, essendo stata raggiunta la quota massima prevista». Dodd promise di scrivere al dipartimento del Lavoro, che stabiliva il numero di immigrazioni consentite, per chiedere «se fosse possibile emettere decreti a favore di quella specifica categoria».
Si stinsero la mano. Haber avvertì Dodd di non parlare troppo apertamente del suo caso, «onde evitare terribili conseguenze». E fu così che Haber, un chimico minuto e grigio che un tempo era stato una delle risorse scientifiche più importanti della Germania, lasciò il paese.
«Povero vecchio» Dodd ricordò di aver pensato; poi riprese il controllo di sé. In fin dei conti, Haber aveva solo un anno più di lui. «Un simile trattamento» scrisse Dodd nel suo diario «può solo ripercuotersi sul governo che si comporta con tanta crudeltà».
Anche se ormai era troppo tardi, Dodd si rese conto di aver dato a Haber risposte imprecise.
La settimana dopo, il 5 agosto, scrisse a Isador Lubin, responsabile dell’ufficio statistiche del ministero del Lavoro statunitense: «Sa bene che la quota massima è già stata raggiunta e immagino si renda conto che un gran numero di persone estremamente capaci vorrebbero emigrare negli Stati Uniti, a costo di sacrificare il proprio patrimonio». Alla luce di questa considerazione, Dodd voleva sapere se il ministero del Lavoro si fosse adoperato per permettere «alle più meritevoli fra queste persone di essere ammesse».
Lubin inoltrò la lettera di Dodd al colonnello D. W. MacCormack, commissario del Servizio per l’immigrazione e la naturalizzazione, il quale, il 23 agosto, rispose a Lubin dicendo: «L’ambasciatore sembra essere stato malinformato in proposito». Solo una piccola percentuale dei visti concessi alla Germania era stata effettivamente rilasciata, e la colpa, precisò MacCormack, era da attribuire al dipartimento di Stato e al Servizio diplomatico, e alla loro solerte applicazione della clausola che proibiva l’ingresso a chiunque fosse «sospetto  di rappresentare un futuro onere per le casse dello Stato».

Nulla, nella documentazione di Dodd, spiega come fosse arrivato a credere che la quota massima fosse stata raggiunta.
Ma per Haber era troppo tardi. Si trasferì in Inghilterra per insegnare alla Cambridge University; una scelta felice solo in apparenza, perché il chimico si ritrovò alla deriva in un mondo troppo diverso dal suo, strappato alle proprie radici e soggetto agli effetti nefasti di un clima terribile. Sei mesi dopo aver lasciato l’ufficio di Dodd, durante una convalescenza in Svizzera, fu colpito da un infarto che si rivelò fatale, ma nella sua Germania nessuno pianse la sua scomparsa. Di lì a dieci anni, tuttavia, il Terzo Reich avrebbe scoperto un nuovo utilizzo della “legge di Haber” e di un pesticida sperimentato proprio dal premio Nobel, un composto a base di acido cianidrico utilizzato in prevalenza per suffumicare le strutture adibite all’immagazzinamento dei cereali. Chiamato in un primo tempo Zyklon A, sarebbe stato trasformato dai chimici tedeschi in una variante ancora più letale, lo Zyklon B.

[...]

Come chiunque altro a Berlino, però, Dodd voleva sentire che cosa avrebbe avuto da dire Hitler sulle purghe. Il governo aveva annunciato che il cancelliere avrebbe parlato la sera di venerdì 13 luglio, rivolgendosi ai deputati del Reichstag nella loro sede provvisoria al Kroll, il teatro dell’opera. Dodd decise di non assistere al discorso, ma di ascoltarlo alla radio. La prospettiva di presentarsi di persona, e di dover ascoltare Hitler mentre giustificava le esecuzioni di massa di fronte a centinaia di adulatori pronti a tendere il braccio nel saluto nazista, era troppo sgradevole.

Quello stesso venerdì, Dodd aveva organizzato un incontro pomeridiano con Francois-Poncet nel Tiergarten, come i due ambasciatori avevano già fatto in passato per evitare che qualcuno spiasse i loro discorsi. Dodd voleva verificare se Francois-Poncet interesse assistere al discorso, ma temeva che recandosi all’ambasciata francese le spie della Gestapo avrebbero notato il suo arrivo e dedotto che stava cospirando per indurre le grandi potenze a boicottare l’evento: esattamente quello che aveva in progetto di fare. Dodd si era già recato da Sir Eric Phipps all’ambasciata britannica nei giorni precedenti, apprendendo che anche Phipps intendeva disertare il discorso, e a distanza così ravvicinata, avrebbero sicuramente attirato l’attenzione. La giornata era fresca e soleggiata, e di conseguenza il parco era pieno di persone, perlopiù a piedi, ma c’era anche gente a cavallo che avanzava al passo sul terreno ombreggiato. Di tanto in tanto risuonavano risate e qualche latrato, mentre il fumo dei sigari svaniva lentamente nell’aria immobile. I due ambasciatori passeggiarono per un’ora. Mentre stavano per salutarsi, Francois-Poncet fece la prima mossa: «Non intendo presenziare al discorso».
[…]
Quella sera alle otto, nella biblioteca al 27° di Tiergartenstrasse, Dodd accese la radio e si mise in ascolto proprio mentre Hitler saliva sul podio degli oratori per rivolgersi al Reichstag. Mancava solo una decina di deputati, uccisi durante le purghe. 
[…]
«Deputati!» esordì Hitler. «Uomini del Reichstag tedesco!». Il cancelliere ricostruì nei minimi dettagli quello che definì un complotto del capitano Röhm per usurpare il potere, con il sostegno di un diplomatico straniero del quale non fece il nome. Nell’ordinare le purghe, disse, aveva agito soltanto nell’esclusivo interesse della Germania, per salvarla dal caos.
«Soltanto una repressione feroce e sanguinosa poteva soffocare la rivolta sul nascere» spiegò al pubblico. Aveva comandato di persona il contrattacco a Monaco, mentre Göring, con il suo «pugno d’acciaio», aveva fatto altrettanto a Berlino. «Se qualcuno dovesse chiedermi perché non abbiamo fatto ricorso ai tribunali, gli risponderei: in quei momenti, ero io il responsabile per la nazione tedesca; di conseguenza, io solo, in quelle ventiquattr’ore, ho fatto da Corte Suprema per il nostro popolo».
Dodd sentì il pubblico che balzava in piedi, tra grida entusiaste, saluti nazisti e applausi.
Hitler riprese il suo intervento. «Ho ordinato che i leader della cospirazione fossero passati per le armi. Ho anche ordinato che gli ascessi provocati dai veleni che infestano il nostro paese dall’interno come dall’esterno fossero cauterizzati fino a bruciare la carne viva. Ho altresì ordinato che chiunque tra i ribelli tentasse di resistere all’arresto fosse ucciso sul posto. Il paese deve sapere che la sua esigenza non può essere messa impunemente a repentaglio da nessuno, e che chiunque tenti di alzare un dito contro lo Stato pagherà con la vita». […] Dodd spense la radio. Da quel lato del parco, la notte era fresca e serena. Il giorno dopo, sabato 14 luglio, inviò un telegramma in codice al segretario di Stato Hull.

NON ESISTE NULLA DI PIù DISGUSTOSO CHE VEDERE IL PAESE DI
GOETHE E BEETHOVEN REGREDIRE ALLA BARBARIE DELL’INGHILTERRA
DEGLI STUART O DELLA FRANCIA DEI BORBONE…

[…] La purga di Hitler sarebbe diventata famosa come “la notte dai lunghi coltelli”, e sarebbe stata considerata dai posteri uno degli episodi più importanti della sua ascesa, il primo atto nella grande tragedia della “pacificazione”. In un primo tempo, però, nessuno ne comprese a fondo il significato. Non vi fu un solo governo che richiamasse il suo ambasciatore o inoltrasse una protesta formale, né la popolazione si ribellò, mossa dal disgusto per quanto era accaduto.                                                                                          
[…]La Germania accettò la novità senza proteste, con grande sgomento di Victor Klemperer, il filologo ebreo. Anche lui aveva sperato che le purghe sanguinarie avrebbero indotto l’esercito a intervenire e a rimuovere Hitler. Ma non era successo niente del genere.
E adesso , questo nuovo oltraggio. «La gente non si è quasi accorta di quello che è un vero e proprio colpo di Stato» scrisse nel suo diario. «Tutto si è svolto in silenzio, dietro i peana in favore di Hindenburg. Potrei giurare che milioni e milioni di persone non hanno la minima idea di quale evento mostruoso si sia appena verificato».
Il giornale di Monaco di Baviera Munchner Neueste Nachrichten dichiarò in toni trionfalistici: «Oggi Hitler è tutta la Germania», scegliendo evidentemente di ignorare che, soltanto un mese prima, il suo inoffensivo critico musicale era stato fucilato per errore.
Nel fine settimana successivo la città fu sommersa da una pioggia continua. Ora che le Squadre d'assalto avevano interrotto ogni attività, chiudendo prudentemente negli armadi le loro uniformi marroni, e il paese piangeva la morte di Hindenburg, un'insolita sensazione di pace si diffuse in tutta la Germania, offrendo a Dodd una pausa per meditare su un argomento carico d'ironia, ma caro a quell'agricoltore della Virginia che l'ambasciatore continuava a essere.
Sulla pagina di diario di domenica 5 agosto 1934, Dodd si soffermò su un tratto caratteriale del popolo tedesco che aveva avuto modo di osservare nel periodo trascorso a Lipsia e che era rimasto immutato anche sotto Hitler: l'amore per gli animali e in particolare per cavalli e cani.
Tiergarten
(1945)
«In tempi nei quali quasi ogni tedesco ha paura di parlare con chiunque, salvo gli amici più stretti, i cavalli e i cani sono così felici da dare l'impressione di volerlo proclamare a gran voce» scrisse. «Una donna che non esiterebbe a denunciare il vicino di casa per tradimento verso lo Stato, mettendone a repentaglio la vita, può portare tranquillamente a passeggio il suo tenero cagnone nel Tiergarten, parlargli e accarezzarlo seduta su una panchina, mentre il cane è tutto intento a fare i suoi bisogni».
In Germania, aveva notato Dodd, nessuno avrebbe mai fatto del male a un cane, e di conseguenza i cani non avevano il minimo timore degli uomini ed erano sempre in carne e ben curati. «Solo i cavalli sembrano altrettanto felici, mentre non altrettanto si può dire dei bambini o degli adolescenti» scrisse. «Mi capita spesso di fermarmi mentre vado a piedi in ufficio e di fare qualche complimento a un paio di splendidi cavalli mentre attendono che la loro carrozza si svuoti. Sono così puliti, grassi e felici che non mi stupirei di sentirli parlare». Dodd definì quella condizione come «la felicità dei cavalli», un fenomeno che aveva avuto modo di notare anche a Norimberga e a Dresda.
L'ambasciatore era al corrente del fatto che quella felicità dipendeva in larga misura da una legge tedesca, in base alla quale ogni atto di crudeltà verso gli animali era punito con il carcere, e l'ironia della situazione non sfuggì certo al suo sguardo. «In tempi nei quali centinaia di uomini sono stati giustiziati senza un processo e senza alcuna prova della loro colpevolezza, e il popolo tedesco trema letteralmente di paura, gli animali godono di diritti che gli uomini e le donne non possono neppure sognarsi». Dodd concludeva: «Ci sarebbe quasi da augurarsi di essere un cavallo!»

IL GIARDINO DELLE BESTIE
Erik Larson
Neri Pozza editore