mercoledì 4 novembre 2015

un folle amore: LA LIBERTA'



Domenica, 4 novembre 1956

 

Alle sei e trenta del mattino le telescriventi della redazione dell’Associated Press di Vienna cominciarono a battere una serie di dispacci in arrivo da Budapest. Erano urgenti e provenivano dalla redazione del quotidiano ungherese «Szabad Nép» (Un popolo libero). Ma non era un normale cronista a inviarli, erano scritti infatti da un giovanotto che usava una mano per digitare sulla tastiera mentre nell’altra impugnava un’arma, e che vedeva infrante le sue disperate speranze di libertà.

 

Dalle prime ore di stamane truppe sovietiche stanno attaccando

Budapest e la nostra popolazione…

Annunciate al mondo il proditorio attacco alla nostra lotta per la libertà…

Le nostre truppe sono già impegnate in combattimento.

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

Sos! Sos! Sos!

Hanno appena rovesciato un tram da usare come barricata

vicino a questo edificio. Qui dentro i giovani stanno preparando

bottiglie Molotov e bombe a mano per combattere contro i carri armati.

Siamo tranquilli, non abbiamo paura.

Trasmettete al mondo la notizia e chiedetegli di condannare l’aggressione.

I combattimenti sono molto vicini, ora, e non abbiamo abbastanza mitra nell’edificio.

Non so quanto a lungo potremo resistere.

Ora stanno preparando le bombe a mano.

Granate di grosso carico scoppiano nelle vicinanze: in aria rombano aerei a reazione…

[…]

Ora ricomincia la sparatoria. Sparano su di noi.

I carri si avvicinano e c’è l’artiglieria pesante. Abbiamo appena saputo che il nostro reparto sta ricevendo rinforzi e munizioni. Ma è ancora troppo poco. Non si può permettere che la gente attacchi i carri a mani nude.

Che cosa stanno facendo le Nazioni Unite?

Qui nel palazzo della stampa ci sono fra le 200 e le 250 persone, di cui 50 sono donne.

I carri si avvicinano. Entrambe le stazioni radio sono in mano ai ribelli, che stanno trasmettendo l’inno nazionale.

Noi terremo duro fino all’ultima goccia di sangue. Ai piani inferiori ci sono uomini con una sola bomba a mano.

[…]

Ci hanno appena riferito che truppe americane saranno qui entro una o due ore.

Le pallottole colpiscono ancora questo palazzo. Ora i carri stanno sparando verso il Danubio. I nostri ragazzi sono sulle barricate e chiedono altre armi e munizioni. Ci sono violentissimi combattimenti nel centro della città… I carri armati si sono allontanati dal nostro palazzo e sono andati altrove…

Una granata è appena esplosa qui vicino. Ci sono violenti combattimenti in direzione del teatro nazionale, vicino a noi, verso il centro.

Nel nostro edificio ragazzi di quindici anni stanno fianco a fianco a uomini di quaranta.

Non preoccupatevi per noi.

Noi siamo forti, anche se siamo una piccola nazione.

Finiti i combattimenti, ricostruiremo la nostra infelice patria.

Informateci su tutto quanto fa il mondo per aiutare l’Ungheria.

Non preoccupatevi….


Poco prima delle undici del mattino la linea si interruppe e la voce del cronista ammutolì per sempre.

 

La nuova Ungheria democratica, a libero mercato e multipartitica, soppiantò ufficialmente la repubblica popolare il 23 ottobre 1989, trentatré anni dopo il giorno delle prime dimostrazioni antisovietiche della rivoluzione.

 

Ancora oggi a Budapest, vivace e moderna capitale dell’Unione Europea, alcuni edifici pubblici e interi isolati portano i segni delle pallottole.

 

 

 

BUDAPEST 1956

Victor Sebestyen