Domenica, 4
novembre 1956
Alle
sei e trenta del mattino le telescriventi della redazione dell’Associated Press
di Vienna cominciarono a battere una serie di dispacci in arrivo da Budapest.
Erano urgenti e provenivano dalla redazione del quotidiano ungherese «Szabad
Nép» (Un popolo libero). Ma non era un normale cronista a inviarli, erano
scritti infatti da un giovanotto che usava una mano per digitare sulla tastiera
mentre nell’altra impugnava un’arma, e che vedeva infrante le sue disperate
speranze di libertà.
Dalle prime ore di stamane truppe
sovietiche stanno attaccando
Budapest e la nostra popolazione…
Annunciate al mondo il proditorio
attacco alla nostra lotta per la libertà…
Le nostre truppe sono già
impegnate in combattimento.
Aiuto! Aiuto! Aiuto!
Sos! Sos! Sos!
Hanno appena rovesciato un tram da
usare come barricata
vicino a questo edificio. Qui
dentro i giovani stanno preparando
bottiglie Molotov e bombe a mano
per combattere contro i carri armati.
Siamo tranquilli, non abbiamo paura.
Trasmettete al mondo la notizia e
chiedetegli di condannare l’aggressione.
I combattimenti sono molto vicini,
ora, e non abbiamo abbastanza mitra nell’edificio.
Non so quanto a lungo potremo
resistere.
Ora stanno preparando le bombe a
mano.
Granate di grosso carico scoppiano
nelle vicinanze: in aria rombano aerei a reazione…
[…]
Ora ricomincia la sparatoria.
Sparano su di noi.
I carri si avvicinano e c’è
l’artiglieria pesante. Abbiamo appena saputo che il nostro reparto sta
ricevendo rinforzi e munizioni. Ma è ancora troppo poco. Non si può permettere
che la gente attacchi i carri a mani nude.
Che cosa stanno facendo le Nazioni
Unite?
Qui nel palazzo della stampa ci
sono fra le 200 e le 250 persone, di cui 50 sono donne.
I carri si avvicinano. Entrambe le
stazioni radio sono in mano ai ribelli, che stanno trasmettendo l’inno
nazionale.
Noi terremo duro fino all’ultima
goccia di sangue. Ai piani inferiori ci sono uomini con una sola bomba a mano.
[…]
Ci hanno appena riferito che
truppe americane saranno qui entro una o due ore.
Le pallottole colpiscono ancora
questo palazzo. Ora i carri stanno sparando verso il Danubio. I nostri ragazzi
sono sulle barricate e chiedono altre armi e munizioni. Ci sono violentissimi
combattimenti nel centro della città… I carri armati si sono allontanati dal
nostro palazzo e sono andati altrove…
Una granata è appena esplosa qui
vicino. Ci sono violenti combattimenti in direzione del teatro nazionale,
vicino a noi, verso il centro.
Nel nostro edificio ragazzi di
quindici anni stanno fianco a fianco a uomini di quaranta.
Non preoccupatevi per noi.
Noi siamo forti, anche se siamo
una piccola nazione.
Finiti i combattimenti,
ricostruiremo la nostra infelice patria.
Informateci su tutto quanto fa il
mondo per aiutare l’Ungheria.
Non preoccupatevi….
Poco
prima delle undici del mattino la linea si interruppe e la voce del cronista
ammutolì per sempre.
La
nuova Ungheria democratica, a libero mercato e multipartitica, soppiantò
ufficialmente la repubblica popolare il 23 ottobre 1989, trentatré anni dopo il
giorno delle prime dimostrazioni antisovietiche della rivoluzione.
Ancora
oggi a Budapest, vivace e moderna capitale dell’Unione Europea, alcuni edifici
pubblici e interi isolati portano i segni delle pallottole.
BUDAPEST
1956
Victor Sebestyen
