giovedì 30 novembre 2017

Il problema atomico: una riflessione



Comandamenti dell’era atomica


Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: «Atomo». Poiché non devi cominciare un solo giorno nell’illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente «stato»; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo più «caduchi» di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. Poiché la nostra caducità non significa solo il nostro essere «mortali»; e neppure che ciascuno di noi può essere ucciso. Questo era vero anche in passato. Ma significa che possiamo essere uccisi in blocco, che possiamo essere uccisi come «umanità». Dove «umanità» non è solo l’umanità attuale, quella che si estende e si distribuisce attraverso le regioni terrestri; ma è anche quella che si estende attraverso le regioni del tempo: poiché, se l’umanità attuale sarà uccisa, si estinguerà con lei anche l’umanità passata, e anche quella futura. La porta davanti alla quale ci troviamo reca quindi la scritta: «Nulla sarà stato», e sull’altro verso le parole: «Il tempo è stato solo un interludio». Ma, in questo caso, il tempo non sarà stato un interludio fra due eternità (come speravano i nostri antenati), ma un interludio fra due nulla: fra il nulla di ciò che, nessuno potendolo ricordare, «sarà stato» come se non fosse mai stato, e il nulla di ciò che non potrà mai essere. E poiché non ci sarà nessuno per distinguere i due nulla, essi si confonderanno in un nulla unico. Ecco quindi la nuova, apocalittica forma di caducità che è la nostra, e accanto alla quale tutto ciò che ha avuto finora questo nome è diventato un’inezia. – E perché questo non ti sfugga, il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: «Atomo».

La possibilità dell’apocalisse

E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: «La possibilità dell’apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo». No, non lo sappiamo; e non lo sanno nemmeno quelli che dispongono e decidono di essa; poiché anch’essi sono come noi; anch’essi sono noi; anch’essi sono radicalmente incompetenti. E’ vero che questa incompetenza non è colpa loro, ma è piuttosto l’effetto di una circostanza  che non si può attribuire a nessuno di loro né di noi: la sproporzione continuamente crescente fra la nostra facoltà produttiva e la nostra facoltà immaginativa, fra ciò che possiamo produrre e ciò che possiamo immaginare.
Poiché, nel corso dell’epoca tecnica, il rapporto tradizionale tra fantasia e azione si è rovesciato. Se era naturale, per i nostri antenati, considerare la fantasia «esorbitante», esuberante, eccessiva, e cioè tale che superava e trascendeva l’ambito del reale, oggi i poteri della nostra fantasia (e i limiti della nostra sensibilità e della nostra responsabilità) sono inferiori a quelli della nostra prassi; per cui si può dire che oggi la nostra fantasia non è all’altezza degli effetti che possiamo produrre. Non è solo la nostra ragione a essere kantianamente limitata e finita, ma anche la nostra immaginazione e – a maggior ragione – la nostra sensibilità. Possiamo pentirci, tutt’al più, dell’uccisione di un uomo: è tutto ciò che si può chiedere alla nostra sensibilità; possiamo rappresentarci, tutt’al più, l’uccisione di dieci uomini: è tutto ciò che si può chiedere alla nostra immaginazione; ma ammazzare centomila persone non rappresenta più alcuna difficoltà. E ciò non solo per ragioni tecniche; e non solo perché l’azione si è ridotta a semplice collaborazione e partecipazione, a un «azionare» che rende invisibile l’effetto, ma anche e proprio per una ragione di ordine morale: e cioè perché la strage di massa trascende di gran lunga la sfera di quelle azioni che siamo in grado di rappresentarci concretamente e la cui esecuzione potrebbe essere inibita dall’immaginazione o dai sentimenti. – Le tue verità successive dovrebbero quindi essere queste: «L’inibizione diminuisce progressivamente con l’ingrandirsi oltre misura dell’azione»; e «L’uomo e minore (più piccolo) di se stesso». Questa è la formula della nostra attuale schizofrenia, e cioè del fatto che le nostre varie facoltà operano separatamente, come entità e isolate e prive di coordinazione che hanno perso il contatto fra loro.

Ma non è per formulare nozioni definitive e fatalmente disfattistiche su noi stessi che devi formulare queste verità: ma, al contrario, per inorridire della finitezza e per vedere in essa uno scandalo; per sciogliere e allentare quei limiti irrigiditi e trasformarli in barriere da superare; per revocare e abolire la schizofrenia.
Naturalmente, finché ti è concesso di sopravvivere, puoi anche metterti a sedere, rinunciare ad ogni speranza e rassegnarti alla tua schizofrenia. Ma se non sei disposto a questo, devi cercare di raggiungere te stesso, di portarti alla tua propria altezza. E ciò significa (questo è il tuo compito) che devi cercare di colmare l’abisso fra le due facoltà: la facoltà produttiva e la facoltà riproduttiva; che devi livellare la differenza di altezza che le separa; o, in altri termini, che devi sforzarti di allargare l’ambito limitato della tua immaginazione (e quello ancora più ristretto del tuo sentimento), finché sentimento ed immaginazione arrivino ad apprendere e a concepire l’enormità che sei stato in grado di produrre; finché tu possa accettare o respingere ciò che hai inteso. Insomma, il tuo compito consiste nell’allargare la tua fantasia morale.

Non aver paura di aver paura

Il tuo compito successivo è quello di allargare il tuo senso del tempo. Poiché decisivo per la nostra situazione attuale non è solo (ciò che ormai sanno tutti) che lo spazio terrestre si è contratto, e che tutti i luoghi che si potevano considerare lontani fino a ieri sono ormai località viciniori; ma che anche lo spazio temporale si è contratto, e che tutti i punti del nostro sistema temporale si sono avvicinati; che i futuri che potevano sembrare fino a ieri distanze irraggiungibili, confinano ormai direttamente con il nostro presente; che li abbiamo trasformati in comunità attigue. Ciò vale sia per il mondo orientale che per quello occidentale. Per il mondo orientale, poiché il futuro vi è pianificato non è più un futuro «in grembo agli dèi», ma un prodotto in fabbricazione: che, per il fatto di essere previsto, è già visto come parte integrante dello spazio in cui ci si trova. In altri termini: poiché questo, anche senza proporselo direttamente, opera già sui futuri più remoti: decidendo, ad esempio, della salute o della degenerazione, e forse dell’esistenza o dell’inesistenza dei suoi nipoti. E non importa che esso, o, piuttosto, che noi, si miri consapevolmente a questo risultato: poiché ciò che conta, da un punto di vista morale, è soltanto il fatto – l’«azione a distanza» non pianificata – ci è noto, continuando ad agire come se non sapessimo quello che facciamo commettiamo un delitto colposo.
E il tuo pensiero successivo dopo il risveglio sia: «Non esser vile, abbi il coraggio di aver paura! Astringiti a fornire quel tanto di paura che corrisponde alla grandezza del pericolo apocalittico!». Anche e proprio la paura fa parte dei sentimenti che siamo incapaci o riluttanti a fornire; e dire che abbiamo già paura, che ne abbiamo anche troppa, e che viviamo, anzi, nell’«epoca della paura», è una frase priva di senso, che, se non è diffusa ad arte con il preciso intento di ingannare, è pur sempre uno strumento ideale per impedire l’avvento di una paura veramente adeguata all’enormità del pericolo, e per renderci indolenti e passivi. - È vero piuttosto il contrario: che viviamo in un epoca refrattaria all’angoscia e assistiamo quindi passivamente all’evoluzione in corso. Per ciò vi è tutta una serie di ragioni (a prescindere dai limiti della nostra capacità di sentire), che non è possibile enunciare qui. Ma non possiamo fare a meno di menzionarne una, a cui gli eventi del recente passato conferiscono un’attualità e un’importanza particolare. Si tratta della mania delle competenze, e cioè della persuasione, inculcata in noi dalla divisione del lavoro, che ogni problema rientri in un determinato ambito giuridico in cui non abbiamo il diritto di interferire e di dire la nostra. Così, per esempio, il problema atomico rientra nelle competenze dei politici e dei militari. E questo «non aver diritto» si trasforma subito e automaticamente in «non aver bisogno». In altri termini: non c’è bisogno che mi occupi dei problemi di cui non sono tenuto e autorizzato ad occuparmi. […]


Lettera 42 di Claude Eatherly al reverendo N.


8 agosto 1960

Egregio signore,
vorrei anzitutto ringraziare Lei e gli altri membri della dieta che hanno firmato la Sua lettera del 25 luglio.
La mia riconoscenza per l’interessa che Lei dimostra per il mio caso e per le preghiere che pronuncia in mio favore, è senza limiti
Considero come un onore che Lei voglia sapere qualcosa di più delle mie convinzioni e della mia filosofia in questi giorni di paura e di confusione.
Parlerò solo a mio nome, anche se un gran numero di americani condividono le mie idee sulla necessità di por fine a quest’epoca di lotta fra tutte le nazioni grandi e piccole. Ho scritto molti articoli destinati alla stampa, per incoraggiare alla speranza e per dire che dobbiamo lottare per salvare questa terra.
Risponderò anzitutto alla domanda circa la parte che ho avuto nel bombardamento di Hiroshima.
Comandavo l’apparecchio di testa, lo Straight Flush. Avevo il compito di raggiungere l’obbiettivo Hiroshima, che era al primo posto nella lista delle località prescelte, di rilevare le condizioni meteorologiche e di stabilire se ci si doveva aspettare qualche resistenza da parte dell’aviazione nemica o delle batterie antiaeree.
Ho volato sulla zona per circa 45 minuti, per studiare i gruppi di nuvole che rendevano parzialmente invisibile l’obiettivo, che era un ponte fra il quartier generale  militare e la città di Hiroshima. Una quindicina di apparecchi giapponesi volavano a un’altezza di 15.000 piedi, ma non fecero alcun tentativo  di portarsi alla mia altezza di 29.000 piedi. Presto quegli apparecchi scomparvero. Quanto alle condizioni meteorologiche di quel giorno – 6 agosto 1945 – c’erano cumuli dispersi sulla città di Hiroshima, a un’altezza fra i 12.000 e i 15.000 piedi. Quelle nuvole parevano dirigersi verso la città a una velocità di 10-15 miglia orarie.
Le mie osservazioni furono effettuate alle 7,30 circa. Il bersaglio era chiaramente visibile. Esso era, come ho detto, un ponte dove la bomba avrebbe danneggiato soprattutto il quartier generale giapponese. Il tempo mi pareva ideale: poiché era visibile il bersaglio, ma non la città, essa si sarebbe salvata, e il lancio della bomba sul quartier generale avrebbe fatto sì che i militari si rendessero conto della sua forza distruttiva e avrebbe indotto l’esercito a firmare un trattato di pace e a por fine alla tremenda guerra. Trasmisi al bombardiere un messaggio in codice, che rappresentava il «via» definitivo, perché colpisse il bersaglio principale.
Ma ciò che speravo non si realizzò. Le nuvole su Hiroshima si diradarono e si dispersero, l’addetto al lancio fallì l’obbiettivo di circa 3000 piedi e distrusse la città di Hiroshima. Non credo che si sia trattato di uno sbaglio intenzionale, ma di un errore tecnico, che impedì che la bomba cadesse nel punto dovuto. La prego di tener presente che era una bomba nuova, che non era mai stata sperimentata. Ma l’azione, ormai, era compiuta, ed è nostro compito, ora, fare tutto ciò che è possibile perché non ci sia mai più una nuova «Hiroshima».
Ora che sa qual è stata la mia parte nella «missione Hiroshima», vorrei dirLe che quel giorno, il 6 agosto 1945, ho preso la decisione di dedicare la mia vita al compito di distruggere le cause della guerra e di lottare per la messa al bando di tutte le armi atomiche. Ho formulato questo voto in una preghiera durante il mio volo di ritorno alla base – e qualunque cosa possa accadere in futuro, so che ho appreso tre cose che rimarranno per sempre convinzioni del mio cuore e della mia mente.
Vivere, anche la vita più dura e più difficile, è il tesoro più bello e il miracolo più straordinario che ci sia.
Adempiere al proprio dovere è un’altra cosa meravigliosa. E quel giorno, nel mio volo di ritorno verso Tinian, accettai e riconobbi come mio dovere quello di assicurare una vita felice, senza timore, povertà, ignoranza e schiavitù a tutti gli uomini di tutte le razze, rossi, bianchi, neri, o gialli. Questa è la mia seconda convinzione.
La mia terza convinzione è che la crudeltà, l’odio, la violenza e l’ingiustizia non possono e non potranno mai dare luogo a un millennio, né in senso morale e spirituale né in senso materiale. La sola via che può portare ad esso è l’amore generoso e creativo , la fiducia e la fratellanza, a patto che non ci si miti a predicarli, ma vengano praticati coerentemente.
Sono passati circa quindici anni da quel voto, e mi è costato molto in seguito ai disturbi psichici ed emotivi provocati dalla colpa di quel crimine. Ho passato quasi otto di questi anni in ospedali, e qualche tempo anche in prigione. Avevo quasi l’impressione di essere più felice in prigione, poiché la coscienza di essere punito dava sollievo alla mia colpa.
Questi anni tragici non hanno diminuito il mio desiderio di eliminare una volta per sempre la violenza e le armi atomiche. E anzi non hanno fatto che accrescere il mio desiderio di fare tutto ciò che potevo, tenendomi al corrente dei progressi scientifici e della diminuzione (o del più lento sviluppo) della morale delle masse dei popoli del mondo.
Mi permetta di citare un passo della Bibbia:
«Beati i mansueti, perché erediteranno la terra».
«Beati i misericordiosi, poiché otterranno misericordia».
«Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio».
[…]



Claude R. Eatherly