venerdì 29 luglio 2016

...arrivederci col fresco!!!

[...]D’estate, nelle case dei ricchi, si chiudono le finestre alla mattina e l’aria fresca della notte rimane nelle stanze ampie e oscure, dove, nella penombra, brillano specchi, pavimenti di marmo, mobili lucidati a cera. Tutto è a posto, tutto è pulito, ordinato, nitido, perfino il silenzio è un silenzio fresco, riposante, buio.

Se poi hai sete, ti portano su un vassoio una bella bibita gelata, un’aranciata, una limonata, dentro un bicchiere di cristallo in cui i blocchetti di ghiaccio del frigidaire, a rimescolarli, fanno un rumore allegro che da solo ti rinfresca. Ma in casa dei poveri le cose vanno diversamente. Col primo giorno di caldo, l’afa entra nelle tue stanzette affogate e non se ne va più via. Vuoi bere ma dal rubinetto, in cucina, viene giù un’acqua calda che pare brodo. In casa non ti puoi più muovere: sembra che ogni cosa, mobili, vestiti, utensili, si sia gonfiata e ti caschi addosso. Tutti stanno in maniche di camicia, ma le camicie sono sudate e puzzano. Se chiudi le finestre, soffochi perché l’aria della notte non ce l’ha fatta ad entrare in quelle due 0 tre stanze dove dormono sei persone; se le apri, il sole t’inonda e ti pare d’essere in strada e tutto sa di metallo bollente, di sudore e di polvere. Col caldo, anche i caratteri si scaldano, voglio dire diventano litigiosi: ma il ricco, se gli gira, prende e se ne va in fondo all’appartamento, tre stanze più in là; i poveri, invece, rimangono davanti ai piatti uniti e ai bicchieri sporchi, naso a naso; oppure debbono andar via di casa. Basta, uno di quei giorni, dopo aver fatto una buona litigata con tutta la famiglia e cioè con mia moglie perché la minestra era salata e bollente, con mio cognato perché prendeva le parti di mia moglie e secondo me non ne aveva il diritto essendo disoccupato e a mio carico, con mia cognata perché mi difendeva e questo mi dava fastidio perché sapevo che lo faceva per civetteria essendo innamorata di me, con mia madre perché cercava di calmarmi, con mio padre perché protestava che voleva mangiare in pace, e perfino con la bambina perché era scoppiata in pianto, tutto ad un tratto mi alzai, presi la giubba dalla seggiola, dissi con semplicità : «Sapete che nuova c’è? Mi avete seccato tutti... arrivederci a ottobre, col fresco » [...]
 
 
 
«Scherzi del caldo», il racconto neorealista e surreale di Alberto Moravia nei sobborghi di Roma, apparso sul «Corriere della Sera» il 2 luglio di sessantasei anni fa
ripubblicato mercoledì 27 luglio 2016

martedì 26 luglio 2016

«E se, e ma mi pare sarà eppure non piove e nuvole non ne vedo di qua…»


Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non aver alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.

 

 

LA PIOGGIA PRIMA CHE CADA

Jonathan Coe